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usura

Usura, 200 mila imprese costrette a chiudere

Un manifestante del No Usura Day (Credits: GUIDO MONTANI/ANSA)

Un manifestante del No Usura Day (Credits: GUIDO MONTANI/ANSA)

È un’altra delle tante facce della crisi, una delle più nascoste ma allo stesso tempo una delle più insidiose e drammatiche. Stiamo parlando del fenomeno dell’usura, una vera e propria piaga che ha costretto alla chiusura  200 mila imprese negli ultimi tre anni e che secondo alcune stime genera un giro d’affari di 20 miliardi di euro all’anno. Sono questi alcuni dei dati più significativi contenuti in una ricerca resa nota oggi da Sos Impresa-Confesercenti in occasione del “No usura day”. Continua

Mafia spa, utile da 70 miliardi. Crescono i beni sequestrati

Blitz dei carabinieri anti mafia | (Ansa)

Blitz dei carabinieri anti mafia | (Ansa)

Se fosse un’azienda sarebbe la prima in Italia. E anche una multinazionale con investimenti in tutto il mondo, dal Venezuela alla Cina. Ma purtroppo si tratta di criminalità organizzata: la Mafia Spa ha fatturato nel 2009 135 miliardi di euro. Con almeno 70 miliardi di utile. Continua

Finanza sporca. San Marino lava più bianco

piazza della LIbertà nella Repubblica di San Marino

È una finanza senza regole quella che emerge dalle indagini sul paradiso fiscale San Marino. Una finanza alimentata dall’evasione fiscale di italiani, che viene sfruttata dalle banche sammarinesi per insinuarsi nell’economia nazionale in modo illecito. Questa è la prima conclusione dell’inchiesta condotta dai pm di Forlì Fabio Di Vizio e Marco Forte sulle attività della Cassa di risparmio di San Marino.
L’indagine è nata l’anno scorso, quando la squadra mobile di Forlì fermò un portavalori che trasportava nella microrepubblica 2,6 milioni di euro in contanti. Da quel sequestro sono partiti controlli che scuotono il segreto bancario del Monte Titano. Le indagini di Di Vizio hanno permesso di verificare, per esempio, che il 70 per cento degli assegni in arrivo a San Marino proviene da tre regioni ad alto tasso criminale: Campania, Calabria e Sicilia.
Il pm ha constatato che spesso anche le banche italiane aggiravano i sistemi informatici antiriciclaggio non segnalando i loro rapporti con le controparti sammarinesi. E soprattutto ha mostrato che la Cassa di risparmio di San Marino controllava illecitamente un gruppo bancario in Italia (ora commissariato) gestito senza seguire le regole bancarie.
Si chiama gruppo Delta e ha sede a Bologna. Suo compito era raccogliere soldi e trasferirli sul Titano, poi farli rientrare in Italia investendoli in attività formalmente legali. Da queste scoperte sono partiti gli ordini di arresto (e oltre 35 avvisi di garanzia) per tutto il top management della Cassa di risparmio di San Marino, il più grosso istituto del Titano. In carcere sono finiti il presidente Gilberto Ghiotti, il direttore Luca Simoni, l’amministratore delegato Mario Fantini, Gianluca Ghini, direttore generale della Carifin sa (controllata dalla cassa), e il consigliere della cassa Paola Stanzani.
Sulla Delta s’è anche appuntata l’attenzione della Banca d’Italia. Dal gruppo dipende una ragnatela di società attive pure nel credito al consumo attraverso la Carifin e la Plusvalore. Gli ispettori della Banca d’Italia, che hanno terminato il loro lavoro il 4 febbraio, hanno verificato che la Cassa di risparmio di San Marino era illecitamente il socio occulto di maggioranza della Delta.
Soprattutto, hanno rilevato che a chi chiedeva un mutuo le finanziarie fornivano informazioni apparentemente truffaldine. Il tasso, infatti, non inglobava le spese per l’incasso delle rate e, si legge nel rapporto, “ciò ha comportato il superamento del tasso soglia per un numero elevato di posizioni (dall’analisi ispettiva: 9.882 casi nel primo semestre 2008)”. Tradotto: prestiti a tassi d’usura.
Lo stesso viene imputato alla Plusvalore che, applicando lo stesso sistema, ha prestato danaro a tassi d’usura in 2.104 casi. Ma le persone raggirate possono essere molte di più, perché gli ispettori hanno considerato solo le posizioni che eccedono di 1 punto percentuale il tasso soglia.
Per prestare soldi a famiglie e imprese bisogna anche raccoglierli. Anche qui illeciti del gruppo Delta, secondo i verbali dei circa 70 interrogatori condotti dal pm Di Vizio. Uno di questi riguarda un imprenditore veneto (recidivo, in quanto già indagato dalla Guardia di finanza di Cremona sempre per evasione fiscale) che ammette: “In pratica acquistavo in nero e vendevo in nero” attraverso il pagamento di “fatture per operazioni inesistenti”. Il danaro veniva poi trasformato “sotto forma di assegni circolari non trasferibili che poi versavo alla Carifin”; “in due anni avrò portato circa 2 milioni di euro”. I magistrati e la squadra mobile di Forlì hanno però accertato che l’evasione dell’imprenditore non è inferiore ai 18 milioni.
La Carifin, ligia al segreto bancario, “non invia corrispondenza a domicilio e non telefona mai”. Con i dirigenti della finanziaria “abbiamo anche parlato delle cautele da adottare nel senso di non lasciare carte in giro, è per questo che distruggevo gli estratti conto”. L’interrogato aggiunge: “Tutto il mondo sa quello che si fa a San Marino, gli imprenditori dell’area geografica da cui provengo conoscono bene questa possibilità di operare il trasferimento irregolare di fondi e credo ormai che San Marino in questo abbia sostituito la Svizzera”.
Nella gran mole di carte che il pm forlivese ha raccolto emerge anche il sospetto che il Titano venga usato come bancomat da parte della criminalità organizzata. Sta di fatto che su 1,1 milioni di assegni esaminati il 70-75 per cento è stato emesso da banche delle regioni meridionali e questo allarga di molto l’ambito dell’indagine.
Da una parte si è mossa la direzione nazionale antimafia e dall’altra il Gafi: l’organismo dell’Ocse che si occupa di antiriciclaggio incaricato di redigere la lista nera dei paesi che coprono evasori fiscali e capitali illegali ha chiesto lumi. Con una lettera zeppa di domande rivolte alle autorità sammarinesi il Gafi vuole verificare la legislazione antiriciclaggio della repubblica. Probabilmente avrà la stessa delusione dei magistrati forlivesi: i poteri delle autorità di polizia a San Marino sono praticamente inesistenti, al punto che il corpo interforze della repubblica (una sorta di Guardia di finanza) non può effettuare ispezioni fiscali.
È per questo che San Marino potrebbe non uscire, come vorrebbe, dalla “lista grigia” dei paradisi fiscali per entrare in quella “bianca” che gli consentirebbe di intrattenere normali rapporti finanziari con il resto del mondo. Ecco perché l’inchiesta forlivese fa paura: è la dimostrazione che San Marino assomiglia molto a una lavanderia.

Strozzate dall’usura: nel 2008, 15mila imprese costrette a chiudere

Banconote da 100 euro
Crisi-capestro, quella attuale. Che “rende le piccole imprese più esposte agli usura”. Nel 2008 sono state 15.000 quelle costrette a chiudere i battenti perché “sovraindebitate e spesso strozzate”. E poiché i primi dati del 2009 confermano questa tendenza, è partito l’allarme. A lanciarlo il presidente di Confesercenti Marco Venturi che chiede alle banche diverse modalità nell’erogazione del credito.
Nella sua relazione ieri all’assemblea della confederazione, dove sono intervenuti anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, Venturi ha parlato di imprenditori impauriti dalla criminalità e di “fallimenti e protesti” che “segnalano l’urgenza di contrastare la fragilità finanziaria delle piccole aziende”. “Dobbiamo evitare di rispondere alle difficoltà dando loro l’ombrello quando splende il sole e togliendolo quando comincia a piovere”, è la stoccata riservata alle banche che devono assumere “un ruolo diverso, più funzionale alle strategie di sviluppo del paese”.
“I piccoli imprenditori hanno paura, stretti tra la violenza della criminalità comune e la morsa di quella organizzata che gestisce un volume di ‘affarì di oltre 130 miliardi di euro. Buona parte di questi - dice Venturi - arrivano dal taglieggiamento imposto alle imprese e dall’usura che cresce in modo esponenziale a causa della crisi economica e delle difficoltà degli imprenditori ad accedere ai finanziamenti bancari. Se l’unica chance che ci rimane è quella del ricorso all’usuraio allora è meglio chiudere prima”. “Solo sostenendo i consorzi fidi, con adeguati finanziamenti finalizzati ad aiutare le piccole e medie imprese, si potranno evitare inutili sofferenze, minacce e ricatti”, secondo il presidente dei commercianti.
Inoltre, le Pmi “devono essere liberate anche da quell’economia sommersa, favorita da migliaia di immigrati clandestini e di furboni nostrani pronti ad alimentare la concorrenza sleale contro chi rispetta regole costose e spesso incomprensibili. è ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco del denaro pubblico versato dai cittadini e dalle imprese. La grande svolta che serve è quella di cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo”. La riforma federale, che non deve servire in nessun modo a moltiplicare poltrone o aumentare la pressione fiscale, avverte Venturi, “prevede il taglio di circa 50.000 consiglieri ed assessori di Comuni, Province e Circoscrizioni. Bene, se son rose fioriranno”.

Sul fronte della crisi economica il presidente di Confesercenti fa una richiesta precisa al governo: un bonus fiscale alle imprese che non riducono gli occupati e uno sgravio ulteriore per chi aumenta i dipendenti. Una soluzione adottata in Spagna che si dovrebbe attuare all’interno della manovra già annunciata dall’esecutivo. “E non ci si venga a dire” ha incalzato “che non ci sono risorse. Servono soldi? Allora via le Province e le comunità montane, insomma via le troppe poltrone”. “È ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco di denaro pubblico”, ha detto, e serve una “grande svolta” per “cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo. “Gli italiani sono stufi e le istituzioni devono prenderne coscienza”.

Banche: le aziende usurate ora si ribellano

di Edmondo Rho

Grazie a un meccanismo perverso, provocato dall’aumento della commissione di massimo scoperto, le banche possono trasformarsi in veri e propri usurai. Ma ogni tanto le loro vittime, di solito piccoli imprenditori, non si rassegnano e cercano, tra Prefetture e aule di Tribunale, di ottenere giustizia. Panorama ha incontrato alcuni protagonisti di questa battaglia, i David della piccola impresa che sfidano i Golia del sistema bancario. A partire da Emidio Orsini, 58 anni, imprenditore di Ascoli Piceno nel settore degli appalti pubblici: è stato il primo in Italia a ottenere, nel 2005, il decreto del Prefetto in cui viene dichiarato vittima dell’usura da parte degli istituti di credito.
Tassi d'usura a causa della commissione di massimo scoperto.

Emidio Orsini

E ora ha avuto una prima soddisfazione anche sul fronte penale: “Il 18 marzo scorso la Procura della Repubblica di Ascoli ha chiesto il rinvio a giudizio in base all’art. 644 del codice penale, ovvero usura nei miei confronti, per quattro dirigenti bancari”. Si tratta di Enrico Pernice, già direttore generale della Banca Antonveneta, Gustavo Greco, Massimo Bianconi, entrambi già amministratori delegati della Bna (nel frattempo assorbita dall’Antonveneta) ed Emanuele Gallotta, già direttore generale della Bna. Peccato che nella contemporanea causa civile i tempi siano biblici: “L’udienza con la Banca Antonveneta è stata rinviata da novembre 2007 a maggio 2011”, racconta Orsini.
La sua lotta contro l’usura iniziò quasi per caso: a fine 2004, “ facendo ricostruire due conti correnti, dal programma informatico del nostro consulente Pietro Perla emergeva che dal 1997 il tasso d’interesse sui finanziamenti era quasi sempre al di sopra del tasso soglia d’usura: avevamo diritto a riavere 350 mila euro. Feci la richiesta e come risposta le banche mi imposero il rientro dai fidi: consideri che avevamo 19 conti in 11 banche diverse”. A quel punto la sua Orsini srl, dopo aver diminuito i 70 dipendenti e i 10 milioni di euro di fatturato per le difficoltà del settore degli appalti pubblici, rischiava il fallimento: “La mia fortuna è stata di andare in Prefettura, grazie a un’idea del mio avvocato Nazario Agostini”, ricorda Orsini. Perché in Prefettura? “Perché la legge 44 del 1999 all’art. 20 garantisce alle vittime di usura e estorsione la sospensione di ogni azione esecutiva, da parte di chiunque: è un provvedimento che prende il Prefetto, visto il parere favorevole del Presidente del Tribunale. Io sono stato il primo a ottenerlo in Italia, dopo di me solo in Provincia di Ascoli sono arrivate almeno altre 50 richieste”.
Così Orsini è protetto rispetto alle pretese dei creditori. E ha iniziato altre azioni, aprendo anche il suo sito. “Abbiamo ricevuto centinaia di richieste d’aiuto. Molti imprenditori sono in difficoltà ma non se la sentono di fare causa. Ormai è una battaglia di civiltà, le banche non possono continuare a farla da padrone”, sostiene. E racconta come ha chiesto e ottenuto anche l’accesso al Fondo di solidarietà anti-racket e anti-usura: “In tutto ho avuto il beneficio di 200 mila euro ma non mi sono stati ancora erogati”, spiega l’imprenditore. E aggiunge: “Io risulto creditore, secondo i conteggi dei consulenti della Procura, nei confronti del sistema bancario di quasi 2 milioni di euro. Ciò nonostante i miei usurai, le banche, mantengono il titolo esecutivo nei miei confronti: ho bloccato un patrimonio immobiliare di quasi 4 milioni di euro e le banche hanno in mano fidejussioni personali per circa 3 milioni di euro”.
Ma come si arriva a questa situazione? “In tutte le srl italiane ci sono fidejussioni garantite dal patrimonio dei soci, quindi le banche possono portare via le case di famiglia agli imprenditori falliti”, sintetizza Andrea Consoli, portavoce della nuova asociazione Disastro derivati. In molti casi, infatti, i complicatissimi strumenti finanziari derivati rappresentano la botta finale per i piccoli imprenditori già in difficoltà. Ma, per quanto riguarda in particolare l’usura, “il problema principale è che le banche non considerano la commissione di massimo scoperto nel costo del denaro: varie Procure, a partire da Ascoli Piceno e Palmi, per fortuna contestano questa interpretazione” spiega Gennaro Baccile, portavoce nazionale dell’associazione Sos utenti.
Secondo i dati della Banca d’Italia dopo il 1997, quando la legge ha introdotto il tasso-soglia anti usura, la commissione di massimo scoperto è quasi raddoppiata passando in media dallo 0,437 per cento del 1997 allo 0,810 per cento del 2006. E questo, mentre i tassi crollavano. Cosa significa? Secondo Sos utenti, la commissione di massimo scoperto comporta un aggravio tra il 4 e l’8,5 per cento annuo, a seconda dell’aliquota applicata al cliente, “e in questo modo il tasso di usura viene abondantemente superato”, accusa Baccile. La soglia massima concessa, fino al 31 marzo scorso, è pari al 14,76 per cento per i fidi oltre 5 mila mentre è del 19,5 per cento su quelli inferiori a 5 mila euro. Non solo. La legge anti usura è entrata in vigore nel 1997, “quando ogni 100 euro di interessi le banche ne incassavano 4,48 di commissioni di massimo scoperto”, ricorda Baccile, “mentre nel 2005 si è arrivati a 13,5 euro ogni 100 di interessi: gli incassi da commissioni sono triplicati”. Insomma, fatta la legge trovato l’inganno? Secondo l’Adusbef, una delle principali associazioni di difesa degli utenti bancari, le commissioni di massimo scoperto incidono per 40 miliardi di euro all’anno.
E poi, ci sono gli errori. O presunti tali. Come quelli che racconta Annalisa Faglioni, 52 anni, gà titolare di una ditta di abbigliamento, nel distretto di Carpi, provincia di Modena: aveva sette dipendenti e un fatturato di 2,6 milioni di euro nel 2006. “Ma la nostra crescita è stata bloccata”, accusa Faglioni, “da un lato con i contratti derivati, per cui ho denunciato penalmente i dirigenti della Banca Agricola mantovana del gruppo Mps, dall’altra con le segnalazioni alla Centrale rischi della Banca d’Italia”. E la storia che racconta Faglioni è paradossale: “Dal 2003 al 2006 un’altra banca con cui lavoravo mi segnalava tutti i mesi come debitore a rischio. Poi l’istituto ha definito queste segnalazioni una ‘anomalia del computer’ e a gennaio 2007 ha ammesso con la Banca d’Italia il suo errore, ma nel frattempo tutte le altre banche mi avevano chiuso i fidi”. Su questo episodio è in corso un’indagine della magistratura: Faglioni ha presentato nel maggio scorso una denuncia alla Procura della Repubblica di Modena. Ma il paradosso non finisce qui. “A luglio il Prefetto mi ha riconosciuto il beneficio della sospensione dei termini: ciò nonostante a novembre il Tribunale di Modena ha dichiarato il mio fallimento, accogliendo la richiesta di due fornitori che vantavano insieme un credito di poco superiore ai 30 mila euro. Ironia della sorte: anche se sono fallita, il 19 marzo scorso ho avuto il rinnovo del decreto prefettizio per altri 300 giorni”, racconta amara Faglioni.
Per un errore è stata segnalata come debitore a rischio ed è fallita.
Annalisa Faglioni
La mano destra non sa quello che fa la sinistra? “Sì, ora sto facendo ricorso in Cassazione. Ho trovato un Tribunale che ha deciso di non applicare la legge. E in appello i giudici hanno riconosciuto che nella fase pre fallimentare le mie ragioni avrebbero dovuto essere accolte: ma siccome ormai sono fallita, hanno respinto il ricorso rinviando le decisioni di merito al giudice fallimentare”. Oltre al danno, la beffa? “Già, anche perché le banche hanno potuto inserirsi nella procedura del fallimento, chiedendo complessivamente 350 mila euro, mentre secondo le nostre perizie gli istituti di credito dovrebbero restituirci un milione di euro di maltolto”. E Faglioni accusa: “C’era una scelta deliberata, per farmi saltare e portarmi via l’azienda e la casa. Io da due anni non posso più lavorare, ho perso tutto e vivo aiutata dalla mia famiglia: l’alternativa sarebbe stata rivolgersi agli strozzini.”
Una strada, quest’ultima, che è stato invece costretto a percorrere Giovanni Casalegno. Piccolo imprenditore torinese, 53 anni, da un quarto di secolo fa il pendolare con Vercelli dove produce pannelli di poliuretano per il risparmio energetico. “Un istituto mi ha chiuso il fido di 80 mila euro nonostante avessi depositato in garanzia altrettanto in Bot. E non avendo più credito con le banche, per evitare il fallimento ho dovuto chiedere 25 mila euro agli strozzini, restituendone dopo un mese quasi 30 mila”, racconta. Le sue due società, la Thermopol e la Vetrolan, avevano un fatturato complessivo di 4 milioni di euro fino al 2004 con nove dipendenti. Oggi il giro d’affari è ridotto a meno di 700 mila euro, con tre dipendenti. “Mi è successo quello che accade a molti piccoli imprenditori: prima le banche ti chiedono fidejussioni, case, capannoni e impianti in garanzia, poi arriva il momento in cui decidono di non finanziarti più. Avevo oltre un milione di euro di affidamento con quattro banche, quando cominciano a chiuderti i rubinetti non riesci più a lavorare”, ricorda Casalegno.
L’imprenditore si è rivolto alla Sos utenti. Iniziando l’azione in sede civile e ottenendo un primo risultato: “Secondo il consulente tecnico nominato dal Tribunale di Vercelli, il nostro conto con la Banca di Roma ha sforato il tasso di usura in 29 trimestri su 31, quindi quasi sempre per otto anni”, spiega. “Ci dovrebbero restituire 300 mila euro, contro i 290 mila del nostro debito”. L’imprenditore è comunque amareggiato: “Purtroppo se il cliente fa causa alla banca, è rovinato come immagine. Per non parlare dei tempi della giustizia civile: siamo partiti nel 2004 e la prima udienza sarà finalmente a fine aprile 2008. E intanto, io sono in un limbo”. In che senso? “La legge prevede la possibilità per il Prefetto di concedere la sospensione dei termini, purché ci sia il parere del Presidente del Tribunale. Il quale però mi ha spiegato di “non avere gli elementi” per dare il suo parere. E ciò nonostante il consulente del Tribunale sostenga che la banca ha sforato il tasso di usura”, racconta Casalegno. Che aggiunge: “Voglio lottare fino all’ultimo, ho una dignità e due figlie da mantenere. Non devono avere un padre fallito: io lavoro onestamente da sempre”. E se invece la fanno fallire? “Si prendono capannoni e impianti, per i quali la nostra famiglia ha investito oltre 4 milioni di euro, oltre alla casa di proprietà. Ma vi pare giusto?”
La banca gli ha chiuso il fido e ha dovuto rivolgersi agli strozzini.
Giovanni Casalegno

Islam sul conto corrente: sempre più business secondo la sharia

La home page del sito dell'Islamic Bank of Britain
Cosa pensereste se un banchiere vi chiedesse di mettere il vostro denaro in una banca che per statuto non può: guadagnare sui differenziali dei tassi d’interesse, produrre profitti individuali e quotarsi in borsa? O che la suddetta banca non può, per precetto religioso, investire in settori quali l’alcol, il tabacco e l’industria delle armi, e che per di più non ammette la regola del segreto bancario?

Eppure istituti così esistono: quelli musulmani. E stanno diventando tanto importanti che uno dei principali canali di relazione tra oriente e occidente passa proprio per le strette ma redditizie maglie della Finanza Halal, quella permessa in base alla legge islamica, la Sharia. E che ha un futuro radioso, davanti a sé: a fine 2006, sono state recensite circa 300 banche islamiche in tutto il mondo, che amministrano capitali per 500 miliardi di dollari in 70 Paesi, islamici e non. Con un potenziale di un miliardo di clienti, più 150 milioni di islamici in Paesi non musulmani, il trend dell’islamic banking è da tempo in crescita (più 10% all’anno): una fortissima espansione grazie agli investimenti in petrol-dollari e all’attenzione crescente dimostrata anche dalle banche tradizionali in Europa, attirate da una clientela danarosa.
Insomma, benché la legge islamica imponga forti limitazioni alle attività convenzionali, negli ultimi dieci anni la finanza halal (dal Corano, “halal” è permesso, “haram” è proibito. Vale per la carne, per le bevande, ma anche per la finanza) ha dimostrato alcuni innegabili vantaggi come una riduzione dell’inflazione dovuta ad un uso produttivo della moneta e a un più attento controllo sugli investimenti da parte delle banche.
Notevole interesse ha suscitato la nascita in Gran Bretagna (agosto 2004) della Islamic Bank of Britain, la prima banca islamica costituita in Europa. Curiosamente, l’80% del capitale iniziale è stato raccolto nel Golfo, mentre l’80% degli investitori soggiornano in Gran Bretagna. Infine, l’80% dei dirigenti sono degli affermati banchieri che non hanno nulla a che fare con l’Islam. Visti gli enormi vantaggi, anche una banca tradizionale, la Lloyds Tsb ha deciso di offrire un conto corrente “secondo sharia” e ad aprile ha lanciato anche i prodotti finanziari islamici per il commercio. E poi via via si sono resi competitivi nel settore, altri grandi gruppi di livello mondiale: le inglesi Hsbc, Barclays e l’americana Citigroup, la svizzera Ubs hanno al proprio interno divisioni specializzate in finanza islamica.
Per quanto riguarda l’Italia, attualmente l’offerta è minima. A parte l’iraniana Bank Sepah che ha una filiale a Roma, e che rappresenta l’unica banca islamica che opera nel nostro Paese secondo i principi della finanza islamica, finora sono pochissimi gli istituti italiani che si sono dimostrati sensibili a questo tipo di richiesta. Il progetto più noto a oggi resta quello promosso dalla Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana che, nel luglio 2004, ha lanciato il primo deposito dedicato alla comunità islamica, privo di interessi ma fruttuoso di premi in natura e rapportati alla giacenza del conto, sull’esempio della Bank of Islam di Londra.

Insomma, 33 anni dopo la fondazione della Islamic Development Bank (primo istituto intergovernativo per grossi progetti infrastrutturali, nato del 1974), il panorama è cambiato: nonostante le forti limitazioni alle attività convenzionali, i giureconsulti islamici sono oggi favorevoli a una lettura più flessibile del Corano e della Sunnah (una delle fonti canoniche del diritto islamico: la tradizione sacra).
Tanto che, negli ultimi anni, sia pure sotto il rigido controllo degli immancabili comitati etici dell’Islam, sta nascendo in molti paesi anche una forma spuria di borsa valori, associata a quei titoli approvati e benedetti dai giureconsulti bancari. Purché siano naturalmente banditi tassi d’interesse, profitti individuali, transazioni finanziarie “pure” e vi siano negli istituti creditizi “fondi caritatevoli da destinare ai poveri”. Un criterio che ha ispirato il modello economico del banchiere bengalese Muhammad Yunus cui è stato assegnato nel 2006 il premio Nobel per la pace.

Parole, regole e divieti della finanza islamica

“Halal” è permesso, “haram” è proibito. Vale per la carne, per le bevande, ma anche per la finanza. La Sharia, la Legge Sacra del Corano, investe qualsiasi ambito della attività umana e la finanza non fa certo eccezione.
Il veto più pesante riguarda i tassi di interesse. La Sharia li condanna in quanto riba, parola tradotta con il termine “usura”, ma che la tradizione islamica interpreta come qualsiasi applicazione di tassi di interessi fissi e predeterminati nei depositi, negli investimenti e nei prestiti bancari.
Con l’adozione di questo metodo i proventi dei depositi bancari e degli investimenti operativi dalla banca vengono calcolati solo ex-post, in relazione ai redditi realmente conseguiti.
Qui si concentra la differenza principale con le banche occidentali, che sono invece interest based, ovvero in esse l’intermediazione dei capitali è basata, sia dal lato della raccolta sia dal lato degli impieghi, sul pagamento di un tasso di interesse.
Norme agli antipodi rispetto a quelle delle banche occidentali. Ma questo non significa che nella finanza islamica i capitali non abbiano un costo. La religione proibisce la determinazione a priori della loro remunerazione, ma stabilisce che ai proprietari del capitale vada una quota del denaro prodotto dal suo impiego, percentuale che non si può conoscere in anticipo.
La banca e il cliente inoltre condividono i rischi dell’investimento. Questo significa che la banca partecipa in prima persona alle attività produttive e commerciali stando attenta sia ai risultati economici sia alla corretta utilizzazione del capitale investito secondo i principi islamici. Una delle principali differenze, infatti, della Finanza halal rispetto a quella tradizionale, è che essa non può investire su qualsiasi cosa ma le sono precluse alcune attività come produzione di alcol, gioco d’azzardo e armamenti.

Le regole della finanza islamica:
-Vietato qualsiasi pagamento predeterminato in aggiunta al denaro prestato.
-Chi presta divide profitti e perdite derivanti dall’impresa commerciale nella quale viene investito il denaro.
-Vietato lucrare denaro dal denaro.
-Proibita qualsiasi operazione finanziaria caratterizzata da rischio, incertezza o speculazione (ritenuta al pari del gioco d’azzardo che è vietato).
-Gli investimenti possono essere fati soltanto su pratiche e prodotti che non siano proibiti dalla shari’a (alcol, gioco d’azzardo, tabacco, armi…).


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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