Un testimone racconta
«La Ddr non era un lager, come certe ricostruzioni potrebbero far pensare. Il paese aveva anche un’altra faccia: i nidi in ogni fabbrica, il sistema scolastico che abbinava studio e lavoro, gli ospedali gratuiti per tutti e per tutto». È un po’ infastidito, il professor Luciano Segre. L’economista che, dopo aver militato in Giustizia e libertà, nel ’48 era andato a combattere per Israele, in Germania Est ci ha vissuto e ci ha pure trovato moglie. Di quel paese conosce tutto: difetti ma anche pregi.
di Elisabetta Burba
«Città divisa in un paese diviso. Berlino Est è nelle mani (…) dei sovietici. Berlino-Ovest è un’isola di libertà circondata da un paese comunista. La presidiano 10 mila uomini (…). Intorno ci sono le enormi forze sovietiche. Quei 10 mila uomini non minacciano nessuno».
Ricciardetto su Epoca: «Il problema di Berlino», 27 agosto 1961
Quando arrivò la prima volta nella Ddr?
Nel 1957, quando vinsi una cattedra di storia economica all’Università Humboldt.
Fu una scelta difficile per un ebreo sopravvissuto all’Olocausto andare in Germania?
Prima di andare avevo chiesto consiglio a mio cugino Primo Levi. E mi aveva risposto: «Vacci subito». Per lui la Germania non equivaleva al nazismo. «La Germania è durata migliaia di anni» mi aveva detto «il nazismo 12».
Scelse di andare a Berlino Est anche perché al tempo era comunista?
No. Ci andai perché studiavo l’Illuminismo e Berlino aveva biblioteche meravigliose. E perché la Humboldt era la storica università prussiana, fra le migliori al mondo. Ma feci conferenze pure all’Ovest, alla Freie Universität.
Com’era Berlino Est nel 1957?
Un grandissimo centro di cultura, che attirava tantissimi intellettuali antifascisti, espatriati durante il nazismo. Non a caso Thomas Mann tenne il primo discorso alla nazione tedesca a Weimar, la città di Goethe e Schiller (e di Buchenwald). Il primo giorno un collega mi portò nell’aula in cui avrei fatto lezione: era dedicata a Fichte. Poi mi condusse in un piccolo cimitero a vedere la tomba di Hegel. A quel punto capii di essere finito nel più grande centro filosofico mondiale. Mi colpì anche l’organizzazione universitaria: la biblioteca mi mandò a casa i 30 volumi dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. E, per non lasciare sprovvista l’università, ne comprarono una seconda copia sul mercato dell’antiquariato.
Quali erano le differenze con l’Ovest?
A Ovest i negozi erano pieni di merce, a Est erano vuoti. Per il resto, da entrambe le parti i segni della guerra erano ancora evidenti.
E il cibo, com’era a Est?
Alla mensa dei professori per un periodo ho mangiato polmone macinato: c’era tutti i giorni. Non ho mai capito come nella Ddr ci potessero essere così tanti polmoni e così poche mucche. Comunque c’era disponibilità di cibo. In ogni caso da subito notai un’adorazione indiscriminata verso tutto ciò che veniva dall’Ovest. Un giorno, poco prima della costruzione del Muro, avevo mal di testa. «Vado in farmacia a comprarmi un’aspirina» dissi a un collega. «Perché non la prendi a Berlino Ovest?» mi disse. E io: «Perché non qui?». E lui: «Perché quella dell’Ovest è migliore». Trattandosi di acido acetilsalicilico, le due aspirine erano uguali. Ma nella Ddr la gente aveva il mito dell’Ovest: il discorso valeva per tutti i prodotti di consumo. Emblematici i detersivi. Tutti guardavano la tv dell’Ovest e vedevano fustini eleganti e colorati. Automaticamente il contenuto diventava migliore di quello dei fustini orientali, color cartone e con la scritta «detersivo». Ma nella Ddr c’erano cose eccezionali. Per esempio i teatri: leggendario il Berliner Ensemble, diretto da Bertolt Brecht. Ma tutti a Est volevano scappare a Ovest… Perché l’offerta di beni di consumo a Est era di gran lunga inferiore. Una volta ci fu una mezza rivolta perché a Natale mancavano le mandorle amare per il dolce tradizionale sassone. «E chi se ne frega» dissi io. Mi fulminarono…
Era solo una questione di consumismo?
No, anche di mancanza di libertà. Gli intellettuali si scocciavano di non trovare Le monde in edicola. E non poter fare un viaggio a Londra dava fastidio a tutti. Per non parlare di fatti più gravi: quando una mia amica tedesca sposata a Roma morì, ai suoi parenti della Ddr fu impedito l’espatrio per venire ai funerali.
Qual è il suo giudizio sul Muro, allora?
Negativo, non c’è dubbio. Era una forma di oppressione. La Ddr lo costruì perché non aveva trovato soluzione a due grossi problemi: la fuga dei giovani neolaureati e soprattutto l’uscita di marchi Est verso l’Ovest. L’emorragia che aveva raggiunto proporzioni tali da far perdere il controllo della massa monetaria da parte della Banca centrale, che rischiava di diventare dipendente dalle banche occidentali. Ma fu un grave errore, che pagò a caro prezzo. Eppure c’era anche qualcuno che rientrava.
Davvero?
Mia suocera, per esempio. Quando andò in pensione, negli anni Sessanta, venne da noi a Milano. Ma dopo nove anni la nostalgia di Berlino Est era tale che decise di tornare. Prese il treno e si presentò al confine. Nessuno credeva che volesse davvero rimpatriare. Le autorità della Ddr la tennero in rieducazione per un mese: temevano fosse una spia. La rilasciarono solo dopo averlo escluso.
- Martedì 3 Novembre 2009






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