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La crisi durerà a lungo e i governi devono attuare “rapidamente” le misure annunciate, anche se c’è il rischio di un peggioramento dei conti pubblici, specie per quei paesi con squilibri di bilancio. È il monito lanciato dalla Bce nel suo bollettino mensile. “Le significative misure annunciate dai governi per far fronte alle turbolenze finanziarie” spiega l’Eurotower “dovrebbero essere attuate rapidamente in modo da contribuire ad assicurare l’affidabilità del sistema finanziario e da evitare limitazioni nell’offerta di credito alle imprese e alle famiglie”. E laddove vi è margine di manovra, aggiunge l’istituto, “potrebbero essere quanto mai efficaci misure di bilancio aggiuntive se tempestive, mirate e temporanee”.
In particolare, per la Bce risulteranno particolarmente utili misure che siano contemporaneamente in grado di porre solide basi per la ripresa e per una maggiore crescita potenziale, migliorare la qualità delle finanze pubbliche e promuovere riforme strutturali.
La ripresa, secondo gli esperti dell’Eurosistema, arriverà solo nel 2010 e ci si attende per l’area euro un tasso di variazione del Pil negativo su base trimestrale fino a metà 2009. Nel 2008 la crescita di Eurolandia dovrebbe attestarsi tra lo 0,8% e l’1,2% mentre per l’anno prossimo è attesa una variazione compresa tra -1% e zero. Le stime sono state riviste al ribasso rispetto a quelle formulate a settembre. L’inflazione invece dovrebbe continuare a ridursi “nei prossimi mesi” ma potrebbe “tornare ad aumentare nella seconda metà dell’anno prossimo”. Il livello di incertezza riguardo alle prospettive economiche resta “eccezionalmente elevato” e i rischi per la crescita economica, spiega l’istituto, sono orientati verso il basso e sono connessi principalmente alla possibilità di un maggiore impatto sull’economia reale delle turbolenze nei mercati finanziari.
La Bce lancia anche l’allarme per i conti pubblici: “Le attuali prospettive per i conti pubblici” osserva “indicano un forte deterioramento dei saldi di bilancio nell’area dell’euro e vi è il rischio di un ulteriore peggioramento”. In base alle previsioni economiche autunnali della Commissione europea, infatti, il disavanzo medio delle amministrazioni pubbliche dell’area dell’euro in rapporto al Pil dovrebbe aumentare considerevolmente nel 2008 e nel 2009. È quindi “essenziale” che tutte le parti coinvolte rispettino l’impegno assunto di applicare appieno le disposizioni del Patto di stabilità e crescita “che fornisce la flessibilità necessaria”. La banca centrale europea vede nero anche sul fronte dei consumi: la spesa della famiglie “ha subito una netta moderazione nel 2008″ e ci si attende “un andamento contenuto” dei consumi privati nel prossimo futuro.
Il VIDEO servizio:

Sarà stagnazione almeno fino a metà 2009.
Questa la previsione del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: “Sulla base dell’evoluzione della domanda mondiale oggi prevista dai principali organismi internazionali, la stagnazione in atto proseguirà almeno fino a metà del prossimo anno”, afferma il numero uno di Via Nazionale, intervenendo (qui il documento in .pdf) alla ottantaquattresima giornata mondiale del risparmio.
Per Draghi, le politiche economiche nazionali devono reagire di fronte alla crisi finanziaria in atto per contrastare il rischio recessione. “Occorre innanzitutto evitare che la crisi si traduca in una severa contrazione dei flussi di credito all’economia reale; in secondo luogo, è necessario attivare efficaci politiche di sostegno che contrastino le tendenze recessive in atto” spiega, aggiungendo che “a questa esigenza potrà rispondere una politica di bilancio che faccia uso della flessibilità permessa dal Trattato e dal Patto di stabilità e crescita”.
Inoltre, l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche è imposto dall’emergenza. Ma deve essere temporaneo e non intrusivo: “L’emergenza richiede che le autorità adottino politiche più interventiste che in passato, assumendo anche ove occorra temporanee responsabilità patrimoniali nelle istituzioni finanziarie” afferma il Governatore, aggiungendo che “l’opportunità dell’intervento pubblico, in presenza di una crisi sistemica, discende dalle caratteristiche fondamentali del sistema finanziario”. L’intervento dello Stato, però, “deve essere temporaneo e non intrusivo”.
Ma l’Italia può sopportare la crisi, conservando chances di ripresa, conclude Draghi: “L’economia italiana soffrirà come tutte le economie avanzate”, riconosce il numero uno di Via Nazionale. Tuttavia, rileva, “se si attesta sul suo baricentro - fatto di alto risparmio, basso debito privato, sistema produttivo vitale, sistema finanziario fondamentalmente solido ed efficiente - sopporterà la crisi con danni limitati e buoni presupposti di ripresa”.
Il VIDEO servizio:
Il tesoretto c’è, anzi, è un tesorone. Però non si trova in via XX Settembre a Roma, nella sede del ministero dell’Economia di Giulio Tremonti. Sta qualche centinaio di metri più in là, al numero 92 di via Nazionale, ben custodito nei caveau della Banca d’Italia del governatore Mario Draghi. Come i tesori delle fiabe manda bagliori e riluce perché è tutto d’oro: oltre 2 mila tonnellate di lingotti ben impilati e allineati, spesso stoccati da decenni.
In alcuni casi contrassegnati dai marchi della storia: la falce e martello dell’Unione Sovietica, l’aquila americana, la svastica nazista. Tutti insieme hanno un valore di 44 miliardi e 800 milioni di euro, secondo la stima della stessa Banca centrale inserita alla voce “attivo ” dello stato patrimoniale al 31 dicembre 2007. A cui vanno aggiunti circa 24 miliardi delle riserve costituite dalle attività in valuta della stessa banca nei confronti di residenti e non residenti nell’area euro. In totale le riserve sono pari a circa 69 miliardi, 5 in più rispetto al 2006, una massa enorme di risorse equivalenti a due o tre Finanziarie pesanti. Per legge quei beni sono di proprietà della Banca d’Italia che li conserva “a salvaguardia della credibilità del sistema europeo delle banche centrali “, ma non tutti, solo una parte.
Un’altra quota rilevante viene da riserve residuo di altre stagioni, essendo state costituite a difesa della lira. Ma dal momento che ora la lira non c’è più, c’è chi si chiede se abbia ancora senso conservare intonsi tutti quei miliardi o se piuttosto non sarebbe opportuno utilizzarli in un modo più produttivo per il sistema paese. La proposta di mettere a frutto le riserve della Banca d’Italia non è nuova, anzi come un fiume carsico appare e scompare nel dibattito economico e politico tagliando trasversalmente destra, centro e sinistra tra favorevoli e contrari. Si inabissa nei momenti in cui l’Italia spera di aver imboccato la via virtuosa del risanamento dei conti pubblici e rispunta quando l’emergenza torna a mordere. Ora siamo senza dubbio in questa seconda fase, con gli indicatori fondamentali dell’economia interna e internazionale che volgono verso il brutto: crisi finanziaria mondiale, prezzo del petrolio raddoppiato in 3 mesi, inflazione dell’area euro intorno al 4 per cento, crescita italiana praticamente bloccata, consumi al palo, produttività anemica.
È in questo scenario che la proposta di attingere alle riserve nazionali torna di attualità, rispolverata e arricchita da Geminello Alvi, brillante commentatore ed economista del consiglio degli esperti dell’Economia, il quale di recente l’ha inserita nel pentalogo consegnato a Tremonti, un promemoria riservato “Per l’uso dei patrimoni pubblici”. L’idea di utilizzare le riserve delle banche centrali, per la verità, non è esclusiva dell’Italia, dove pure il debito pubblico è uno dei più giganteschi del mondo (1.600 miliardi circa alla fine del 2007). È già stata tradotta in pratica, tutto sommato senza grandi clamori, in altri paesi d’Europa, dalla Francia all’Austria, che hanno messo a frutto le riserve per finanziare grandi progetti di ricerca e sviluppo, e dalla Spagna che, invece, ha preferito destinare quelle risorse all’abbattimento del debito.
In Italia uno dei primi politici a lanciare timidamente l’idea fu Romano Prodi, ai tempi del suo primo governo, tra il 1996 e il 1998, ma poi il progetto fu riposto nel cassetto. Dalla sponda del centrodestra alcuni anni dopo ci riprovò Bruno Tabacci, oggi deputato della Rosa bianca, con un emendamento alla Finanziaria 2003 preparato d’intesa con il servizio studi della Camera, ma sbrigativamente considerato inammissibile e accantonato. Cambiata maggioranza, a luglio di un anno fa il centrosinistra rispolverò il progetto con il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi. La proposta fu inserita in una risoluzione votata da Camera e Senato, ma anche in quel caso non se ne fece nulla. Tabacci avrebbe voluto usare le risorse a riduzione del debito, Grandi, invece, per rinvigorire gli investimenti in ricerca e innovazione. Parlando con Panorama, entrambi affermano di non avere cambiato idea. Ma anche gli oppositori restano molti, sia in uno schieramento sia nell’altro. Un anno fa il capogruppo di An in commissione Bilancio di Montecitorio, Mario Baldassarri, parlò di “vero e proprio assalto”, mentre l’economista Tito Boeri, più vicino al centrosinistra, l’editorialista Francesco Giavazzi e Lamberto Dini, tra l’altro ex direttore di Bankitalia, sostennero all’unisono che con quel sistema non si sarebbe risanato un bel niente. “Il problema vero” dissero “era casomai la capacità o l’incapacità politica di attaccare la spesa corrente rimasta a livelli patologici nonostante tutti i tentativi di riduzione”. Angelo De Mattia, uno dei collaboratori più ascoltati dall’ex governatore Antonio Fazio, sull’Unità scrisse che l’idea di utilizzare le riserve, pur non essendo un dramma, avrebbe richiesto modifiche costituzionali e comunque non poteva essere imposta, ma eventualmente frutto di una scelta autonoma della Banca centrale.
La Banca d’Italia, però, è sempre stata contraria a toccare le riserve, considerate uno dei pilastri a sostegno della sua autonomia. Fazio liquidò a suo tempo la faccenda come un’”idea balzana” e, citando William Shakespeare, arrivò a dire che c’era “del metodo nella follia” di chi la proponeva. Più di recente a difesa delle riserve italiane il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, con ruvidezza ha parlato addirittura di tentativo di “esproprio”.
In Italia quando si tocca la faccenda delle riserve, inoltre, c’è da considerare un elemento in più, quello della proprietà. Perché quelle risorse sono sì della Banca centrale, che in questi decenni le ha fatte lievitare con oculatezza.
Ma Banca d’Italia a sua volta è posseduta non da azionisti pubblici, bensì privati, banche in particolare, dall’Intesa Sanpaolo all’Unicredit, dalla Banca nazionale del lavoro al Monte dei Paschi, sempre rispettose al massimo dell’autonomia dell’istituto di Draghi, ma i cui manager devono rispondere del loro operato agli azionisti, alcuni stranieri. I quali, c’è da giurarci, difficilmente sarebbero entusiasti all’idea di perdere parte del patrimonio.
I soci di Bankitalia
I NUMERI
Le riserve della Banca d’Italia sono pari a 69 miliardi di euro. La maggior parte è in oro, come viene precisato nello stato patrimoniale dell’istituto al 31 dicembre 2007.
45 miliardi di euro: a tanto ammontano le riserve auree (in oro e in crediti in oro) detenute dalla Banca centrale.
19 miliardi: le attività in valuta estera verso non residenti nell’area euro.
5 miliardi: le attività in valuta estera verso residenti dell’area euro.

Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi
Tango bond, default obbligazioni Parmalat e Cirio e, da ultimo, lo scandalo derivati. Le banche italiane sono ormai sorvegliate speciali. E per fortuna che la crisi dei mutui subprime americani che ha travolto colossi del calibro di Citigroup e Merrill Lynch ha solo sfiorato l’Italia. Secondo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia, gli istituti di credito nazionali hanno finora risentito in misura limitata delle turbolenze scatenatesi a partire dalla scorsa estate e di conseguenza la redditività nei primi nove mesi del 2007 è rimasta elevata. Il Roe (l’indice di redditività del capitale proprio) su base annua è sceso di appena un punto rispetto al 2006, attestandosi intorno al 12% . Altrimenti sarebbe stata la fine.
Il livello di attenzione di Via Nazionale è comunque massimo mentre il mercato ha già iniziato a fare “scontare la pena” alle banche. I titoli finanziari rappresentano ben il 45% dei titoli quotati a Piazza Affari. E se lo scorso anno il listino principale milanese (l’S&P-Mib) ha chiuso con un calo del 7%, forse è soprattutto colpa delle banche. Anche perché i due nuovi big del credito Intesa Sanpaolo e Unicredit faticano a farsi apprezzare dai risparmiatori e dagli operatori finanziari, mentre hanno perso terreno quasi tutti gli altri istituti di credito con perdite più marcate nel corso del 2007 per Bpm (-30%) e Mps (-25%). La verità verrà a galla solo nelle prossime settimane quando tutte le banche inizieranno a sfornare i dati di bilancio relativi all’esercizio appena chiuso e, molto probabilmente, le voci su sofferenze e svalutazioni diranno qualcosa di più sullo stato di salute del sistema bancario italiano. Una cosa però è certa. La fiducia dei risparmiatori verso le banche è a livelli minimi. E la crisi dei subprime, che ha messo in dubbio anche l’affidabilità delle agenzie di rating, non aiuta. Almeno per l’Europa però ci ha pensato Bruxelles a mettere insieme una serie di misure per dare alle banche la possibilità di riabilitarsi. Mifid, Basilea2 e Sepa sono gli strumenti destinati a cambiare l’operatività delle banche, con l’obiettivo di arrivare a un mercato unico europeo. Sul fronte dei prodotti finanziari, i risparmiatori dovrebbero, almeno sulla carta, avere più tutele grazie alla direttiva Mifid che impedirà, tra l’altro, la vendita la vendita di bond rischiosi, tipo Parmalat e Cirio, ai clienti meno esperti.
Grazie a Basilea2 sarà possibile migliorare le modalità di erogazione del credito soprattutto alle piccole imprese che finora hanno faticato non poco a ottenere finanziamenti dalle banche. Infine l’area unica dei pagamenti (Sepa) dovrebbe portare al contenimento dei costi di gestione delle banche. Forse questo è l’aspetto che più di tutti interessa i clienti visto che il nuovo sistema di pagamenti dovrebbe garantire il tanto atteso allineamento delle aziende di credito italiane alla media Ue. I conti correnti italiani sono, pur sempre, ancora i più cari in Europa. Gli strumenti ci sono. Ora tocca alle banche dimostare la buona volontà.
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Cambia Bankitalia e cambia anche la rilegatura delle Considerazioni finali. Piccoli segnali della nuova gestione affidata a Mario Draghi (qui il video dell’Ansa).
A Palazzo Koch l’ex vicepresidente per l’Europa di Goldman Sachs, ha letto questa mattina le 21 cartelle (guarda il .pdf) della sua relazione all’Assemblea dei partecipanti, a dire il vero un po’ meno affollata del solito. 
Tra le novità maggiori - di questa seconda relazione del nuovo Governatore - il cambio di veste grafica del documento, l’adozione, per la prima di copertina, di uno sfondo del palazzo della banca centrale di via Nazionale a Roma e, soprattutto, un discreto buffet di bevande nella sala stampa al Piano Nobile.
Invitati e giornalisti hanno gradito l’acqua fresca e, soprattutto, la stabilità di stampa della Relazione.
Negli anni passati il tradizionale cartoncino a rilievo, color carta da zucchero, macchiava indelebilmente le mani dei trafelati partecipanti. In Banca d’Italia - dove le tradizioni in 113 anni di storia hanno assunto quasi un valore religioso - c’è qualcuno però che ha storto il naso per l’innovazione.
All’Archivio storico, infatti, il cambio di colore (dal celeste carta da zucchero al verde scuro) ha fatto sobbalzare gli addetti. Che rassegnati si sono dovuti adeguare al nuovo corso targato Draghi.
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“Avevamo la polmonite e siamo guariti” ha annunciato con enfasi Romano Prodi, usando la metafora sanitaria per parlare dello stato dell’economia e dei conti pubblici. L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sostiene che il premier italiano dice una mezza verità. Nel voluminoso rapporto sull’Italia (150 pagine), trasmesso al ministero dell’Economia e di cui Panorama è entrato in possesso, l’autorevole organizzazione economica internazionale certifica un netto miglioramento rispetto a qualche tempo fa (”è in atto una ripresa e vi sono segni di un miglioramento fondamentale”), ma avverte che, nonostante i benefici effetti del “periodo ciclico europeo favorevole” e della cura adottata, la malattia non è debellata: “Le prospettive a medio termine restano impegnative”.
Il debito pubblico “minaccia la sostenibilità fiscale e l’invecchiamento della popolazione si profila grave”, mentre “la crescita della produttività dei fattori totali ristagna dall’inizio del decennio”.
Per evitare ricadute che, come l’esperienza insegna, possono essere peggiori del male, non solo è necessario non mollare la presa, ma è opportuno aumentare la terapia e calibrarla meglio. In altre parole, senza quelle riforme intorno alle quali i vari governi girano inutilmente da più di un decennio l’Italia rischia grosso.
Avverte l’Ocse: senza le misure necessarie “per ristabilire il dinamismo economico”, gli italiani potrebbero avere “un tenore di vita peggiore rispetto a quello di altri paesi” perché “è troppo presto per dire che l’economia abbia veramente voltato pagina”.
Per la politica economica del governo, insomma, il bello comincia proprio ora. Finora l’emergenza finanziaria ha funzionato come un collante capace di evitare irreparabili rotture all’interno della maggioranza tra le componenti radicali e quelle riformiste e fra queste ultime e i sindacati. Ora, invece, grazie alla congiuntura economica favorevole e al miglioramento del bilancio, si apre una stagione nuova, quella delle scelte e delle sfide. Una fase paradossalmente più rischiosa per la coalizione di quella precedente.
Per consolidare la ripresa il governo deve fare i conti con quelle misure che l’Ocse e pure le altre organizzazioni economiche internazionali ritengono necessarie, dalla riforma delle pensioni all’accelerazione del timido processo di liberalizzazioni, senza tralasciare la necessità di un chiarimento sulla destinazione del surplus fiscale. Tutti temi che per la maggioranza appaiono come i fili dell’alta tensione: chi li tocca senza precauzioni muore.
Per le pensioni, in particolare, l’Ocse prescrive una ricetta drastica, destinata a un’accoglienza diversa all’interno del governo tra l’ala rigorista che fa capo al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, orientata verso un intervento, seppur graduale, e l’ala radicale, spalleggiata in particolare dalla Cgil di Guglielmo Epifani, contraria a ogni novità che non sia l’abolizione dello scalone introdotto dalla riforma dell’ex ministro del Lavoro, Roberto Maroni.
Secondo l’organizzazione internazionale, “entro il 2008 si dovrà elevare da 57 a 60 anni (61 per i lavoratori autonomi) l’età minima per la pensione di anzianità”. E inoltre “un ulteriore innalzamento a 62 anni (63 per gli autonomi) dovrà essere effettuato a partire dal 2014″. E non è finita perché secondo l’Ocse va anche adottata al più presto la revisione dei coefficienti previdenziali prevista dalla riforma del 1995 di Lamberto Dini: misura che doveva essere presa nel 2005, “ma non ancora attuata”. Gli esperti dell’organizzazione per lo sviluppo hanno ben chiaro che questi provvedimenti stanno suscitando le obiezioni dei sindacati e sono in corso discussioni con il governo, ma avvertono che le riforme previdenziali “sono essenziali”.

Per dare slancio alla produttività i tecnici Ocse suggeriscono inoltre all’esecutivo di Prodi maggior coraggio sul versante delle liberalizzazioni. I due “pacchetti Bersani” approvati tempo fa vengono giudicati positivamente, ma ora la maggioranza è invitata a liberalizzare anche gli orari dei negozi e ad “aumentare la concorrenza nel commercio al dettaglio e all’ingrosso”. Contro le limitazioni, spesso imposte da regioni e comuni, all’apertura del settore l’Ocse suggerisce al governo di istituire “autorità di controllo a livello regionale” in grado di correggere “l’operato delle rispettive amministrazioni locali in base a criteri di valutazione delle prassi pro concorrenza definite a livello nazionale”.
Sul versante dell’extragettito, cioè i miliardi di euro del cosiddetto tesoretto, l’Ocse invita l’Italia a perseguire “una politica fiscale prudente”, soprattutto in considerazione “dell’ancora ingente debito pubblico”, fermo intorno al 107 per cento del pil, il livello più alto tra i grandi paesi dell’area europea. Su questo punto l’indicazione dell’organizzazione internazionale è chiarissima: le “maggiori entrate dovrebbero essere utilizzate interamente per ridurre ulteriormente il deficit”.
Obiettivo semplice da dire, difficilissimo da attuare, perché lo stesso Ocse ha ben chiaro che ci sono forti “pressioni politiche per aumentare la spesa o ridurre le tasse”.
L’Ocse riconosce che la posizione rigida nei confronti delle frodi fiscali e la decisione assunta dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, sui condoni “hanno fatto sì che i cittadini pagassero le tasse e hanno prodotto benefici duraturi”. Tuttavia, “resta un certo grado di incertezza sulla possibilità che si ripeta l’aumento delle entrate fiscali anche nel 2007″.
Per l’Ocse è importante non solo che l’extragettito non sia disperso, ma che sia disciplinata la “spesa, in particolare per pensioni, pubblico impiego, salute ed enti locali”.
Obiettivo da raggiungere eventualmente anche introducendo “un tetto di aumento reale zero nella spesa primaria generale dello Stato finché l’avanzo primario non avrà raggiunto il 5 per cento del pil”, livello che il governo ha detto di voler centrare entro il 2011.
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Le prossime considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia saranno le prime, vere di Mario Draghi. Quelle del 31 maggio dell’anno passato, infatti, furono frutto di una situazione ibrida: Draghi era arrivato alla guida dell’istituto da nemmeno cinque mesi, sull’onda delle dimissioni del predecessore, Antonio Fazio. Il neogovernatore, quindi, non aveva vissuto in prima persona gli eventi interni di Bankitalia dell’anno precedente, né aveva potuto osservare i fatti economici e politici dal punto di vista speciale di Palazzo Koch, sede della banca centrale.
Quest’anno il governatore è nel pieno del suo mandato e la sua relazione sarà inevitabilmente soppesata come l’espressione compiuta del Draghi pensiero.
Cosa dirà Draghi? Panorama è in grado di anticipare le linee essenziali e gli spunti intorno a cui ruoteranno le sue note. Secondo lo stile Bankitalia, la relazione sarà onnicomprensiva, cioè cercherà di non trascurare alcuno dei punti cruciali del dibattito di politica economica nazionale e internazionale. Esaminerà la spinosa questione della direttiva europea sulle opa (offerte pubbliche di acquisto) e sui servizi di investimento (Mifid), i temi complessi dei derivati, del risparmio gestito e del carry trading, cioè la destabilizzante tendenza dei grandi investitori a indebitarsi in un tipo di moneta per poi puntare su un’altra più vantaggiosa.
Affronterà la delicata faccenda delle fusioni bancarie centrando l’attenzione sugli eventuali accordi transfrontalieri tra istituti di nazionalità diverse, nei confronti dei quali Draghi ha espresso la necessità di un maggior coordinamento europeo. Si occuperà delle trasformazioni bancarie, come quelle delle popolari, sulle quali, secondo il governatore, il Parlamento dovrebbe intervenire con un ampliamento delle deleghe e della quota di possesso concesso a ogni singolo azionista.
E si concentrerà sui temi della crescita e dello sviluppo, insistendo sulla necessità di tagliare la spesa pubblica per ridurre in prospettiva il livello delle tasse. Per questa via finirà per incrociare uno dei temi di più stretta attualità: la destinazione dell’extragettito.
I governatori in genere non si sono mai concessi entrate a gamba tesa nei confronti dei governi, e Draghi non è tipo da sottrarsi a questa felpata tradizione, anche se non si esimerà dall’esprimere la sua autorevole opinione. La Banca d’Italia si è già occupata della faccenda con un sostanziale invito alla prudenza rivolto all’esecutivo, partendo dal presupposto che non è ancora del tutto chiaro quale sia l’origine del surplus fiscale (detto “tesoretto”) e soprattutto non è scontato che esso si riveli duraturo.
Riferendosi al bollettino della Banca europea, nel quale l’Italia è stata sollecitata a utilizzare le maggiori entrate straordinarie per l’abbattimento del debito, anche Draghi ribadirà in via di principio la necessità di incrementare il processo di risanamento, mettendosi sulla stessa lunghezza d’onda, di fatto, del capo del governo, Romano Prodi, e del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, i quali vorrebbero evitare l’ennesima, pesante manovra autunnale di lacrime e sangue.
In questo modo il governatore potrebbe rischiare, però, di provocare la reazione di altri settori del governo, per esempio quelli della sinistra radicale, propensi a indirizzare l’extragettito all’aumento delle pensioni basse o al miglioramento del welfare, e quelli che vorrebbero usare l’extragettito per limare l’Ici.
Anche sulla delicata faccenda del governo occulto delle banche evocato dal presidente della Bocconi, Mario Monti, il governatore farà tesoro delle elaborazioni di Bankitalia e Draghi ripescherà dai suoi stessi interventi sul tema dei rapporti fra credito e imprese, nei quali si era espresso a favore di un graduale superamento delle limitazioni azionarie imposte agli istituti creditizi.
Rispetto alle poche pennellate di solito riservate alla situazione interna della banca, questa volta la relazione del governatore sarà più circostanziata, dovendo affrontare due novità: la riforma delle autorità e la riorganizzazione interna.
La riforma delle authority amplia i poteri dell’istituto centrale e prevede, fra l’altro, il passaggio di proprietà della Banca d’Italia allo Stato, idea su cui Draghi ha espresso le sue riserve sia davanti al Parlamento sia davanti ai banchieri in occasione della Giornata del risparmio.
L’altra novità che Draghi affronterà è l’annunciata soppressione di decine di sedi periferiche, un ribaltone organizzativo che ha già provocato proteste da parte di sindaci, parlamentari, prefetti. Il governatore, infine, tirerà un bilancio del nuovo metodo collegiale di direzione della banca, sistema di cui Draghi è di fatto lo sperimentatore.
Come gli altri anni, il lavoro di preparazione delle considerazioni è cominciato dopo gli “spring meetings” di metà aprile del Fondo monetario internazionale, ma rispetto al passato questa volta il clima è meno concitato, senza riunioni massacranti, sostituite da incontri brevi e quasi sbrigativi. L’assemblaggio dei vari contributi è curato da Federico Signorini, titolare della direzione statistica, mentre i più coinvolti nella elaborazione dei contenuti sono il direttore generale, Fabrizio Saccomanni, e due vice, Ignazio Visco e Giovanni Carosio. Ai quali si aggiunge una sequela di dirigenti: Salvatore Rossi, direttore della ricerca economica, Francesco Passacantando, direttore della banca centrale, Giorgio Gomel, delle relazioni internazionali, Fabio Panetta e Daniele Franco del servizio studi.