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Gad Lerner, una delle punte de La7
di Stefano Michele
Mediaticamente, tutti a un passo da La7 stavano (copyright Enrico Mentana: «Michele Santoro è ancora a un passo da La7»). Tutti quasi in arrivo, però ancora tutti con quell’ultimo passo da fare. E però tutti pronti a mettersi in marcia verso la televisione di Giovanni Stella, amministratore delegato della Telecom Italia Media: oasi rinfrescante, approdo benefico, pertugio salvifico. Continua


Enrico Mentana, direttore del tg della 7
di Stefano Cingolani
Ha troppi debiti, perde quattrini ogni giorno che va in onda, la guardano in pochi (appena il 4 per cento di audience medio nell’ultimo mese). Su La7 gli analisti delle banche sono concordi. Dunque, meglio vendere? Sbagliato, meglio comprare o tenere le azioni in portafoglio, sentenziano gli esperti di Unicredit, Equita o Banca Leonardo: strano ma vero. Continua

Se si guardano i numeri il destino della Tiscali appare segnato. E, dato che i revisori dei conti della Ernst & Young solo a quelli guardano, si capisce perché non abbiano certificato il bilancio del 2008, mettendo in dubbio la capacità della società fondata 12 anni fa da Renato Soru di continuare a esistere. La Tiscali ha 600 milioni di debiti, il triplo dell‘ebitda (un indicatore simile al margine operativo lordo, che pure è cresciuto a 197 milioni); nel 2008 ha perso 242,7 milioni (65,3 nel 2007) di euro e in cassa ne ha appena 37. Anche se i ricavi sono aumentati a 983,6 milioni, il pareggio di bilancio che doveva essere raggiunto nel 2008 resta un sogno.
Però non ci sono solo i numeri, ci sono anche le convenienze, ed è grazie a queste se la società sarda, ex reginetta della new economy, quella che ha fatto conoscere agli italiani l’internet gratis, sta ancora in piedi. Da una parte le banche (Intesa Sanpaolo e Jp Morgan) non possono permettersi di veder sfumare i 500 milioni di prestiti che hanno elargito e hanno sospeso il pagamento delle rate fino alla fine di giugno. Dall’altra la Telecom non spinge per ottenere il pagamento dei debiti per l’affitto delle linee: non può permettersi di veder evaporare un concorrente che ha il 5,3 per cento del mercato dell’accesso alla rete in banda larga, altrimenti incorrerebbe probabilmente nelle reprimende dell’Antitrust, che mal sopporta la restrizione della concorrenza.
C’è dell’altro. I revisori hanno infatti posto l’accento sul fatto che presso i tribunali olandesi pende una causa contro la Tiscali intentata dagli ex azionisti di minoranza della World Online, ex big di internet acquistata anni fa. La Corte d’appello di Amsterdam aveva accertato alcune responsabilità della Tiscali ritenendo il prospetto usato per la quotazione in borsa incompleto, ma gli eventuali danni non sono stati quantificati.
Contro questa sentenza sono pendenti presso la corte suprema olandese un ricorso e un controricorso. I revisori affermano che gli amministratori hanno ritenuto che “non sussistano elementi sufficientemente definitivi per quantificare la passività potenziale” e che, quindi, non hanno effettuato accantonamenti. Il problema è che se la sentenza fosse nuovamente sfavorevole alla Tiscali, occorrerebbe definire i danni e reperire le risorse necessarie. Per tutti questi motivi è probabile che all’assemblea dei soci Tiscali, il 29 aprile, venga proposto un aumento di capitale a copertura delle perdite (che hanno intaccato il capitale).
Nel frattempo il gruppo cerca di vendere i suoi ex gioielli. Nel perimetro delle attività in vendita è entrata la piattaforma Iptv, ovvero la tv via internet che era stata lanciata a dicembre 2007 con grande enfasi. Il servizio, basato sulla piattaforma inglese Vnl, non è mai davvero decollato anche per il mancato accordo con la Sky ed è stato chiuso il primo gennaio 2009. In vendita sono la tecnologia e gli abbonati. Languono, invece, le trattative per la vendita delle attività britanniche. Se Soru riuscisse a cederle la Tiscali ridurrebbe il suo fatturato del 70 per cento. La logica, secondo gli analisti, vorrebbe che a essere vendute fossero le attività italiane, che valgono il 30 per cento dei ricavi, e che si trasferisse il baricentro del gruppo a Londra. Ma per un imprenditore che non ha mai voluto spostare la sede dalla Sardegna a Milano l’eventualità di spostarla a Londra appare quantomeno improbabile.

Con il passaggio definitivo dalla tv analogica al digitale terrestre “risulterà disponibile un dividendo nazionale di 5 reti”, che verrà “messo a gara” con criteri di “massima apertura alla concorrenza”. Lo ha stabilito l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni con una delibera che avvia il percorso per il definitivo spegnimento delle reti analogiche e la conversione delle reti digitali esistenti.
In particolare, i cinque lotti, cioè le cinque reti messe a gara, saranno divise in due parti: una, pari a tre lotti, sarà “riservata a nuovi entranti” e dunque saranno esclusi i soggetti come Rai e Mediaset che hanno più di due reti nazionali in tecnica analogica; la seconda, pari a due lotti, sarà aperta “a qualsiasi offerente”, ma ci sarà un limite di cinque multiplex per ciascun operatore.
Ecco i criteri fissati dal Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per la completa digitalizzazione delle reti tv nazionali: una delibera che punta a sistemare in maniera definitiva la questione delle frequenze e a chiudere la procedura di infrazione avviata nel 2006 dalla Commissione europea contro l’Italia per alcune norme della legge Gasparri.
21 reti digitali, 5 messe a gara. Le 21 reti nazionali in tecnica digitale (DVB-T) saranno così suddivise: a) 8 saranno destinate alla conversione delle reti analogiche, assicurando agli attuali operatori nazionali una capacità trasmissiva sufficiente per la trasmissione dei programmi a definizione standard e ad alta definizione e garantendo almeno un multiplex per operatore; b) 8 saranno dedicate alla conversione in tecnica singola frequenza delle attuali reti digitali che utilizzano il sistema della multifrequenza; ciascun operatore avrà diritto alla conversione delle reti digitali attuali; c) con il passaggio definitivo al digitale si libererà un dividendo nazionale di 5 reti, che verrà messo a gara - indetta dal ministero dello Sviluppo economico - con criteri di massima apertura alla concorrenza.
Le modalità della gara. I cinque lotti (cioè le cinque reti televisive nazionali) saranno suddivisi in due parti: 1) la parte A, pari a tre lotti, sarà riservata ai nuovi entranti e quindi non potranno presentare offerte gli operatori che hanno la disponibilità di due o più reti televisive nazionali in tecnica analogica; 2) la parte B, pari a due lotti, aperti a qualsiasi offerente. Le eventuali offerte saranno soggette a un tetto massimo (cap), in modo da impedire che, dopo la gara, un operatore possa ottenere più di 5 multiplex nazionali (per chi oggi ha tre reti, il tetto è fissato a un multiplex, per chi ne ha due il cap è di due multiplex).
Le misure per aumentare la concorrenza. Se uno degli operatori che hanno oggi più di tre reti analogiche si aggiudicherà un multiplex, dovrà cedere il 40% della capacità trasmissiva di tale multiplex a fornitori di contenuti indipendenti; se un operatore che oggi ha due reti nazionali analogiche si aggiudica tutte e due le reti del secondo lotto, dovrà cedere il 40% della capacità trasmissiva di uno di tali due multiplex a fornitori di contenuti indipendenti. Inoltre i soggetti che godono già di estesa copertura del territorio nazionale dovranno offrire servizi di trasmissione ai nuovi entranti a “prezzi orientati ai costi”.
Entro maggio le regole nel dettaglio. Dopo una consultazione con gli operatori e le associazioni del settore, l’Autorità definirà le regole tecniche della conversione delle reti esistenti, le procedure amministrative e le procedure per l’assegnazione dei diritti di uso delle frequenze. All’emittenza locale, in ciascuna area interessata dal passaggio al digitale, verrà garantito almeno un terzo delle frequenze.
Il VIDEO servizio:
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Calano le vendite al dettaglio nella piccola e media distribuzione. Tiene invece la grande distribuzione con i discount che in un anno fanno registrare un aumento della spesa dell’1,9%.
Questi dati riportati dalle rilevazioni dell’Istat sulle vendite al dettaglio a ottobre. I grandi magazzini registrano invece una flessione delle vendite tendenziale dello 0,3%. Mentre negli ipermercati la contrazione è dello 0,1%. A crescere quindi è soprattutto il discount.
Ma il calo si registra anche nel confronto tra i primi dieci mesi del 2008 e l’analogo periodo del 2007, con un calo delle vendite dello 0,3%.
La variazione tendenziale registrata per il totale delle vendite, spiega l’Istituto di statistica, deriva da un aumento dello 0,7% riguardante le vendite di prodotti alimentari e da una diminuzione dell’ 1,6% dei prodotti non alimentari. In termini congiunturali, la flessione è stata rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3%. Mentre nei primi dieci mesi del 2008 si è registrato un +1,1% per gli alimentari e un -1,1% per i non alimentari. I dati, avverte l’Istat, si riferiscono “al valore corrente delle vendite” e incorpora quindi “la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi”.
A soffrire maggiormente, segnala l’Istat, sono stati i piccoli negozi (-1,7%) mentre tiene la grande distribuzione (+0,7%). In particolare, tra le forme di vendita della grande distribuzione, l’incremento tendenziale più significativo ha riguardato gli hard discount con un +1,9%, mentre per gli ipermercati si registra una flessione dello 0,1%. Risultato positivo anche dai supermercati e dagli altri specializzati (rispettivamente +0,9 e più 0,2%). A ottobre la dinamica tendenziale è risultata più favorevole per la grande distribuzione rispetto alle imprese operanti su piccole superfici, sia per i prodotti alimentari (+1,2 rispetto a -1,3%), sia per i prodotti non alimentari (-1,3 rispetto a -1,8%). Nel confronto tra i primi dieci mesi del 2008 le vendite della grande distribuzione sono cresciute dell’1,4% e quelle delle imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una variazione negativa di pari entità.
Passando alle diverse tipologie di prodotti l’Istat segnala ad ottobre 2008 una flessione del valore delle vendite per tutti i gruppi non alimentari, con l’eccezione del gruppo dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (che hanno segnato un +1,7%). Le diminuzioni più marcate hanno riguardato i gruppi abbigliamento e pellicceria e calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-2,6% per entrambi). Male anche elettrodomestici, radio, tv e registratori (-2,4%).
Nei primi dieci mesi del 2008 tutti i gruppi di prodotti non alimentari hanno registrato variazioni tendenziali negative. Le flessioni più contenute hanno riguardato i gruppi “altri prodotti” (gioiellerie, orologerie) e prodotti farmaceutici (rispettivamente meno 0,7 e meno 0,8%). Le riduzioni più marcate gruppo elettrodomestici, radio, tv e registratori (meno 2,0%) e per i gruppi abbigliamento e pellicceria, calzature, articoli in cuoio e da viaggio e foto-ottica e pellicole (meno 1,5% in tutti e tre i casi).
Controcampo e Domenica sportiva addio. Invenduti i diritti radiofonici e televisivi del calcio. L’assemblea generale straordinaria di Lega calcio ha respinto all’unanimità le offerte fatte sinora.”Ci dispiace molto che i campionati di serie A e B partano senza la possibilità di vederli per chi non ha la pay tv, ma ci siamo trovati davanti a offerte che non potevano essere accettate”, ha detto l’amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani, all’uscita dall’assemblea generale straordinaria della Lega Calcio.
Il vicepresidente e ad rossonero ha presieduto l’assemblea su proposta del vicepresidente di Lega per la B, Gianfranco Andreoletti, in assenza del presidente Antonio Matarrese, del suo vice vicario Rosella Sensi (Roma) e del vice presidente per la A Massimo Cellino (Cagliari).
Andreoletti ha poi reso noto che non sono stati venduti neanche i diritti del campionato cadetto, ma i club, anziché venderli individualmente come era possibile, “hanno deciso di dare mandato all’advisor per trattarli a livello collettivo e cercare un accordo entro le ore 19 di mercoledì 27″, ha precisato Andreoletti, “Crediamo che si possa trovare un accordo più vantaggioso con una delle due emittenti interessate ai diritti per il satellitare, e per lo stesso motivo abbiamo rigettato anche l’offerta con l’emittente interessata per la piattaforma digitale”.
Vendere i diritti tv in chiaro degli highlights di serie A oppure ritirarli dal mercato in attesa di offerte più generose? Questo era il dilemma. Che non è stato sciolto dall’assemblea generale straordinaria della Lega Calcio, con i dirigenti del pallone chiamati a esprimersi sulle offerte di Rai e Mediaset già ritenute da molti insufficienti. Confermata quindi l’ipotesi del rifiuto alle cifre proposte dalle due emittenti. Linea condivisa dai presidenti di molte società, le grandi in testa, intenzionati a incassare molti più soldi dai pacchetti ancora da vendere, cioè dagli highlights di serie B e diritti radiofonici, oltre agli highlights di A. “Temo che domenica non si vedrà il chiaro, ma non sarebbe certamente colpa nostra se ciò avvenisse” aveva anticipato Galliani al suo arrivo in Lega Calcio prima di entrare all’assemblea generale. “È impossibile”, aveva spiegato, “che un prodotto venduto a 75 milioni di euro in esclusiva a Mediaset più, non in esclusiva, alle altre emittenti possa essere valutato 20,5 milioni di euro con uno sconto del 75%.
In attesa di colpi di scena, per ora le emittenti non sembrano affatto disposte ad alzare la posta. Anzi, la Rai è pronta a ritirare le proprie offerte e a uscire da qualsiasi trattativa futura. Viale Mazzini ha infatti già rilanciato, arrivando a una cifra complessiva di 30,6 milioni (600 mila per la Supercoppa), dei quali 23,5 milioni fra serie A e B (20,5 per la serie maggiore, 1 milione per quella cadetta e 2 milioni per i diritti radiofonici). Per quanto riguarda, in particolare, gli highlights di serie A, la Rai ha offerto 7 milioni per l’esclusiva nella fascia oraria 13:30-22:30, pacchetto in cui non c’è concorrenza; e 13,5 milioni per quella fino a mezzanotte, cifra a quanto pare più alta di quella offerta da Mediaset (10 milioni) e più ricca anche rispetto ai 10 milioni complessivi (5 dalla Rai e 5 da Mediaset, rispettivamente per la Domenica sportiva e Controcampo) che sarebbero stati incassati dalla Lega per quella fascia lo scorso anno.
Anche Mediaset non ha fatto alcuna controproposta: escluso un interesse sulla fascia pomeridiana, per ora non c’è stato alcun “secondo lancio” per consentire la messa in onda di Controcampo.
Ma alla Lega, che mirava a un incasso globale di 70 milioni di euro, i conti non tornano. Il rischio che gli highlights andassero tutto o in parte invenduti si è quindi, per ora, avverata. Per la prima volta una stagione di calcio inizierà senza le trasmissioni storiche.
Cosa farà la Lega? Ritenute insufficienti le offerte potrebbe decidere di non assegnare tutti o alcuni dei pacchetti e ripetere la procedura di assegnazione, mantenendo o modificando la composizione originaria dei pacchetti oppure di attuare una diversa forma di sfruttamento dei diritti.
Anche la trattativa per il campionato di B potrebbe fermarsi: conteso da Sky e Conto Tv, l’emittente satellitare che trasmette film per adulti e che si è già aggiudicata il terzo e quarto turno di Coppa Italia. Altrimenti, i club cadetti che da mesi denunciano la crisi economica della categoria, si consoleranno con i 7 milioni di euro promessi in ogni caso dall’advisor Infront, per questa e per la prossima stagione.
La Lega Calcio si è invece riservata l’assegnazione dei diritti per le partite della Serie B e della Coppa Italia, assegnazione che, secondo Conto Tv, “sarebbe dovuta avvenire contestualmente all’apertura delle buste”, come per la Supercoppa Tim o i diritti della Tim Cup, questi ultimi assegnati alla stessa emittente satellitare. Per questo l’emittente toscana ha fatto partire un esposto alle Authority per la Concorrenza e per le comunicazioni. Nell’esposto si denuncia anche come, a meno di 24 ore dalla scadenza fissata per le offerte, siano state modificate “le linee guida” delle stesse, modifiche che “hanno costretto” l’emittente a “rinunciare” a presentare un’offerta complessiva per la Serie B, suggerendole di “ripiegare” sulla sola Tim Cup di cui si è infatti aggiudicata i diritti del terzo e quarto turno per la stagione agonistica 2008/2009 e dei primi quattro turni per il 2009/2010. Secondo l’amministratore delegato, Marco Crispino, le società cadette, in caso di mancata assegnazione del pacchetto, “tornano proprietarie degli stessi eventi e, quindi, potranno commercializzare singolarmente le partite”.
La Lega Calcio ha scelto la Infront Sports & Media come advisor nelle attività di offerta e commercializzazione, in forma centralizzata, dei diritti audiovisivi individuati e regolati dal decreto legislativo del 9 gennaio 2008, a partire dal campionato 2010/2011. Infront possiede tutte le competenze specifiche e tecniche richieste per affiancare la Lega Calcio in questo ambito: il primato della gestione dei diritti web e di telefonia mobile del campionato italiano di calcio; la gestione dei diritti media e marketing delle principali discipline nel panorama dello sport mondiale tra cui il calcio, gli sport invernali e il campionato mondiale di superbike; il fatto di essere l’operatore leader nel mondo nella produzione del segnale televisivo, aggregazione e distribuzione di contenuti per piattaforme media.
La società svizzera, con sede a Zug e con oltre 400 dipendenti che operano in 24 uffici dislocati in 11 paesi, tra cui l’Italia dove lavorano 130 persone, gestirà le immagini, in diretta e in sintesi delle partite di serie A e B, in chiaro e a pagamento, su tutte le piattaforme tecnologiche, dal satellite al digitale terrestre, da internet ai cellulari, fino al 2013. Un piatto ricco, stimato da alcune società di consulenza oltre i 2 miliardi e mezzo di euro complessivi).
Il gruppo multimediale va ricordato per l’esperienza maturata in occasione dei mondiali di calcio nel 2002 e nel 2006 quando, oltre al completo controllo della produzione ha anche gestito la commercializzazione e distribuzione di tutti i diritti media ad oltre 500 broadcaster in tutto il mondo. In aggiunta a ciò, a partire dalla prossima stagione e per quattro stagioni consecutive sarà una divisione posseduta interamente da Infront, la Hbs, ad occuparsi della produzione completa della Ligue 1, il massimo campionato francese di calcio.
Risolta la questione dell’advisor restano in Lega Calcio molti altri problemi. Nessun paese in Europa ha legato le sue fortune economiche del calcio di vertice alla vendita dei diritti televisivi. I ricavi da stadio nei più importanti campionati europei arrivano al 35 per cento; in Italia non si supera il 15 per cento perchè gli impianti non sono di proprietà dei club e i ricavi sono dunque limitati solo all’evento calcistico. Come spesso ripete Adriano Galliani, vice presidente del Milan, il fatturato della serie A italiana è di appena 1.350 milioni di euro, poco più della metà rispetto alla Premier league inglese e anche Germania e Spagna (dove non esiste la mutualità verso le squadre più piccole) sono più ricche di noi, grazie anche ad una tassazione più vantaggiosa rispetto a quella italiana.
Soldi in giro ce ne sono pochi e le grandi non sembrano voler investire come gli anni passati. Così come non sono intenzionate ad aiutare le squadre di serie B, ancora senza un contratto televisivo, alle quali andranno appena 65 milioni di euro per la cosiddetta mutualità, rispetto ai 95 richiesti. Una squadra di B è già fuori gioco: in serata in presidente del Messina ha annunciato di essere sommerso dai debiti e di voler ricominciare dal campionato dilettanti. L’Avellino, che dovrebbe subentrare, non avrebbe la documentazione necessaria in quanto anch’essa alle prese con una grave crisi economica. In totale, 17 squadre, tra serie B e C, sono state bocciate dalla Covisoc, l’organo di controllo della Lega, e rischiano la radiazione. L’organizzazione non è più in grado di sopportare un sistema con 132 squadre (20 in A, 22 in B e addirittura 90 in C). È arrivato il momento di pensare ad una riforma dei campionati e ad una riduzione degli organici. Se ne parla, ma nessuno ha mai preso il coraggio di fare proposte. Intanto il calcio italiano ha finito i soldi, ma a Galliani e Moratti ditelo sottovoce.