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FU GORBACIOV A EVITARE I CARRI ARMATI

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  • Tags: 1989, 20 anni dalla caduta del muro, anniversario, Berlino, Epoca, Gorbaciov, Helmut Kohl, Muro di Berlino
  • 3 commenti

1989 La disinformacija del Kgb. I falchi del regime. La telefonata a Willy Brandt… Il cancelliere della riunificazione tedesca ricorda le concitate ore del 9 novembre ‘89.
di Helmut Kohl

Un mare nero-rosso-giallo

Un mare nero-rosso-giallo

Vent’anni fa crollava il Muro di Berlino, in un’atmosfera pacifica, senza un singolo sparo né violenza. Per me, l’anniversario di quell’evento rappresenta ogni anno un giorno davvero speciale, di riflessione e di gioia. Eppure con il passare degli anni è scemata la consapevolezza di ciò che quest’opera disumana ha significato per Berlino, la Germania, l’Europa e il mondo intero, sia dal punto di vista pratico che simbolico. Il Muro di Berlino non solo divideva una città in due parti, Est e Ovest, separando intere famiglie, ma era anche il simbolo della scissione della Germania e dell’Europa in una parte libera e in un’altra che non lo era.

Ora si rischia che tutto finisca gradualmente nell’oblio: insieme al ricordo del Muro svanisce anche quello della dittatura nella Repubblica democratica tedesca (Ddr) e della realtà dell’epoca, con tutta la sofferenza causata dalla separazione. Anche il pensiero di chi ha pagato con la vita il tentativo di scavalcare il Muro per scappare a Ovest agita sempre meno le nostre coscienze.

Quello che ai nati dopo il 1989 sembra preistoria, per le generazioni precedenti rappresenta una cronaca di vita vissuta e spesso di sofferenza. Io stesso ricordo bene il periodo in cui cominciò a scendere la Cortina di ferro sulla Germania e sull’Europa. La Seconda Guerra mondiale, a cui avevo partecipato come ausiliario della contraerea, era finita; il regime del terrore del Terzo Reich era tramontato. E noi giovani, che sentivamo l’obbligo morale di contribuire alla costruzione del futuro della Germania, eravamo determinati a impedire il ripetersi degli orrori del passato. Sognavamo una Germania democratica all’interno un’Europa libera, pacifica e unita, senza confini né recinzioni.

Tuttavia, ben presto, fummo messi di fronte a una realtà completamente diversa. Oltre a subire considerevoli perdite territoriali, assistemmo alla spartizione della Germania, sconfitta e ridotta in macerie, e della capitale, Berlino, tra le potenze vincitrici, così  eterogenee, che le divisero in zone e settori. Mentre nelle zone occidentali americani, inglesi e francesi introdussero condizioni di vita democratiche, in quelle orientali i sovietici cominciarono a insediare una dittatura comunista, ponendo le basi per la divisione della Germania e dell’Europa.

Non avremmo mai immaginato che la divisione sarebbe durata più di quattro decenni. Né tantomeno che la divisione e la separazione dovessero venire imposte con la costruzione di un Muro. Nei primi anni del dopoguerra speravamo ancora che si trattasse di una situazione transitoria. Il nostro senso di insicurezza aumentò sempre più con la realtà politica della Guerra fredda e il blocco di Berlino, la fondazione della Ddr e la brutale repressione della rivolta operaia a Berlino Est e nella Ddr. Poiché le frontiere tra Est e Ovest erano ancora valicabili – sia a Berlino sia sul confine extra-urbano tra il Mar Baltico e la catena montuosa del Fichtelgebirge – confidavamo in un impoverimento morale ed economico del regime della Germania Est.

Più di 2,7 milioni di tedeschi approfittarono dei confini aperti per raggiungere la Germania Ovest prima della costruzione del Muro. Solo nella prima metà del 1961 se ne contavano più di 100 mila. Questa situazione portò alla costruzione del Muro e alla chiusura totale del confine di settore verso Berlino Ovest e delle frontiere con la Repubblica federale tedesca (Rft). Il regime sosteneva di dover proteggere i propri «cittadini» da un «aggressivo imperialismo occidentale» con l’aiuto di un «baluardo antifascista», che in realtà teneva in carcere 17 milioni di tedeschi.

Il 13 agosto 1961, quando venne  costruito il Muro, fu per molti uno choc. Quel giorno capimmo che la divisione della Germania non rappresentava un «incidente» temporaneo facilmente superabile. Da un giorno all’altro, con l’erezione del Muro, fu chiaro che sarebbero trascorsi molti anni prima della riunificazione della Germania. In questo modo, le sfere di influenza delle due superpotenze furono fissate definitivamente. Accettando la politica di potere imposta da Mosca, l’Occidente aveva praticamente legittimato l’esistenza del secondo stato tedesco, che comportò il riconoscimento diplomatico della Ddr da parte di numerose nazioni.

La rivendicazione del diritto esclusivo di rappresentanza della Germania da parte della Rft subì un duro colpo, anche se dopo la costruzione del Muro era diventato più che mai legittimo. Perché la Ddr si era rivelata una volta ancora un regime ingiusto, che non aveva a cuore né i diritti umani né la libertà individuale. Con gli ordini di sparare, i sistemi di fuoco automatico e i cani poliziotto, il Muro era soprattutto una frontiera tra la libertà e la prigionia. Regolamenti, accordi e trattati crearono condizioni più umane e mitigarono la miseria della divisione. Ma, per quanto importanti fossero, alla fine mostravano sempre i loro limiti, quando si trattava di questioni di principio. L’unico rimedio a tutto questo era la vittoria della libertà.

Il primo cancelliere della Repubblica federale tedesca ne era pienamente consapevole. Konrad Adenauer integrò saldamente la Rft nel mondo occidentale, considerando fin dall’inizio uniti il conflitto tra Est e Ovest e la questione tedesca. Aveva la ferma convinzione che un giorno la Guerra fredda sarebbe stata vinta dalla capacità di attrazione dell’Occidente e che la dittatura comunista non avrebbe retto al fascino del rispetto dei diritti umani e della libertà, nonché alla conseguente superiorità economica e tecnica. Adenauer era sempre stato convinto che un giorno l’Urss, contro ogni previsione pessimistica, avrebbe compreso che la divisione della Germania e dell’Europa non andava a suo vantaggio. Al tempo ripeteva che occorreva vigilare per non perdere l’occasione quando si fosse presentata.

La politica di Adenauer, come quella dei suoi successori nella Cdu (il partito cristianodemocratico, ndr), Ludwig Erhard e Kurt Georg Kiesinger, e infine anche la mia, ha sempre mirato a tenere aperta la questione tedesca. Nella Cdu approvammo l’idea politica di Willy Brandt del «cambiamento attraverso l’avvicinamento», a condizione che non si perdesse di vista lo scopo della Repubblica federale tedesca sancito dalla costituzione, ossia di «operare per uno stato di pace in Europa nel quale il popolo tedesco ritrovi la sua unità attraverso una libera autodeterminazione». Negli aspri decenni della divisione, coloro che avevano interiorizzato da molto tempo il doppio stato come una realtà storica immutabile criticarono il nostro impegno – dimostrato sia con la Lettera sull’unità tedesca, sia con la fede ostinata in un’unica cittadinanza tedesca – accusandoci di essere nemici della distensione tra Est e Ovest. La caduta del Muro dimostrò il contrario.

La realtà mondiale ha smentito i falsi profeti e confermato invece la nostra lungimirante valutazione politica. Le trattative per il disarmo e l’apertura dell’Unione Sovietica, con Mikhail Gorbaciov e la sua politica della glasnost e della perestrojka, crearono le premesse per porre fine alla Guerra fredda. La politica riformista di Gorbaciov incoraggiò gli abitanti della Ddr a scendere in piazza aprendo la strada alla rivoluzione pacifica contro il regime. Che il Muro, simbolo della Guerra fredda, alla fine sia caduto il 9 novembre 1989 e che il tutto si sia svolto pacificamente è da attribuire alla prudenza e al buonsenso della gente della Ddr, e soprattutto al fatto che Mikhail Gorbaciov si era reso conto che l’orologio della storia non può girare in senso contrario.

Ricordo ancora fin troppo bene quanto fosse preoccupato Gorbaciov alla caduta del Muro. Temeva che la situazione potesse sfuggire di mano e mi chiese se fosse vero che una folla indignata stava prendendo d’assalto le strutture dell’Armata rossa a Berlino. Solo in seguito venni a sapere che era stato deliberatamente disinformato con un obiettivo ben preciso: i sostenitori della linea dura all’interno della cerchia dei dirigenti della Ddr, insieme a figure chiave del Kgb a Mosca, volevano provocare un intervento militare delle truppe sovietiche di stanza nella Ddr. In quell’occasione assicurai a Gorbaciov che le sue paure erano infondate e che le manifestazioni si stavano svolgendo in modo pacifico. Si fidò della mia parola. In seguito appresi che chiamò anche Willy Brandt, che gli disse le stesse cose. E così, diversamente dal giugno 1953 (data della rivolta degli operai, ndr), nel 1989 i carri armati sovietici rimasero nelle loro caserme.

A Gorbaciov non è stato dato merito a sufficienza per avere sostenuto la linea morbida anche al momento della caduta del Muro, proprio come aveva fatto anni prima con la glasnost e la perestrojka. A lui dobbiamo il percorso pacifico verso la riunificazione, che noi – e con noi intendo il governo federale da me guidato – abbiamo intrapreso senza esitazione, insieme ad amici e sostenitori di tutto il mondo, primi fra tutti gli Stati Uniti d’America, sotto l’egida del presidente George Bush.

Per descrivere la situazione in cui ci trovavamo dopo la caduta del Muro, faccio volentieri il paragone con l’attraversamento di un pantano. Questa immagine è sicuramente la più azzeccata: ci trovavamo, per così dire, impantanati fino alle ginocchia, la nebbia ci oscurava la vista e sapevamo solo che il sentiero sicuro da percorrere si trovava là da qualche parte. Ma dove esattamente? Procedevamo a tentoni, passo dopo passo, fino a raggiungere l’altra sponda sani e salvi.

Ricordo ancora bene il sentimento di profonda gioia provato la notte del 3 ottobre 1990 durante i festeggiamenti per la riunificazione davanti al Palazzo del parlamento a Berlino, con la bandiera della Germania unita issata. Senza l’aiuto di Dio non saremmo mai riusciti a raggiungere l’unità tedesca, quell’unità che abbiamo sempre concepito nel contesto europeo.

  • redazione
  • Lunedì 2 Novembre 2009
NIPOTI MIEI, MARXISTI IMMAGINARI »
« Tutte le foto dello speciale di EPOCA sul Muro di Berlino

Commenti

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Il 3 Novembre 2009 alle 18:38 C’era una volta il Muro di Berlino - Mondo - Panorama.it ha scritto:

[...] Lo speciale di EPOCA »»» Fu Gorby a evitare i carri armati »»» Foto: Berlino est segreta (1953) »»» Foto: Il Muro (1961) »»» 1989: le testimonianze [...]

Il 10 Novembre 2009 alle 18:00 Successo di pubblico per il crollo del Muro (e il ritorno di Epoca) - Epoca - Panorama.it ha scritto:

[...] che cosa ha rappresentato il 1989 nella percezione sovietica. E ha narrato la triste parabola di Mikhail Gorbaciov, apprezzatissimo in tutto il mondo occidentale ma considerato un mezzo traditore in [...]

Il 30 Agosto 2010 alle 13:06 Business is business: l’Islam, Gheddafi e le hostess odalische - Italia - Panorama.it ha scritto:

[...] Vent’anni fa in molti avrebbero sorriso alla sola idea di vedere il leader libico Muammar Gheddafi sorseggiare un cappuccino a Campo de’ Fiori. Così come è accaduto sul serio domenica, quando il Raìs si è fermato in un bar per gustare la bevanda principe della colazione italiana accolto da un bagno di folla. Ironia della storia. E della politica. Lo straniamento percepito è simile a quello di undici anni fa, quando sul palco dell’Ariston a San Remo comparve il padre della perestrojka, Mikhail Gorbaciov. [...]


Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Per celebrare questo avvenimento straordinario, Mondadori ha deciso di riportare in edicola una sua testata storica e prestigiosa, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

SOMMARIO

Quell’isola nel mare rosso
Mappe e grafici


Berlino città chiusa
1961/1989 Portfolio fotografico


Protagonisti & interpreti
Tutti gli uomini del Muro

Fu Gorbaciov a evitare i carri armati Intervento del Cancelliere della riunificazione di Helmut Kohl

1953: I compagni hanno ucciso i compagni
La rivolta operaia di Berlino Est
di Luigi Barzini jr


1953: Umiliati e offesi
Reportage fotografico esclusivo

1959: L’ora di Berlino
Venti di guerra (fredda)
di Raymond Cartier

1961: L’ingrata terra del comunismo
L’esodo biblico dei tedeschi dell’Est
di Enzo Biagi

1961: Il Muro anno zero
Portfolio fotografico sulla costruzione

1961: Mio figlio è fuggito: l’avranno ucciso?
Storie di famiglie spezzate
di Luigi Barzini jr

1962: Il martire del Muro
La fine di Peter Fechter
di Dominique Lapierre

1962: Fuga verso la libertà
L’italiano che scavò il tunnel
di Fausto Biloslavo

1966: A Berlino est pensare è reato
Il giro di vite contro gli intellettuali
di Enzo Biagi

La Ddr dalla a alla zeta
Ritratto di un paese che non c’è più
di Massimo Dragone

Ma Berlino Est non era solo il muro
Intervista a Luciano Segre
di Elisabetta Burba

1977: Prussia con la bandiera rossa
L’illusione del sorpasso economico
di Alberto Baini

1986: Nipoti miei, marxisti immaginari
Il canto del cigno del regime
di Alberto Salani - foto di Mauro Galligani

1989: La cortina di latta
L’inizio della fine
di Elisabetta Burba

1989: Aspettando l’onda rossa
In attesa delle migrazioni europee
di Sergio Romano

1989: Berlino città aperta
Portfolio fotografico sulla caduta

1989: Spalle al muro
Commento sulla fine del regime
di Indro Montanelli

1989: La conversione al capitalismo
L’ultima frontiera del libero mercato
di Fiamma Nirenstein

Il nuovo ordine mondiale
Universi a confronto: 1989 e 2009


45 anni di storia
Cronologia ragionata

«Il Muro c’è ancora (nella testa di tanti tedeschi)»
Intervista a Giovanni Di Lorenzo
di Elisabetta Burba

Per non dimenticare
Libri, film e siti per saperne di più

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