1953 La fine del sogno: l’insurrezione operaia
Otto anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i lavoratori comunisti di Berlino Est organizzano una rivolta contro il governo schierato con gli occupanti sovietici. Per chiedere libere elezioni e migliori condizioni di vita.
di Luigi Barzini Jr da Berlino Ovest
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millenovecentoCINQUANTATRÉ
I moti del 17 giugno
Questo articolo è tratto da un reportage pubblicato su Epoca il 28 giugno 1953. Il suo autore è Luigi Barzini jr, una delle migliori firme di Epoca del tempo. Figlio del grande inviato del Corriere della sera Luigi Barzini, era anch’egli un noto giornalista, con larghissimo seguito negli Stati Uniti, dove il suo «The Italians» era un libro culto. Luigi Barzini jr scrisse questo reportage da Berlino nei giorni della rivolta contro il governo stalinista della Ddr. Iniziata il 16 giugno con uno sciopero degli operai edili a Berlino Est, la protesta si estese in breve all’intera Germania orientale (si stimano fino a 1.500.000 dimostranti), trasformandosi in insurrezione politica. Il culmine venne raggiunto il 17 giugno con la grande manifestazione di Berlino Est, quando i lavoratori, molti dei quali comunisti, chiesero le dimissioni del governo e libere elezioni. La sommossa fu schiacciata nel sangue dal Gruppo delle forze sovietiche in Germania, assieme a un corpo della Polizia popolare: 55 le vittime accertate. I ribelli vennero celebrati anche da una poesia del drammaturgo comunista Bertolt Brecht, che ironicamente propose al governo di «sciogliere il popolo e di eleggerne un altro».
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Gruppi di operai silenziosi e tristi sostavano in Potsdammerplatz ieri sera ai crepuscolo e guardavano fisso davanti a loro, alle rovine della piazza, alla città sovietica oltre la linea, con attenzione, quasi volessero leggere qualcosa nelle grandi case vuote, nelle strade deserte.
Dietro le loro spalle era l’Occidente, la città festosa, i poliziotti armati solo di bastone, col vecchio casco di cuoio di trent’anni fa, i giornali di tutti i colori, le belle donne, le luci al neon, le vetrine colme di roba, il festival del cinema.
Davanti a loro era il vuoto sinistro e il silenzio. Le rovine dei celebri, grandi magazzini della piazza, come tutte le rovine di Berlino, hanno ormai. L’aria stabile e storica, come le rovine dei castelli medioevali, come apparivano i resti dei grandi palazzi imperiali alle plebi romane che vi si erano annidate nel medioevo.
Sulla testa degli operai, nel cielo, lungo un nastro di lampadine sostenuto da un alto trespolo, correvano le parole di luce delle ultime notizie: «Gli operai delle officine Zeiss di Jena sono in sciopero… Gli operai di Rostock, di Chemnitz, di Halle hanno chiesto le dimissioni del governo… ». Dietro le loro spalle, col brusio della città e il martellare dei campanelli del tram, arrivava il suono di un’orchestra da ballo.

In coda per i buoni pasto
Comunisti dall’altra parte

In coda per i buoni pasto
Si chiamano Polizia accasermata, quei soldati, per distinguerli dalla polizia popolare che vive in piccoli distaccamenti: non sono in realtà poliziotti. Hanno l’uniforme russa, sono istruiti e armati di mitra come truppe d’assalto, e sono reclutati tra i giovani comunisti fanatici. Gli altri, detti blu dal colore dell’uniforme, la vera polizia, sono tutti veterani di guerra, uomini non più giovani, dei quali i russi si fidano poco, perché sono sempre pronti a dimenticare un nome, a lasciar passare gente senza accorgersene, e arrivano ad arrestare i sospetti sempre qualche ora troppo tardi, quando sono già scappati.
Gli altri operai guardarono in silenzio il meccanico che camminava per vedere che cosa sarebbe successo. I comunisti (la pistola mitragliatrice appesa alla spalla come la portavano le S.S.) smisero di parlare e osservarono il giovanotto che veniva senza fretta verso di loro. Nessuno gli andò incontro. Quando li raggiunse, tutti gli si raggrupparono attorno e si misero a parlare con lui. Che stavano dicendo? Gli prendevano i documenti? Gli operai attorno a me bisbigliavano concitati.
Poi il meccanico, senza voltarsi indietro, infilò una strada vuota nella Berlino est, adagio, svoltò un angolo e scomparve. «I camion sono nascosti lì» disse il vecchio. «Appena voltato l’angolo lo caricano sui camion e lo portano via». «Io devo essere al lavoro domattina», disse un falegname con un grembiulone sporco arrotolato alla cintura. «Se non mi presento allora sono guai per i miei. Provo anche io». E si staccò dal nostro gruppo, adagio, e si mise ad attraversare la piazza vuota.
Migliaia di operai della Berlino est sono rimasti così sbandati nella Berlino ovest, senza sapere cosa fare e dove andare. Un ferroviere in uniforme sedeva sui gradini d’ingresso di una casetta vicina a Kurfurstendamm, che è la sede dei sindacati D.G.B., con un altro. Fumava una pipetta lunga. Disse: «Io non vado a registrarmi alla polizia, come un profugo, perché è pericoloso. Di là lo sanno subito. Ho moglie e una figlia grande a casa».
L’altro, che era con lui, un impiegato in una fabbrica di cemento, un giovane alto e triste, con uno di quegli impermeabili tedeschi di cotone che arrivano fino alle caviglie, aggiunse: « Mio padre e mia madre non sanno nulla di me. La posta non funziona. Forse pensano che io sia il poveretto che è rimasto schiacciato sotto i carri armati alla Wilhelmstrasse».
Ce ne sono da per tutto, di questi profughi temporanei, senza un soldo, con la barba di tre giorni, con gli occhi disperati, che vanno rimuginando le stesse cose, se passo di là mi arrestano o mi tolgono i documenti, se non passo non vedrò più i miei che finiranno in prigione, in Siberia, in qualche campo di lavori forzati… Ce n’è accampati nella casa degli impiegati, nelle sedi dei vari sindacati, ce n’è che siedono sulle panchine dei giardini, che aspettano l’ispirazione. Si riconoscono subito, non solo per l’aspetto di chi ha passato le notti coi vestiti addosso, sotto l’acqua, e non si è fatto la barba, ma per l’aria generale di miseria e di fame.
È la miseria industriale e moderna, che abbiamo visto nei quartieri delle nostre grandi città durante la guerra, i capelli opachi come quelli dei pupazzi di cera, il volto floscio e pallido, gli abiti di stoffe leggere e gualcite, quasi di carta, decorosi e quasi pretenziosi, l’aria sottomessa e senza speranza, gli occhi stanchi, fissi, angosciati. Parlano poco. Hanno paura. Mentre chiacchieravamo con il ferroviere e l’impiegato, per esempio, sulla strada, uscì di corsa dalla sede dei sindacati un uomo corpulento ed energico, che ci chiese i documenti. A me, guardando il passaporto, disse: «Italiano? Non comunista, spero». Dissi di no, che non ero comunista, e lui, dopo avermi studiato bene, rassicurato forse dalla mia persona, che non gli parve quella d’un comunista, disse alzando il pugno verso il cielo: «Comunisti, comunisti».
I più fortunati sono forse i feriti nei tumulti di mercoledì scorso che sono stati ricoverati negli ospedali di Berlino ovest. Ce n’è un po’ dappertutto. Alcuni sono all’«Elizabeth Krankenhaus», un vecchio ospedale dell’epoca guglielmina, un gruppo di padiglioni di mattoni rossi in un giardino. Gli edifici sono stati bombardati, incendiati dai Russi, e riattati in qualche modo nel dopoguerra.
II giardino è pieno di radici d’alberi tagliati a fior di terra dalla popolazione quando bruciava qualunque cosa per scaldarsi. In una stanzetta, su tre lettini, sono due uomini e un ragazzo. Uno degli uomini è un fotografo d’agenzia, che si è rotto una gamba saltando da un mucchio di rovine, il giorno della sommossa. Era vicino alla linea di demarcazione e lo portarono subito a un’ambulanza britannica che aspettava. Non parla di quello che è successo: «Avrei potuto rompermi la gamba in qualsiasi altro posto, un altro giorno, parlate con lui », dice, indicando il letto vicino «lui sa tutto, lui è uno dei muratori della Stalinallee».
Il muratore della Stalinallee ha una gamba spezzata da due pallottole di mitra. Il piede pallido, con il sangue raggrumato attorno alle unghie, sembra il piede di un morto: gli esce dal gesso della fasciatura come il piede di un santo di cera dal sandalo. Ha una testa di capelli biondastri, la bocca semiaperta con l’espressione di stupore attonito dei montanari. Dice il fotografo: «I muratori della Stalinallee sono gli eroi della giornata ». Il muratore si chiama Helinuth, ha 21 anno, si è sposato sabato scorso. «Una ragazza della mia strada, di 19 anni » dice. «Avevo un posto fisso. Non guadagnavo molto, si tirava avanti a fatica ma in qualche modo lei, mia madre ed io si poteva campare.»
Anche la moglie e la madre sono passate di qua. Erano alla dimostrazione e l’hanno visto ferito e portato a braccia attraverso il confine. Nella confusione sono riuscite a varcare il confine «senza niente», dice Helmuth, «hanno lasciato tutto di là. Ma ora siamo tutti insieme da questa parte e non c’è più paura. Ora comincia la vita vera». Sul tavolino vicino al letto era una bottiglia di vino francese e un mazzetto di rose casalinghe in un vasetto. « Me l’ha mandata, questa roba, il sindacato dei muratori di Berlino ovest », dice Helmuth con un certo orgoglio. È molto pallido e parla con stanchezza.
“Non c’è rimedio”
Il racconto di Helmuth è semplice, quello di una grande battaglia vista da un soldato semplice. Martedì 16, il giorno in cui i muratori della Stalinallee fecero una prima dimostrazione contro il governo, per via dell’aumento delle ore di lavoro e dei minimi di produzione obbligatori, non era andato a lavorare e si era dato per malato. Nessuno gli aveva detto che ci sarebbe stato lo sciopero, altrimenti sarebbe andato anche lui. Rimase a casa con la giovane moglie. La sera qualcuno gli disse di non mancare il giorno dopo, perché ci sarebbero state grosse cose e i compagni avevano bisogno di lui. Andò, coi suoi abiti da lavoro. Là gli spiegarono che c’era lo sciopero, che lo sciopero e la protesta erano legali e permessi. Un poliziotto di quelli vestiti in blu gli disse che lo sciopero era contemplato dalla costituzione.

Ammainata la bandiera sovietica
Helmuth e gli altri marciarono verso il vecchio edificio del ministero di Goering, dove i russi hanno ficcato tutti i ministeri della Germania orientale. Là si trovarono in tanti, la mattina presto, sotto la pioggia. C’erano quelli della Siemens (quelli della Siemens si arrampicarono sulla Porta di Brandeburgo e strapparono la bandiera rossa, qualche ora dopo), c’erano i ferrovieri nelle loro uniformi, c’erano i metallurgici di Henningsdorf, che abitano tredici chilometri oltre Berlino, verso ovest, nella zona sovietica, e che erano venuti a piedi, la sera prima, marciando e cantando, e avevano attraversato così il settore francese. Attorno a lui erano i suoi compagni, i muratori che costruivano la grande strada socialista di Berlino, la prima strada che si sarebbe ricostruita con case per operai ma dove venivano a vivere, non appena gli appartamenti erano finiti, i burocrati e i gerarchi del partito comunista. Alcuni tentavano canzoni della Slesia, canzoni delle provincie, perse, sotto le finestre del ministero, e cantavano canzoni patriottiche, Deutschland über Alles, sotto gli occhi dei poliziotti blu che non osavano far nulla. Alcuni avevano grandi cartelli che dicevano: «Vogliamo libere elezioni», «Abbasso il regime», «Abbasso il governo». C’era chi gridava queste cose e inoltre ripetevano tutti: Er hat kein Zweck, der Spitzbart muss weck («Non c’è rimedio, il barbetta deve andarsene»; che sarebbe Ullbricht, segretario del partito comunista e vice primo ministro). Gridavano così sotto la pioggia, cantavano e chiedevano a gran voce che qualche ministro venisse al balcone forse ad annunciare le dimissioni, ma non succedeva nulla. Allora cominciarono a tirare sassi sotto gli occhi dei poliziotti immobili, mattoni contro le finestre del ministero.
Stato d’assedio
A Berlino vi sono cumuli di mattoni dappertutto, nei terreni vaghi lasciati dai bombardamenti. Verso le dieci sono apparsi i russi e la polizia accasermata, ma nessuno dava loro retta. La folla gridava: Ivan da wei, che significa «Ivan vattene » ed è l’equivalente dell’Ami go home che i comunisti scrivono sui muri della Germania occidentale. Qualche operaio che parlava russo andò a parlare ai soldati russi, per dirgli che la dimostrazione non era contro di loro, contro gli occupanti, ma contro i loro servi, per le condizioni di fame e miseria in cui li tenevano. «Noi non siamo schiavi », gridava la folla.
I carri armati apparvero verso mezzogiorno, senza sparare. All’una e mezzo i russi lessero il proclama dello stato d’assedio e cominciò la sparatoria. Ai primi colpi tutti pensavano che facessero solo per spaventarli e si rifugiarono ridendo dietre le rovine. Poi, quando cominciarono le sventagliate di mitra contro di loro, gli operai ripiegarono lentamente e molti passarono il confine. Helmuth fu ferito allora, caricato in spalla da un compagno, e consegnato alla polizia dell’Ovest.
Un giornalista americano che ha passato le ore della sommossa nella Berlino est racconta: «Che cosa mi ricordo? L’aspetto terribile di una folla ordinata, affamata, disperata, miserabile, che si muoveva come un mare… La marcia militare dei vari gruppi, che venivano in ordine, compatti, cantando, con i loro cartelli… Poi la gioia di tutti, che pensavano di ottenere chissà quali insperati vantaggi, la gioia di quelli che strapparono la bandiera rossa dall’alto della Porta, la gioia di quelli che buttavano sedie, poltrone, tavoli, e casse di roba dalle finestre dei grandi magazzini statali, che incendiavano cartelli di propaganda, edicole di giornali… Ricordo il terrore sui volti dei poliziotti blu, i quali simpatizzavano coi dimostranti e che temevano di essere sopraffatti. Alcuni si erano svestiti dell’uniforme, si erano buttati all’Ovest. Ricordo i pugni e le randellate date ai funzionari comunisti, anche dopo che si erano rifugiati oltre la linea, ed erano nelle braccia della polizia occidentale. La freddezza con cui, sotto il fuoco, mentre i feriti rotolavano per terra insanguinati, gli altri restavano a braccia conserte, l’indifferenza con cui si arrampicavano sui carri armati per buttare mattoni entro gli sportelli aperti o strappare le antenne radio. Ricordo la freddezza con cui i Russi avevano visto stracciare la loro bandiera davanti ai loro occhi, senza reagire, e la prodezza con la quale, qualche ora dopo, avevano cominciato a sparare contro la folla disarmata. Ricordo il suono terribile di Deutschland über Alles, cantato da una immensa folla, come un inno religioso. Ricordo le grida di disprezzo dei dimostranti agli operai dell’Ovest che stavano a guardare e che avevano paura delle raffiche di mitra. Uno grande, a braccia conserte, gridava: «Di che avete paura? Non possiamo che perdere le nostre catene».

Repressione nel sangue
Senza dubbio le giornate di sommossa nella Germania orientale resteranno storiche. Sono il pilone attorno al quale la storia ha preso una svolta decisiva. Il mondo non è più lo stesso. Per la prima volta gli operai si sono rivoltati, nel nome di loro stessi, ed è curioso pensare che il destino ha voluto che fossero i tedeschi a dover fare ciò che hanno fatto i napoletani, i romani, i parigini e tutti gli altri contro di loro. Ideali, contro i marxisti. Immaginiamo che cosa avrebbe scritto L’Unità se le dimostrazioni fossero avvenute nel settore occidentale: la folla affamata e miserabile, ridotta alla disperazione da condizioni di lavoro umilianti per esseri umani, aveva preferito rischiare la morte piuttosto che andare avanti a quel modo.
Si pensi che posto importante avrebbe nella mitologia comunista il disoccupato Willi Goetling, che i Russi fucilarono il giorno 18 come agente provocatore. Era un disoccupato con due bambine, la moglie e la madre a carico, residente a Berlino ovest, che andava, la mattina del 17, a riscuotere la sovvenzione di 39 marchi e aveva passato il confine per assistere al tafferuglio.
Indubbiamente, la retorica comunista è stata rovesciata contro i padroni comunisti asserragliati nei loro uffici, protetti dalla polizia e dall’esercito russo: c’era la Comune del 1870, c’erano i moti del 1905 e la Rivoluzione d’ottobre, gli uomini affamati, diseredati, umiliati come schiavi da galera, che combattevano a mani nude e coi sassi, contro i cannoni e le mitragliatrici. A loro poco importava nei giorni scorsi se i mezzi di produzione fossero di proprietà privata o pubblica, se la fame gli fosse imposta da capitalisti o da gerarchi comunisti, se gli appartamenti nuovi che andavano costruendo sarebbero stati occupati da ricchi commercianti o da funzionari del governo. Preferivano la morte a quella vita.
- Ammainata la bandiera sovietica
- Come in piazza Tienanmen
- Repressione nel sangue
- In coda per i buoni pasto
Richieste moderate
Ciò che impressiona delle sommosse è l’organizzazione che le ha preparate. Gli uomini si sono mossi in tutta la Germania orientale quasi alla stessa ora. Quelli di Berlino e della zona circostante sono partiti dai loro cantieri a ore diverse, quelli più lontani la sera prima, per essere agli stessi posti, la Leipzigerstrasse, la Porta del Brandeburgo e la Potsdammerplatz (il ministero e le vetrine sul mondo occidentale). Alla stessa ora marciavano incolonnati, cantando. Avevano motti scritti bene, non improvvisati, su strisce di tela che sostenevano in aria o sul cartone. I motti scritti erano politicamente coerenti: chiedevano libere elezioni, l’unità della Germania, condizioni migliori di lavoro; quelli gridati più liberi. Tuttavia nessuno lanciava evviva ad Adenauer, agli Stati Uniti, o alla Germania di Bonn.
Le bandiere di Bonn che venivano alzate erano, in realtà, quelle della Repubblica di Weimar, simbolo dell’unità democratica. Durante la dimostrazione, prima che partissero le raffiche di mitra, operai e donne erano andati a fraternizzare coi poliziotti, spiegando perché essi si erano mossi, non spinti da volontà rivoluzionaria, ma solamente per migliorare le condizioni disperate della loro vita.
Operai che parlavano russo erano andati anche a spiegare ai soldati e agli ufficiali sovietici che la gazzarre non era contro di loro, contro l’occupazione, ma contro i tedeschi del governo che usavano della loro autorità e della loro forza per opprimere il popolo. Nella folla erano solo operai, nelle tute o nelle uniformi del loro lavoro, e qualche migliaio di piccoli impiegati. Gli ideali per i quali si muovevano erano ideali operai, i soli che i comunisti sono obbligati a riconoscere, le richieste erano precise, moderate, possibili, e non sollevavano questioni di fondo: si chiedevano solo la fine del terrore, della fame, miglioramenti di orario e di salario e le dimissioni degli aguzzini al potere.
Come l’esperto riconosce la pittura di una data scuola da mille piccoli segni, così l’esperto politico non può non riconoscere la tecnica delle giornate di Berlino. È tecnica dei comunisti. Solo comunisti o ex comunisti sanno agire clandestinamente, muovere centinaia di migliaia di uomini allo stesso tempo, scegliere con moderazione i motti da gridare e da sbandierare, conoscono la tattica stradale, la fraternizzazione con le forze di polizia.
Solo loro potevano carpire il momento opportuno, quando l’alto commissario sovietico stava forse già per concedere quelle stesse cose che la folla andava gridando sotto le finestre del ministero. Le sommosse non sono quasi mai organizzate arbitrariamente da agenti segreti dello straniero, perché non possono scoppiare che quando le condizioni di vita e la disperazione degli uomini hanno raggiunto un certo limite obiettivo.
Gli americani non le hanno certamente provocate: non hanno uomini che conoscano la tecnica e furono terrorizzati dal susseguirsi degli avvenimenti. Non sono state provocate dai Russi, che sono stati costretti a sparare e a uccidere, troncando nel sangue la politica di distensione e di miglioramenti che era in atto da una settimana. Per cui si dovrebbe concludere che le giornate di Berlino (le sole che conosciamo) e le sommosse nel resto della Germania sono state organizzate da comunisti tedeschi allenati e istruiti nella scuola marxista leninista stalinista, in ribellione contro i comunisti ufficiali del governo.
Per la prima volta dal 1945 la storia della Germania est non è più fatta solo da due grandi rivali accampati in armi l’uno di fronte all’altro, Stati Uniti e Russia, ma da un terzo protagonista, il popolo tedesco, arrivato al punto da non avere nulla altro da perdere, come dice Carlo Marx e come ha gridato l’operaio a Postdammerplatz, che le sue catene.
- Martedì 3 Novembre 2009






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