1989 L’inizio della fine: passaggio in Ungheria/2
L’Europa rischia di essere ancora una volta teatro di grandi migrazioni. E quando un colonnello del Kgb guiderà un taxi a New York, la vendetta del capitalismo si sarà consumata.
di Sergio Romano
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millenovecentoOTTANTANOVE
Focolai prossimi venturi
Questo commento è stato pubblicato su Epoca il 17 settembre 1989, a fianco all’articolo sulle prime fughe dei tedeschi dell’Est attraverso l’Ungheria pubblicato nelle pagine precedenti. Con grande lungimiranza, Sergio Romano prevedeva le grandi migrazioni e i conflitti etnici che negli anni successivi alla caduta del Muro di Berlino avrebbero sconvolto il Vecchio continente. L’ambasciatore elencava con matematica precisione quelli che di lì a poco sarebbero divenuti i focolai dell’Europa post Muro: ex Jugoslavia, Azerbaigian, Georgia…
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Sino alla Seconda guerra mondiale e all’immediato dopoguerra, i rifugiati furono prevalentemente europei: tedeschi e ebrei in fuga dal Terzo Reich, spagnoli in fuga dalla Spagna di Franco, tedeschi in fuga dalla Slesia polonizzata e dalla Prussia russificata, istriani in fuga dal regime di Tito, ebrei di tutta Europa in fuga verso Israele.
Più tardi il torrente delle trasmigrazioni europee si è prosciugato. Giungevano alle frontiere di tanto in tanto gli ebrei russi, i tedeschi del Volga e dei Balcani, qualche cittadino dell’ Est che era riuscito a saltare il muro o a nascondersi nel portabagagli di una macchina.
Oggi i rifugiati sono africani, asiatici e per una percentuale più piccola latino-americani. Domani, tuttavia, potrebbero essere nuovamente europei. Dopo essere stata per trent’anni “terra d’asilo”, l’Europa rischia di essere ancora una volta teatro di grandi trasmigrazioni. L’egemonia sovietica e la guerra fredda hanno congelato la carta etnica d’ Europa.
Come i popoli dell’ Europa centrale, alla fine della guerra dei trent’ anni, furono obbligati ad attendere il regno dei cieli rispettando quella variante delle Sacre scritture che meglio conveniva alla fede religiosa dei loro rispettivi sovrani, così i cittadini dell’ Europa centro-orientale furono obbligati, dopo la Seconda guerra mondiale, ad aspettare l’ avvento del socialismo nel luogo in cui erano nati. Non vi furono rifugiati, in altre parole, se non col contagocce, perché le frontiere erano chiuse.
Che cosa potrebbe accadere domani se le frontiere accennassero ad aprirsi, se all’ egemonia di Mosca subentrasse il generale risveglio delle nazionalità, se si allentassero nodi che stringono insieme i popoli dell’Urss?
Alcuni presagi sono nell’aria. Da tre anni i sovietici hanno ricominciato ad autorizzare con una certa larghezza la partenza dei tedeschi del Volga, degli ebrei e degli armeni, al punto che gli Stati Uniti si chiedono se gli armeni, in particolare, possano ancora considerarsi rifugiati politici.
Sono certamente rifugiati invece i pomak - una comunità slava, convertita all’ Islam nel Seicento - che riescono ad attraversare la frontiera fra Bulgaria e Turchia. E sono indubbiamente rifugiati i tedeschi dell’Est che nelle scorse settimane sono riusciti ad entrare nella Germania Occidentale passando attraverso la Cecoslovacchia e l’Ungheria.
Se il declino dell’ Urss segnasse la fine di quella pax sovietica che Mosca ha imposto per quasi cinquant’ anni ai propri popoli e a quelli dell’Europa centro-orientale, quanti focolai “irlandesi” potrebbero accendersi nel Commonwealth socialista? Abbiamo già assistito ad alcuni scontri etnici talora verbali, spesso cruenti: romeni contro ungheresi in Transilvania, serbi contro albanesi nel Kossovo, estoni contro russi in Estonia, armeni contro azeri in Azerbaidjan, georgiani contro turchi in Georgia.
Dietro le punte emergenti di questa nuova “guerra delle etnie” vi sono dozzine di problemi insoluti che potrebbero riemergere improvvisamente alla superficie. La carta etnica d’ Europa è opaca perché la vernice socialista ha oscurato per molti anni i confini linguistici, culturali, razziali. Ma sotto la vernice vi è un labirinto di nazionalità e di culture non diverso, se non in peggio, da quello dei due imperi di cui la Russia ha inghiottito i resti: l’impero austriaco e l’ impero ottomano. Ho detto “peggio” perché l’Urss, per meglio imparare, ha diviso e moltiplicato conferendo dignità nazionale a minuscole tribù asiatiche, rendendo sempre più variopinto e complesso l’ intarsio delle nazionalità, delle culture e delle religioni.
Se questi conflitti verranno alla superficie e lo Stato sovietico la smetterà di essere, parafrasando Lenin, il “gendarme dei popoli”, avremo con ogni probabilità una nuova ondata di rifugiati politici. E avremo al tempo stesso un’ondata, forse maggiore, di rifugiati economici.
Vi è già in Europa occidentale una emigrazione polacca e jugoslava dovuta alle pessime condizioni economiche della Polonia e della Jugoslavia. Potremmo avere domani per le stesse ragioni una emigrazione ungherese, cecoslovacca, russa. Quando un colonnello del Kgb guiderà un taxi nelle vie di New York e un funzionario della nomenklatura, nelle vie di Roma, vi chiederà se può lavare il vetro della vostra macchina, il capitalismo avrà consumato la sua vendetta.
- Mercoledì 4 Novembre 2009





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