
La sede del gruppo Unicredit a Milano (Credits: Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)
L’atteso rimbalzo alla fine è arrivato. Oggi i titoli bancari hanno trainato l’intero listino di Piazza Affari, con progressi a due cifre per Unicredit (+13,53% circa), seguito a distanza da Ubi Banca (+6,28%), Monte dei Paschi di Siena (+8,81%), Banco Popolare (+4,07%) e IntesaSanpaolo (+4,03%). Le incognite sul futuro, per i più importanti istituti di credito della Penisola, restano però ancora tante. E sono legate all’Eba. Continua

Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit (Credits: AP Photo/Antonio Calanni)
Poco più di 10 giorni . È il tempo entro il quale chi ha nel portafoglio il titolo Unicredit dovrà decidere se aderire o meno all’aumento di capitale messo in cantiere dalla banca guidata da Federico Ghizzoni : un’operazione da 7,5 miliardi di euro, che è iniziata il 9 gennaio e si concluderà il 20 e che si sta rivelando una vera e propria altalena da togliere il fiato per i piccoli azionisti della società. In quattro giorni, in effetti, il titolo ha perso il 63,88% scendendo a 2,28 euro. Ma niente panico. Continua

(Credits: AP Photo/Richard Drew)
Oggi la paura si è impossessata dei mercati. Anzi: le paure, al plurale. Ecco le principali. Continua

Federico Ghizzoni, amministratore delegato del gruppo Unicredit (Credits: Imagoeconomica)
Un vero e proprio tonfo. Si può definire così la performance odierna a Piazza Affari del titolo Unicredit, che più volte bloccato per eccesso di ribasso, ha chiuso in calo del 14,45% a 5,41 euro toccanto i livelli dell’ottobre del 1992. L’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro messo in cantiere dalla banca alla metà di dicembre, i cui dettagli sono stati resi noti però questa mattina, è stato fatale. L’operazione verrà completata tra il 9 e il 20 gennaio. Ecco tutto quello che c’è da sapere. Continua

Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit (Credits: Andrea Raso / lapresse)
Nel mirino degli analisti e dell’agenzia di rating statunitense Moody’s. Non c’è pace per Unicredit, il primo gruppo bancario italiano, che dopo aver deciso una ricapitalizzazione da 7,5 miliardi, una perdita nel trimestre di 10,7 miliardi, una svalutazione di 9,77 miliardi e 5.200 licenziamenti, ha visto il proprio debito essere messo sotto osservazione dall’agenzia internazionale con la possibilità di una futura revisione al ribasso (downgrade) delle proprie valutazioni.
La notizia non è passata certo inosservata agli occhi della comunità finanziaria e alcune importanti case d’investimento, da Citi a Cai Chevreux, hanno rilasciato giudizi non proprio lusinghieri sull’istituto di Piazza Cordusio. Non è una bella notizia neppure per i risparmiatori italiani, poiché Unicredit è ormai un pilastro dell’economia nazionale, con con quasi 120 miliardi di euro di raccolta nel nostro paese, 4 mila sportelli e 9 milioni di clienti (8 milioni di privati e 1 milione di imprese). Continua

(Credits: AP Photo/Antonio Calanni)
La decisione è arrivata oggi in tarda mattinata, ma era ormai attesa da settimane. I vertici di Unicredit hanno dato il via libera a un aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, che il prossimo 15 dicembre verrà votato dall’assemblea straordinaria dei soci e che porterà a un rafforzamento patrimoniale della banca. Benché fosse prevista da tempo, la notizia non è stata accolta certo con favore a Piazza Affari dove il titolo ha chiuso in perdita del 6,1%.
A pesare è stata anche la decisione della banca di non distribuire dividendi per il 2011 e di effettuare dei tagli al personale per 5.200 unità, dopo una maxi-perdita netta di oltre 10,6 miliardi di euro nel terzo trimestre di quest’anno, a causa delle varie svalutazioni. La cura dimagrante di Unicredit potrebbe però segnare un punto di svolta positivo per l’intero comparto bancario italiano. Continua

di Sergio Luciano
«Se il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare»: sorprendente, sulle labbra di suor Giuliana, la vicepresidente della Compagnia di San Paolo, fondazione bancaria che controlla il 9,88 per cento dell’Intesa Sanpaolo, questo slogan rugbistico. Sorprendente ma vero. Continua