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A chi fa gola il patrimonio degli italiani


Pd, il partito delle tasse. Che gola ci fa il patrimonio degli italiani

«La guerra è una cosa troppo seria per farla fare ai generali». La battuta di Georges Clemenceau si adatta benissimo alle tasse: questione troppo importante per affidarla ad accademici, esponenti di Palazzo di lunghissimo corso, tecnici prestati alla politica. Ancora di più se si parla di patrimoniale, un tabù per gli italiani che vantano quasi 10 mila miliardi di euro di ricchezza lorda, in gran parte case. Continua

Dossier Alitalia, sarà decisiva la prossima settimana

Un aereo Alitalia pronto al decollo
Da lunedi prossimo sul tavolo del consiglio di amministrazione di Alitalia arriva l’approvazione del bilancio 2007. Sarà una settimana decisiva. Già il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, aveva annunciato novità importanti per la prossima settimana. E oggi ad assicurare che una soluzione per salvare il vettore italiano è vicina è stata la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega al Turismo, Michela Brambilla: “Alitalia rimarrà italiana” ha affermato “si sta lavorando ad un piano industriale che permetta una soluzione in breve tempo”.

La prossima settimana, il 30 maggio, scade il termine per presentare all’Unione europea le informazioni richieste sul prestito ponte. Se Bruxelles ritenesse insufficienti le spiegazioni, si aprirà un’inchiesta per aver violato la normativa sugli aiuti di Stato, come già fatto per la greca Olympic Airways. Il decreto legge sul prestito ponte, approvato la settimana scorsa dal senato, sarà mercoledì o giovedì prossimi al varo della Camera per ricevere il via libera definitivo. L’opposizione intanto affila le armi: durante la riunione del suo governo ombra Walter Veltroni  ha parlato di “pericoloso silenzio” sceso sul destino della compagnia di bandiera. E il ministro ‘ombra’ Bersani parla di situazione di stallo, sottolineando che “i francesi sono a casa e noi aspettiamo fiduciosi che succeda qualcosa. Non so se l’Unione europea farà passare quella norma”.
Questioni che in ogni caso preoccupano anche i sindacati: sono stati avviati i contatti con Leopoldo Luigi Conforti, responsabile ad interim delle Risorse Umane, per “una prima presa di contatto” con il nuovo capo del personale e per cercare sicuramente risposte sui nuovi scenari che si aprono per l’azienda.

Alitalia, ancora aperte le trattative per la cordata

Boeing della flotta Alitalia
Stringono i tempi per il destino di Alitalia. “O si fa Alitalia o si muore” ha dichiarato il leader del Pdl Silvio Berlusconi che sostiene la cordata italiana di Air One e Banca Intesa. La società di Carlo Toto chiede due settimane per la due diligence, il controllo dei conti della compagnia di bandiera: Air One aveva presentato già tre mesi fa un piano di risanamento, ma era stata esclusa dalla revisione contabile. E se da un lato Banca Intesa dichiara di non essere interessata, si potrebbero aprire comunque spiragli per un piano di riserva presso l’istituto di credito. Ieri il candidato dell’Unione Walter Veltroni ha commentato: “Se c’è una cordata italiana si faccia avanti in quarantott’ore”. Una richiesta “assurda” secondo Berlusconi: “Questo governo” ha detto il candidato premier “ha dato 5-6 mesi ad Air France, unico interlocutore che poi ha presentato condizioni irricevibili”.

E da Parigi trapela che il numero uno di Air France-Klm Jean Cyril Spinetta sta preparando con “serietà, buona volontà, grande scrupolo”
l’incontro di martedì prossimo con i sindacati italiani: è convinto che la proposta per l’integrazione di Alitalia nel gruppo franco-olandese sia “solida, concreta, fondata”, ed è certo di avere “interlocutori attenti”. La pressione politica accesa da Silvio Berlusconi, però, dà più forza al fronte del no nel confronto sindacale. Per i francesi ottenere il via libera del prossimo governo resta una condizione necessaria, ma è un problema che, eventualmente, si porrà a suo tempo. Martedì pomeriggio l’incontro tra Spinetta ed i sindacati, due i temi più spinosi: l’impatto sugli esuberi previsti per i piloti della decisione di dismettere gradualmente i 5 aerei full cargo, ed il futuro dei lavoratori di Az Servizi, (manutenzione, handling, informatica, call center, amministrazione: attività deconsolidate sotto il controllo della finanziaria del Tesoro Fintecna che solo in parte rientrano nel perimetro dell’offerta dei francesi). Dopo l’incontro potrebbe tornare a riunirsi il cda di Alitalia.

LEGGI ANCHE: Quanto ci costa regalare Alitalia ai francesi
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Roma e il piano regolatore: guerra all’ultimo mattone

la città dello sport a Tor Vergata
di Romana Liuzzo

Un grattacielo firmato dall’archistar inglese Richard Rogers nel cuore della Magliana, a pochi metri dall’Alitalia; un edificio residenziale di lusso, dopo la demolizione delle Torri dell’Eur, griffato Renzo Piano, stessa sapiente mano del Centre Pompidou a Parigi e dell’Auditorium capitolino. Tutto aggiudicato al gruppo Lamaro (Toti). La risposta virtuale all’ancora virtuale nuvola di Massimiliano Fuksas, al vicino centro congressi. E ancora: mezzo milione di metri cubi tra abitazioni e ospedale (Caracciolo-Angelucci) per il popolare quartiere fra Cinecittà e Anagnina… Fuori del Campidoglio infuria la protesta di chi ai progetti futuristici preferirebbe un alloggio, anche popolare.
In attesa dell’approvazione di queste “postille” non di poco conto (il tutto potrebbe avvenire entro il 23 febbraio o subito dopo), è passato in extremis, poche ore prima delle dimissioni del sindaco Walter Veltroni, con 37 voti a favore e 20 contrari, il piano regolatore di Roma: 65 milioni di metri cubi, 2 mila punti di verde privato, 7.900 ettari di verde pubblico, ampliamento della rete infrastrutturale su ferro e su strada, riqualificazione dei mercati generali, una città dello sport e il progetto Macro di Odile Decq, sorta di terrazza sopraelevata.
Una guerra all’ultimo mattone combattuta tra i costruttori romani. La resa dei conti, tra chi ha già avuto e chi ancora vorrebbe avere. Le forze in campo sono: Caltagirone, Toti, Bonifaci, Armellini, Ligresti, Mezzaroma e Marchini. Ma anche, inevitabilmente, un braccio di ferro tra opposizione e maggioranza.
Si deve alla prima se il prg è passato nella sua formula quasi originale. “Ci sono state solo 233 modifiche non sostanziali: 26 nate da osservazioni, 40 errori materiali, 14 recepimenti, 112 adeguamenti, otto osservazioni nate dall’attuazione di norme transitorie e 33 modifiche legate ai piani di zona” puntualizza l’assessore all’Urbanistica, Roberto Morassut.
“Di queste variazioni noi non ne conosciamo nemmeno una” replica con Panorama il consigliere comunale Marco Visconti, di An.
Non è un caso se il segretario generale del Comune di Roma, Vincenzo Gagliani Caputo, che sigla tutte le delibere, si sia rifiutato di farlo con il piano regolatore (”Non firmo ciò che non conosco” avrebbe detto a un amico nell’aula Giulio Cesare). Non è un caso che le delibere di variante non siano siglate dall’assessore Morassut, ma da quello al Patrimonio, Claudio Minelli, “da sempre tramite prima di Francesco Rutelli, poi di Veltroni con i costruttori romani” commenta Visconti. “Nel prg non vi sono aree di edilizia popolare, a parte qualche affitto concordato, non c’è alcuna infrastruttura, inoltre tutto è svincolato da ciò che avviene fuori della città. Il progetto Millennio, che prevede il grattacielo di Rogers, in Campidoglio è stato per esempio ribattezzato Minnellium, dal nome dell’assessore che lo ha tanto caro. Si edificano quartieri alle porte di Roma senza pensare ai cittadini che in città ci devono arrivare. Come? Con la diligenza?”.
Veltroni, subito dopo l’approvazione del piano, non nasconde la gioia per il risultato ottenuto: “Questo è un momento storico: la capitale aspettava un piano regolatore da 100 anni”. Poi il primo cittadino saluta e prosegue la sua corsa alla testa del Partito democratico. Il 23 febbraio si scioglierà il consiglio comunale e dal 24 è in arrivo un commissario straordinario (calano le quotazioni di Achille Serra, si parla del prefetto Mario Morcone, ex capo del dipartimento dei vigili del fuoco): a lui il compito di fare da traghettatore fino all’election day del 13-14 aprile.
“Altro che 100 anni, il piano regolatore è del 1965, ora è stato rivisto e corretto. Veltroni è andato avanti in questi anni con il motto caro a Rutelli del pianificar facendo e ora si è trovato a dover approvare un documento così importante in 2 giorni, per non scontentare i costruttori che reclamano la loro fetta di torta” polemizza il consigliere di An, Marco Marsilio.
Secondo Gianni Alemanno, ex ministro nel governo Berlusconi e possibile candidato sindaco, “questa consiliatura termina con una grave scorrettezza della maggioranza ai danni dell’opposizione, ma soprattutto ai danni della città. Impugneremo davanti al tar la delibera di ratifica del prg, fatto in 2 giorni”.
Un dato è inconfutabile: rispetto al piano regolatore del 1965, quello approvato da un commissario (l’ultimo vero prg risale al sindaco Ernesto Nathan nel 1909), i metri cubi a disposizione dei costruttori sono diminuiti: da 120 a 65 milioni. “E certo tutto ciò che si poteva è già stato appaltato nel corso di questi anni: vedi la Galleria Colonna (Lamaro), la città dello sport a Tor Vergata (Caltagirone), Tor di Quinto (Bonifaci)” ribattono da An.
“Roma con i suoi 129 mila ettari di superficie è il più grande comune d’Italia” ricorda Monica Cirinnà, vicepresidente del consiglio comunale, ribattezzata non senza malignità “la signora che si occupa dei gatti”, ma già in corda per la poltrona di assessore all’Ambiente. “Con questo piano due terzi delle aree libere sono diventate inedificabili, saranno ampliati i parchi di Veio, Decima e quello dell’Appia antica. E sono previsti 20 mila alloggi popolari con affitti concordati”. Alla somma dei metri cubi vanno aggiunti le varianti e i cambi di destinazioni d’uso. Ed ecco che la cifra raddoppia.

Alitalia, ancora un rinvio: ci mancava solo il piano Veltroni

Aereo Alitalia all'aeroporto di Fiumicino a Roma
Ci sarebbe un piano segreto del governo dietro il nuovo rinvio della scelta del partner di Alitalia. Dopo una riunione durata quasi 4 ore, il consiglio di amministrazione della compagnia di bandiera ha confermato una decisione che era nell’aria già da qualche giorno. La vendita di Alitalia viaggia su binario morto anche se si è cercato di salvare almeno le apparenze.
La nota ufficiale di Alitalia recita che il cda ha concluso la valutazione delle offerte non vincolanti e che la decisione sarà presa nel prossimo cda di venerdì. Il partner con cui avviare la trattativa diretta non è stato individuato perché quella che doveva essere una partita squisitamente industriale si è trasformata in un nuovo campo di battaglia tra i due schieramenti della maggioranza. Tra chi fa il tifo per l’offerta Air France (il premier, Romano Prodi, e il ministro dell’economia, Tommaso Padoa-Schioppa) e il fronte contrario, ben più nutrito, che punta a mantenere i colori nazionali sotto il cappello di Air One e di Intesa Sanpaolo. Piano gradito innanzitutto ai due vicepremier, Francesco Rutelli e Massimo D’Alema e al ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi.
I consulenti arruolati dal numero uno di Alitalia, Citi e Roland Berger, continueranno a lavorare durante tutte le festività natalizie con l’obiettivo di prendere una decisione all’inizio del 2008.
Ma il lavoro potrebbe ripartire da capo se il nuovo piano allo studio di alcuni esponenti politici del Pd e dallo stesso segretario, Walter Veltroni, riuscirà a prendere piede. La frase di Veltroni intervistato dal Foglio non è stata buttata lì per caso. Dietro l’auspicio che “le proposte di Air France e Air One si incrocino per garantire la forza di un soggetto come il vettore francese e la forza di un soggetto finanziario come Banca Intesa, e al tempo stesso assicurare il radicamento nel paese di una compagnia nazionale”, ci sarebbe un piano preciso di Veltroni che sarebbe finito nelle ultime ore sul tavolo di Prodi e di alcuni ministri. A cominciare da Padoa-Schioppa e Bianchi.
Il piano dovrebbe prevedere due possibilità. La prima, molto più radicale, si basa sulla spartizione degli asset di Alitalia tra il gruppo francese, che prenderebbe Az Fly cedendo slot di rilievo ad Air One, mentre a quest’ultima andrebbe anche Az Servizi. Una simile possibilità si scontrerebbe però con il veto dei sindacati che già minacciano lo sciopero.
Ecco perché, molto più probabilmente, si comincerà a ragionare sull’altra possibilità, e cioè l’acquisizione da subito di Alitalia da parte di Carlo Toto, patron di Air One, e Corrado Passera, numero uno di Intesa San Paolo attraverso l’Opa a 1 centesimo per ogni azione Alitalia. La nuova compagnia manterrebbe come partner internazionale la stessa Air France che tra un anno al massimo effettuerebbe lo scambio azionario con la nuova società e il Tesoro avrebbe una quota più grande rispetto al 3 circa di oggi.
Ma Prodi non vuole fare passi falsi. Prima di tutto ne parlerà al presidente francese, Nicolas Sarkozy, tra domani e dopodomani. Solo se Parigi accetterà, allora se ne potrà iniziare a discutere con Toto.

Il VIDEO servizio:

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Mps-Antonveneta: la sinistra ha tre banche, ma stavolta non lo dice

Banca Monte Dei Paschi Di Siena
Alla fine la bella addormentata delle banche italiane si è svegliata, riuscendo la dove aveva clamorosamente fallito l’Unipol, il colosso finanziario della Lega Coop. Il Monte dei Paschi di Siena, con l’acquisto della Banca Antonveneta, diviene il terzo istituto di credito italiano, ma soprattutto mette assieme due entità sane, radicate nelle aree più produttive del Paese. Non ci dovrebbe essere molto da risanare, puttosto da razionalizzare, anche perché il prezzo pagato agli spagnoli del Santander (9 miliardi di euro, cioè tra 8,5 e 9 milioni a sportello) è assai salata.

Letta in chiave politica sembra un’operazione di finanza rossa: diversa però dal tentativo di due anni fa condotto dall’Unipol di Giovanni Consorte. Quella scalata aveva una forte impronta dalemiana, testimoniata dagli strascichi giudiziari della faccenda. Questa, caso mai, può essere vagamente collocata nel giro veltroniano: con il segretario del Pd simpatizza il presidente del Mps, Giuseppe Mussari, e antidalemiani (nonché anti-Unipol) furono a suo tempo altri sponsor del Montepaschi, a cominciare da Franco Bassanini.

Ovviamente sarebbe riduttivo dare una rilevanza solo politica al takeover. L’Mps era rimasta da sola e doveva prima o poi fare la propria mossa, chiudendo di fatto quel risiko auspicato anche da Mario Draghi, governatore di Bankitalia. Ma non c’è dubbio che il Pd avrà nel nuovo gigante del credito un interlocutore attento, e viceversa. Così come Romano Prodi ha da sempre una sponda nell’Intesa-San Paolo di Giovanni Bazoli e Corrado Passera; così come, ancora, sono dichiarate le simpatie uliviste di Alessandro Profumo, numero uno dell’Unicredito.

Insomma, la sinistra non ha più “una banca”, ora può vantarne ben tre, e sono le principali d’Italia. Solo che, a differenza di Piero Fassino e di Massimo D’Alema, non lo dice e non se ne vanta (sopratutto al telefono).

Banche: MPS conquista Antonveneta. Il Pd nel risiko bancario

Banca Monte Dei Paschi Di Siena
Era da mesi che sembrava conclusa la stagione delle acquisizioni e delle fusioni. Invece, con un colpo a sorpresa Banca Monte Paschi di Siena mischia le carte in tavola e torna a riaccendere il risiko bancario Italiano. MPS ha annunciato infatti di aver raggiunto un accordo con il Banco Santander per l’acquisto del 100% di Banca Antonveneta per una cifra pari a 9 miliardi di euro in contanti, al netto delle partecipazione di Interbanca. Per chiudere la partita con gli spagnoli del Santander ai senesi (che sono banchieri dal 1472) sono bastate 24 ore.
Il nuovo istituto che nascerà dal matrimonio tra la banca senese e quella patavina (l’operazione dovrebbe essere chiusa entro il primo semestre del 2008) darà vita al terzo gruppo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo e Unicredit-Capitalia, ma in pole position per numero di sportelli (mille quelli di Antonveneta più 2mila di Mps) e dipendenti.
Al di là della cattiva reazione dei mercati, ci sono altri corollari a questa acquisizione. Il primo è che Antonveneta torna a essere italiana. Il secondo è il prezzo: 9 miliardi sono tanti. Ma se si pensa che due anni fa la banca è passata agli olandesi per quasi 8 miliardi, e se si calcola che dentro al suo “perimetro” c’era anche la banca d’affari Interbanca, valutata circa un miliardo, ed esclusa da questa operazione (resta al Santander) allora si conclude che Mps paga oggi 9 miliardi quello che due anni fa è stato stimato 7.
Il terzo elemento è sostanzialmente politico. Questa non è una fusione a freddo, come quella che sembra aver dato vita al partito nuovo tra Ds e Margherita, ma l’accasarsi dell’Istituto della città di Sant’Antonio, cioè a chiara matrice cattolica, nella cassaforte laica senese, da sempre vicina agli uomini della sinistra.
Perché quello di Siena è l’unico istituto la cui maggioranza (58%) non sta sul mercato ma è di una Fondazione. Controllata a sua volta dagli enti pubblici (Comune e Provincia su tutti). Enti governati dal dopoguerra da solide maggioranze Pci, poi Pds, poi Ds. E presto Pd.
Insomma, per dirla come titola il Manifesto, ora anche il Partito democratico ha una banca (cosa che non era riuscita a Fassino e D’Alema), frutto rivoluzione riformista, probabilmente favorita dalle decisioni più liberal provenienti da via Nazionale. L’asse virtuale, che in molti avevano individuato, tra il Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, e il neo segretario del Partito Democratico ne esce appunto rinvigorito.


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Giampiero Cantoni
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