di Indro Montanelli
tratto da Il Giornale dell’11 novembre 1989
Raccontano che nel passargli le consegne, il malato Erich Honecker abbia detto a Egon Krenz: «I vecchi comunisti che muoiono quest’anno sono molto più sfortunati di quelli che morirono l’anno scorso, ma molto più fortunati di quelli che morranno l’anno venturo». Probabilmente non è vero: il senso dell’umorismo figura di rado nel guardaroba dei comunisti, e specialmente di quelli tedeschi. Ma potrebbe esserlo.
Honecker ha evitato d’un pelo di restare schiacciato sotto le macerie del Muro, di cui è stato, sia pure su ordinativo del suo predecessore Walter Ulbricht, il costruttore. Ma non per lungimiranza. Anche lui sapeva - lo sapevano tutti - che il Muro si screpolava. Ma nemmeno lui si aspettava - non se lo aspettava nessuno - che crollasse, come sta crollando, così catastroficamente e di colpo. Pare impossibile: ma nel mondo comunista nulla può avvenire, nemmeno le cose buone, se non per trauma e sconquasso.
La fine del Muro è una cosa buona, la fine di una vergogna: non possiamo che salutarla con soddisfazione. Ma guardiamoci dal prendere abbaglio sui suoi moventi, Ulbricht concepì e Honecker realizzò il Muro per impedire che i tedeschi dell’Est fuggissero in massa nella Germania dell’Ovest (…) E il rimedio fu, come tutti quelli che si escogitano nei regimi totalitari, drastico e semplicistico: murare viva la gente dietro una colata di cemento, senza pertugi.
Ma l’improvvisa apertura, anzi lo spalancamento, persegue lo stesso fine. Si rompe e abbatte il Muro non per rispetto dei diritti umani e civili, ma perché si spera che avvenga degli uomini ciò che avviene dei capitali e dei risparmi: che, quando se ne proibisce l’esportazione all’estero, vi fuggono in massa con mille sotterfugi; e appena si revoca il divieto, tornano tutti o quasi tutti in patria. E questo, oltre all’inutilità di una chiusura ormai aggirata da ogni parte, che ha indotto Krenz a smontare il grimaldello: la speranza che, concedendo il diritto di espatrio, l’espatrio perda molto della sua attrattiva e il fuggiasco diventi un turista o, alla peggio, un «pendolare».
La manovra riuscirà? Le ultime notizie non sono incoraggianti: la ressa ai piedi del Muro si fa sempre più densa, gli scalatori si moltiplicano, l’emorragia continua. Evidentemente i tedeschi dell’Est non hanno molta fiducia che il regime comunista voglia democratizzarsi; e anche se lo vuole, che lo possa. Ma intanto questo esodo di proporzioni bibliche crea problemi da far tremare le vene e i polsi non soltanto all’Est, ma anche all’Ovest. Non per nulla Kohl ha interrotto la sua visita a Varsavia per rientrare precipitosamente a Bonn. Anche lui è spaventato dal diluvio quasi quanto lo è Krenz. E con ragione. Lo spopolamento dell’Est rischia di crearvi un vuoto che fatalmente verrà riempito da una immigrazione di lavoratori polacchi, ucraini, jugoslavi, che renderanno ancora più ingarbugliati i rapporti etnici di queste terre di frontiera; mentre l’alluvione ad Ovest (a un ritmo, pare, di 10 o 15 mila profughi al giorno) è destinata a provocarvi una crisi di sovrappopolamento e d’impiego.
Ma non solo questo. Il fatto è che la fine del Muro è la fine della separazione fra le due Germanie. I politologi dicono che la riunificazione, se non impossibile, è un evento al futuro remoto, quasi «alla fine della Storia». Esattamente quello che fino a ieri si diceva - lo dicevamo anche noi - del Muro. Ed invece ad abbatterlo è bastato un tratto di penna, una firma svolazzata, meno di un atto notarile, un annuncio radiofonico, che a noi non più giovani ha ricordato quello che udimmo da una voce anonima il 25 luglio: «Il cavalier Benito Mussolini ha rassegnato oggi le dimissioni», che poneva fine a un regime durato vent’anni, otto meno del Muro.
Abbiamo in uggia le astrazioni. Ma ciò che distingueva le due Germanie è l’idea morale e giuridica dell’uomo: che a Ovest è padrone di se stesso, e quindi può andarsene dove vuole; ad Est è proprietà dello Stato, e quindi è lo Stato che ne regola i movimenti. Per chi non ricorda questo, il Muro di Berlino era, oltre che barbaro, incomprensibile e irrazionale: mentre invece ha obbedito a una sua logica. Nel momento in cui il bunker si affloscia e si sopravvive come mero ammasso di cemento ricordandoci un altro bunker, quello che fece da fossa a Hitler (anche questo pare impossibile: ma i regimi in Germania muoiono nei bunker), il Muro va ricordato per ciò che è stato: non un’aberrazione del comunismo, ma una sua conseguente applicazione. E se crolla così, nel silenzio assordante di un giornale radio, è perché è crollata, prima, l’ideologia che lo aveva eretto.
- Venerdì 30 Ottobre 2009






Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.