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Unioncamere

(Credits: ANSA)
Mai così tante imprese in Italia dall’inizio della crisi, mai così tante incognite sul loro futuro. È un quadro in chiaroscuro quello tracciato oggi dai rapporti di Unioncamere e Cgia di Mestre, due degli osservatori più acuti sull’evoluzione industriale del nostro Paese.
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Enrico Bracalente, patron di Nero Giardini
Le Pmi italiane resistono alla crisi: il 2009 è stato difficile, ma non sembra aver intaccato la solida struttura finanziaria delle 4.483 medie imprese industriali italiane. Inoltre il 64% si è detto pronto a investire nel 2010. Questi i dati dalla nona indagine di Mediobanca e Unioncamere. Il problema però rimane l’export, soprattutto verso i mercati emergenti. Continua
- Tags: assunzioni-stagionali, crisi, dati, imprese, interinale, lavoro, legge-Treu, occupazione, posto, precario, sistema-informativo-Excelsior, Unioncamere
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L’occupazione cala, ma non crolla: nel 2009 nel settore privato i posti di lavoro diminuiranno di 220 mila unità con una contrazione del 2%. È quanto emerge dal Rapporto annuale Unioncamere, presentato alla stampa, sulla base delle anticipazioni del sistema informativo Excelsior su 57 mila imprese. La flessione della domanda di beni e servizi avrà un impatto occupazionale più evidente per le imprese industriali (-2,5% tra fine 2008 e fine 2009) rispetto a quelle delle attività terziarie (-1,4%). Più contenuto dovrebbe essere il calo nel nord-ovest (-1,7%), mentre nelle altre regioni si registrerebbe un -2%.
Sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese a mostrare la più intensa contrazione occupazionale (-2,5%), specie nel manifatturiero (-3,5%).
Nel 2009 il calo dell’occupazione sarà determinato soprattutto dalla diminuzione delle assunzioni, di poco superiori alle 700 mila. Le uscite dal lavoro per pensionamento o scadenza del contratto, invece, saranno sostanzialmente in linea con quelle dello scorso anno, dice ancora Unioncamere nel suo rapporto. Nel quale si sottolinea anche come le imprese stiano cercando di non disperdere il patrimonio di risorse umane già presenti in azienda. Una conferma, in questo senso, viene dal sensibile calo dei contratti a tempo determinato, che si riducono di quasi il 50%, con un decremento di 4 punti della relativa quota percentuale. Si registra, invece, una ripresa, in termini relativi, nella quota delle assunzioni previste a tempo indeterminato e nei contratti di apprendistato specie nei servizi. Per le assunzioni stagionali, è prevista una riduzione del 15% rispetto alle previsioni formulate dalle imprese per il 2008, mentre le collaborazioni a progetto dovrebbero attestarsi sugli stessi livelli del 2008, cioé intorno alle 200 mila unità.
Se l’occupazione diminuisce, sale però di qualità. Le prime previsioni per il 2009, infatti, confermano la crescita della quota delle professioni maggiormente qualificate, mentre si registra un significativo calo degli operai. In forte diminuzione anche la domanda di assunzioni di immigrati rispetto al 2008. Secondo il Rapporto Unioncamere, sono in crescita dirigenti, impiegati con elevata specializzazione e tecnici, le cui assunzioni programmate passano dal 17 al 22%, e degli impiegati e delle professioni commerciali che salgono dal 31 al 35%. Nel 2009 le riduzioni più marcate, invece, si riscontrerebbero tra gli operai con un meno 45% e un calo di 127 mila unità e tra le professioni non qualificate con un meno 40% e una diminuzione di 42 mila unità. Le assunzioni previste di professioni specialistiche e tecniche diminuiscono del 38%, quelle di impiegati e professioni commerciali del 37%. “Al generalizzato aumento di figure di high skill“, è scritto nel Rapporto “si associa un progressivo incremento della richiesta di personale con un livello di istruzione universitario: il 12% delle assunzioni programmate, un punto percentuale in più rispetto lo scorso anno).
A commento dei dati, il presidente di Unioncamere, Andrea Mondello, dice: “Le imprese hanno fatto il loro dovere e iniziano a vedere la luce in fondo al tunnel”, sottolineando la necessità che le banche, a questo punto, investano nel capitale delle aziende. La crisi è quindi superata? “Il dato più significativo” dice Mondello “è che non vediamo una crisi, ma una congiuntura molto negativa, non drammatica”.
I prezzi aumentano e gli italiani fanno meno acquisti, al punto che per la prima volta, calano le vendite nei supermercati. Nel Bollettino flash sulle vendite nel quarto trimestre di Unioncamere, emerge che le vendite della Grande distribuzione organizzata hanno fatto registrare una flessione dello 0,3% tra luglio e agosto scorsi rispetto allo stesso periodo del 2007: contemporaneamente, il costo della spesa è aumentato del 4,8%, facendo così raggiungere ad alcuni prodotti di largo consumo, come la pasta, ben il 40% di aumento in un anno.
La contrazione delle vendite si fa sentire di più nel Nord-Ovest (-1%) e nel Mezzogiorno (-0,5%), dove peraltro i prezzi registrano un incremento maggiore che nelle altre regioni. I fatturati di iper e supermercati comunque tengono (+4,5%), malgrado siano solo gli andamenti dei nuovi insediamenti commerciali e tenere alte le performance. Nonostante la crescita più intensa dei prezzi rimanga concentrata nei reparti alimentari, tra luglio e agosto sono stati i beni per la cura della persona ad accelerare maggiormente rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
L’alimentare ha registrato un aumento del costo della spesa del 5,7%. A contribuire maggiormente all’aumento dei prezzi sono il reparto della drogheria alimentare, con costi medi unitari saliti di oltre otto punti percentuali su base annua, e i prodotti freschi, in aumento del 6,2%. A differenza della drogheria, il fresco nell’ultimo bimestre mostra un moderato rallentamento della dinamica del costo della spesa (6,2%), analogamente ai prodotti del freddo che decelerano leggermente, portandosi al 2,6%. Al contrario la cura degli animali intensifica la corsa dei prezzi, raggiungendo il 4.2%, mentre le bevande risultano stabili poco sotto il 3%.
Il reparto della cura della casa mette a segno rincari nell’ordine dell’1,5% su base annua, accelerando di circa un punto percentuale rispetto alla prima parte dell’anno. Più consistente l’aumento del costo della spesa dei prodotti per la cura della persona (2,2%). Tra le categorie di prodotti che registrano i maggiori aumenti negli ultimi 12 mesi si ritrovano la pasta di semola (+40,1%), gli oli di semi (+37,4%) e i biscotti (7,6%), merceologie che fanno parte della drogheria alimentare. Altri aumenti rilevanti sono quelli relativi a latte Uht (+10,3%) e mozzarelle (+8,7%) che si collocano nel fresco. Si contraggono, invece, i prezzi di vendita dei primi piatti pronti (-6,2%), dell’olio di oliva (-2,9%) e del bagno-doccia schiuma (-1,3%).
Per quanto riguarda, la dinamica del solo Largo consumo confezionato (Lcc: che include drogheria alimentare, freddo, fresco, cura degli animali, cura della casa e cura della persona), la flessione più ampia dei volumi si è avuta in Basilicata e Calabria (-6.3%), dove il costo della spesa ha subito un incremento superiore al dato medio nazionale. Sono invece cresciute di oltre il 3% le quantità intermediate dalla GDO in Campania, a fronte di un incremento di prezzi tra i più elevati nel bimestre. Nel complesso il numero di realtà dove i volumi di vendita nel Lcc si sono contratti nel IV bimestre è di poco inferiore alla metà del totale, a segnalare il momento di difficoltà da parte delle famiglie. Ciò non toglie che grazie all’ampiezza di scelta sulla scala di prezzo offerta, la GDO abbia continuato ad offrire al consumatore una leva lungo la quale spostarsi per modificare l’onere del costo della spesa.
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Nel 2008, meglio presentarsi al colloquio di lavoro, con in tasca la laurea. O almeno un diploma: la facilità di essere assunti, in un caso su due, è doppia.
Sale infatti al 51,1 per cento la quota di assunzioni destinate a quanti hanno completato un ciclo di studi universitari o secondari superiori, sette punti percentuali in più di quanto registrato nell’anno record 2007, quando la stessa quota era pari al 43,9 per cento di tutte le assunzioni programmate nell’anno dalle imprese in assoluto la quota più alta mai rilevata da Unioncamere e ministero del Lavoro attraverso l’indagine Excelsior 2008.
Secondo i risultati dell’indagine, che saranno al centro di un convegno in programma a Roma il 15 e 16 settembre, sono oltre 423 mila le assunzioni previste, nel corso dell’anno, dalle imprese per diplomati e laureati. Meglio poi se si cerca un impiego come economisti e ingegneri (i più richiesti tra i laureati), mentre i ragionieri detengono il primato tra coloro che hanno concluso un ciclo di studi secondario.
Entrando nel dettaglio dei dati: su un totale di 827.890 assunzioni programmate nel corso dell’anno, la richiesta più consistente è quella di diplomati (335.280). La domanda di lavoratori in possesso del titolo di studio secondario aumenta così di circa 42mila unità rispetto allo scorso anno. In termini relativi, i diplomati rappresentano il 40,5 per cento della domanda di lavoro complessiva riferita al 2008 (circa sei punti in più dell’anno precedente). Anche la domanda di laureati continua a crescere: saranno 88mila i neo-assunti con laurea nel 2008 (il 10,6 per cento del totale delle entrate contro il 9 per cento del 2007). Tra gli imprenditori appare più netto l’orientamento a collocare in azienda giovani con alle spalle il quinquennio di studi (46 per cento delle entrate di laureati con il tre + due), mentre la laurea breve concentra una quota più contenuta della domanda (21 per cento).
Fra i tipi di studio, è l’indirizzo economico a mantenere il primato delle richieste delle imprese – segnala ancora l’indagine Excelsior: 26.110 i laureati con questa specializzazione che il sistema produttivo intende assumere entro l’anno. A ruota seguono l’indirizzo di ingegneria elettronica e dell’informazione (10.500), che precede quello di ingegneria industriale (9.220) e il sanitario e paramedico (7.290).
Alle spalle delle lauree con indirizzo insegnamento e formazione (5.840) si colloca l’indirizzo chimico-farmaceutico, con 4.900 richieste. Per quanto riguarda i diplomi, i più gettonati si confermano quelli dell’indirizzo amministrativo e commerciale (111.900 assunzioni), seguito dall’indirizzo meccanico (33.840) che, rispetto allo scorso anno, ha superato l’indirizzo turistico-alberghiero (21.620). Oltre 15mila, infine, le richieste dell’indirizzo elettrotecnico.
A livello territoriale, l’indagine firmata da Unioncamere e ministero del Lavoro segnala notevoli differenze, con un forte gap tra il Nord e il Mezzogiorno d’Italia. Se nel Nord-Ovest infatti la quota di laureati e diplomati richiesti dalle imprese arriva addirittura a raggiungere il 56 per cento (il 14 per cento interesserebbe i titoli universitari, il 42 per cento quelli secondari superiori), scendendo di poco (al 52 per cento) nel Nord-Est e al Centro (50,7 per cento), è notevole invece la contrazione al Sud (poco più del 45 per cento la quota totale, con i laureati che dovrebbero incidere solo per il 7,3 per cento ed i diplomati per il 38 per cento).
A livello provinciale, le quote più consistenti di laureati sul totale delle assunzioni programmate a livello locale, dovrebbero interessare Milano, Torino, Trieste, Reggio Emilia e Roma. Quelle meno consistenti Grosseto, Lecce, Ragusa, Enna e Pistoia. Catania, Venezia, Varese, Lodi e Reggio Calabria, invece, sono le province che ricercano le quote più elevate di diplomati. Minori le opportunità, invece, per questi titoli di studio a Caserta, Foggia, Enna, L’Aquila e Messina.
Ogni impresa paga 12mila euro l’anno per la burocrazia. Totale: 15 miliardi. Questa la denuncia di Unioncamere che parla di “cronico” ritardo infrastrutturale, divario Nord-Sud, lentezza della giustizia civile e peso eccessivo della burocrazia: “criticità” del “Sistema Italia” che frenano lo sviluppo e la competitività delle aziende. A lanciare l’allarme è stato il presidente dell’associazione delle camere di commercio, Andrea Mondello: “L’Italia soffre di un ritardo infrastrutturale cronico, che si è acuito negli ultimi anni. Nel 1980 la nostra rete autostradale era più estesa di quella della Francia e lunga tre volte quella della Spagna. Oggi la Francia ci supera del 65% e la Spagna del 75%”. E aggiunge: “Il divario fra le Regioni centro-settentrionali e quelle meridionali invece di diminuire, in questi ultimi anni è progressivamente aumentato, praticamente per tutti gli indicatori. Il Pil pro capite è oggi inferiore per più del 40% rispetto a quello del centro-nord”. E critica la burocrazia: “Un quadro allarmante nonostante siano stati spesi, secondo nostre stime, oltre 200 miliardi di euro di intervento pubblico in termini reali dal 1980 al 2006 (prezzi 1993). Questo divario di sviluppo rischia di acuirsi ulteriormente, lacerando la crescita economica e sociale del nostro Paese e rischiando di allontanare definitivamente il Mezzogiorno dalle dinamiche mondiali della competizione”.
All’assemblea delle Camere di commercio di Brescia Mondello continua la sua analisi, sottolineando che “in Italia fare impresa è difficile a causa di una burocrazia troppo spesso fine a sé stessa, costosa e inefficiente. Una burocrazia che il più delle volte” ha commentato il presidente di Unioncamere “non è, dunque, un alleato, ma un ostacolo al libero sviluppo dell’intrapresa, con un costo, ogni anno, per le imprese pari a 14,9 miliardi di euro, l’1% del Pil: quasi 12.000 euro a impresa. Questa stessa pubblica amministrazione che sottrae risorse al sistema produttivo ha fatto crescere la propria presenza nell’economia. Basti pensare che sono quasi 5.000 le società controllate da Regioni ed enti locali, che per funzionare ‘hanno bisogno di 35.000 amministratori”.

Fare la spesa costa di più al nord. E per gli alimentari le due città più care in Italia sono Bolzano e Milano, che fanno registrare livelli dei prezzi più elevati di oltre il 10% rispetto alla media nazionale (rispettivamente +13,3% e +11,2%). A dirlo sono i primi risultati sulle differenze nel livello dei prezzi tra i capoluoghi di regione italiane per alcune tipologie di beni e in particolare per tre capitoli di spesa (alimentari, abbigliamento e calzature e arredamento) per un peso complessivo pari a circa il 35% della spesa per consumi delle famiglie. I dati, relativi al 2006, sono stati presentati da Istat, Unioncamere e Istituto Guglielmo Tagliacarne (qui il .pdf).
Dal lavoro, il primo nel genere, risulta, come sottolinea l’Istat, l’esistenza di differenze territoriali, spesso ampie, tra i diversi capoluoghi di regione. Complessivamente i livelli di prezzi registrati nelle città settentrionali risultano superiori a quelli dei capoluoghi del centro e soprattutto del Mezzogiorno del paese. Ciò vale, soprattutto per i prodotti alimentari e di arredamento.
Se Bolzano e Milano rappresentano le città in testa per il caro-cibo, le due meno care, sempre per quanto riguarda il capitolo alimentari, sono Napoli e Bari, con livelli di prezzi inferiori di circa il 10% rispetto alla media. Per i prodotti dell’abbigliamento e delle calzature, i due capoluoghi italiani con i livelli di prezzi elevati sono Reggio Calabria e Venezia (rispettivamente +6,5% e +5,4% sopra la media,) mentre per l’arredamento e articoli per la casa le due città più costose sono Milano e Roma (+25,8% e +12,8% sopra la media). In generale, un gruppo di città (Milano, Trieste, Genova e Bologna) registra livelli dei prezzi più elevati rispetto alla media nazionale in tutti e tre i capitoli considerati.
Sul fronte opposto, un secondo gruppo (Napoli, L’Aquila, Campobasso e Palermo) evidenzia i livelli dei prezzi inferiori alla media italiana sia nel capitolo alimentari che in quello dell’abbigliamento e calzature e dell’arredamento.
Dallo studio emerge inoltre che per quanto riguarda i prodotti alimentari si rilevano differenziali di prezzo “relativamente contenuti’ per i prodotti lavorati e “nettamente più ampi” per i prodotti non lavorati, per i quali “forme tradizionali di commercializzazione del prodotto, aspetti di localizzazione e caratterizzazione della merce commercializzata sembrano rappresentare fattori che comportano spinte verso una maggiore variabilità di prezzi”.
Il VIDEO servizio: