1966 Giro di vite: messi a tacere gli intellettuali
Ha un passato da oppositore del nazismo, crede nel comunismo ed è uno stimatissimo docente di chimica. Eppure Robert Havemann è nel mirino del regime.
di Enzo Biagi

Lo scienziato tedesco Robert Havemann, critico del regime comunista della Germania Est. Liberato dagli arresti domiciliari nel 1979, viene accolto da una sostenitrice all’uscita del tribunale. (Ullstein/Archivio Alinari)
_______________________________________
millenovecentoSESSANTASEI
Giro di vite: messi a tacere gli intellettuali
Questo articolo venne pubblicato da Enzo Biagi su La Stampa il 30 aprile 1966 con il titolo «Colloquio con uno scienziato della Germania comunista». Da Berlino Est, l’ex direttore di Epoca denunciava la repressione del dissenso nella Ddr. Il giro di vite contro le libertà individuali era iniziato negli anni Cinquanta. Nel 1956 venne condannato a otto anni di carcere il filosofo Wolfgang Harich, che sognava «un comunismo rispettoso della dignità umana». Nel ’63 Il cielo diviso, romanzo sul Muro di Christa Wolf, ebbe grande successo di pubblico, ma fu bollato come piccolo borghese e disfattista. Nel ’66, infine, fu espulso dall’Accademia delle scienze il chimico Robert Havemann, l’oppositore del nazismo che in seguito sarebbe finito agli arresti domiciliari. Una storia tragica, la sua, ricostruita con grande maestria.
_______________________________________
So che cos’è un matrimonio socialista. Al posto del prete c’è un funzionario, gli altoparlanti diffondono tenere canzoni, alle pareti pendono alcuni quadri che rappresentano il primo incontro, il primo figlio, un dolce anniversario, il sereno tramonto.
Ho visto uno spogliarello che concilia l’abolizione dei reggipetto e la morale di Marx: le fanciulle sono belle, si liberano degli indumenti, mostrano i contorni, ma dietro uno schermo; il partito ammette solo ombre.
Adesso ho imparato che esiste anche la cresima del pioniere: bandiere rosse, musica di Bach, gerarca in abito scuro, cravatta d’argento, e distribuzione, a fine cerimonia, di un certificato e di un libro dal titolo appassionante: Terra, cosmo e uomo. Ai ragazzi viene chiesto: «Siete pronti a diventare figli fedeli del nostro stato degli operai e dei contadini?». Risposta: «Sì, lo promettiamo». «Siete pronti a combattere per la grande causa del socialismo?». «Sì, lo promettiamo». E via, tutti contenti.
L’ideologia imperversa e non consente deroghe o evasioni. Penetra nella vita familiare, investe l’individuo, regola i principi dell’arte. Pretende di condizionare anche i pensieri. Del resto, Walter Ulbricht dimostra per gli intellettuali una scarsissima considerazione e un profondo disprezzo: «Hanno bisogno» disse una volta «di un colpo alla nuca».
I suoi collaboratori più devoti, come Alfred Kurella, tutore della cultura comunista, vorrebbero strumentalizzarli. Kurella ha studiato un «piano di prospettiva» per i letterati, i musicisti e i pittori, ma c’è un antipatico inconveniente: i capolavori tendono a sfuggire alle norme e alle statistiche.
Gli artisti della Ddr non godono, nei confronti del potere, di alcuna autonomia: non c’è stato neppure il disgelo, l’aria è sempre pervasa dai rigori staliniani. I vecchi militanti, come Ludwig Renn, Arnold Zweig o Anna Seghers, stanchi e rassegnati, si sono chiusi nel silenzio e nei ricordi, i giovani che protestano o escono in qualche modo dagli schemi ortodossi sono respinti.
Christa Wolf ha pubblicato un romanzo, Il cielo diviso, nel quale, ispirandosi alla tragica realtà del Muro, racconta la storia di un giovane chimico fuggito in Occidente per ribellarsi al burocrate che aveva osteggiato una sua scoperta. La fidanzata si rifiuta di seguirlo, però non ha il coraggio di indurlo a tornare. L’analisi, dunque, di un diffuso disagio, di una comune insoddisfazione. Il libro ha avuto molto successo, ma Christa Wolf è stata attaccata dalla stampa conformista che l’ha accusata di diffondere idee piccolo borghesi e disfattiste.
Stephan Heym aveva lasciato la Germania durante il nazismo e si era rifugiato negli Stati Uniti; gli era stata concessa anche la cittadinanza americana. Durante la guerra di Corea ebbe la sua crisi e rimpatriò scegliendo la parte che riteneva più aderente al suo impegno, la più progressista. Ma certi atteggiamenti spregiudicati lo hanno messo in posizione sospetta ed è stato definito dai censori «uno scettico».
Quando l’opposizione ai dogmi si fa clamorosa, può condurre al carcere, alla perdita dell’impiego, alla scomunica, all’isolamento.
Il filosofo Wolfgang Harich, che aveva preconizzato «un comunismo rispettoso della dignità umana», è stato otto anni recluso, poi il perdono dei potenti lo ha rimesso in circolazione.
Robert Havemann, professore di chimica alla Humboldt, «compagno» dal 1932, condannato alla forca da Hitler, passato dall’Ovest all’Oriente sotto la spinta dei sogni rivoluzionari, è stato cacciato dalla cattedra, licenziato da un istituto di ricerche, espulso dall’Accademia delle scienze e gli hanno anche ritirato la tessera della Sed.
Robert Havemann è il personaggio del giorno, si discutono le sue teorie e si ammira il suo carattere: vorrebbe, nientemeno, riformare il regime e cambiare silenziosamente l’intollerante sistema. Certe sue affermazioni si segnalano per il nobile sentimento e, anche, per gli ingenui propositi: «Il comunismo e la libertà non sono contraddittori, quello che noi pretendiamo è una indipendenza ancora più forte che nei paesi capitalisti» e parafrasando Bertolt Brecht, aggiunge: «Si possono comandare agli uomini molte cose, ma non gli si può prescrivere quello che debbono pensare».
Fedele a se stesso e a queste scoperte, si è buttato nella mischia: così al Comitato centrale gli hanno attribuito il losco proposito di voler combattere le tesi ufficiali. Ma, nonostante le deplorazioni, gli insulti e i provvedimenti, Havemann gode, specialmente tra gli studenti, di un largo prestigio e in alcuni paesi d’oltrecortina ha molti amici. Le sue lezioni erano sempre affollate, perché non si fermavano agli aspetti scientifici dei problemi, ma investivano anche le questioni filosofiche; arrivava gente, per ascoltarlo, anche da Lipsia e da Jena e i testi dei suoi discorsi stampati a ciclostile, venivano distribuiti sottobanco in altre università.
Rispondeva a tutte le domande: diceva che era contrario alla pena di morte per reati politici, che gli pareva inconcepibile una condanna per una barzelletta, che non era giusto che fossero in posizione di svantaggio coloro che non avevano origini popolane. Il passato dava garanzie di devozione alla causa: aveva sfidato i tribunali nazisti, che gli avevano salvato la vita in cambio del suo talento, e la sua cella, per volere del Führer, era stata trasformata in un laboratorio.
Liberato dai russi, poi protetto dagli americani, era diventato, a Berlino Est, una figura rappresentativa: presiedeva le solite associazioni destinate a incrementare l’amicizia con l’Urss o con gli africani, i partigiani della pace, la Lega contro l’armamento atomico. Costituiva, insomma, un buon motivo per la propaganda. Poi ha cominciato a revisionare la dottrina e a proporre una dialettica senza impedimenti, la nascita di un partito di opposizione, il riconoscimento del diritto di sciopero.
Ho chiacchierato con Havemann un paio d’ore, nel suo studio, al sesto piano della Haus der Kinder, un grande palazzo della Karl Marx-Allee. Il professore ha 56 anni, veste senza ricercatezza, parla pacatamente, ma con un certo umorismo, sta scrivendo le sue memorie e oggi è contento perché ha ricevuto una lettera dei suoi allievi con 50 marchi; gli dicono che vogliono seguire il suo esempio.
Mi spiega che l’espulsione dall’Accademia non ha senso. Si è ammessi solo per meriti scientifici e lo hanno buttato fuori, invece, per contrasti politici. Nessuno lo ha interrogato, nessuno lo ha invitato a difendersi. Le imputazioni sono: aver diffuso idee che sono state sfruttate in Occidente, aver messo in discussione il potere, aver permesso che la radio americana diramasse notizie denigratorie. Un suo telegramma, per spiegare la mancata partecipazione a una conferenza organizzata nella Germania occidentale, perché le autorità gli avevano impedito di partire, è la prova di questo «reato».
Havemann non è il chierico che ha tradito, ma il devoto che vorrebbe una fede più aperta alle esigenze dell’uomo. C’è, nel suo conversare, più rammarico che polemica. Dice che nella Ddr non è la cultura che è indietro, ma è la politica culturale che è ferma. Ci sono intellettuali progressisti in senso liberale che non possono esprimersi e quelli che vengono sbandierati dal governo non contano nulla.
Lui è in contatto con molti scrittori cechi che sono d’accordo con le sue opinioni, ma non possono appoggiarlo pubblicamente, perché se sei bollato in una democrazia popolare, anche nelle altre ti mettono al bando. Molti marxisti, dice, affermano che la Repubblica democratica tedesca è la rappresentazione di un socialismo di stato, non di un socialismo di massa.
I lavoratori non considerano le fabbriche così dette del popolo come loro proprietà, ma appartenenti a una potenza misteriosa e non identificata. È certo che non vogliono tornare alla privatizzazione, ma il fatto che non riescono a vedere chi è il padrone contribuisce a rafforzare il contrasto fra collettività e regime. Nel frattempo, nelle economie borghesi, le organizzazioni operaie sono diventate una potenza nello stato.
La rivoluzione riesce a trionfare nei paesi sottosviluppati, ma è difficile trapiantarla in quelli che avevano una struttura industriale, come Germania e Cecoslovacchia. Nella Ddr l’apparato dirigente ha scelto l’immobilismo, perché si sente insicuro: c’è una profonda contraddizione tra la visione che il partito esprime e la vita quotidiana. Anche gli alti funzionari sono nel dubbio. La situazione tedesca, a Pankow e a Bonn, dipende dagli altri, dai rapporti internazionali, e nel momento attuale non c’è alcuna speranza di riunificazione, perché bisognerebbe supporre che uno dei due stati possa trasformare l’altro o che ci sia una intesa fra le grandi potenze.
Si illudono anche quelli che pensano a una rivolta: c’è già stato un tentativo e se ne è vista l’inutilità e le conseguenze, si potrebbe arrivare addirittura a un conflitto tipo Vietnam.
La sua analisi non incoraggia i tedeschi alla speranza, ma rispecchia molti aspetti della realtà. Havemann non si fa illusioni, non pensa di essere compreso e tanto meno perdonato. «Fra poco» dice «avrò terminato i miei ultimi risparmi e, se non trovo un impiego, mi presenterò alla cassa dei disoccupati. Ho moglie e figli». Non pensa di ritirarsi, non pensa di andarsene. Questa, bene o male, è la sua parte.
- Lunedì 2 Novembre 2009





Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.