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Venezia
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Venezia è la città più cara per il mercato immobiliare - Ansa
Venezia resta la città più cara d’Italia per gli immobili a uso abitativo: la media per il centro della Serenissima è di 9750 euro al metro quadro. Il prezzo da pagare per vivere nella magia di una città unica al mondo. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto sul borsino immobiliare del 2009 diffuso da Confedilizia. Continua
L’Adriatico non è il mare del Nord e la Basilicata non è il Texas, ma anche l’Italia nel suo piccolo custodisce un tesoro di gas e petrolio. A differenza del resto del mondo, però, dove la presenza di idrocarburi nel sottosuolo è considerata un dono della provvidenza, qui quel bendidio spesso genera più polemiche che ricchezza.
Con un deficit energetico nazionale annuo di 50 miliardi di euro (3,7 per cento del pil nel 2008) e un sistema dipendente dalle importazioni in misura più che doppia rispetto agli altri paesi industrializzati europei (85 per cento contro il 40), la questione dell’insufficiente sfruttamento delle risorse tocca vette di insensatezza. E diventa addirittura irritante in momenti come questo, con i rifornimenti di gas provenienti via tubo dalla Siberia attraverso l’Ucraina a rischio di interruzione a causa del contenzioso ormai endemico sul pagamento delle forniture tra la Repubblica russa e Kiev.
In tema di sfruttamento delle risorse energetiche l’Italia va addirittura all’indietro come i gamberi e solo negli ultimi mesi sta tentando di riprendere un cammino lineare. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e quello dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, hanno firmato 23 tra concessioni e permessi di ricerca in mare più 14 autorizzazioni per stoccaggi di gas in prevalenza a favore della Stogit dell’Eni in Valpadana. Ma il ritardo accumulato resta grave: l’estrazione annua di petrolio è ferma tra i 5 e i 6 milioni di tonnellate e l’accordo per sfruttare in pieno i giacimenti della Basilicata non è ancora del tutto operativo a 11 anni dalla firma. In meno di un quindicennio la produzione di gas è scesa da 20 a 10 miliardi di metri cubi e 7 anni fa sono state bloccate per legge le estrazioni dai giacimenti nell’Alto Adriatico (34 miliardi di metri cubi sicuri) per paura che provocassero il fenomeno della subsidenza facendo sprofondare, in pratica, Venezia e la laguna.
La scarsa utilizzazione di metano e petrolio non dipende dal graduale esaurimento dei giacimenti, dall’insufficienza di convenienze economiche nell’estrazione o da investimenti inadeguati da parte dei concessionari. La penuria e i soldi non c’entrano, anzi, le ricchezze residue restano ingenti e molto desiderate dalle società energetiche, mentre le ultime ricerche hanno consentito l’individuazione di altre aree produttive lungo una linea vasta del paese, una specie di falce di luna che dalla Sicilia si estende verso Calabria e Basilicata fin sulla costa adriatica per inarcarsi infine in Val Padana (vedi cartina a fianco).
Secondo stime dell’Ufficio minerario, le riserve accertate di petrolio ammontano a 840 milioni di barili a cui si aggiunge un potenziale addizionale tra i 400 e i mille milioni per un valore in euro tra i 90 e i 130 miliardi. Per quanto riguarda il gas, le riserve equivalgono a 130 miliardi di metri cubi con un potenziale aggiuntivo tra 120 e 200 per un valore tra 75 e 100 miliardi di euro. Somme su cui lo Stato o le Regioni potrebbero incassare almeno il 7 per cento di royalties e il 40 per cento di tasse. Senza contare l’effetto sull’occupazione diretta e l’indotto.
Il fenomeno dello scialo energetico è tipicamente italiano, frutto di un miscuglio di ragioni, con in testa quelle ambientaliste che spesso si sposano con l’ostruzionismo del partito trasversale del no. A cui si aggiunge un motivo particolare, quello delle «competenze concorrenti». Un’espressione che indica che anche su gas e petrolio, soprattutto quando si tratta di giacimenti terrestri (nel mare la faccenda cambia un po’), possono mettere becco una pluralità di soggetti, a cominciare dalle Regioni. E manco a dirlo la faccenda si complica talmente che tra Valutazioni di impatto ambientale (Via), conferenze di servizi, perizie ed indagini, lo sfruttamento del sottosuolo si trasforma spesso in un estenuante gioco dell’oca.
In teoria il rilascio delle concessioni in mare dovrebbe risultare più sbrigativo perché in capo allo Stato centrale, ma la pratica è diversa. Per esempio restano inutilizzati i giacimenti di gas Annamaria A e Annamaria B al largo delle Marche (10 miliardi di metri cubi accertati) che dovrebbero essere sfruttati in parti uguali dall’Eni e dalla croata Ina. L’impianto croato, per la verità, è già stato piazzato, ma non può entrare in funzione perché manca quello italiano che resta in attesa dell’ok ministeriale.
Il caso dell’Alto Adriatico, poi, rasenta l’assurdo. Nella parte croata le estrazioni di gas da parte di Ina ed Eni vanno avanti a tutto spiano, ma quelle della parte italiana sono ferme. Un decreto recente del governo cancella il blocco del 2002 concedendo un filo di speranza ai 7 concessionari, con in testa Eni, Edison e Shell, che potrebbero riprendere l’attività, ma solo dopo aver dimostrato che l’estrazione non provoca subsidenza. All’Eni assicurano di avere gli studi che lo provano e invitano ad un confronto il governatore del Veneto, Giancarlo Galan, da sempre contrario e a cui spetta la parola definitiva. Ma l’incontro non si fa, il gas resta nei fondali e lo spreco continua.
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La corsa ai saldi inizia all’ombra del Maschio Angioino mercoledi prossimo, 2 luglio: sarà Napoli la prima grande città a dare il via allo shopping estivo. A Genova gli acquisti scontati partono il 4 luglio, e il giorno successivo cominceranno a Roma, Milano, Torino, Venezia, Bologna, Bari, Ancona e Trieste. Secondo Confcommercio ogni famiglia spenderà in media poco più di 280 euro per l’acquisto di articoli in saldo. Il valore complessivo dei saldi estivi si aggirerà intorno ai 4 miliardi, con un’incidenza dell’11,2% sul fatturato annuo del settore. “Le vendite estive” dichiara Renato Borghi, vicepresidente di Confcommercio “non stanno andando bene sia per una generalizzata crisi dei consumi trasversale a tutti i settori e che sta investendo in maniera pesante il comparto abbigliamento, accessori e calzature, sia per fattori legati a condizioni climatiche poco favorevoli”.
Consigli utili. Per il corretto acquisto degli articoli in saldo Confcommercio ricorda alcuni principi di base: la possibilità di cambiare il capo dopo averlo acquistato è generalmente lasciata alla discrezionalità del negoziante, a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme. In questo caso scatta l’obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione del capo e, nel caso cio’ risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato. Il compratore è però tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto. Per quanto riguarda la prova dei capi non c’è obbligo: è rimesso alla discrezionalità del negoziante. Sui prodotti in vendita, inoltre, Confcommercio ricorda che i capi proposti in saldo devono avere carattere stagionale o di moda ed essere suscettibili di notevole deprezzamento se non venduti entro un certo periodo di tempo. Tuttavia nulla vieta di porre in vendita anche capi non appartenenti alla stagione in corso. Per il prezzo, infine, è previsto l’obbligo per il negoziante di indicare il prezzo normale di vendita, lo sconto e il prezzo finale.
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Armani non ha potuto resistere alla tentazione. Dolce e Gabbana è una new entry. La Perla e Zegna sono tra i veterani. Gallo e LiuJo fanno tendenza. Zara home per chi pensa alla casa anche in viaggio. Bulgari, postazione strategica. Ma anche Etro, Valentino, Gucci, Intimissimi, Calzedonia, Hermès e decine di altri marchi della moda. Il business dello shopping in aeroporto, il cosiddetto travel retail, continua ad incassare un successo dietro l’altro. E oggi anche i brand più scettici hanno ceduto alla tentazione di fare affari tra una partenza e l’altra.
Ai vertici del business gli scali di Roma, Milano e Venezia. E proprio nell’aeroporto della Laguna la Save spa, la società che gestisce lo scalo, ha da poco siglato un accordo con McArthurGlen Luxury Retail, il gigante degli outlet, che prevede l’apertura entro maggio di 18 punti vendita, oltre i 22 già esistenti. Un business, solo a Venezia, che nel 2007 ha toccato quota 29,5 milioni di euro. Il 14 per cento in più rispetto all’anno precedente. Il gruppo Armani, che solo negli ultimi quattro anni si è affacciato nel business del travel retail, di anno in anno aumenta gli investimenti nel settore. Dal 2003 ad oggi sono stati aperti 12 punti vendita di cui quattro solo scorso anno. Top secret, invece, i fatturati annui ma si tratta di molti milioni di euro da spartire con le società che gestiscono gli aeroporti.
Di certo gli affari vanno a gonfie vele. Basta dare un’occhiata ai fatturati. Se Malpensa se li tiene ben stretti (il ridimensionamento dei voli fa la sua parte) a Fiumicino il livello delle vendite negli ultimi tre anni è cresciuto quasi del 50 per cento. Circa 280 milioni solo nel 2007. “Dal 2004 – spiega Andrea Belardini, direttore centrale Gestione e sviluppo attività commerciali di Adr – abbiamo raddoppiato l’offerta e migliorato gli spazi per soddisfare le richieste di passeggeri sempre più esigenti, perlopiù giovani e con un profilo elevato senza dimenticare brand per tutte le tasche”. Fiumicino come Montenapoleone? “Certo – risponde Belardini – siamo già una grande città della moda dove i clienti, agevolati dal fattore tempo e dalla vasta scelta, comprano d’istinto spesso invogliati da prezzi molto vantaggiosi”.
Il paragone non convince Mario Boselli, presidente della Camera della moda: “La permanenza in aeroporto tra ritardi e controlli vari è aumentata per cui, a differenza di quello che accade nelle vie dello shopping, il cliente in aeroporto ci deve stare volente o nolente. Ma il fatto che gli affari vanno bene non significa che fuori sia il contrario. Nei mercati con la moneta debole gli acquisti ne hanno di certo risentito. Crescono Cina e India, soffrono Stati Uniti e Giappone. L’Europa fa fatica e l’Italia non brilla”. Fiumicino, Malpensa e co.? “Una zona franca – conclude Boselli - non paragonabile con le altre mete della moda”. Sarà, ma il mercato dello shopping in aeroporto, solo nei duty free, vale ormai oltre 27 miliardi di dollari a livello mondiale, di cui circa il 48 per cento in Europa. A cui vanno aggiunti altri 7-8 miliardi per le vendite dei negozi in subconcessione. La torta è divisa tra società che gestiscono gli scali e marchi. “I canoni – spiega Fulvio Fassone presidente dell’Atri, l’associazione di categoria che raccoglie le aziende attive nel settore travel retail – variano a seconda degli aeroporti, della posizione e dei metri quadri e di solito hanno durata non superiore ai cinque anni.
Hanno due parametri economici base: royalties in percentuale del fatturato e spesso un minimo annuo garantito”. Per quanto riguarda i marchi se i grandi aeroporti scelgono brand di lusso, negli scali regionali, aggiunge Fassone: “È più diffusa la presenza di brand giovani come Piquadro, Furla, Carpisa, Yamamay, Cavalli intimo e accessori, che puntano agli aeroporti come cassa di risonanza e veicolo di visibilità italiana”.
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Colazione agiata con cappuccino e brioche al tavolo? Meglio consumarla a Bologna e Bari. Qualcosa di veloce come un espresso al banco “bevi e fuggi”? Allora via dalla città felsinea, e meglio ributtarsi su Palermo, Roma, Napoli e ancora Bari. Queste, infatti, secondo un’indagine Altroconsumo, sono le città italiane più convenienti sui rispettivi fronti. L’associazione indipendente di consumatori ha rilevato i prezzi di caffè, cappuccino e cornetto nei bar di dieci città italiane, considerando sia locali storici e centrali sia bar della periferia di Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Torino e Venezia.
E sul fronte cappuccino e brioche al tavolo Roma è risultata, mediamente, la città più cara (si spende 4,92 euro), seguita da Venezia (4,69 euro) e Firenze (4,12 euro). Le più economiche Bari (2,66 euro) e Bologna (2,72 euro).
Stessi componenti, ma serviti al banco, e allora è Venezia la più costosa (2,23 euro), quindi Torino (2,20) e Bologna (2,19). Bari (1,83), Roma (1,84), Napoli (2) e Palermo (2,05) sono le città per risparmiare.
Per un bel caffè al tavolo è ancora Roma la più cara: l’agio va pagato! Costo: 2,35 euro. Seguono i bar fiorentini (1,82 euro) e quelli veneziani (1,79) e torinesi (1,66). La tazzina mediamente meno costosa è a Bari (1,15 euro), Bologna (1,24) e Palermo (1,29).
L’espresso al banco più “salato” lo si beve a Bologna (93 centesimi) e Venezia (88). Partendo dal basso, invece, troviamo Bari (71 centesimi), Palermo (73), Roma (78) e Napoli (79).
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Oltre 36mila euro al mq: tanto può costare una casa a Londra che per questo si aggiudica il titolo di città più cara del mondo per quanto riguarda gli immobili.
Lo rivela il rapporto Wealth Report 2007, realizzato dall’agenzia immobiliare Knight Frank una delle più importanti società immobiliari del mondo.
A tenere alto il mercato sono soprattutto gli immobili delle zone più chic della City, come Belgravia, Kensington e Chelsea: qui i prezzi sono saliti del 31% rispetto a febbraio del 2006, la crescita più alta negli ultimi 28 anni. Al secondo posto, nella top ten, c’è Monaco, sede per eccellenza dei ricchi e famosi (anche e soprattutto per ragioni fiscali), con con 33.800 euro al metro quadro. Seguono New York, dove un immobile di lusso arriva a circa 35.000 dollari (25.700 euro) al metro quadrato, e poi Hong Kong con 19.000 euro. Completano la top 10 Tokyo, Cannes, St. Tropez, Sydney, Parigi e Roma, la prima delle italiane, dove le case più prestigiose non faticano ad arrivare in media a 13.500 euro al metro quadrato.
Restando nel Belpaese, Venezia si piazza al dodicesimo posto con 11.000 euro, seguita da Firenze (9.000) e Milano (7.500 euro).
Nello studio, redatto su 70 città in collaborazione con la City Private Bank, si sottolinea che il segmento più alto del mercato immobiliare continua a essere spinto al rialzo dai tanti paperoni disposti a investire più di 7 milioni di euro per un immobile, a fronte di un sostanziale assestamento del mercato medio-alto.
Italia e Francia poi dominano la classifica delle “location” extra-urbane più care, guidata dalla francese St. Jean Cap Ferrat con 30.300 euro al metro quadro ma con ben quattro località della penisola tra le prime 10: la Costa Smeralda è seconda (26.625), Forte dei Marmi quinta (18.000), Portofino sesta (17.500) e Cortina decima (14.000).

Se gli alberghi di Mosca, con 252 euro di tariffa media a notte, sono i più cari del mondo, e quelli di Londra (156 euro) sono i più cari dell’Unione Europea, è Venezia la città d’Italia dove si spende di più per dormire: 153 euro a notte, mediamente.
La spiacevole segnalazione arriva da Hotels.com, il portale, parte del gruppo Expedia, che si è conquistato il primato mondiale quanto a vendite online di camere d’albergo. Tenendo sotto osservazione quanto pagato dai suoi clienti in 20 mila hotel di ogni categoria in 1.000 località del mondo, Hotels.com compila ogni trimestre un indice globale delle tariffe.
In Italia i prezzi sono cresciuti del 23 per cento nel 2006, contro una media europea del 17 per cento. Se Venezia è la più cara, Roma è 15ª con 138 euro a notte e Firenze, con 122 euro, è appena meno dispendiosa di Barcellona e Oslo (126 euro). Per trovare gli alberghi più economici del mondo bisogna andare a Bangkok, dove si spendono solo 65 euro.