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  • Tags: 20 anni dalla caduta del muro, anniversario, Berlino, Epoca, Muro di Berlino
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1986 Il canto del cigno: il regime che sembra immortale

Fra gli sbiaditi socialismi dei Paesi dell’ Europa orientale, quello della Repubblica democratica tedesca appare il più prospero e il più sereno. Anche Gorbaciov è venuto a Berlino Est per felicitarsi coi primi della classe. Ecco un rapporto, nel venticinquesimo anno della costruzione del muro, da una città ambigua e affascinante.

di Alberto Salani - Foto di Mauro Galligani

Giocando con nonno Karl

Giocando con nonno Karl (Foto di Mauro Galligani)

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millenovecentoOTTANTASEI
Il complotto contro Honecker

Questo reportage di Alberto Salani e Mauro Galligani è uscito su Epoca il 6 giugno ’86 con il titolo «I nipoti felici di nonno Karl». Nella seconda metà degli anni Ottanta, il regime aveva varato l’ultimo piano quinquennale, che prevedeva la costruzione di un milione di case popolari. L’economia della Ddr sembrava la più solida dei paesi socialisti, tanto che si prevedeva un aumento degli scambi commerciali con l’Urss del 28 per cento. Ma il vero pericolo per il capo di Stato Erich Honecker era rappresentato dall’avvento al potere di Mikhail Gorbaciov. Nonostante i baci in pubblico, il capo del Pcus puntava a rovesciarlo. Il suo uomo per il colpo di palazzo era il capo dello spionaggio estero della Stasi Markus Wolf. I congiurati iniziarono a organizzarsi, ma furono scoperti. Era il 5 febbraio ’87. Wolf fu costretto a dimettersi, ma le critiche non cessarono. Già nel settembre ‘87, Gorbaciov e Honecker si scontrarono perché la Ddr non voleva adottare la Perestrojka.

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Quei due, Carlo Marx e Federico Engels, li hanno messi in piazza il 7 aprile scorso, pochi giorni prima dell’apertura - nel luccicante palazzo della Repubblica - dell’undicesimo congresso del Sed, il partito socialista unificato. Quel giorno fu lo stesso Erich Honecker, segretario generale del comitato centrale del partito e presidente del Consiglio di Stato della Rdt, a inaugurare il monumento, due enormi figure di bruno metallo (Marx seduto e Engels in piedi al suo fianco) realizzate da tre fedelissimi interpreti del realismo socialista, gli scultori Engelhardt, Mittel e Stötzer.

Berlino Est si arricchiva così, in onore del più illustre degli ospiti, Michail Gorbaciov, di una nuova opera-omaggio verso i padri del socialismo, l’ennesima dopo i tanti Lenin distribuiti in piazze, parchi, giardini e dopo quelle dedicate agli eroi di casa, Karl Liebknecht e Rosa Luxembourg, gli “spartachisti” assassinati nel 1919, Ernst Thälmann, il presidente del partito comunista tedesco nato dalla Rivoluzione di novembre, Wilhem Pieck, il primo capo della repubblica democratica sorta nel 1949. Per Gorbaciov, Berlino Est si è fatta bella, ha ripulito strade e palazzi, ha riempito i negozi, ha esposto migliaia di bandiere.

Giocando con nonno Karl
Matrimonio socialista
Primo maggio a Berlino est
Il capo del partito
Riposo patriottico


Il rosso ha colorato balconi e torri, ha sventolato sui tetti, ha donato un tocco di vivacità agli alienanti parallelepipedi tutti uguali degli edifici popolari. È stato un make-up perfetto in cui ognuno, come sempre, ha fatto la sua parte: gli abitanti del centro della città, l’Alexanderplatz ad esempio, quelli delle periferie sterminate oppure i compagni più fortunati che vivono negli affascinanti vicoli medievali di Köpenick. Bandiere, vessilli, gagliardetti, striscioni inneggianti al socialismo e alla pace, fazzoletti, garofani, tutto il rosso possibile e immaginabile è apparso d’improvviso a macchiare l’orizzonte fin dove poteva arrivare lo sguardo dell’illustre compagno venuto da Mosca. Così, anche cromaticamente, la Germania dell’Est riaffermava il suo ruolo di prima della classe fra gli sbiaditi socialismi dei Paesi orientali, un ruolo che Gorbaciov, sorridente e soddisfatto, ha additato ad esempio ai “discoli” ungheresi o ai rassegnati polacchi.

L’economia della Germania Est è infatti la più prospera fra quelle traballanti degli Stati “fratelli”, i tedeschi orientali godono del più alto reddito pro capite all’interno del Patto di Varsavia, la Rdt è la quindicesima potenza mondiale per prodotto nazionale lordo, nei negozi le merci non mancano, scuole ed assistenza sanitaria funzionano, si costruiscono edifici dovunque (nel piano quinquennale 1986-1990 sono previste un milione di nuove abitazioni), l’industria, specie nei settori altamente specializzati (elettronica, robotica, computer, eccetera), produce ed esporta a est e a ovest senza pregiudizi.

Nel 1985 l’interscambio fra Urss e Rdt è arrivato a 15 miliardi di rubli e nei prossimi cinque anni si prevede un aumento del 28 per cento. E anche verso la Germania di Bonn i legami, non soltanto commerciali, si stanno stringendo anche se fra mille difficoltà e diffidenze. Nel 1985 gli scambi commerciali fra Rft e Rdt sono aumentati del 7 per cento (fra i due Paesi una miriade di accordi permettono l’esistenza di un mercato molto vivo i benefici del quale gode anche l’Unione Sovietica) a dimostrazione che i rapporti, al di là della rivalità propagandistica, stanno costantemente migliorando. Sarà allora il 1986 l’ anno della visita di Erich Honecker nella Germania Federale? E col permesso di Michail Gorbaciov dopo il “niet” di Cernenko nell’estate del 1984?

Il capo del partito

Il capo del partito (Foto di Mauro Galligani)

Marx e Engels, silenziosi santoni di rame, hanno l’aria troppo seria per queste stupende giornate di primavera. I bambini giocano con le loro barbe, fanno girotondo attorno al monumento, si arrampicano, scivolano, qualcuno lascia andare un calcio. L’irrispettosità infantile sdrammatizza l’enfasi retorica dell’opera presso la quale si mettono in posa austeri uomini d’affari cinesi e sbracati soldati sovietici in libera uscita.

Berlino Est è affascinante nel sole, sul bulbo della sottile torre della televisione i raggi disegnano una croce ( “È la vendetta del Vaticano”, dicono), sotto i ponti sulla Sprea scivolano lunghi battelli carichi di lastre di cemento (i prefabbricati per i nuovi quartieri popolari), una coppia di giovani in camicia blu (i colori della Fdj, la Libera gioventù tedesca, una organizzazione di massa) si baciano teneramente, sdraiati su una panchina. Michail Gorbaciov per elogiare i “primi della classe”, i compagni tedeschi, ha detto dalla tribuna del congresso: “Sapete, compagni, che cosa significa da noi in Russia la sigla Ddr? Vuol dire, davai davai robot, avanti, avanti robot” . Era un complimento? E dove sono questi robot prussiani? Di là dal muro fra gli alberi.

Quest’anno il muro compie venticinque anni: adesso lo si attraversa in sette punti oltre il famoso Checkpoint Charlie, passerella per le spie “che vengono dal freddo”. Quando venne costruito erano i tempi duri della guerra fredda, per i tedeschi dell’est quei centosessantasei chilometri di muro rappresentavano “la barriera protettiva antifascista”, per gli altri berlinesi della parte ovest della città quel muro, portato a termine in poche ore, fu l’apparizione di un incubo. Venticinque anni, un centinaio di morti ammazzati dalle guardie della milizia popolare della Rdt, migliaia di persone che ogni giorno attraversano legalmente la frontiera di pietra, un lugubre fascino che ancora resiste.

A ovest i turisti salgono sulle torrette e guardano ad est: oltre la porta di Brandeburgo sfila l’Unter den Linden, il grande viale dei tigli. Per i voyeurs del socialismo dietro l’angolo l’emozione visiva dev’essere forte, con tutto quel rosso che sventola nel cielo, il “vopo” col mitra imbracciato, laggiù davanti al Memoriale alle vittime del fascismo e militarismo il cambio della guardia, perfetto, con quei soldati che alzano la gamba a calciare l’aria. Soldati, bandiere rosse, ambasciate molto protette, musei, antichi palazzi prussiani, modernissimi edifici, chiese barocche, piazze enormi e viali larghi come piazze, senza fine. Il socialismo ha misure di massa, tutto è fatto per la folla, per servire la folla, per contenerla.

Riposo patriottico

Riposo patriottico (Foto di Mauro Galligani)

È grande l’Alexanderplatz, è enorme il Forum Marx-Engels, si perdono verso chissà dove la Karl Marx-Allee, la Prenzlauer-Allee, la Rosa Luxembourg-Strasse. E sono grandiosi i parchi, i centri di divertimenti, le piscine, gli stadi, i teatri, le biblioteche. Un milione e centomila berlinesi abitano in palazzi giganteschi, block-houses dagli appartamenti tutti eguali il cui affitto mensile è molto basso: nemmeno 100 marchi (il marco è circa 700 lire) per un appartamento di 80 metri quadri, ad esempio.

Pagano 12 marchi un chilo di carne (prezzo fisso per tutti i tipi e qualità), vanno in tram o in metropolitana con un biglietto da venti pfenning, sognano di avere un giorno (dopo una decina di anni almeno) una ipotesi di auto chiamata Trabant, trabiccolo a due cilindri che costa quasi dieci milioni di lire. Per i turisti dunque che vengono dall’ovest (devono pagare una tassa di 5 marchi più 25 marchi al giorno) Berlino socialista offre teatri e bandiere rosse, musei e falci e martello, sfilate marziali e monumenti di Lenin, di Marx, di Thälmann.

Dice Rudolf Piksa, professore di scienze sociali ora in pensione: “Il capitalismo non potrà mai arrivare alle conquiste sociali del socialismo. Voi a occidente pensate troppo ai soldi”. Piksa ha 72 anni, fa parte di un club per anziani, ama dipingere. I monumenti realisti di Marx, Lenin o Thälmann per lui sono il massimo dell’arte. “Voi capitalisti non potete capire. Per apprezzare queste opere bisogna credere nel socialismo”.

Pullman polacchi, cecoslovacchi, bulgari scivolano lentamente verso la porta di Brandeburgo. Là è d’obbligo una foto, la porta sullo sfondo e sulla destra, dall’altra parte del muro, il Reichstag, l’ex parlamento. La bandiera che sventola lassù sulla torre è nera gialla e rossa, sembra identica alle mille che colorano la Unter den Linden ma non è così; è un altro inganno di Berlino, intrigante e subdola città dai due volti. Un pullover pieno di fiori.

Il signor Siegfried Schliemann è il direttore della Berliner Strickmoden, un’azienda statale di prodotti a maglia. Ci lavorano 300 dipendenti, l’80 per cento donne. Dice Schliemann: “L’azienda apparteneva a mio nonno, io ho imparato da lui il mestiere. Nel 1960 abbiamo creato una cooperativa artigiana con undici dipendenti poi nel 1972 ci siamo ingranditi, i soci sono diventati 130, abbiamo compiuto dei cambiamenti nei metodi di produzione. Il partito ci ha molto aiutato per aumentare il livello produttivo dell’azienda. Avevamo bisogno di investimenti per modernizzare il lavoro e così lo Stato è intervenuto, l’azienda è stata nazionalizzata, ora siamo all’avanguardia nel nostro settore. Abbiamo un computer per disegnare le maglie e i pullover, gestiamo tre negozi a Berlino dove vendiamo il 50 per cento dell’intera produzione che raggiunge i 35 milioni di marchi l’anno”.

“Dalla fine della seconda guerra mondiale (…), il popolo tedesco è vissuto di una grande illusione, e i partiti politici sono vissuti di una grande menzogna.  L’illusione era che la riunificazione delle due Germanie fosse certa, e anche abbastanza vicina”.

Ricciardetto su Epoca: «Storia di un’illusione del popolo tedesco», 12 dicembre 1971

Peter Rosenwald, segretario del partito in azienda, aggiunge: “Se le macchine sostituiranno l’uomo, per tutti ci sarà sempre posto in un’altra azienda o nei servizi pubblici dove i lavoratori sono necessari. Da noi non si licenzia, questa parola non appartiene al nostro vocabolario, la conosciamo soltanto perché viene dall’ovest”.

Dai pullover di Prenzlauer, il quartiere dove sorge la Berliner Strickmoden, ai fiori della cooperativa Gpg “Weisse Taube” dall’altra parte della città. Anche qui dietro un tavolo di rinfreschi ci aspettano il direttore, il capo del personale, il segretario del partito. La cooperativa ha 400 membri, il 70 per cento donne, è sorta nel 1960 dall’unione di alcuni giardinieri privati. La “Weisse Taube” produce in dieci ettari di serre sei milioni di fiori e 240 tonnellate di ortaggi l’anno.

Dice Siegfried Henke, il direttore: “Non ci sono problemi particolari, le vendite vanno bene, abbiamo 12 negozi che smaltiscono gran parte della produzione, il resto lo esportiamo. La produzione è sui 15 milioni di marchi l’anno” . E il compito del segretario del partito qual è? Risponde Manfred Löhnert: “Io vigilo perché siano attuate le disposizioni del congresso del partito sia dal punto di vista del lavoro che dal punto di vista ideologico”. Quanti sono gli iscritti al partito fra i dipendenti? “Solo 44, io vorrei che lo fossero tutti”.

Il 1° maggio sotto mille bandiere

Erich Honecker, il segretario generale del partito, è un anziano signore molto energico e simpatico. I tedeschi lo amano, lo stimano, gli credono. Honecker è al timone della Germania Est dal 1971, l’anno in cui sostituì Walter Ulbricht che aveva chiesto di essere sollevato dalle sue funzioni per motivi di età. Sono quindici anni dunque che Erich Honecker, il più importante socialista della Repubblica democratica tedesca, compare al posto d’onore sulla tribuna delle autorità per la sfilata del 1° maggio. Eccolo là infatti, puntuale. Sono le nove del mattino di un giorno pieno di luce, di sole, di caldo.

Primo maggio a Berlino est

Primo maggio a Berlino est (Foto di Mauro Galligani)

Sulla grandiosa Karl Marx-Allee, tappezzata di rosso balcone per balcone, finestra per finestra, si preparano a salutare l’adorato Erich un milione di berlinesi. La liturgia di queste cerimonie di massa è inquietante per il borghese venuto dall’Occidente. I trionfi del socialismo vengono celebrati con canti, inni, applausi, fiori, un mare di rossi vessilli, i ritratti dei grandi compagni (Gorbaciov, Castro, Honecker, eccetera) e quelli dei piccoli compagni (i capi della fabbrica, i lavoratori più bravi, lo studente più intelligente, l’atleta, eccetera), baci, abbracci, danze di fanciulle in calzamaglia, carri allegorici.

Ma il cerimoniale tedesco ha anche altre esigenze. Così mentre si inneggia alla pace sfilano a passo di marcia i “gruppi di combattimento della classe operaia” , forze paramilitari le cui uniformi richiamano alla mente oscuri ricordi, procedono le legioni dei pionieri in camicia bianca (ragazzi dai sei ai quattordici anni che fanno parte dell’organizzazione Ernst Thälmann), segue la massa delle camicie blu che coprono i petti dei giovani della Fdj, la Libera gioventù tedesca. Tutto è perfetto, puntuale, esattamente inquadrato, il programma non subisce un solo minuto di ritardo, non c’è tregua nel tripudio collettivo.

Honecker per cinque ore esatte saluta, alza il pugno, stringe mani, accarezza bambini, sventola bandierine rosse, accetta mazzi di fiori, sorride. Accanto a lui sorridono e agitano fazzoletti rossi ministri di Stato e generali tedeschi, ambasciatori di Paesi socialisti e alti militari sovietici. Sono le due del pomeriggio di questo caldissimo 1° maggio quando Erich Honecker, il volto scottato dal sole, si sottrae al saluto dell’ultimo cittadino berlinese. Per tutto il giorno i due canali della televisione della Germania Est trasmettono le cerimonie della festa dei lavoratori: il video si accende del rosso che arriva da Mosca, da Sofia, da Praga, da Varsavia, da Bucarest. Mentre la tv della Rft annuncia che a Chernobyl, in Unione Sovietica, è accaduto un grave disastro.

…Ogni giorno vedevo 16 tramonti

Ha una bella faccia, aperta e sorridente. sulla divisa perfetta da generale maggiore tintinnano molte medaglie. La gente lo riconosce e lo chiama per stringergli la mano. Si chiama Sigmund Jähn, è l’unico astronauta tedesco che mai sia andato nello spazio. Ce l’ha portato il 26 agosto 1978 la navicella sovietica Soyuz 31. Racconta il generale Jähn “Siamo andati su in due, il comandante Valeri Bykovski e io, e siamo andati ad agganciare la stazione spaziale Salyut-6 che con un altro equipaggio si trovava già in orbita da un paio di mesi. Sono stato lassù otto giorni, ho lavorato, ho ripreso con la mia Zeiss le giornate dei miei compagni.

Ogni giorno vedevo il sole alzarsi e tramontare almeno sedici volte. E’ stato meraviglioso!”. Si illumina al ricordo, dice che i sovietici hanno scelto lui per la sua competenza come pilota e anche per il suo fisico perfetto. “Ma forse”, dice, “è stata soltanto fortuna”. Siegmund Ja’ hn ha ora 49 anni, è padre di due figlie, è nonno. Aggiunge: “Quand’ero lassù guardavo la terra e mi sembrava così piccola. E pensavo che gli uomini che l’abitano debbono essere proprio degli stupidi per farsi la guerra”. Ja’ hn dice cose semplici, dirette, è un eroe nazionale senza retorica, gli inni enfatici del 1° maggio sembrano infastidirlo, stava sul palco vicino a Honecker ma sembra più a suo agio fra la gente che lo saluta e gli chiede l’autografo.

Matrimonio socialista

Matrimonio socialista (Foto di Mauro Galligani)

E la sera in discoteca…

Questi ragazzi che passeggiano sull’Alexanderplatz, fra i giardini del Forum Marx ed Engels, davanti ai negozi della Liebknecht-Strasse, che affollano le grandi sale del palazzo della Repubblica sono più giovani del muro di Berlino. Se qualche loro padre sogna ancora l’ ovest, l’Eldorado delle libertà e delle voluttà consumistiche, le nuove generazioni hanno desideri più concreti e raggiungibili. Una casa, una famiglia, un lavoro. Gli hanno insegnato che l’ Occidente è corruzione, è fascismo, è volgarità. Perché desiderarlo allora? Non è meglio la sicurezza di questo sistema padre e padrone che - se gli sei fedele - ti assicura un presente e anche un futuro?

Si chiama Ina, ha ventitré anni, fa la commessa in un grande magazzino, spera di sposarsi presto, “prima dei trent’anni, almeno”. Perché tanta fretta? Risponde Ina: “Perché se trovo marito prima di aver compiuto trent’anni ho diritto al credito matrimoniale di 7.000 marchi. Il congresso del partito ha deciso di aumentare la somma che fino ad ora era soltanto di 5.000 marchi”. Ina si infervora, vede già un futuro sereno con un bravo marito e tre figli. “Le coppie che si sposano, se hanno un figlio restituiranno allo Stato mille marchi in meno, se ne hanno due duemila marchi, se ne avranno tre non restituiranno nulla. Non è stupendo?”

In fondo alla Unter den Linden, dietro la porta di Brandeburgo, brillano le luci di Berlino Ovest, il paradiso capitalista. I ragazzi di Berlino Est fanno la fila per un gelato, si mettono in coda davanti alla porta di una discoteca, attendono il loro turno per sedersi alla tavola calda del Palasthotel. Sono allegri, colorati, chiassosi, i maschi indossano giubbotti larghi e portano scarpe da tennis. Le ragazze hanno le scarpe da ballo nel sacchetto di plastica. Nella sala grande del palazzo della Repubblica c’è una gara di danza fra i rappresentanti dei sei Paesi dell’Est europeo. Rumbe, sambe e valzer lenti, l’atmosfera è un po’ retrò ma le ragazze sono belle. Per la coppia che vince un gran mazzo di garofani rossi. È la febbre del sabato sera a Berlino Est, di là dal muro.

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A Berlino non c’è soltanto il Berliner

Al Berliner Ensemble il pubblico applaude Bezahlt wird nicht!, che è poi la commedia di Dario Fo Non si paga, non si paga!. Sul palcoscenico del Volksbühne, il Teatro del popolo, ha grande successo Krach in Chiozza, ovvero Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni. Dice Ekkehard Schall, stella del Berliner: “Ammiro Fo, è straordinario, un eccezionale animale di teatro. Sa fare di tutto, sa comunicare, inventare, sedurre il pubblico, eppoi è un compagno…”. Schall ha appena terminato il suo recital pomeridiano su Bertolt Brecht, è stato in scena ininterrottamente per quasi due ore, ha recitato, cantato, ballato.

Fuori c’era un sole da scampagnata, dentro una folla attenta e silenziosa, immobile sulle sedie di velluto rosso della bomboniera barocca. Ekkehard Schall ha 56 anni, lavora al Berliner Ensemble dal 1952, è il marito di Barbara Brecht, la figlia del commediografo scomparso nel 1956. Ha interpretato Brecht nei maggiori teatri del mondo, l’ultima tournée l’ha compiuta in Italia l’anno scorso. A lui chiedo perché a Berlino Est i teatri sono sempre pieni, qual è il segreto di tanto successo. Schall si accarezza i baffi da tartaro e spiega: “A Berlino ci sono sempre stati numerosi teatri fin dagli anni Venti, il teatro è una tradizione che non si è persa, specie da questa parte della città.I berlinesi sono gente colta, di gusto…” .

È consapevole di essere il primo attore del più famoso teatro del mondo, parla del Berliner Ensemble come un innamorato della sua donna, è orgoglioso, contento, soddisfatto. Ogni sera dall’altra parte del muro arrivano pullman carichi di turisti che affollano i teatri di Berlino Est. Dice Schall: “Il Berliner è in testa alle prenotazioni, siamo diventati una istituzione ma non abbiamo perso l’autenticità, il coraggio, la professionalità. Insomma, credo che Brecht sarebbe contento di noi”. Anche Manfred Fiedler, direttore tecnico e scenografo del Volksbühne, è un uomo soddisfatto. Parla delle difficoltà nel mettere in scena Goldoni, dei programmi del suo teatro (”Credo che il teatro debba rappresentare la realtà non essere soltanto magia, finzione”), della vita culturale berlinese.

A Berlino Est ci sono diciassette teatri, dai celebri Berliner Ensemble, Opera di Stato, Opera comica, Deutsches Theater al Volksbühne, al Massimo Gorki, alle piccole sale-cabaret come Distel, alle sale-concerto, agli auditorium. Dice Fiedler: “Non credo che esista una città più viva culturalmente di Berlino Est, i teatri non chiudono praticamente mai, il pubblico è sempre numeroso, partecipe, competente”.

I biglietti per il teatro hanno prezzi stracciati, dagli otto ai dodici marchi (”ma arrivano anche a costare soltanto due marchi, in certe occasioni - si lamenta Fiedler - troppo poco per rispettare l’arte”), gli attori non sono pagati a chachet ma hanno stipendi mensili che variano da un minimo di 750 marchi a un massimo di 4.000. Aggiunge Manfred Fiedler: “Certo, lo Stato sovvenziona in modo consistente i teatri altrimenti dovremmo chiudere perché le spese sono fortissime. Io credo però che mai come in questo settore i denari di tutti siano investiti bene”.

Al Volksbühne, un teatro storico sorto nel 1912 grazie a una raccolta di denaro fra gli operai, lavorano 350 persone di cui 60 sono attori. Il programma cambia quasi ogni sera, attualmente stanno preparando Il giardino dei ciliegi di Cecov. Fiedler ha girato il mondo ed è stato recentemente anche in Italia, a Rieti, per incontrare alcuni amici di teatro. Dice, tanto per chiarire. “Sì, certamente, sono un privilegiato perché posso andarmene all’estero quando lo desidero. Ho imparato molto dai miei viaggi ma dico subito che non lascerei mai il mio teatro, ci sto dentro da 35 anni, l’ho come sposato. Il mio mondo è qui a Berlino e non mi manca nulla, potete credermi”.

  • redazione
  • Martedì 3 Novembre 2009
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Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Per celebrare questo avvenimento straordinario, Mondadori ha deciso di riportare in edicola una sua testata storica e prestigiosa, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

SOMMARIO

Quell’isola nel mare rosso
Mappe e grafici


Berlino città chiusa
1961/1989 Portfolio fotografico


Protagonisti & interpreti
Tutti gli uomini del Muro

Fu Gorbaciov a evitare i carri armati Intervento del Cancelliere della riunificazione di Helmut Kohl

1953: I compagni hanno ucciso i compagni
La rivolta operaia di Berlino Est
di Luigi Barzini jr


1953: Umiliati e offesi
Reportage fotografico esclusivo

1959: L’ora di Berlino
Venti di guerra (fredda)
di Raymond Cartier

1961: L’ingrata terra del comunismo
L’esodo biblico dei tedeschi dell’Est
di Enzo Biagi

1961: Il Muro anno zero
Portfolio fotografico sulla costruzione

1961: Mio figlio è fuggito: l’avranno ucciso?
Storie di famiglie spezzate
di Luigi Barzini jr

1962: Il martire del Muro
La fine di Peter Fechter
di Dominique Lapierre

1962: Fuga verso la libertà
L’italiano che scavò il tunnel
di Fausto Biloslavo

1966: A Berlino est pensare è reato
Il giro di vite contro gli intellettuali
di Enzo Biagi

La Ddr dalla a alla zeta
Ritratto di un paese che non c’è più
di Massimo Dragone

Ma Berlino Est non era solo il muro
Intervista a Luciano Segre
di Elisabetta Burba

1977: Prussia con la bandiera rossa
L’illusione del sorpasso economico
di Alberto Baini

1986: Nipoti miei, marxisti immaginari
Il canto del cigno del regime
di Alberto Salani - foto di Mauro Galligani

1989: La cortina di latta
L’inizio della fine
di Elisabetta Burba

1989: Aspettando l’onda rossa
In attesa delle migrazioni europee
di Sergio Romano

1989: Berlino città aperta
Portfolio fotografico sulla caduta

1989: Spalle al muro
Commento sulla fine del regime
di Indro Montanelli

1989: La conversione al capitalismo
L’ultima frontiera del libero mercato
di Fiamma Nirenstein

Il nuovo ordine mondiale
Universi a confronto: 1989 e 2009


45 anni di storia
Cronologia ragionata

«Il Muro c’è ancora (nella testa di tanti tedeschi)»
Intervista a Giovanni Di Lorenzo
di Elisabetta Burba

Per non dimenticare
Libri, film e siti per saperne di più

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