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Usa

(Credits: iStockphoto)
La buona notizia l’ha annunciata il presidente Barack Obama dagli impianti produttivi di Rolls Royce, vicino a Richmond in Virginia. Per la prima volta negli ultimi tre anni, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è sceso sotto l’8,5%, grazie ai posti di lavoro creati dagli imprenditori. Continua
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Quando lo accusano di voler collaborare con le aziende automobilistiche contro cui dovrebbe combattere, Bob King, dallo scorso giugno presidente del potente sindacato United auto workers (Uaw), risponde che il suo obiettivo è ben altro. Nei prossimi 4 anni, quanto dura il suo mandato, intende cambiare per sempre la faccia di un’organizzazione che per 75 anni si è occupata solo di migliorare le condizioni dei lavoratori di Chrysler, General Motors e Ford, salvo poi ritrovarsi ad accettare duri sacrifici per sopravvivere alla crisi. Continua

La Lavazza mette un nuovo tassello nella sua strategia di crescita. Sbarca in Nord America e acquista il 7% del capitale ordinario della Green Mountain Coffee Roasters, azienda leader del caffè in cialde. L’accordo, che sarà formalizzato a settembre, ha un valore di 250 milioni di dollari ed è l’operazione più grande mai realizzata dall’azienda all’estero.
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Sergio Marchionne
Non è un’estate semplice per l’ad Fiat Sergio Marchionne, chietino di nascita, canadese di adozione. Almeno in Italia. Nonostante un conterraneo illustre come il leader Cisl, Raffaele Bonanni, abbia dichiarato a Panorama: “Marchionne non fa ricatti, vuole certezze. E ha ragione. Per questo troveremo la soluzione a tutti i problemi, alla faccia di chi non ha capito che la musica è cambiata”. Di fatto le scelte del manager hanno attirato le critiche di molti, tra i sindacati (Fiom in testa), in Confidustria, nel Palazzo della politica, a destra come a sinistra. Continua

General Motors volta pagina: quella che è stata per 77 anni la prima casa automobilistica al mondo farà bancarotta, mettendo così un punto alla sua storia poco più che centenaria. Si chiude un’era per l’industria dell’automobile americana. GM per decenni è stata la più grande impresa americana arrivando a occupare oltre un milione di dipendenti con gli stipendi più alti tra gli anni ‘50 e ‘60 creando quella middle class che ha rappresentato il principale fattore di sviluppo economico degli Stati Uniti.
Ora si ritroverà con il Governo primo azionista, con una quota del 60% a fronte di ulteriori aiuti per 30,1 miliardi di dollari: alcuni osservatori già chiamano ‘Government Motors’ la società che emergerà dalla bancarotta.
“Manterremo la quota non più del necessario” spiegano dall’amministrazione Obama, precisando che il Governo “non intende interferire o esercitare controllo sulla gestione giornaliera. Nessun rappresentate del Governo sarà impiegato nel consiglio di amministrazione o nella societa”‘.
Gm farà ricorso al Chapter 11, sezione 363 (quella che nel codice fallimentare statunitense prevede una vendita rapida dgeli asset il cui valore rischia di essere azzerato in caso di bancarotta prolungata), fra poche ore, prima dell’apertura di Wall Street, presso il Tribunale di New York, quello che già ospita il caso Chrysler.
La bancarotta di Gm, data la sua taglia e la sua maggiore complessità, durerà più a lungo di quella della più piccola delle case automobilistiche di Detroit: l’amministrazione prevede 60-90 giorni.
Per facilitare nell’ambito del processo di bancarotta la vendita degli asset della vecchia Gm a una nuova società, il Tesoro concederà un finanziamento debtor-in-possession pari a 30,1 miliardi di dollari. Oltre a questi fondi “il Tesoro non prevede ulteriore sostegno finanziario per Gm. Anche in uno scenario particolarmente conservativo riteniamo - osservano dall’amministrazione - che i fondi siano sufficienti per far tornare Gm a crescere. Anche perchè quella delineata è una soluzione permanente per Gm”. Oltre a una quota di circa il 60%, il Tesoro riceverà 8,8 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
Alla ristrutturazione di Gm parteciperà anche il Canada.
Ottawa e il Governo dell’Ontario stanzieranno finanziamenti per 9,5 miliardi di dollari. In cambio riceveranno il 12% della nuova Gm, oltre a circa 1,7 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
L’amministrazione plaude agli sforzi effettuati dal sindacato United Auto Worker (Uaw), il cui fondo Veba si troverà a controllare il 17,5% di Gm con l’opzione di salire di un ulteriore 2,5%. Il Veba, che potrà nominare un direttore indipendente al consiglio di amministrazione ma che non godrà di diritti di voto, riceverà anche 6,5 miliardi di dollari di azioni privilegiate con un dividendo del 9% annuo.
Il 10% della nuova società andrà ai creditori non garantiti: è stato proprio il loro via libera alla nuova proposta di ristrutturazione avanzata dal Tesoro a spianare la strada al Chapter 11. Il 54% degli obbligazioni hanno aderito alla proposta che offre ai creditori un iniziale 10% con l’opzione di salire di un ulteriore 15%.

La grande catena di distribuzione americana Walmart, che vanta una presenza già ben consolidata sul mercato cinese con 227 negozi gestiti da 70.000 dipendenti, si prepara in questi giorni a sbarcare in India. La prossima settimana il gigante statunitense aprirà il suo primo punto vendita nel subcontinente in collaborazione con il colosso locale Bharti Enterprises.
Dal momento che in India gli investimenti diretti esteri nel settore della distribuzione sono vietati allo scopo di proteggere gli operatori nazionali, per Walmart la scelta di associarsi a un partner locale è stata inevitabile. L’accordo tra i due distributori per una joint venture al 50% é stato raggiunto nel 2007, e il primo outlet verrà inaugurato ad Amritsar, nello stato settentrionale del Punjab, ma i due rivenditori hanno già previsto di aprirne almeno altri dieci nelle principali città del Paese. L’ampiezza di ogni negozio oscilletà tra i cinque e i diecimila metri quadrati, in cui dovrebbero riuscire a trovare lavoro un totale di cinquemila persone.
L’investimento di Walmart e Bharti è stato fatto tenendo in considerazione le stime di uno studio che prevede che il valore del settore delle vendite al dettaglio in India, pari oggi a circa quattrocento miliardi di dollari, possa raddoppiare entro il 2015.
Fino ad oggi sono riusciti ad accedere al mercato indiano della grande distribuzione colossi internazionali come Metro (Germania), Tesco (Stati Uniti) e Marks and Spencer (Regno Unito), mentre i francesi di Carrefour sono ancora alla ricerca di un partner con cui mettere in piedi una joint venture.

“Fifty-fifty: abbiamo il 50 per cento di possibilità di recuperare il contratto e il 50 per cento di perderlo”. Alla Finmeccanica è scattato l’allarme: una delle maggiori commesse degli ultimi anni rischia di saltare, quella per la fornitura dell’elicottero Vh71 destinato al presidente americano (chiamato Marine One quando è a bordo l’inquilino della Casa Bianca).
Si tratta di 27 velivoli ipertecnologici prodotti dalla Agusta-Westland che il segretario alla Difesa Robert Gates vuole tagliare dal budget delle spese militari. Motivo ufficiale: la crisi economica e i costi raddoppiati rispetto al piano iniziale. C’è da aggiungere un pizzico di protezionismo economico, dato che il presidente avrebbe volato su mezzi per la prima volta non americani. Così l’amministrazione Usa vuole rompere il contratto, trattenere i nove elicotteri già consegnati (pagati 3,7 miliardi di dollari) e versare una penale di centinaia di milioni. Ma la Finmeccanica non intende rinunciare a una commessa da 13 miliardi, anche perché l’annullamento sarebbe il preludio a una nuova gara che avvantaggerebbe la Sikorsky, fabbrica elicotteristica americana che da sempre fornisce i Marine One, sconfitta nel 2005.
La controffensiva della Finmeccanica per mantenere in piedi il contratto si sviluppa su diversi fronti.
Primo: l’occupazione. Se la commessa venisse annullata, non potrebbero essere avviate le fabbriche americane destinate ai Vh71 e perderebbero il posto come minimo 4 mila dipendenti del gruppo nelle fabbriche britanniche. Da qui la pressione italiana su Londra perché riprenda la sua attività di lobbying sul Congresso Usa.
Secondo: l’immagine. Se nessuno, nemmeno Gates, ha messo in dubbio che gli elicotteri italiani siano perfettamente in linea con le richieste, e se è vero, come è stato dimostrato, che il costo è raddoppiato in seguito a specifiche richieste degli americani, occorre trovare agli occhi dell’opinione pubblica un motivo valido per annullare un contratto, che la controparte ha rispettato, e per giustificare la spesa di circa 4 miliardi di dollari (penale compresa) per nove elicotteri non più destinati a Obama.
Terzo (e decisivo): la commessa italiana. L’F35 è un aereo da combattimento invisibile ai radar prodotto dall’americana Lockheed Martin del quale l’Italia (attraverso un’altra società del gruppo Finmeccanica, l’Alenia) è il secondo fornitore di componenti. Le forze armate italiane si sono impegnate a comprare 121 esemplari spendendo circa 10 miliardi di euro. Soldi che andrebbero nelle casse di una società Usa. Ad autorizzare la spesa deve essere il Parlamento, che si esprimerà in giugno; guarda caso lo stesso mese il Congresso americano dovrà dare il proprio parere sulla rinuncia ai Vh71. Se i parlamentari decidessero a favore del taglio che danneggerebbe Finmeccanica, la commessa italiana, che favorirebbe l’americana Lockheed Martin, potrebbe essere a rischio.