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«La guerra è una cosa troppo seria per farla fare ai generali». La battuta di Georges Clemenceau si adatta benissimo alle tasse: questione troppo importante per affidarla ad accademici, esponenti di Palazzo di lunghissimo corso, tecnici prestati alla politica. Ancora di più se si parla di patrimoniale, un tabù per gli italiani che vantano quasi 10 mila miliardi di euro di ricchezza lorda, in gran parte case. Continua
“Suggerirei a Tremonti un nuovo scudo fiscale per far rientrare i capitali italiani investiti nei centri offshore e che, dopo le recenti vicende, credo rientrerebbero in massa”.
(Paolo Basilico, amministratore delegato dei fondi Kairso)
Voleva dire:
“Con ’sta mania di far pagare le tasse a tutti Visco ha fatto fuggire all’estero i soldi dei ricchi. Adesso il problema è farli rientrare”.
Evitare di “danneggiare l’attività” e di creare “una situazione di precarietà”.
Con queste motivazioni, il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, ha motivato la scelta di dimettersi in una lettera (qui il testo in .pdf) ai dipendenti, ringraziandoli per il lavoro svolto e augurando loro buona fortuna. “In assenza di una riconferma dell’incarico da parte dell’autorità politica” ha sottolineato Romano “attendere il termine di legge del 13 agosto 2008 determinerebbe una situazione di precarietà e finirebbe per danneggiare l’attività istituzionale, rischiando di compromettere il raggiungimento degli obiettivi definiti”.
E ora, si apre il giro di valzer negli uffici fiscali. Sulla poltrona di direttore dell’Agenzia potrebbe sedersi Attilio Befera, attuale amministratore delegato della Equitalia, la società pubblica di riscossione delle tasse. Almeno per un certo periodo Befera ricoprirebbe contemporaneamente i due incarichi trasferendo però ad alcuni dirigenti, in particolare al vicepresidente Antonio Mastrapasqua, parte dei compiti finora svolti nella società di riscossione
Nata nel 2005, la Equitalia è posseduta al 49 per cento dall’Inps e al 51 dal Tesoro, opera sul territorio con 37 concessionarie e nel 2007 ha riscosso coattivamente 6,737 miliardi di euro fra contributi erariali e previdenziali. Befera ha già lavorato proprio a fianco di Romano nell’Agenzia delle entrate, di cui formalmente è pensionato dal dicembre 2007.
La posizione di Romano non era difficile solo perché uomo fidato dell’ex viceministro “delle tasse” Vincenzo Visco, ma anche per la pubblicazione online dei redditi dichiarati dagli italiani nel 2005. Per quella decisione, presa d’intesa con Visco, Romano è stato iscritto nel registro degli indagati da parte della procura di Roma. Befera potrebbe sostituire Romano già prima dell’estate, quindi prima dei 90 giorni previsti dalla norma sullo spoils system.

Dal 2000 a oggi in Italia sono cambiati quattro governi, a New York c’è stato l’attacco alle Torri gemelle, è scoppiata la guerra in Iraq, l’economia è andata su e giù e i tassi bancari sono cambiati parecchie volte. Diciassette per l’esattezza. Solo il tasso degli interessi di mora imposto dal fisco italiano ai contribuenti in ritardo con il pagamento delle tasse è rimasto immobile come un paracarro. In pratica è stato trasformato dallo Stato in tasso fisso a vantaggio del fisco.
Il 28 luglio di 8 anni fa fu determinato con una procedura abbastanza sbrigativa all’8,4 per cento, 5,4 di tasso base più 3 per cento di sanzione. E lì è rimasto, sebbene la legge stabilisse espressamente che dovesse essere aggiornato almeno ogni 12 mesi. Dal 2000 il tasso di riferimento, quello che un tempo veniva chiamato il tasso ufficiale di sconto, è sempre stato inferiore al 5,4 e in alcuni momenti non di decimali di punto, ma addirittura di svariati punti percentuali, 3,4 punti nell’estate del 2003, 2,4 nell’agosto del 2006, 1,6 nel marzo 2007, 1,4 ancora oggi.
Ai contribuenti in ritardo con i pagamenti sono stati imposti di fatto, e nell’indifferenza generale, versamenti superiori al dovuto; lo Stato ha fatto finta di non accorgersene e quei pochi cittadini che hanno provato a opporsi sono stati ignorati. In pratica gli uffici fiscali si sono comportati peggio di quei petrolieri svelti ad alzare il prezzo della benzina quando aumenta quello del petrolio e lentissimi nel percorso inverso, ma almeno non completamente inadempienti. Con la differenza che i petrolieri fanno i loro interessi e lo Stato, almeno in teoria, rappresenta tutti i cittadini.
L’8,4 imposto dal fisco, inoltre, non è stato calcolato solo sull’importo ritenuto evaso, ma su questa cifra gravata da una prima sanzione pari al 2,75 per cento più una seconda multa in cifra fissa. A conti fatti gli interessi di mora sono diventati una specie di arma impropria contro i contribuenti considerati infedeli, ma trattati di fatto come cittadini di serie B, tutti alla stessa stregua, evasori di professione, furbetti e furboni insieme con piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti non in regola con i pagamenti per i motivi più diversi, non di rado per errore o perché davvero in difficoltà a reperire le somme richieste dall’erario, gravate dagli interessi gonfiati.
Nello stesso tempo i tassi di mora sono stati utilizzati di fatto e soprattutto negli ultimi tempi per rimpinguare il gettito fiscale: lo Stato, grazie proprio alla prolungata disattenzione a favore di se stesso, ogni anno ne raccoglie cifre ragguardevoli, nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Oltre 329 nel 2007 relativi a imposte dirette e indirette, secondo le cifre ufficiali fornite dal ministero dell’Economia, 84 milioni in più rispetto all’anno precedente, con un incremento di circa il 25 per cento. In pratica un pezzo neppure tanto modesto degli exploit fiscali a ripetizione annunciati dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, proviene dalla cresta esercitata dall’erario sui pagamenti imposti agli evasori.
Quanti soldi sono stati sottratti ai contribuenti con questo sistema che somiglia parecchio a un abuso di Stato? Quanta gente ne è rimasta vittima? Probabilmente nessuno lo saprà mai, perché la faccenda degli interessi di mora non solo è tecnicamente complessa e si snoda su un arco temporale lungo, durante il quale si sono succeduti svariati governi e la responsabilità della riscossione è passata dai privati all’area pubblica, ma anche perché gli uffici fiscali, in particolare la Equitalia, dal 2005 braccio armato del fisco guidato da Attilio Befera che riscuote materialmente gli interessi di mora e possiede la contabilità esatta del fenomeno, tratta la faccenda con la stessa riservatezza con cui il Vaticano ha protetto i segreti di Fatima.
La storia comincia il 28 luglio 2000, quando capo del governo di centrosinistra era Giuliano Amato e Visco ministro del Tesoro e delle finanze. In quell’estate qualcuno al ministero si accorse che l’erario avrebbe potuto incassare con poco sforzo più di quanto già incamerava, semplicemente rovistando un po’ in quel marasma di migliaia e migliaia di leggi, decreti, circolari, codici e codicilli che dovrebbero regolare il funzionamento del fisco. Dal cilindro venne tirato fuori come un coniglio l’articolo 30 di un decreto del presidente della Repubblica emanato 27 anni prima di cui solo gli intenditori ricordavano l’esistenza. In poche righe quel testo stabiliva che “sulle somme iscritte a ruolo (cioè la tassa rivendicata dal fisco, ndr) si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del ministero delle Finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi”.
La norma non era chiarissima, come del resto spesso succede alle leggi italiane, in particolare quelle fiscali; vago e opinabile, per esempio, il riferimento alla media dei tassi bancari attivi che in pratica non esiste, almeno ufficialmente catalogata sotto quella dizione.
Il ministro di allora, però, probabilmente ritenne che si trattava di dettagli, mentre la sostanza era quella di trovare il modo di far incassare più quattrini all’erario. Così fu. Il compito di stesura del decreto venne affidato a Massimo Romano, allora capo del Dipartimento delle entrate, oggi direttore dell’Agenzia fiscale. Una scelta che non ha mai convinto alcuni esperti del ramo che tuttora si domandano se rientri nei poteri di un funzionario ministeriale comminare sanzioni erariali “erga omnes”, cioè valide per tutti, o questa non sia piuttosto una prerogativa del ministro e del Parlamento.
Comunque sia, il decreto il 28 luglio 2000 era pronto e 13 giorni dopo, a ridosso di Ferragosto, fu pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Da allora è stato usato migliaia di volte e mai modificato.

di Daniele Martini
“Poggi e buche fa pari” dice un vecchio motto popolare toscano. Significa che gli opposti si annullano, come nella somma algebrica due valori uguali, ma di segno opposto, danno risultato zero. Anche nei conti pubblici siamo in una situazione di poggi e buche perché nei 19 mesi di governo di centrosinistra le entrate dello Stato sono aumentate a rotta di collo, tanto che i giornali non facevano in tempo a registrare l’emersione di un tesoretto propiziato dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, che quasi per incanto ne spuntava un altro. Dal 2005 al 2007, la pressione fiscale è aumentata addirittura di 3 punti, dal 40 al 43 per cento del pil (prodotto interno lordo). Nel frattempo, però, anche la spesa corrente è cresciuta parecchio, del 3,4 per cento tra il 2006 e il 2007, seguendo quasi in parallelo le impennate del gettito. E continuerà a crescere di molto anche nel 2008, sia per effetto di nuovi impegni di spesa difficilmente differibili, ma non ancora contabilizzati, come quelli per i trasporti ferroviari regionali o i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, sia per la dinamica inerziale delle uscite poco o punto rallentata dall’azione di governo, così come risulta dal budget di spesa del 2008 preparato dalla Ragioneria generale dello Stato che Panorama ha potuto consultare.
Di modo che ora non è affatto chiaro se nelle casse pubbliche sia rimasto qualcosa di quei vecchi extragettiti, al punto che neanche il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ne è sicuro e per prudenza, prima di pronunciarsi, consiglia di aspettare la trimestrale di cassa del mese prossimo. Le uscite per il personale, per esempio, rimangono altissime, sebbene all’inizio della legislatura il governo e in particolare il ministro per le Riforme, Luigi Nicolais, avessero promesso razionalizzazioni negli uffici e tagli radicali. Anche nell’anno in corso la spesa preventivata per i dipendenti pubblici è di oltre 76 miliardi di euro, pari all’87,5 per cento dei costi delle amministrazioni centrali, mentre parecchi ministeri hanno continuato a gonfiare stipendi, contratti e consulenze.
Agli Esteri diretti da Massimo D’Alema l’incremento di spesa 2008 per il personale è di quasi il 25 per cento per effetto del rinnovo del contratto di settembre, degli aumenti di qualifica per i dipendenti distaccati nelle sedi estere e dell’assunzione di nuovi dirigenti a tempo determinato con contratti individuali negli uffici periferici.
Per quanto riguarda le consulenze, il ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro ha previsto di spendere quasi il 30 per cento in più rispetto al 2007 (più 83 per cento solo per la pubblicità), mentre il ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero, ha messo in budget un aumento delle spese di promozione pari addirittura al 586 per cento.
Al mancato contenimento della spesa corrente nei prossimi mesi probabilmente si aggiungeranno altre uscite non del tutto impreviste, ma ancora non ufficialmente inserite nei capitoli delle uscite. Secondo Il Sole 24 ore, si tratterebbe di circa 7 miliardi di euro: da 2 a 6 miliardi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, 600 milioni per l’emergenza rifiuti in Campania, altri 600 milioni circa per l’approntamento di tutta la macchina elettorale e infine 2 miliardi per il miglioramento dei trasporti ferroviari regionali.
Il ministro Padoa-Schioppa non ha negato la necessità di trovare la copertura per queste uscite, anche se ha cercato di inviare un messaggio rassicurante sostenendo che la situazione è sotto controllo. In realtà la nuova stagione dei conti pubblici che sta emergendo dopo la caduta del governo non resterà senza conseguenze. La prima è che, proprio per effetto della spesa corrente non imbrigliata e delle nuove spese non rinviabili, il deficit annuale potrebbe salire dal 2,2 per cento al 2,6. A quel punto sarebbero necessari interventi correttivi, forse addirittura una manovra già in primavera per non perdere il ritmo nel percorso verso il pareggio di bilancio nel 2011 concordato con l’Unione Europea.
La seconda conseguenza riguarderà la diminuzione delle tasse per i ceti medi e bassi che il centrosinistra aveva messo in cantiere proprio negli ultimi giorni prima della crisi e che ora resta in cima ai desideri di uno schieramento ampio che va dai sindacati all’ex capo del governo, Romano Prodi, fino al candidato premier del Pd, Walter Veltroni. Finché sembrava che in cassa arrivassero soldi a profusione e i tesoretti fossero replicabili a piacimento, l’idea di ridurre l’aliquota irpef dal 23 al 20 per cento risultava plausibile; ora, invece, la realizzazione di quel progetto si complica.
In sostanza, mentre in questi mesi dalle tasche dei contribuenti sono continuati a piovere extragettiti nelle casse dello Stato, il governo o se li mangiava con la spesa corrente o programmava nuovi esborsi. È svaporata perfino quella manna inattesa di circa 15 miliardi capitata nelle casse pubbliche con la vicenda della restituzione dell’Iva sulle auto aziendali richiesta dai contribuenti che ne avrebbero avuto diritto in una misura 10 volte inferiore a quella preventivata dal governo. Nei prossimi mesi è assai improbabile che possano spuntare altri extragettiti e possa essere replicato lo schema più tasse più spesa. Appare sempre più chiaro che la costituzione dei gruzzoletti fiscali era frutto di una contingenza favorevole, un periodo di espansione economica straordinaria purtroppo finito già da qualche mese.
Come avevano adombrato tempo fa i tecnici della Banca d’Italia e così come oggi sostiene lo studioso Luca Ricolfi , l’apporto della lotta all’evasione alla moltiplicazione dei pani e dei pesci fiscali è stato tutto sommato modesto, non superiore a 2,8 miliardi di euro nel 2007.
Anche Salvatore Tutino, coordinatore del centro di studi economici Cer presieduto da Giorgio Ruffolo, in un articolo recente lamenta, del resto, la scarsissima trasparenza del governo a proposito dei dati sulla lotta all’evasione.


Sembra destinato a nuovi colpi di scena lo scontro tra Roberto Speciale, l’ex comandante generale della Guardia di finanza, e il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco. Il 10 marzo infatti il Tribunale dei ministri sentirà proprio l’ex numero uno del corpo sulla denuncia presentata da quest’ultimo alla procura di Roma.
Ma a riservare altre sorprese potrebbe essere la camera di consiglio sul procedimento per abuso d’ufficio e minacce a pubblico ufficiale proprio contro Visco fissata per il 26 febbraio, quando la procura tornerà a chiedere l’archiviazione dopo aver eseguito parte degli approfondimenti chiesti dal giudice Antonio Stipo, presidente aggiunto dei gip di Roma. Quest’ultimo potrebbe accogliere la richiesta oppure formulare l’imputazione coattiva per il braccio destro di Tommaso Padoa-Schioppa.
Che significherebbe la richiesta di rinvio a giudizio. Un’ipotesi non solo scolastica: la procura ha sentito alcune fiamme gialle ritenendo invece superflui altri accertamenti sollecitati dal gip.
Gianluigi Nuzzi

di Gianluigi Nuzzi
Nel dopo Prodi la paura dello spoils system fa novanta. Dalla variopinta galassia del ministero delle Finanze è iniziata la grande fuga e qualcuno già strizza l’occhio al centrodestra. La potente pattuglia di fedelissimi di Tommaso Padoa-Schioppa e soprattutto dell’ex ministro ombra Vincenzo Visco è in libera uscita. E chi copre incarichi soggetti allo spoils system va alla conquista del posto inamovibile, cercando un paracadute sul nuovo orizzonte politico.
Tutti si ricordano quello che è successo poco dopo l’arrivo di Padoa-Schioppa: ci fu un ricambio della dirigenza senza precedenti. Ma stavolta c’è una novità sostanziale: in alternativa alla ricerca del posto sicuro c’è il tentativo di accattivarsi gli avversari politici con favori dell’ultima ora.
Un caso emblematico è quello di Fabrizio Carotti, capo del dipartimento delle Finanze, ovvero il responsabile della macchina fiscale, voluto da Visco. Carotti è stato assunto come dirigente anche dalla Equitalia, società pubblica addetta alla riscossione, sulla quale dovrebbe vigilare proprio il dipartimento da lui diretto. Tutto perfettamente lecito, ma è chiaro che se dovesse essere sostituito dal successivo governo con una persona di fiducia del nuovo ministro resterebbe con l’incarico di dirigente in Equitalia.
Carotti è anche riuscito a far approvare nell’ultimo Consiglio dei ministri, il venerdì successivo alle dimissioni di Prodi, la riorganizzazione del suo dipartimento, che a differenza di quanto sbandierato (a proposito dell’intero ministero) ha aumentato i posti di dirigente.
Altro lido tranquillo, lontano dallo tsunami dello spoils system, è il Secit, il servizio degli ispettori del fisco, un tempo naturale approdo dei migliori generali delle Fiamme gialle e di magistrati. Due consulenti di Visco, Maurizio Zeppilli e Pierpaolo Maspes, dopo esser stati nominati ispettori al secondo gruppo del Secit oggi sono i favoriti nella nomina a direttori centrali del dipartimento delle Finanze presieduto da Carotti.
Nomina pronta anche per Luca Miele, tra i papabili per diventare direttore centrale del dipartimento delle finanze. Circostanza singolare se si pensa che Miele è un funzionario attualmente con incarico provvisorio di dirigente.
Al Secit, secondo le indiscrezioni delle ultime ore, potrebbero finire anche alcuni giornalisti. Un déjà-vu: pochi mesi fa è stato nominato da Visco Marco Fabio Rinforzi, giornalista responsabile dell’ufficio comunicazione istituzionale del dipartimento delle finanze, e ora consigliere di Carotti e Daniela Bracco, ex capo ufficio stampa di Padoa-Schioppa.
L’amministratore dell’Equitalia Attilio Befera, che ha dato l’ok all’assunzione di Carotti e a quelle di parenti di politici (Antonella Soro, figlia del parlamentare veltroniano, Gianmarco Conte, nipote del parlamentare Gianfranco, Marco Lotito, figlio dell’ex segretario confederale della Uil e attuale presidente del comitato di indirizzo e vigilanza dell’Inps), ora si è lanciato in assunzioni bipartisan. Esponendosi così alla critica di voler acquistare favori presso il centrodestra per evitare avvicendamenti con il nuovo governo.
Da poco Befera ha assunto il fratello del senatore di Alleanza nazionale Domenico Gramazio, che ha festeggiato in aula con una bottiglia la sfiducia al Senato del governo Prodi, mentre è ancora in pole position per un’assunzione Giuseppe Ciliberto, portavoce di Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia.
Andatura lasca ma rigorosamente bipartisan all’Agenzia delle entrate. Era appena caduto il governo Prodi e il direttore Massimo Romano, durante la riunione del comitato di gestione, dopo elogi e attestati di stima senza precedenti nei confronti di Luigi Magistro, ha chiesto il rinnovo triennale del suo contratto di consulenza, in scadenza a fine febbraio. Quella di Romano è stata una bella inversione di tendenza: Magistro, che in passato aveva l’incarico di direttore centrale audit e sicurezza (e per il suo lavoro aveva ottenuto plausi da molte procure, prima fra tutte quella di Milano), proprio da Romano era stato “degradato” a direttore centrale aggiunto dell’accertamento, alle dipendenze di un direttore centrale.
Una vicenda simile è quella di Marco Di Capua, direttore centrale dell’accertamento durante la gestione Tremonti. Romano l’aveva messo in un angolo, togliendogli il prestigioso incarico e affidandogli un compito minore, la responsabilità dell’ufficio sistemi e processi, con circa 20 persone da coordinare.
Quando qualche mese fa è venuta alla luce la vicenda dell’accertamento fiscale alla Telecom, Di Capua, tra un’illazione e l’altra, è stato additato come colui che per la sua vicinanza a Tremonti non avrebbe avuto la mano pesante contro i protagonisti dell’operazione, nonostante il suo importante ruolo (responsabile nazionale dell’accertamento). Ebbene, improvvisamente Di Capua è di nuovo giudicato affidabilissimo, al punto che da qualche settimana ha assunto l’incarico di direttore amministrativo dell’Agenzia. Anche tra le 200 Fiamme gialle distaccate a piazza Mastai è pronto il fuggi fuggi dei fedelissimi di Visco che ricordano bene quando, poco più di 1 anno e mezzo fa, hanno occupato (a volte senza preavviso) gli uffici di altri colleghi.
Per la sorte dei più alti in grado, come Flavio Zanini e Mario Ortello (noto alle cronache per la vicenda Visco-Speciale), l’entourage del viceministro ha interpellato il nuovo comandante del corpo in persona, Cosimo d’Arrigo.
( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
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