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(foto Impulsiv/Lapresse)
Partita aperta in Europa nel risiko dei gasdotti. A vincerla, con molta probabilità, oltre alla Russia sarà anche la Germania. I paesi Ue nei prossimi anni avranno bisogno di maggiori importazioni di gas, di cui sono sprovvisti (le risorse interne sono irrisorie).
Secondo le ultime stime del colosso russo Gazprom, circa il 12% in più nel 2020 rispetto al fabbisogno attuale. I paesi fornitori si chiamano Russia, Algeria, Libia, Norvegia e Azerbaijan.
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Pima l’ammissione, poi, subito, la rassicurazione: “È una crisi difficile ma passeremo l’inverno, riusciremo a garantire gas ed energia a famiglie ed imprese”. Le parole sono del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, che alla luce della crisi del gas fra Mosca e Kiev e dei riflerssi sull’Europa, dice: “Oggi stiamo meglio” rispetto
all’inverno 2005-2006, “abbiamo riserve che durano ancora per due mesi e questo nell’ipotesi in cui non ci fosse alcuno spiraglio positivo”. Ma il problema “si risolverà”.
Il Governo ha modificato la norma contenuta nel ddl sviluppo con l’obiettivo di consentire le estrazioni nell’Alto Adriatico. Bisogna “sfruttare meglio” le risorse energetiche che l’Italia “ha sotto i piedi”, ha sottolineato Scajola nel corso della trasmissione di Canale 5 Panorama del giorno, di Maurizio Belpietro. “Purtroppo paghiamo, in materia energetica, scelte miopi del passato”, ha spiegato il ministro aggiungendo che nel provvedimento in discussione al Senato è stata inserita la possibilità di utilizzare le riserve italiane come quelle “dell’Alto Adriatico, della Basilicata o di altre regioni”. Queste scelte vanno fatte, ha precisato, “condividendole con i territori”.
Un altro errore, ha aggiunto il ministro, “è stato quello di non dare l’esclusività allo Stato delle decisioni in materia energetica”. Infine, Scajola si è soffermato sul nucleare definendo “una scelta folle” il no a questa fonte energetica e confermando la volontà del governo di procedere in questa direzione.
L’approvvigionamento del gas in Italia è basato su pochi punti di ingresso di gasdotti e su un unico terminale di rigassificazione del Gnl. Ecco la mappa delle porte di accesso al nostro Paese per la materia prima che arriva da Russia, Olanda, Norvegia, Algeria e Libia:
- TARVISIO (Friuli): punto di arrivo del gas provenienete dalla Russia tramite il TAG;
- PASSO GRIES (Piemonte): punto di arrivo del gas del Nord (Olanda e Norvegia);
- MAZARA DEL VALLO (Sicilia): punto di entrata del gas dell’Algeria (TRANSMED)
- GELA (Sicilia): punto di ingresso del gas dalla Libia (GREENSTREAM)
- PANIGAGLIA (Liguria): punto di attracco delle navi metaniere e rigassificazione del GNL (Gas Naturale Liquefatto)
- GORIZIA (Friuli), punto di scambio con la Slovenia non puo’ essere considerato un vero e proprio ingresso.
In futuro l’entrata del gas in Italia e lo scambio tra i diversi paesi sarà molto diverso. Il l sistema avrà altri due gasdotti di ingresso: GALSI dall’Algeria tramite la Sardegna e IGI dalla Turchia alla Puglia tramite la Grecia. Inoltre, sono previsti altri terminali di rigassificazione in Adriatico. Cambieranno gli scambi con gli altri paesi: l’Italia potrà sfruttare la sua posizione geografica che la caratterizza come “ponte” tra l’Europa ed i paesi mediterranei dell’Africa del nord e diventare un importante hub anche per l’esportazione del gas verso i paesi del Nord che in questo momento sono forti produttori ma per i quali si profila un esaurimento dei giacimenti.
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La Russia ha bloccato tutte le forniture di gas verso l’Europa che transitano attraverso l’Ucraina. Lo ha riferito alla AFP un portavoce della Naftogaz, la società di Stato dell’Ucraina. “La Russia ha fermato l’intero transito di gas alle ore 7,44″ ha detto il portavoce “la Russia ha lasciato l’Europa senza gas”.
Intanto le forniture sono già interrotte sia in Austria, che Repubblica Ceca che in Romania. Gazprom non ha interrotto completamente i rifornimenti di gas destinati all’Europa occidentale che passano attraverso l’Ucraina ma li ha ulteriormente ridotti, dice invece alla tv Vesti News, così riferisce l’agenzia russa Ria Novosti, il portavoce di Gazprom, Sergei Kupriyanov: “Nelle ultime 24 ore Naftogaz, con la scusa di problemi tecnici, ha rubato altri 21 milioni di metri cubi di gas diretti in Europa” afferma Kupriyanov. “In queste condizioni non abbiamo scelta e abbiamo deciso di ridurre le consegne di altri 21 milioni di metri cubi”.
Il presidente ucraino Viktor Yushchenko ha chiesto alla Russia di far ripartire “immediatamente” le forniture di gas verso l’Europa. L’appello è lanciato in una lettera indirizzata all’omologo russo Dmitri Medvedev e al presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso.
Anche l’Italia, come molti paesi europei, è rimasta a secco di gas russo per la nuova guerra tra Mosca e l’Ucraina. Non sono stati cioè recapitati i 45 milioni di metri cubi di gas attesi per oggi, vale a dire circa un quinto del fabbisogno del paese. Ma al momento la situazione è sotto controllo e “non ci sono preoccupazioni per le prossime settimane”, rassicura il ministro per lo sviluppo economico, Claudio Scajola, che annuncia di aver già preso contromisure. A cominciare dalla “massimizzazione” delle forniture da parte di paesi diversi dalla Russia, grazie ad un decreto ad hoc già messo a punto.
“Possiamo guardare alle prossime settimane con serenita”‘, gli fa eco Paolo Scaroni, l’ad dell’Eni che oggi ha riunito a Milano il comitato di crisi del gruppo. Al momento dunque non sembrano paventarsi particolari allarmi e sembrerebbe per ora scongiurato il rischio di dover ricorrere a misure più incisive come quelle prese nel 2006, quando la prima crisi del gas Russia-Ucraina obbligò l’Italia anche a tagliare di due gradi la temperatura dei termosifoni.
Gli stoccaggi, ovvero le riserve, sono state rafforzate in questi anni - anche alla luce della crisi di tre anni fa - e oggi i livelli “sono elevatissimi”, spiega il ministero dello sviluppo economico sottolineando che anche sul fronte dei consumi si registra una domanda “molto bassa”. Soprattutto per la crisi economica - fanno notare tecnici di settore - che ha visto molte imprese sospendere la produzione, come dimostrano i crescenti ricorsi alla cassa integrazione. Mentre al ministero per lo sviluppo economico si è comunque deciso di convocare - probabilmente domani - la prima riunione “tecnica”, il comitato “per l’emergenza ed il monitoraggio gas”, Scajola sta anche “accentuando tutte le iniziative in corso in sede europea per risolvere il problema e assicurare la normalità degli approvvigionamenti”.
L’Italia non presenta quindi “particolari preoccupazioni per le prossime settimane”, ribadisce il ministero di Scajola che avrebbe anche provveduto a vietare precauzionalmente agli operatori - come fu fatto tre anni fa - di vendere il proprio gas oltre frontiera. Sul fronte delle riserve - secondo dati di settore - l’Italia conterebbe in questo momento su circa 13 miliardi di metri cubi di gas e di questi 3-4 miliardi potrebbero essere resi disponibili senza problemi.
Un “tesoretto” di metano quindi in grado di sostenere i tagli russi per un periodo abbastanza lungo, considerato che da Mosca le importazioni previste in questo periodo si aggirano mediamente sui 60 milioni di metri cubi al giorno (oggi ne erano previsti 45 milioni in base ai consumi ridotti per la festivita” della Befana). Mentre la notte scorsa, intorno alle 4, si è registrato un blocco totale della fornitura dalla Russia, intorno alle 10 di questa mattina - ha precisato un portavoce dell’Eni - le forniture di gas russo che arrivano in Italia dal gasdotto Tag erano al “10% di quello che normalmente ci arriva”.
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O ora o mai più. La scelta di Intesa SanPaolo come advisor per la cessione dell’Alitalia, annunciata oggi dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, significa almeno tre cose.
Primo, si vanno finalmente a vedere le carte, sia della compagnia sia dei privati eventualmente interessati a rilevarne quote azionarie. Si comincerà dal Consiglio d’amministrazione di mercoledì 3 giugno, e ci vorranno almeno due settimane per verificare i conti. Se la famosa cordata italiana esiste, verrà fuori adesso. La vicenda, infatti, passa dalle mani di Bruno Ermolli, consulente di fiducia di Silvio Berlusconi, a quelle del governo. E dunque la procedura diviene ufficiale.
Secondo dato, l’esecutivo ha intenzione di agire diversamente da come fecero Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa: i quali lasciarono la trattativa nelle mani della stessa compagnia di bandiera. Stavolta è il Tesoro a trattare come azionista. Con tutto il peso politico del governo e della maggioranza ma, come si dice, mettendoci anche la faccia.
Terzo punto: forse si riuscirà ad evitare il commissariamento, soprattutto se l’Unione europea accetterà il prestito ponte, poi trasformato in patrimonio netto dell’azienda. Al commissariamento puntavano apertamente molti industriali, e la stessa Confindustria, per poter intervenire a condizioni più favorevoli. Ma questa prospettiva non è gradita ai sindacati.
Ma chi potrebbe entrare nella cordata? Ai soliti nomi di Ligresti (che conferma l’interessamento), della Air One, delle Poste (per la parte cargo), di Benetton (che ha appena ricevuto in dono la liberalizzazione delle tariffe autostradali), di Tronchetti Provera, di Roberto Colaninno, e di altri più o meno vip, si potrebbero aggiungere quote minori da riunire in una “new company” a fianco del nocciolo duro. Emma Marcegaglia, tirata in ballo sia come presidente della Confindustria, sia come imprenditrice, ha ripetuto che prima di ogni mossa l’azienda va profondamente ristrutturata.
Quanto al partner bancario, potrebbe essere la stessa Intesa, superando qualche problema di conflitto d’interesse. Per ora il direttore generale Pietro Modiano dichiara: “il ruolo di advisor ricevuto dal governo ci inorgoglisce”. Chissà se questa gratificazione (anche economica) indurrà l’istituto ad aprire il portafoglio.
Alla fine di questo itinerario resta tuttavia il problema di allearsi con una forte compagnia straniera. Con Air France i giochi sembrano davvero chiusi, anche se la pista francese aveva proprio in Tremonti un estimatore. Molti puntano sulla Lufthansa, anche i sindacati che vorrebbero esportare in Italia il modello partecipativo tedesco (e magari la sua efficienza). L’Aeroflot, venuta alla ribalta dopo l’incontro a Villa Certosa tra Berlusconi e Vladimir Putin, sembra chiamarsi fuori: “L’Alitalia un anno fa era risanabile, ora molto meno”. Resta l’ipotesi di un partner non europeo, come Emirates, la compagnia degli sceicchi del Golfo Persico: operazione, se si concretizzasse, di alta diplomazia strategico-economica, che inevitabilmente dovrebbe coinvolgere l’Eni.
Per quanto si può andare avanti? Nelle casse dell’azienda c’è liquidità per 174 milioni di euro, contro i 180 di fine marzo, mentre i debiti salgono a 1,35 miliardi. Su questi si pagano gli interessi. Le stime parlano di 11-12 mesi di tempo. Ma certamente il conto alla rovescia è scattato.
Il prestito-ponte di 300 milioni per Alitalia e la sua utilizzazione temporanea a patrimonio “rappresentano la volontà del governo di voler salvaguardare per i prossimi dodici mesi la continuità aziendale di Alitalia”. Lo ribadisce la relazione tecnica di accompagnamento al decreto fiscale che inizierà il suo iter alla camera e che contiene la norma sul patrimonio.
L’obiettivo viene perseguito, si aggiunge nella relazione, provvedendo a fornire ad Alitalia “i mezzi finanziari e patrimoniali necessari a verificare le possibili soluzioni alternative per il risanamento della società ed escludendo, sempre in tale lasso temporale, ogni ricorso ad ipotesi di liquidazione o di applicazione di procedure concorsuali”. Con il decreto fiscale, si ricorda nella relazione tecnica, l’erogazione di 300 milioni avviene a titolo di “trasferimento in conto capitale (apporto al capitale sociale per ripiano perdite) con pari effetto sull’indebitamento netto della pubblica amministrazione per l’anno 2008″.
“Questa modifica del prestito ponte è un provvedimento necessario, bisogna colmare un buco lasciato dalla precedente gestione. Per il futuro Alitalia si dovrà muovere in una logica di mercato. Alitalia non può ancora prendere soldi pubblici perchè noi non siamo disposti” dice il capogruppo leghista Roberto Cota che aggiunge: “Non ci devono essere svendite. Per questo abbiamo sostenuto tanto tempo fa che si dovesse applicare la legge Marzano, che avrebbe consentito di realizzare una ristrutturazione industriale. Ma non è stato fatto”.
Intanto, dalla Spagna, arriva l’attacco di Iberia. Che si dice non interessata all’acquisto di Alitalia: lo ha affermato oggi il suo presidente Fernando Conte, che ha inoltre criticato il processo di privatizzazione della compagnia italiana. “Non abbiamo assolutamente interesse nella privatizzazione di Alitalia” ha detto Conte in una conferenza stampa. Il dirigente di Iberia ha aggiunto di essere “profondamente deluso dalle modalità con cui viene gestita” la privatizzazione: “non è giusto né equo essere in competizione con imprese sostenute dallo Stato”, ha detto. Secondo Conte, il 2008 “non sarà un anno facile” per le compagnie aeree, in quanto “il prezzo del carburante è il principale fattore di rischio per il settore”. Oggi, ha rilevato, “il prezzo del barile supera i 130 dollari e questo crea una situazione drammatica per il settore”.

E ora sì che le rotte per Alitalia ci sono. Air France da una parte e, da qualche giorno, riecco in pista l’ipotesi Aeroflot. Alimentata dall’incontro di due amici, Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, in Sardegna, a villa Certosa: “Con Putin abbiamo parlato anche di Alitalia e della possibilità” di creare “un tavolo a cui sederci con Aeroflot”, ha affermato il premier in pectore, durante la conferenza stampa al termine del dibattito con il presidente russo.
Certo, il Cavaliere precisa di non avere “nulla contro la soluzione Air France (al centro di un incontro tra Gianni ed Enrico Letta nella serata di giovedì 17, ndr), ma ci piacerebbe che desse vita a un gruppo internazionale con pari dignità. I contatti, comunque, restano aperti. Ci piacerebbe” prosegue Berlusconi “che si desse vita, come era previsto in un primo momento, a un grande gruppo in cui Alitalia possa partecipare con pari dignità con Air France e Klm. Quando la trattativa si chiuderà con Air France, noi siamo disponibili ad allargare la possibilità di partecipazione ad altre compagnie straniere. Con Putin abbiamo pensato che potrà esserci un tavolo per vedere se si potrà procedere a un rafforzamento di entrambe le compagnie, Alitalia e Aeroflot, per dare vita a un gruppo internazionale di prestigio”.
Il nodo da risolvere ruota intorno alla dichiarazione rilasciata stamattina da Valery Okulov, numero uno di Aeroflot, in una sua intervista al canale televisivo Russia Today. “Noi abbiamo avuto una esperienza positiva dalla gara di privatizzazione Alitalia, ma serve un po’ più di ottimismo per partecipare al progetto una seconda volta” ha dichiarato il manager.
Avendo parlato “anche di Alitalia”, vuol dire che sono stati altri gli argomenti del colloquio tra il Cavaliere e lo “zar” russo. Come spiega lo stesso leader del Pdl: “Sono tanti i temi, li conoscete: dalle forniture di gas alla possibilità di incrementare le nostre relazioni con la federazione russa. Ci piacerebbe aumentarle visti anche gli ultimi dati. Abbiamo passato in rassegna tutti i punti critici della situazione internazionale e per ultimo ho voluto raccontargli il programma di governo che realizzerò come primo ministro”.
Insomma, per ora anche senza ali, i rapporti bilaterali Italia-Russia volano molto alti. Eni ed Enel lo scorso anno hanno acquisito asset importanti (giacimenti di gas e petrolio) in Siberia. In particolare, Enel ha preso il controllo della compagnia di generazione elettica OGK-5, confermandosi come uno dei maggiori investitori in Russia e accreditandosi in vista di possibili collaborazioni sul nucleare. Eni e Gazprom stanno invece realizzando il gasdotto South Stream. Come confermato ieri dall’ad Alexey Miller, Gazprom intende partecipare al raddoppio del gasdotto che dalla Libia porta gas all’Italia, potenziandone la capacità: da 8 a 16 miliardi di metri cubi all’anno al Italia.
Ma non c’è solo l’energia, sul tavolo italo-russo. Basti ricordare il progetto di Finmeccanica e Sukhoi per la realizzazione dell’aereo regionale SuperJet-100 e gli accordi di Fiat con Severstal.
Infine i piani di Autostrade. Il presidente Gian Maria Gros-Pietro vuole entrare nel fiorente business russo. E i contatti sono, dice, ben avviati: “Abbiamo già partner validi nella Federazione Russa. Abbiamo un progetto e a fianco di un grosso consorzio lo presenteremo al governo russo” ha dichiarato al agenzia russa Ria Novosti. Mosca ha in progetto di investire circa 100 miliardi di dollari nelle infrastrutture, e “know how, la competenza e progetti che Autostrade realizzano in altri paesi” potrebbero essere utili, ha sottolineato Gros-Pietro.
Il VIDEO servizio:

Alle 18 in punto, ora di Mosca, Gazprom avrebbe dovuto tagliare le forniture di gas all’Ucraina, lasciando solo quelle europee. Ma esattamente a quell’ora, Vladimir Putin e Viktor Yushchenko hanno dichiarato, che tutti problemi sono stati risolti. L’Ucraina pagherà tutti i debiti, ma a prezzi dell’anno scors: 179 dollari per mille metri cubi e senza more per il ritardato pagamento.
Dovevano parlare di altro, Putin e Yushchenko, in visita ufficiale a Mosca. Ma una buona parte di 4 ore di colloqui era dedicata proprio agli accordi sull’energia.
Il rischio di una guerra del gas era apparso alto sin dall’inizio dell’ anno, quando il premier ucraino Yulia Timoshenko aveva dichiarato che gli accordi energetici con la Russia “vanno rivisti”. Gazprom ha fatto i suoi calcoli e ha notato che il debito con la Russia per il gas nel 2007 ammontava a circa un miliardo di dollari. dall’inizio dell’anno si è aggiunto un altro mezzo miliardo. Venerdì scorso il portavoce di Gazprom Sergey Kupriyanov aveva chiesto in forma ultimativa all’Ucraina di pagare i debiti entro lunedì, altrimenti i rubinetti sarebbero stati chiusi. Per tutto il fine settimana i vertici di Gazprom e Naftogaz hanno tenuto incontri estemporanei, ma non sono arrivati a una conclusione. Solo la telefonata del presidente ucraino Viktor Yushchenko al numero uno di Gazprom, Alexey Miller, ha calmato un po’ le acque. Anche Timoshenko ha confermato ieri che “il debito ucraino in data 1 gennaio 2008 è di 1.072 milliardi di dollari, ma” ha aggiunto “è tutta colpa dell’ ex premier Yanukovich”. E così la decisione è stata rinviata a un momento successivo all’incontro tra i due capi di Stato.
I portatori di pace (e di gas) oggi sono stati Vladimir Putin e Viktor Yushchenko: i due presidenti hanno capito che non conviene la linea dura. Il compromesso sarà definito da Yulia Timoshenko con il collega russo Viktor Zubkov il 21 febbraio.
La guerra del gas non puo lasciare indifferenti i consumatori europei. Sul territorio ucraino passa la maggior parte del gas russo diretto in Europa. Alcuni paesi dell’Unione dipendono completamente dalle forniture russe. L’Italia comunque corre rischi relativamente modesti. Gazprom non è l’unico fornitore, ma anzi il secondo; la maggior parte del gas arriva dal Nord Africa. Ma la mancanza di rigassificatori e stoccaggi sotterranei, se la guerra durasse a lungo e sopravvenisse un freddo gelido, fa rischiare al Bel Paese di battere i denti.