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FUGA VERSO LA LIBERTÀ

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  • Tags: 20 anni dalla caduta del muro, anniversario, Berlino, Epoca, Muro di Berlino
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1962 Paradiso socialista addio

Ventinove persone riescono a scappare dalla Germania orientale. Lungo un tunnel scavato sotto il Muro da due studenti italiani

di Fausto Biloslavo

Automobili come cavalli di troia

Automobili come cavalli di troia (Foto Archivio Mondadori)

Sentivo il rumore degli scarponi dei Vopos che pattugliavano la strada sopra le nostre teste. Eravamo qualche metro più sotto a scavare il tunnel oltre il Muro di Berlino». Luigi Spina è uno dei protagonisti dell’avventurosa fuga, nel ’62, di 29 tedeschi dalla Germania Est.

La mattina del 13 agosto ’61 il goriziano Luigi Spina, 26 anni, studente all’Università di Berlino, e l’amico Domenico Sesta, oggi scomparso, assistono increduli alla costruzione del Muro che per 28 anni dividerà la città. «I reticolati e i soldati mi avevano fatto tornare alla mente i giorni del 1945, quando a guerra finita i partigiani di Tito avevano occupato Gorizia e Trieste» ricorda oggi dalla sua casa di Amburgo. «Mio padre era stato portato via: si temeva lo infoibassero. L’aveva salvato la mamma, ipotecando tutto ciò che avevamo».

Luigi Spina corre subito a Berlino Est. «Vado da Peter, un mio caro amico e compagno di studi, per dirgli che doveva scappare, che sarebbe rimasto tagliato fuori dal mondo. In un primo momento non mi crede». Spina è il padrino di Annette, la figlia di Peter nata pochi giorni prima della costruzione del Muro. La situazione precipita quando Peter riceve la cartolina di arruolamento dell’esercito popolare della Ddr. «Allora mi viene l’idea di scavare un tunnel sotto il Muro. Il mio amico Domenico studia ingegneria e sa come fare» racconta Spina.

I due scartabellano fra gli archivi del catasto e individuano una zona adatta: solo 130 metri per raggiungere la libertà. «Sono le cantine di una vecchia fabbrica. Al proprietario tentiamo di raccontare che vogliamo mettere su un localino di jazz. Lui ci guarda: “Mi prendete in giro?”. Allora gli diciamo la verità. E lui ci lascia fare». Oltre agli attrezzi per lo scavo c’è bisogno di acciaio e legno per puntellare il tunnel. I due studenti si fanno finanziare l’impresa dal network televisivo Usa Nbc, sempre a caccia di storie di fughe dalla Ddr. Ancora più facile arruolare una quarantina di volontari, molti dei quali profughi dell’Est.

«Nel maggio del 1962 diamo la prima picconata. Facciamo tre turni al giorno che coprono tutte le 24 ore» ricorda il protagonista. Dopo 50 metri sorge il primo problema: manca l’aria. Gli studenti acquistano una grande aspirapolvere e invertono i collegamenti. Poi collegano dei tubi di latta che corrono lungo le pareti del tunnel e immettono aria nella galleria. Per due volte l’impresa rischia di fallire a causa dell’acqua che allaga il tunnel: i pompieri di Berlino Ovest forniscono una pompa. «Gli ultimi metri li scaviamo a zig zag» spiega Spina. «Se ci avesse scoperto la Stasi e avesse lanciato delle granate, le curve avrebbero fermato le schegge».

Alle 10 del mattino del 14 settembre 1962, gli studenti sfondano il pavimento di una cantina al numero 7 di Schönholzerstrasse. «Temiamo una spiata. Per premunirci, ci siamo armati» racconta Spina. «Mio padre era di Cosenza: mi sono portato una lupara». Nel frattempo una rete di corrieri dà appuntamento ai fuggitivi in sei diverse osterie. I corrieri si fanno riconoscere con sistemi da film di spionaggio, come ordinare un caffè e fare cadere la tazzina. «Arrivano in 29, compresi sei bambini. La fuga dura fino alle tre di notte» ricorda Spina. «Il primo a infilarsi nel tunnel è il mio amico Peter con la famiglia. La moglie tiene Annette fra le braccia. Il tunnel è un budello, di un metro per un metro, con acqua sul fondo».

All’uscita del tunnel ci sono i cameramen della Nbc, che filmano le lacrime di gioia dei fuggiaschi. E il quotidiano popolare Bild esce con la storia in prima pagina. Intanto, la Stasi accorre in forze e cementa il tunnel. «Sembrano formiche impazzite» sorride Spina. «Noi ci godiamo la scena da Berlino Ovest».

Bus corazzati, aerei, tunnel, valigie…

Tutti i modi per scappare. Due coppie con quattro bambini sfondano il confine con un camion corazzato. Un giovane meccanico ruba un aereo e decolla verso la libertà. Un fidanzato dell’Ovest nasconde in due valigie l’amata in fuga dall’Est. Pur di scappare dal paradiso socialista i tedeschi si ingegnano con gli stratagemmi più incredibili.

Automobili come cavalli di troia
Estrema protesta
Con la carrucola
Una galleria sotto il Muro
Tentativo fallito


Il giorno di Natale del 1962 i coniugi Weldener e Wagner, con i loro quattro bambini, si giocano la vita per raggiungere l’Ovest. Recuperano un vecchio autocarro in disuso, sistemano il motore e lo trasformano in una specie di autobus corazzato. Per sfondare le sbarre di un posto di blocco della Germania Est lo «armano» con lame d’acciaio spazzaneve rinforzando il muso con tubi di ferro. Lastre d’acciaio proteggono le fiancate e il tetto contro le raffiche dei vopo.

La mattina del 25 dicembre 1962 le due famiglie si imbarcano sul camion corazzato dirigendosi verso il posto di frontiera di Babeisberg. Jürgen Wagner è al volante e si lancia a manetta contro le sbarre del confine, che sfonda come un grissino. I vopo sparano all’impazzata, ma la blindatura tiene. Le due famiglie sono in salvo in Occidente. Il loro bambino più piccolo ha solo 18 mesi.

Christine Mielke, invece, ha 28 anni il Capodanno del 1963. Slanciata, bionda e  atletica, decide di fuggire da Berlino Est. Lungo il Muro le guardie comuniste sparano a vista. Christine ha paura e tenta la sorte a nuoto attraversando il fiume Spree. D’inverno la temperatura è sotto lo zero e l’acqua gelida. Però l’ultima notte dell’anno anche i vopo festeggiano. La giovane tedesca si spalma il corpo con del grasso per difendersi dal freddo. Si immerge con addosso solo il costume da bagno. «Via via che nuotavo verso il centro del fiume sentivo i muscoli irrigidirsi per il gelo» racconta la fuggiasca. La raccolgono mezzo congelata sulla riva occidentale. «Ho voluto passare il Capodanno in libertà» sono le prime parole che pronuncia dopo essersi lasciata alle spalle la Berlino comunista.

Più facile la fuga di Friederich Motters, muratore dell’Est. Nel gennaio del 1965 la libertà è a portata di mano, dietro la testiera del letto matrimoniale. Quando inizia la costruzione del Muro, la polizia ordina a Motters di murare tutte le finestre del suo appartamento che danno su Berlino Ovest. Ne risparmia una otturando l’apertura con legno, segatura e cartone. Davanti ci mette il letto e i vopo che vengono a controllare che il lavoro sia stato eseguito non si accorgono del sotterfugio. La famiglia Motters, compresi i cinque figli, scappa di notte calandosi con delle lenzuola nel mondo libero dalla finta finestra murata.

Gli Holzapfel, invece, raggiungono la libertà con il sistema della carrucola. Nel 1965 il padre Heinz si inventa la rocambolesca fuga calandosi lungo una corda tesa fra l’ex sede del ministero dell’Aeronautica del Terzo Reich e il territorio libero. Il palazzo è utilizzato dal governo della Germania Est, che Heinz conosce bene essendo un funzionario comunista. Per non fare rumore, i fuggitivi indossano calzettoni imbottiti al posto delle scarpe. Il capofamiglia cala il figlio Günter e la moglie Jutta con la carrucola verso Berlino Ovest. I vopo sono di guardia a pochi metri di distanza.

Nel 1971 Ute Schmallfuss è innamorata di un francese, Jean-Pierre Akhribi, che diventerà suo marito. Alta un metro e sessanta, pesa 56 chili. L’innamorato riesce a infilarla in due valigie di cartone, poco prima di passare la frontiera.

Due anni dopo un meccanico, che non ha mai pilotato un aereo, sfida il destino. Ruba un piccolo velivolo, decolla e sfugge ai radar della difesa orientale. Poi atterra in Occidente, a Lubecca. Lo hanno preceduto un pilota di caccia sovietico e un tedesco orientale fuggito a bordo di un aliante.

  • redazione
  • Martedì 3 Novembre 2009

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  • Successo di pubblico per il crollo del Muro (e il ritorno di Epoca)
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Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Per celebrare questo avvenimento straordinario, Mondadori ha deciso di riportare in edicola una sua testata storica e prestigiosa, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

SOMMARIO

Quell’isola nel mare rosso
Mappe e grafici


Berlino città chiusa
1961/1989 Portfolio fotografico


Protagonisti & interpreti
Tutti gli uomini del Muro

Fu Gorbaciov a evitare i carri armati Intervento del Cancelliere della riunificazione di Helmut Kohl

1953: I compagni hanno ucciso i compagni
La rivolta operaia di Berlino Est
di Luigi Barzini jr


1953: Umiliati e offesi
Reportage fotografico esclusivo

1959: L’ora di Berlino
Venti di guerra (fredda)
di Raymond Cartier

1961: L’ingrata terra del comunismo
L’esodo biblico dei tedeschi dell’Est
di Enzo Biagi

1961: Il Muro anno zero
Portfolio fotografico sulla costruzione

1961: Mio figlio è fuggito: l’avranno ucciso?
Storie di famiglie spezzate
di Luigi Barzini jr

1962: Il martire del Muro
La fine di Peter Fechter
di Dominique Lapierre

1962: Fuga verso la libertà
L’italiano che scavò il tunnel
di Fausto Biloslavo

1966: A Berlino est pensare è reato
Il giro di vite contro gli intellettuali
di Enzo Biagi

La Ddr dalla a alla zeta
Ritratto di un paese che non c’è più
di Massimo Dragone

Ma Berlino Est non era solo il muro
Intervista a Luciano Segre
di Elisabetta Burba

1977: Prussia con la bandiera rossa
L’illusione del sorpasso economico
di Alberto Baini

1986: Nipoti miei, marxisti immaginari
Il canto del cigno del regime
di Alberto Salani - foto di Mauro Galligani

1989: La cortina di latta
L’inizio della fine
di Elisabetta Burba

1989: Aspettando l’onda rossa
In attesa delle migrazioni europee
di Sergio Romano

1989: Berlino città aperta
Portfolio fotografico sulla caduta

1989: Spalle al muro
Commento sulla fine del regime
di Indro Montanelli

1989: La conversione al capitalismo
L’ultima frontiera del libero mercato
di Fiamma Nirenstein

Il nuovo ordine mondiale
Universi a confronto: 1989 e 2009


45 anni di storia
Cronologia ragionata

«Il Muro c’è ancora (nella testa di tanti tedeschi)»
Intervista a Giovanni Di Lorenzo
di Elisabetta Burba

Per non dimenticare
Libri, film e siti per saperne di più

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