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Mark Zuckerberg (Credits: LaPresse)
Il fenomeno Facebook sta per travolgere anche Wall Street? Considerando che il fatturato del social network più famoso del pianeta ha toccato i 300 milioni di dollari nel 2008, ha sfiorato i 700 nel 2009, e sembra destinato a superare il milione nel 2010, non sorprende sapere che la piattaforma di Mark Zuckerberg sia stata recentemente presa di mira da investitori che sperano di riuscire a convincere il padrino di Facebook a pianificane nel breve periodo la quotazione in borsa. Continua
L’ora della riscossione. Barack Obama presenta il conto ai “colpevoli” della grande crisi, ma il pagamento è tutt’altro che assicurato. Il presidente Usa si è lanciato in un’altra battaglia dall’esito incerto. Ma ha dalla sua, anche grazie ai toni populistici usati, gran parte degli americani. Continua

Paolo Pellegrini (foto Nathaniel Welch/Redux/Contrasto)
Solo cinque anni fa il nuovo guru italiano di Wall Street guardava gli annunci di lavoro, sperando di rivitalizzare la sua carriera nella finanza. Come passa veloce il tempo a New York.
Ora le reti televisive come Bloomberg fanno a gara per avere l’opinione di Paolo Pellegrini sul mercato: pessimista sull’economia americana e sul dollaro appesantiti dal deficit, lui punta su Asia e petrolio.
Il settimanale New York magazine racconta i suoi vezzi, come quello di guidare la Ferrari F430 che si è regalato sul circuito di Monticello a nord della città. E i grandi investitori aspettano ansiosi il momento, nel 2010, in cui potranno mettere soldi nel suo fondo Psqr, nome che è allo stesso tempo un anagramma (della sigla Spqr, in onore di Roma dove è nato) e un gioco di parole (sta per Paolo o Pellegrini «square», al quadrato).
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Il finanziere Raj Rajaratnam è accusato di aver guadagnato illegalmente milioni di dollari grazie a informazioni riservate per il suo fondo Galleon
Di
Elena Molinari
Se il più grande collasso del credito degli ultimi 80 anni e la truffa miliardaria di Bernard Madoff (un grande beneficiario, Jeffry Picower, è appena stato trovato morto affogato) non sono bastati a fare imbrigliare gli hedge fund, a mettere la museruola alla finanza ipersofisticata potrebbe essere l’arresto di un avventuriero cingalese dei fondi d’investimento con amici fra le tigri tamil. Continua

Piazza degli Affari non è Wall Street e a Milano non si sono visti manager in giacca e cravatta con gli scatoloni in mano. A differenza, per esempio, dei dipendenti della banca d’affari Lehman Brothers, che uscivano con gli effetti personali dopo il crac della banca, i bancari licenziati sono scesi in piazza, il 5 marzo, protestando davanti alla sede dell’Abi (Associazione bancaria italiana). Erano un centinaio di colletti bianchi, alcuni detti per le loro alte retribuzioni “bianchissimi”, di Dresdner Bank e Ge Money Bank che da un giorno all’altro si sono ritrovati senza lavoro. Ma i dipendenti delle filiali italiane di banche straniere che rischiano la disoccupazione sono altri 200. E non è che l’inizio.
La Dresdner Bank ha annunciato 9 mila licenziamenti che colpiranno tutte le filiali mondiali tranne la casa madre tedesca. La sede di piazza degli Affari verrà chiusa e tutti gli 87 dipendenti cacciati. “Non parliamo di lehmaniani superpagati” polemizza Pierpaolo Merlini, segretario della Fiba Cisl di Milano, “ma di lavoratori con stipendi normali. Il problema è che il 90 per cento dei contratti a termine del settore non verrà rinnovato”.
A Milano c’è incertezza per svariate migliaia di persone, senza considerare i dipendenti delle sgr. “È la prima volta che affrontiamo una crisi di settore così grave” precisa Sergio Girgenti, segretario nazionale della Fiba Cisl.
Quelli che hanno perso il lavoro finora sono dirigenti e impiegati dell’area professionale, che guadagnano in media tra i 2 e i 3 mila euro mensili. Non semplici impiegati tute blu, quindi, ma anche per loro la disoccupazione è dura. Per di più questo tipo particolare di bancari non ha diritto agli ammortizzatori sociali: niente cassa integrazione né altre garanzie. La maggior parte di loro è troppo giovane per godere dei cosiddetti fondi di solidarietà o di forme di prepensionamento. Le speranze di essere ricollocati sono in questo momento modeste e l’unico salvagente, temporaneo, è la liquidazione, più una buonuscita: tra le sei e le 12 mensilità.
Per i bancari della Dresdner Merlini vede nero. «La trattativa è complessa» spiega «quella che per la società tedesca è la chiusura di una sede, la più piccola, secondo noi è un licenziamento collettivo. La controparte che tratta con noi poi non prende alcuna decisione, chi le prende sta altrove». Ma i colletti bianchi licenziati non si danno per vinti. Dopo la manifestazione all’Abi programmano incontri con il console tedesco, il sindaco di Milano e il presidente della Provincia di Milano.
L’americana Ge Money, specializzata in mutui, sta smantellando la filiale milanese: in 43 perdono il lavoro e rimangono solo 11 “becchini”, con il compito di seguire i clienti fino al pagamento dell’ultima rata. La controllante General Electric ha recentemente comprato la Interbanca e ai sindacati ha presentato un piano di riduzione del personale pari a un terzo dei dipendenti: 100 persone in meno. L’olandese Ing Group ha annunciato 55 esuberi in Italia e ha già avviato la procedura per i licenziamenti.
Secondo Merlini “anche Merrill Lynch e Citigroup dovranno ridurre i costi e tagliare una decina di posti”.
Poi c’è la Deutsche Bank: 300 dipendenti hanno aderito al recente piano di incentivi all’esodo, mentre per qualche dirigente il futuro potrebbe riservare misure più drastiche. Si salvano invece i lavoratori della Meliorbanca. I 120 licenziamenti annunciati sono stati ritirati grazie a un accordo sindacale di fine febbraio e all’intervento della Banca popolare dell’Emilia-Romagna.

Metà dei 4,4 milioni di americani disoccupati ha perso il lavoro dopo la sua elezione. E l’indice di borsa Dow Jones è calato del 20 per cento dal giorno del suo insediamento. Forse è ancora presto per chiamarla la recessione di Barack Obama, come l’ha definita il Wall Street Journal. Ma certo i dubbi sulla politica economica della nuova amministrazione non si limitano più al canale finanziario Cnbc, dove il popolare guru democratico della finanza Jim Cramer aizza i telespettatori contro “timid Timmy”, come lui chiama Tim Geithner, il criticatissimo segretario del Tesoro. Anche tra banchieri e top manager, petrolieri e agenti immobiliari monta la protesta contro il piano di salvataggio del sistema finanziario e contro il budget da 3.600 miliardi di dollari di Obama, che secondo i critici non garantisce il risanamento dell’economia. Ecco i temi più discussi.
Il piano finanziario non funziona
Forse il problema è di tono, come nota Edward Yingling, direttore dell’associazione bancaria Usa: “L’incapacità di distinguere tra Wall Street e le migliaia di piccoli istituti di credito sani sta distruggendo la fiducia nell’intero sistema bancario”. Forse si tratta di una mera questione di interesse: i democratici chiedono l’abolizione del bonus per i 20 dirigenti più pagati nelle banche che ricevono aiuti dal governo, e di tassare le commissioni degli hedge fund come se fossero reddito normale (ora l’aliquota è del 15 per cento). Ma c’è pure chi pensa che ad affondare la borsa sia proprio il tentativo di salvare grandi istituti come la Citigroup (il cui titolo è precipitato sotto 1 dollaro dopo avere ricevuto 45 miliardi) o il gigante Aig (che lotta per sopravvivere dopo avere ricevuto 150 miliardi). Nel suo budget Obama ha previsto altri 700 miliardi in aiuti, che si aggiungono ai 750 già versati.
Assistenza (in perdita) a tutti
Circa 46 milioni di americani vivono senza assicurazione sanitaria, perché non possono permettersela: negli ultimi otto anni il costo di una polizza è cresciuto a velocità quadrupla rispetto ai salari medi, e chi perde il lavoro di solito deve anche rinunciare al dentista. Pochi sono quindi pronti a mettere in discussione la necessità di una riforma per cui Obama ha stanziato circa 634 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. La metà verrà da aumenti delle tasse ai più ricchi, la metà da tagli nei rimborsi del Medicare (la sanità pubblica) a compagnie farmaceutiche e assicurazioni. Che hanno scatenato in Congresso i loro lobbisti, forti dei dati di economisti come Michael Tanner del Cato Institute, secondo cui per le assicurazioni private sarà impossibile fare fronte alla concorrenza della sanità pubblica. E c’è chi teme che alla fine a soffrire sarà proprio la qualità del sistema sanitario: oggi gli ospedali americani hanno margini di profitto del 48 per cento sui pazienti assicurati privatamente, mentre perdono circa il 44 per cento su ogni trattamento coperto dallo stato.
Meno deduzioni sui mutui
Obama ha promesso tagli delle tasse per il 95 per cento della popolazione attraverso un credito di imposta di 400 dollari per i singoli e 800 per le famiglie. Ma a suscitare polemiche sono gli effetti indesiderati che potrebbe avere l’aumento delle tasse previsto a partire dal 2011 per le famiglie che hanno un reddito superiore ai 250 mila dollari e i singoli che guadagnano 200 mila dollari. La Casa Bianca vuole un aumento dell’aliquota massima dal 35 al 39,6 per cento e un aggiustamento dell’imposizione sui capital gain dal 15 al 20 per cento. Ma per finanziare la sua riforma sanitaria e il programma di aiuti ai proprietari di casa Obama ha anche proposto di limitare la possibilità di dedurre dal proprio reddito gli interessi sulle rate del mutuo, una facilitazione che secondo gli economisti della Casa Bianca ha concorso alla creazione della bolla immobiliare. Gli stessi democratici si oppongono a questa misura, che ha scatenato la reazione della National association of realtors, l’associazione nazionale degli agenti immobiliari, secondo i quali c’è il rischio di bloccare la ripresa del mercato della casa.
Petrolieri anti green economy
I lobbisti dell’American petroleum institute promettono battaglia: secondo loro, Obama mette a repentaglio 6 milioni di posti di lavoro eliminando le deduzioni di cui si sono finora giovate le aziende energetiche che operano nel Golfo del Messico. “Il risultato sarà aumentare le importazioni dal Medio Oriente che la nuova amministrazione vorrebbe ridurre” dice Mark Kibbe, portavoce dell’istituto. Nel suo budget il presidente propone di ridurre entro il 2050 le emissioni inquinanti a un livello inferiore dell’83 per cento rispetto a quello riscontrato nel 2005. Per farlo la nuova amministrazione intende mettere all’asta i permessi per emettere inquinanti, con un costo che verrà fissato tra i 13 e i 20 dollari a tonnellata di anidride carbonica, raccogliendo dalle imprese circa 646 miliardi entro il 2019. L’obiezione dei critici: i costi ricadrebbero inevitabilmente sui consumatori, con un aumento della bolletta energetica del 7 per cento in media, ancora più alto negli stati del Midwest dove forte è l’uso del carbone.

I rischi del “buy American”
“La nostra fiducia nel commercio internazionale è a pezzi” ha detto Max Baucus, senatore democratico del Montana, uno dei sostenitori della clausola sull’acquisto di beni prodotti negli Stati Uniti inserita nel programma di stimolo dell’economia. Ma per riportare posti di lavoro negli Stati Uniti Obama intende anche agire a livello fiscale, eliminando la possibilità di dilazionare il pagamento delle tasse sul reddito prodotto all’estero dalle imprese. “È una normativa che finirà per ostacolare la competitività delle multinazionali americane” obietta John Castellani, presidente del Business Roundtable. Secondo i lobbisti come lui, i costi di produzione aumenterebbero al punto da rendere possibili scalate da parte di imprese concorrenti. Col paradossale risultato di perdere i posti di lavoro che l’amministrazione cerca di difendere.
Il VIDEO servizio: luna di miele finita per Obama?
Il rischio fallimento annunciato da General Motors e la chiusura nettamente negativa di Wall Street hanno appesantito le Borse di Asia e Pacifico, che chiudono la quarta settimana consecutiva in perdita. Male in particolare il maggiore listino dell’area: Tokyo ha infatti perso il 3,5%, scendendo ai minimi degli ultimi quattro mesi.
Sono di nuovo i timori legati alla recessione, ai rischi di perdite ancora maggiori per le grandi società e le istituzioni finanziarie ad affossare i listini. A livello mondiale certo non ha aiutato il calcolo fatto da qualche operatore secondo il quale dall’insediamento di Barack Obama la Borsa statunitense ha perso circa il 20%, ma nemmeno i tentativi di iniezioni di fiducia, come quello del governatore della banca centrale cinese che parla di “ingenti manovre” in arrivo a sostegno dell’economia, per ora hanno fermato il pessimismo.
In questo quadro, in Estremo Oriente solo Shanghai mostra un segno leggermente positivo. Per il resto tutti ribassi, con Kong Kong e Sidney in calo di oltre un punto percentuale e Seul e Singapore che cercano di limitare di danni sotto questo livello.
Ma è la Borsa di Tokyo, il maggiore punto di riferimento dei mercati azionari dell’area, a preoccupare di più. La seduta sul listino giapponese è iniziata male ed è finita peggio, con il titolo Pioneer scivolato a una chiusura in calo dell’8,82%, l’industriale Fuji del 7,06%, Toshiba del 6,40%. Male anche Honda e Nikon, scese rispettivamente del 4,87% e del 4,74%.
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Un maxi piano di 2 mila miliardi di dollari per il rilancio del credito e la stabilizzazione del mercato finanziario. Questa la soluzione proposta dal segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, per far ripartire l’America che sta attraversando “una tempesta perfetta di problemi finanziari”, gli ultimi strascichi dalla crisi dei mutui subprime cominciata nel 2007. Un progetto quello del Financial Stability Plan - che sostituirà l’attuale programma, cioè il Tarp - “costoso, che comporta l’assunzione di rischi e richiede del tempo”, ammette il segretario, ma comunque necessario perché la crisi finanziaria “è senza precedenti”, con il “sistema finanziario che sta lavorando contro la ripresa”. Tre gli elementi su cui poggia il piano del governo Usa: le iniezioni di capitale nelle banche, l’ampliamento del programma Fed a sostegno dei consumi e la creazione di un fondo pubblico privato di 500 - 1.000 miliardi per l’acquisto di asset tossici. Per quanto riguarda il sostegno alle banche, gli istituti dovranno sottoporsi a un test per verificare il capitale, utilizzare le risorse per aumentare i prestiti, porre dei paletti sia ai compensi dei manager (fissati a 500.000 dollari l’anno) sia ai dividendi trimestrali e mettere online le risorse investite. Per sostenere i consumi, il governo Usa prevede di ampliare fino a 1.000 miliardi di dollari i finanziamenti a supporto del mercato dei titoli costruiti sui prestiti agli studenti (gran parte delle università americane sono private), sui finanziamenti per le auto, sulle carte di credito e sui prestiti garantiti per le piccole aziende. Previsti, inoltre, 50 miliardi per la rinegoziazione dei mutui.
Ma Wall Street ha bocciato il maxi piano del Governo, accogliendolo ieri in chiusura con gli indici in perdita del 4% e con il Dow Jones sotto i 7.900 punti. Una bocciatura riconfermata stamane dall’apertura negativa delle principali borse europee. “Wall Street sperava in una via di uscita facile, ma non c’è una via di uscita facile”, ha poi giustificato il presidente Barack Obama. “Non possiamo attenderci dei risultati immediati”, avverte il presidente della Fed, Ben Bernanke.”Per stabilizzare l’economia c’è bisogno di un’azione forte”. Il numero uno della Fed comunque si dice “incoraggiato e la situazione sui mercati finanziari è migliorata”.
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di Marco De Martino
A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti.
Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan.
Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento.
Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz.
Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard.
In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti.
Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo.
È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo.
Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”.
Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato.
Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli.
Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti.
Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia.
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Il Wall Street Journal prova a predire, con la penna di Evan Newmark, cosa succederà nel 2009.
Un gioco, e niente più, su cui il columnist, infatti avverte: “Il lettore stia attento, gran parte di quello che dico non si avvererà. Ma potrei scommettere il mio Mba a Harvard che almeno tre cose si avvereranno. Ok, forse due”.
La previsione più clamorosa? Il fallimento di General Motors, una delle Big Three di Detroit, insieme a Ford e Chrysler, che ormai ballano sull’orlo del crac. I 15 miliardi di dollari del piano Paulson? Troppo pochi. Perché alla fine potrebbe semplicemente prolungare l’agonia del colosso americano e consentirgli, prima dell’amministrazione controllata, di pagare solo tre quattro mesi di stipendi e i debiti non rinviabili ai fornitori.
La seconda previsione riguarda Bernard Madoff, l’ex presidente del Nasdaq Stock Market autore di una colossale frode da 50 miliardi di dollari. “Chiederà l’infermità nel corso del processo”, azzarda Newmark. Alti e bassi invece sul mercato borsistico, prevede il Wst. Prima di rialzarsi negli ultimi mesi del 2009, fino a recuperare i miliardi andati in fumo nell’ultima parte di quest’anno, Wall Street calerà un altro 25%. Insomma: montagne russe nella prima parte dell’anno prima di una (relativa) stabilizzazione borsistica verso la fone del 2009. Altra previsione: Goldman Sachs acquisterà Etrade, la finanziaria newyorkese guidata da Donald Layton, ex vice di JPMorgan. La lunga battaglia per il controllo di Apple si risolverà invece con l’uscita di scena del fondatore Steve Jobs, su cui si fanno incessanti le voci di una presunta malattia e che non parteciperà all’ultimo MacWorld di gennaio.
Grandi rivolgimenti, prevede ancora Newmark, sul mercato dell’editoria, con Bloomberg, il finanziere indipendente di Manahattan, che acquisterà il New York Times.
Il petrolio, invece, costerà circa 30 dollari al barile per gran parte dell’anno. Una previsione forse al ribasso ma non lontana dalle quotazioni a picco raggiunte negli ultimi mesi. Momenti bui anche sul mercato globale dell’arte contemporanea dove il Wst prevede un crollo simile a quello subito dalla borsa negli ultimi mesi di quest’anno. Lo S&P 500 chiuderà il 2009 a 1.200 punti, in rialzo del 30%.
L’ultima previsione è facile facile: il presidente eletto Barack Obama avrà la cerimonia di insediamento di maggior successo nella storia.
Ecco nel dettaglio le 10 previsioni di Newmark:
1: Gm entro aprile farà ricorso alla bancarotta protetta.
2: Madoff chiederà l’infermità nel corso del processo.
3: Goldman Sachs acquisterà e-Trade.
4: Wall Street calerà un altro 25%
5: Apple avrà un nuovo amministratore delegato.
6: Bloomberg acquisterà il New York Times.
7: Il petrolio costerà circa 30 dollari per gran parte dell’anno.
8: Il mercato globale che può soffrirà sarà quello dell’arte contemporanea.
9: Lo S&P 500 chiuderà il 2009 a 1.200 punti, in rialzo del 30%.
10: Il presidente eletto Barack Obama avrà la cerimonia di insediamento di maggior successo nella storia.
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