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Tre ore sotto torchio di fronte al procuratore generale di New York, Andrew Cuomo. Un interrogatorio pressante quello di ieri pomeriggio per John Thain, ex amministratore delegato della banca d’affari Merrill Lynch, che avrebbe fatto nomi e cognomi dei 700 top manager a cui sarebbero stati destinati circa 3,6 miliardi di dollari di bonus, prima della vendita dell’istituto finanziario a Bank of America lo scorso settembre, nello stesso giorno in cui si è verificato il crack di Lehman Brothers. Le polemiche che ne erano seguite avevano portato Thain a lasciare anche la sua poltrona nel consiglio d’amministrazione di Bank of America. Un grave colpo d’arresto per la carriera dell’ex numero uno di Nyse Euronext, con un passato in Goldman Sachs e scelto nel novembre del 2007 da Merrill Lynch come successore di Stanley O’Neal per superare la crisi subprime e lasciarsi alle spalle una delle fasi più dure della storia quasi centenaria della casa d’affari.
La cura Thain, tuttavia, non ha funzionato: invece di stringere la cinghia ai super stipendi dei suoi dirigenti, l’anno scorso Merrill Lynch, questa la tesi dell’accusa, accelerò “segretamente e prematuramente” il pagamento di bonus “speciali” da oltre un milione di dollari a circa 700 dipendenti, nonostante la banca stesse accumulando perdite colossali. In tutto, sostiene Andrew Cuomo nella sua inchiesta, Merrill Lynch avrebbe elargito premi per circa 3,6 miliardi di dollari. “È disgustoso, odioso e sbagliato” ha poi commentato il magistrato di New York. Cuomo ha iniziato ad indagare sui bonus speciali concessi dagli istituti ai propri top manager dopo il prestito di 125 miliardi di dollari concesso dal governo Usa lo scorso ottobre a nove banche americane, in seguito all’esplosione della crisi finanziaria.
Intanto Merrill Lynch annuncia perdite di 15,84 miliardi di dollari nel quarto trimestre dello scorso anno a causa, scrive la banca nel suo rapporto annuale alla Sec (l’analogo della Consob in America), dalla debolezza dei suoi controlli finanziari alla fine del 2008. Nel corso dello scorso anno la banca d’affari americana ha dichiarato una perdita di 27,61 miliardi di dollari a seguito della tempesta sui mercati finanziari originata dai titoli spazzatura costruiti sui mutui subprime (ad alto rischio di insolvenza).

di Marco De Martino
A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti.
Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan.
Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento.
Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz.
Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard.
In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti.
Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo.
È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo.
Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”.
Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato.
Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli.
Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti.
Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia.
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Nella truffa Madoff (nella quale dovrebbero essere rimaste coinvolte - secondo la stampa americana - circa 4.000 famiglie che, direttamente o indirettamente, avrebbero investito nelle società del finanziere) non sono stati utilizzati solo hedge fund. Spuntano, un po’ a sorpresa, anche alcuni fondi armonizzati alle norme europee e autorizzati al collocamento in Italia.
In particolare due di questi prodotti, la sicav (società d’investimento a capitale variabile) lussemburghese Herald e la sicav irlandese Thema, sono stati entrambi promossi dall’austriaca Bank Medici, di cui è azionista con il 25% l’Unicredit (l’istituto è stato recentemente salvato dal governo di Vienna). Le due sicav hanno sospeso nel dicembre scorso le loro quotazioni ammettendo “che la sospensione ha origine dal subcostudian del fondo a New York, la Madoff securities”, spiegano fonti della Consob a Panorama.it.
E forse non è finita qui: “Stiamo facendo ulteriori verifiche a 360 gradi”, dicono alla Consob. Anche la Banca d’Italia sta effettuando controlli. Il problema è capire quanta parte di risparmio delle società di gestione e delle banche italiane è stato investito in questi “fondi tossici”: in particolare, per quanto riguarda le gestioni patrimoniali. Comunque, non è compito delle autorità italiane l’intervento nei confronti di soggetti esteri. Anche se la normativa comunitaria dovrebbe favorire il recupero dei soldi affidati a fondi regolamentati. Infatti, le sicav sottoposte alla disciplina europea, in quanto tali, dovrebbero essere più “sicure” rispetto agli hedge funds.
Quindi saranno le autorità di controllo irlandesi e lussemburghesi a doversi muovere nei confronti, in particolare, della banca depositaria di Herald e Thema. In entrambi casi, si tratta di una delle principali banche del mondo: la Hsbc (Hong Kong Shanghai Banking Corporation) le cui filiali di Lussemburgo e di Dublino hanno rispettivamente la responsabilità di “custodian” delle due sicav. E secondo il prospetto informativo di Herald e Thema (qui e qui i prospetti informativi delle due sicietà) il “custodian” è responsabile delle somme che gli vengono affidate, anche se poi vengono girate a un “subcustodian” di nome Madoff. Che le fa sparire.
Quali sono le cifre in ballo in questa truffa, per quanto riguarda i fondi armonizzati europei che lambiscono l’Italia? Secondo operatori interpellati da Panorama.it, la sicav irlandese Thema aveva in gestione complessivamente 1,2 miliardi di dollari. Invece l’Herald lussemburghese, partito solo all’inizio del 2008, aveva circa 200 milioni di euro. Le masse più importanti della Bank Medici erano invece nel fondo hedge Herald basato alla Isole Cayman, con patrimonio di 1,5 miliardi di euro. E sempre con la Hsbc custode.
Le fonti Consob precisano che “la sicav Herald lussemburghese è autorizzata dal giugno 2008 a commercializzare in Italia un solo comparto, chiamato US absolute return, che non è destinato al pubblico retail ma solo agli operatori qualificati”. Quindi, di fatto, solo gli intermediari e gli operatori: ma quante banche e società di gestione del risparmio hanno inserito nei loro portafogli questi fondi? A questa domanda non c’è ancora una risposta precisa: le autorità italiane stanno indagando.
La Consob afferma che “il 15 dicembre scorso la sicav Herald ha comunicato la sospensione del calcolo del nav” (il net asset value, cioè il valore del fondo che è indicato dalla quotazione, ndr). Secondo quanto risulta a Panorama.it, anche la sicav irlandese Thema (a sua volta autorizzata in Italia solo agli operatori qualificati) ha scritto il 15 dicembre 2008 agli investitori istituzionali italiani che avevano comprato il prodotto: anche in questo caso la quotazione è sospesa. In pratica i soldi investiti sono bloccati e il problema è ancora una volta il subcostudian a New York, la Madoff securities.
In pratica cosa è successo? Alcuni fondi armonizzati europei, venduti con l’ok delle autorità di controllo italiane, erano in realtà “fondi tossici” di Madoff. E ora si stanno facendo ulteriori verifiche in particolare sulle gestioni patrimoniali. Bisogna distinguere tra hedge funds e prodotti autorizzati al collocamento in Italia. Per esempio la sicav Luxalpha, gestita dall’Ubs e coinvolta nella truffa Madoff, non sarebbe armonizzata alle normative europee.
Ma in definitiva, secondo quanto risulta a Panorama.it, i segreti della truffa Madoff ancora non emersi sono custoditi proprio nelle banche depositarie. La Hsbc sicuramente. Ma anche altre grandi banche. E sopratutto, negli Stati Uniti, la JP Morgan.
L’operato della Sec finisce sotto la lente del Congresso americano che avvia le audizioni per far luce sul caso Bernard Madoff. La Consob americana nel corso degli ultimi 16 anni avrebbe indagato almeno 8 volte sull’attività del finanziarie ora agli arresti domiciliari ma senza riuscire né a smascherare né a intravedere lontanamente lo schema da 50 miliardi di dollari organizzato. Proprio il mancato accertamento della truffa, nonostante le indagini e le segnalazioni, spingerà la Sec a cercare di giustificare davanti al Congresso - spiegano alcuni osservatori - la propria esistenza. E mentre a Washington si cerca di far luce su quanto accaduto, Bernard Madoff si presenta in tribunale per discutere la propria cauzione.
Il finanzierie è stato arrestato lo scorso 11 dicembre e dal 17 è agli arresti domiciliari nel suo attico e super attico a Manhattan ed è costretto a indossare un braccialetto elettronico per poter essere sorvegliato al meglio. Al momento dell’arresto Madoff aveva ottenuto la liberta su cauzione impegnandosi a staccare un assegno 10 milioni di dollari. Nel rispetto di quanto imposto dalle autorità, inoltre, il finanziarie ha fatto pervenire alla Sec l’elenco dei propri beni e dei propri conti. Lista che, comunque, non è ancora stata resa pubblica dalla Consob americana, coperta da una pioggia di critiche e costretta ad avviare un’indagine interna per cercare di capire come mai nulla nel corso degli anni è stato fatto su Madoff.
Segnalazioni su attività in qualche modo sospette perché troppo redditizie legate proprio a Madoff sono state più volte portate all’attenzione della commissione: secondo quanto dichiarato da Harry Markopolos, ex chief executive investment di Rampart Investment Management e attuale investigatore di frodi fiscali per conto di investitori istituzionali, la Sec non avrebbe però agito. Markopolos ha disdetto la propria apparizione odierna davanti alla Commissione servizi finanziari della camera adducendo motivi di salute. Ma, secondo indiscrezioni, avrebbe sollevato dubbi con la Sec sul finanziare già nel 2000 e avrebbe fatto pressione sulla commissione affinché eseguisse degli accertamenti fino allo scorso anno.
In un report di 17 pagine risalente al novembre 2005, cioè tre mesi dopo l’arrivo di Christopher Cox alla guida della Sec, avrebbe segnalato in modo accurato il caso Madoff. Certo è che il non aver intercettato neanche lontanamente lo schema Ponzi sembrerebbe mettere in difficoltà Mary Shapiro, il prossimo presidente della Sec, attualmente alla guida della Financial Industry Regulatory Authority (Finra).
Nella truffa messa in piedi da Madoff dovrebbero essere rimaste coinvolte - secondo la stampa americana - circa 4.000 famiglie che, direttamente o indirettamente, avrebbero investito nelle società del finanziere. Intanto il curatore che si occupa della liquidazione della società di investimento di Madoff ha inviato a 8.000 clienti del finanziarie moduli di reclamo, con i quali avanzare le proprie richieste per ottenere almeno parte dei soldi investiti. Le istruzione per compilare i moduli sono state pubblicate sui maggiori quotidiani.

Forse è solo la punta visibile. La colossale truffa che ha fatto sparire 50 miliardi di dollari versati nei fondi hedge (o meglio, presunti tali) di Bernard Madoff potrebbe nascondere sott’acqua altre sorprese. Alla base di tutto c’è ovviamente la mancanza di controlli. In cima alla piramide c’è l’avidità degli investitori. In mezzo c’è molto altro. Le inchieste in corso proveranno a chiarire, ma non sarà facile.
Il meccanismo della truffa è quello che Panorama ricostruisce nello schema a fondo pagina, dal finanziere americano, ex presidente del Nasdaq (il mercato azionario delle società hi-tech), al risparmiatore finale, spesso inconsapevole, in qualche caso avido. In mezzo molti gestori di fondi di fondi hedge: investivano ingolositi dai risultati dichiarati da Madoff, sempre enormemente positivi.
Il problema è che era tutto falso. I fondi gestiti da Madoff e dai suoi collaboratori, in tutto circa 15, con Feirfield e Kingate che risultavano i due maggiori, erano in realtà fondi per modo di dire. Infatti non avevano di fatto una banca depositaria: si appoggiavano a uffici di contabilità, in pratica non sottoposti ad alcun controllo (di queste pseudobanche ce ne sono sulle isole Bermuda, Cayman, Bahamas, Barbados e in tutti i paradisi fiscali), e comunque il denaro finiva direttamente nelle società del gruppo. Che ben si guardava dall’investire davvero nelle borse.
Il rovello che ora turba il sonno di molti operatori sul mercato è il seguente: quanto sono diffusi i prodotti (dalle obbligazioni strutturate alle polizze vita indicizzate a fondi di fondi hedge) che contengono quei fondi di Madoff? Secondo gli esperti interpellati da Panorama, di polizze del genere ce ne sono parecchie in Italia, ma chi ammetterà di essere vittima della truffa? I primi gruppi italiani costretti a fare i conti sul danno subito sono il Banco Popolare (anche tramite la controllata Aletti Gestielle, per un totale di oltre 60 milioni di euro) e l’Unicredit, per cifre maggiori: la controllata Pioneer aveva investito 280 milioni di dollari nei fondi di Madoff, la Bank Medici (partecipata del gruppo Unicredit) ha un’esposizione per oltre 2 miliardi di dollari. Altri gruppi, plausibilmente, dovranno ammettere la botta.
Ma come è possibile che la truffa sia potuta andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorgesse? Racconta a Panorama un gestore di fondi: “Io Madoff l’ho incontrato nel 1997 a New York, quando ero responsabile delle gestioni di un’importante banca italiana. Ero andato a trovarlo su indicazione di alcuni clienti, in particolare della comunità ebraica, che mi consigliavano di puntare su di lui”. E che tipo era? “Una persona squisita che però, quando gli ho chiesto come investiva, mi ha detto che il suo era un processo proprietario molto sofisticato e riservato, quindi non lo poteva rivelare. Sono tornato in Italia e ho detto ai miei clienti: vi consiglio di lasciar perdere”.
Altri, presi dall’avidità, si sono però fidati: “Conosco un investitore italiano che ci ha rimesso 15 milioni di dollari, e il suo family office ancora di più” racconta a Panorama un banchiere. “Il mio amico italiano ha sposato la figlia del presidente di una casa d’investimenti americana e Madoff glielo aveva presentato il suocero”.
Secondo John Rekenthaler, padre della metodologia della società di analisi Morningstar e ideatore del rating (voto) sugli hedge fund, il caso Madoff “è la prova che il settore fa affidamento più sulle strette di mano e i rapporti di amicizia che sulle analisi dei fondi e la competenza professionale. Questa superficialità permette ai gestori più scaltri, che non sono sempre i più capaci, di attrarre investitori”.
Già: i fondi di Madoff guadagnavano sempre, il finanziere s’inventava un risultato positivo anche quando il mercato scendeva del 35 per cento, come a novembre 2008. E il bello è che sui prospetti informativi del fondo Kingate è esplicitamente indicata la possibilità di frode o appropriazione indebita: “Il fondo non ha un custode del patrimonio, ma resta in affidamento all’advisor”, cioè a Madoff e ai suoi affiliati; e “c’è l’eventualità che questi soggetti possano fallire o essere truffati”. Peccato che nessuno legga i prospetti dei fondi.
Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio”
I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio.
Gli investimenti dei fondi sono fatti normalmente tramite una banca depositaria. Invece con Madoff si utilizzavano conti delle società di gestione del gruppo, senza alcun controllo.
Anche la società di revisione dei fondi di Madoff era fittizia: di fatto era controllata dallo stesso finanziere. E nessuno sembra aver letto i prospetti sul rischio di truffa e appropriazione indebita. Clienti ingolositi dai guadagni Madoff, oltre a dichiarare risultati stratosferici, anticipava ricche cedole agli investitori. In questo modo anche molti fondi di fondi hedge hanno comprato le quote, ingolositi dai guadagni dichiarati.
Un’obbligazione indicizzata ai fondi di Madoff, oppure una polizza vita che investe in questi prodotti: sono i derivati finanziari della grande truffa, ancora sparsi per il mondo.
La signora Maria ha comprato una polizza o un’obbligazione: era inconsapevole che i prodotti fossero legati ai fondi di Madoff. Rischia di non avere alcun guadagno, oppure di perdere tutto.

“Con riferimento alle notizie dell’arresto e incriminazione per frode di Bernard L. Madoff, UniCredit comunica di avere un’esposizione propria di circa 75 milioni di euro”. Con un secco cumunicato, Unicredit ridimensiona l’allarme di pesanti conseguenze della colossale truffa organizzata atteraverso hedge funds dall’ex numero uno del Nasdaq di New York. Ben diverse le ricadute per altre banche europee, come Bnp Parisbas e Santander. Quest’ultima rischia di perdere 2 miliardi di euro. Secondo il Financial Times anche il colosso bancario Hbsc ha un’esposizione di un miliardo di dollari.
“Relativamente alla sua divisione di asset management Pioneer Investments” si legge nel comunicato di Unicredit “UniCredit conferma inoltre che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds.
Questi ultimi non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di fondi hedge di diritto italiano. L’esposizione dei clienti italiani è pertanto pari a zero”.
Autorevoli indiscrezioni di stampa non smentite indicavano in oltre 800 mln di dollari l’importo investito dai fondi feeder (fondi che investono in altri fondi) di Pioneer nella società dell’ex presidente del Nasdaq.
Inoltre, relativamente alla divisione di asset management Pioneer Investment Unicredit “conferma che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds. Questi ultimi però” precisa una nota “non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di hedge di diritto italiano”. L’esposizione dei clienti italiani, insomma, “è pari a zero”.
Banco Popolare, invece ha “un’esposizione indiretta” sul fondo americano Madoff attraverso la sua controllata Aletti Gestielle Alternative. Il fallimento della Madoff comporterà per il Banco, si legge in una nota, una perdita massima sul patrimonio di 8 milioni di euro mentre quella sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private “ammonta a circa 60 milioni di euro”.
Lo “schema Ponzi”. La “Catena di Sant’Antonio”. La “Piramide finanziaria”. Tanti nomi per definire quello che sembra l’affare perfetto: dammi i tuoi soldi e porta nuovi membri nell’affare, e li troverai moltiplicati. In realtà, una truffa. Che ingrassa solo i primi soci, i vertici della piramide. E fa perdere gli ultimi malcapitati in fondo alla catena: dai tempi di Pinocchio, i soldi non si moltiplicano.
Solo che questa volta, secondo l’Fbi e la procura di New York, al posto del Gatto e la Volpe a proporre l’”affare” agli investitori c’era un uomo considerato una delle colonne di Wall Street. Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq, è stato arrestato ieri a New York. L’accusa è quella di aver perpetrato una delle più colossali truffe della storia, con un volume complessivo di 50 miliardi di dollari. Madoff è noto per aver fondato una società finanziaria, la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, dal 1960 un punto di riferimento dei mercati. Ma secondo le accuse, avrebbe creato anche un hedge fund parallelo, una società di consulenza in grado di attirare investitori incauti in una specie di “piramide” promettendo guadagni astronomici in tempi brevi. Promesse mantenute per molti dei partecipanti, con rendite a doppia cifra dal 2005 ai giorni turbolenti della crisi finanziaria.
Come tutte le piramidi finanziarie, però, il gioco può andare avanti reggendosi sulle perdite dei nuovi investitori, finchè il loro numero non diventa troppo grosso. Secondo gli investigatori, Madoff avrebbe ammesso in un documento di aver montato una enorme catena, e che alcuni dei sottoscrittori avrebbero richiesto indietro il loro denaro per un totale di 7 miliardi di dollari.
Ma avrebbe aggiunto che si sarebbe reso alle autorità solo dopo aver utilizzato i 200/300 milioni di dollari che gli restavano per saldare i debiti verso alcuni dipendenti, la famiglia e amici. Se le accuse verranno confermate, il 70enne Madoff rischia fino a vent’anni di carcere e 5 milioni di dollari di multa. “Questo è un colpo durissimo alla confidenza degli investitori negli hedge fund” ha commentato alla Reuters Doug Kass, presidente dell’ hedge fund Seabreeze partners management.
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