
Una foto storica dei 4 fratelli Benetton: da sinistra Carlo, Giuliana, Gilberto, Luciano (Credits: Imagoeconomica)
di Sergio Luciano
Articolo quinto: chi g’ha i sghei, ha vinto! recita l’antico proverbio veneto, che poi funziona benissimo anche tradotto in italiano. Chissà che sui poster Benetton in giro per il mondo non decidano di cambiare slogan: via il mitico “United colors“, così equo e solidale, e dentro quest’altro, terra-terra, ruspante, e così adeguato a questi tempi di crisi. Già, perchè sicuramente qualcuno ha vinto, su quest’annuncio di offerta pubblica di acquisto (opa) che ieri sera il colosso di Ponzano Veneto ha diramato, su pressioni delle autorità di Borsa che avevano sospeso il titolo dalle contrattazioni, dopo un balzo del 23% in poche ore registrato dal titolo. Continua

(Credits: Fabio Ferrari / LaPresse)
di Sergio Luciano
Sul The Wall Street Journal di ieri, la prima pagina era dedicata tutta all’Italia. In alto, un titolo d’apertura sul fondo arabo Aabar salito al 6,5% nel capitale di Unicredit. Di taglio, con una foto larga mezza pagina, la Costa Concordia, riversa sulla fiancata, sugli scogli dell’Isola del Giglio. Un’associazione forse non voluta. Un naufragio, vero, tragico. Accanto al naufragio, metaforico e tragicomico delle Fondazioni bancarie. Continua

Salvatore Ligresti con Tarak Ben Ammar che siede nel cda di Mediobanca (Credits: Imagoeconomica)
di Carla Teutoni
Un’operazione “di sistema”, da tempi di vacche magre; una concentrazione oligopolistica; una manovra politicamente trasversalissima, addirittura post-partitica; un salvataggio connotato, forse per la prima volta, da un dato generazionale, che mette alla ribalta una serie di attori giovani, tutti men che cinquantenni. L’acquisizione (o meglio il salvataggio) di Fonsai da parte di Unipol siglata ieri a Milano – che orà entrerà nella fase di trattativa particolareggiata, in esclusiva fino al 23 gennaio, tra l’Unipol e la famiglia Ligresti - è tutte queste cose insieme. Continua

Manifestazione di disoccupati a Napoli - Lapresse
Donne più resistenti, stranieri i più colpiti. Il momento negativo del mercato del lavoro non ha coinvolto tutti nello stesso modo. La disoccupazione è cresciuta nel 2009 superando l’8,5%, tornando ai livelli del 2004. Sono più di due milioni, dalle ultime rilevazioni, le persone in cerca di lavoro. Continua

Nei paesi in via di sviluppo le migrazioni migliorano la condizione delle donne: è più facile l’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie per le bambine che vivono in famiglie con almeno un membro occupato all’estero.
Lo rivela un rapporto della Banca mondiale (qui il .pdf) che evidenzia una diminuzione del 66% del lavoro minorile nelle famiglie di migranti. La spiegazione è da cercare nelle rimesse: milioni di dollari che ogni anno si riversano sui paesi d’origine con due funzioni principali, come spiega Laura Zanfrini, autrice del volume Sociologia delle migrazioni per Laterza: “La prima è anticongiunturale: quando una nazione è in crisi, arrivano più rimesse. La seconda finalità è di sostituzione dello stato sociale in quei paesi dove non c’è un welfare”. Dal 1990 a oggi l’8 % in più delle persone nei paesi poveri accede all’istruzione primaria e secondaria: in tutte le nazioni le donne hanno fatto passi in avanti tra i banchi di scuola. Perché è così importante migliorare l’educazione femminile nelle nazioni in via di sviluppo? Lo spiega la Banca Mondiale sul suo sito: “I tassi di mortalità in genere diminuiscono, quelli di natalità calano, e crescono le prospettive per le prossime generazioni nei settori della sanità e dell’istruzione”.
Sono fenomeni già avvenuti in Italia: “Per esempio” ricorda Paola Corti, docente di storia contemporanea a Torino e autrice di un libro sulla storia delle migrazioni “basti pensare al matriarcato della montagna nelle nazioni alpine: durante l’Ottocento le partenze alla ricerca di lavoro di uomini e ragazzi modificarono i ruoli all’interno della famiglia e consentirono alle donne di esercitare attivamente i loro diritti”.

Buone notizie dal mondo del lavoro: la disoccupazione nel 2006 si è attestata a livelli mai così bassa da 13 anni a questa parte, da quando cioè esistono dati confrontabili. Secondo l’Istat (qui il testo integrale in .pdf), infatti, il tasso dei senza lavoro è sceso al 6,8% rispetto al 7,7% del 2005 toccando i minimi dal 1993. La riduzione del numero dei disoccupati, spiega l’Istat, ha riguardato soprattutto il Mezzogiorno dove ha interessato sia gli uomini sia, in misura più ampia, le donne. Per gli stranieri il tasso si attesta all’8,6% (5,4% per gli uomini e 15,4% per le donne). Nella media del 2006, aggiunge l’Istituto di statistica, il numero delle persone in cerca di occupazione è diminuto in confronto a un anno prima dell’11,4% (-215mila unità). L’area della disoccupazione ha registrato una riduzione consistente sia nella componente maschile sia in quella femminile del Mezzogiorno. In quest’area, al calo della disoccupazione si è associato un aumento dell’inattività.
Anticipando il solito balletto dei numeri e dei meriti, va detto che sono gli stranieri ad aver spostato verso l’alto la soglia degli occupati nel 2006 (più 1,9%, pari a 425mila unità, rispetto al 2005): la crescita dell’occupazione straniera è stata pari a 178mila unità (+99mila uomini e +80mila donne).
Sempre nella media, sottolinea l’Istat, l’occupazione totale è cresciuta, rispetto al 2005, del 2% al Nord (+226mila unità, di cui 113mila stranieri), del 2,1% al Centro (+94mila unità, di cui 43mila stranieri) e dell’1,6% nel Mezzogiorno (+105mila unità, di cui 21mila stranieri). L’occupazione a tempo pieno nel 2006 ha registrato, rispetto al 2005, una crescita dell’1,4 %(+268.000 unità); quella a tempo parziale un progresso del 5,4% (+157.000 unità).

8 marzo: tempo di mimose e sondaggi. Quelli sulla parità dei generi, il potere alle donne e le discriminazione sessuali. E tutti con il solito ritornello: le donne non stanno peggio di una volta ma potrebbero stare meglio. In quanto a carriera lavorativa e poltrone nei posti che contano.
Tra i numeri percentuali che circolano in questi giorni per dipingere il ritratto della donna del 2007, c’è il rapporto della Commissione europea (qui il .pdf) che evidenzia il “pay-gap” tra donne e uomini, cioè la differenza di stipendio che nei 27 Paesi Ue è ancora del 15 per cento. Ovviamente a sfavore delle donne.
Per quanto riguarda le femmine italiche c’è poi il monito del Social Watch che “boccia” il nostro Paese per lo scarso potere politico e la difficile condizione economica delle donne (i risultati della ricerca sono a pagina 56 della sintesi in italiano del rapporto qui il .pdf).
Infine il rapporto Eurostat che sancisce: le donne dell’Unione europea continueranno a vivere più a lungo degli uomini nei prossimi 40 anni. Ma lo sforzo titanico nella raccolta di dati da sciorinare per la festa della donna l’ho ha fatto Avon, la multinazionale americana di cosmetici. Ha presentato, alla sede delle Nazioni Unite, il primo sondaggio al femminile per estenzione mai realizzato: 8.000 donne intervistate in 16 Paesi diversi. Lo scopo: misurare i livelli di soddisfazione e di empowerment (letteralmente, responsabilizzazione) femminile.
Questi i risultati: la soddisfazione è massima per quanto riguarda gli aspetti più personali, come il controllo sulla propria vita (92 per cento si dichiara molto/abbastanza soddisfatta) e la libertà decisionale in materia religiosa (l’89 per cento). Su lavoro e carriera, solo quattro donne su dieci sono soddisfatte dell’opportunità di trovare un posto ben pagato e perseguire la carriera. In tutti i Paesi (sviluppati e in via di sviluppo), infine, la maggioranza delle intervistate ritiene che tra dieci anni una donna diventerà capo di stato del loro Paese. Effetto Ségolène?