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IL MARTIRE DEL MURO

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  • Tags: 1962, 20 anni dalla caduta del muro, anniversario, Berlino, Dominique Lapierre, Epoca, Muro di Berlino, Peter Fechter
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1962 La fine di Peter Fechter

Peter Fechter lavora in un cantiere di Berlino Est a pochi metri dal confine. Scopre per caso un passaggio nella muraglia e improvvisamente decide di tentare la fuga. Quando si lancia allo scoperto, viene crivellato di colpi.

di Dominique Lapierre

55 minuti di agonia

(Ullstein/Archivi Alinari)

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millenovecentoSESSANTADUE
Storia di un simbolo

Uscito su Epoca il 7 ottobre 1962 con il titolo «La storia del ragazzo ucciso sul muro», questo reportage era stato acquistato dal settimanale francese Paris-Match, con cui Epoca aveva un accordo di collaborazione. L’autore, Dominique Lapierre, nacque come giornalista di politica estera. Con il collega americano Larry Collins scrisse diversi saggi importanti. Per esempio Gerusalemme, Gerusalemme, una delle pietre miliari sulla nascita di Israele. Ma fu con i romanzi che Lapierre ottenne fama planetaria. Il più famoso è La città della gioia, ambientato nelle bidonville di Calcutta. Lapierre lo pubblicò nell’85, ma un grande saggio di scrittura è anche quest’articolo. Quando venne scritto, il Muro aveva un anno di vita ed erano già parecchi i fuggiaschi che avevano perso la vita nel tentativo di varcarlo. Ma fu il muratore Peter Fechter a diventare il simbolo di tutti quei morti. Colpito dalla sua storia, Lapierre andò a Berlino per ricostruire nel dettaglio la breve esistenza del martire del Muro.

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Con le mani contratte sulla balaustra del piccolo palchetto di legno, i capelli ondeggianti al primo vento d’autunno, il viso pallido e doloroso, una giovane donna vestita di nero guarda il Muro. Si chiama Liselotte Muller ed è come pietrificata. Nessuno spettacolo è più lugubre di quello che i suoi occhi arrossati dalle lacrime possono scorgere a cinque metri di distanza. La Zimmerstrasse, da cui la separano il Muro e un triplice sbarramento di filo spinato, era una volta una delle strade più animate di Berlino. Ora è la Strada della Morte, e ha come unici abitanti i cani poliziotto e la pattuglia degli uomini in uniforme bruna, armati di pistola mitragliatrice, che squadrano attentamente la donna.

Liselotte sa che altri poliziotti la stanno osservando anche là di fronte, dietro le finestre di quella che un tempo era la sede del giornale dell’Associazione dei macellai di Berlino. Altri ancora, con le armi a portata di mano, sono appostati ai numeri 70, 72 e 74 della Zimmerstrasse e guardano l’ombra nera della donna in piedi sulla strada.

I suoi occhi fissano la pesante palizzata di legno che blocca l’entrata dell’ex giornale dei macellai berlinesi. Davanti ad essa l’alto sbarramento di filo spinato che arriva fin sul marciapiede è stato riparato e rinforzato: sul terriccio giallo che ricopre fino al Muro maledetto l’asfalto proibito della Zimmerstrasse non si scorge traccia di passi. Da quella porta, nella luce sfolgorante d’un pomeriggio di fine estate, erano usciti due adolescenti che volevano fuggire dalla galera di Berlino Est. Con audacia incredibile avevano saltato il primo sbarramento di filo spinato e, raggiunta la «terra di nessuno», s’erano slanciati verso il Muro. Uno era riuscito nel tentativo. L’altro era caduto, crivellato di colpi.

L’incidente era ormai uno dei tanti, e precisamente il cinquantesimo dal giorno in cui venne eretta la lugubre muraglia. Ma per la prima volta, quel giorno, migliaia di testimoni inorriditi e impotenti avevano assistito, per cinquantacinque minuti, all’interminabile agonia del ragazzo fuggiasco, abbandonato nel suo sangue senza soccorsi.

Una crisi di nervi scuote all’improvviso Liselotte Muller. Essa alza i pugni verso i militi e urla tutto il suo odio. Quelli sono gli uomini che hanno selvaggiamente assassinato, per un premio dì pochi marchi, la persona che più amava al mondo: Peter Fechter, suo fratello. Alcuni passanti si precipitano su di lei e la trascinano via mentre geme e singhiozza: «Peter! Peter… Perché l’hai fatto?».

Rivolgiamoci anche noi questa domanda: perché al giorno d’oggi vi sono esseri umani che preferiscono sfidare la morte sul Muro piuttosto che vivere «dall’altra parte»? Per comprendere questo mistero bisogna fare l’anatomia di un’evasione e ricostruire l’episodio che si è concluso con una tragedia.

Venerdì 17 agosto. Nel cantiere di Berlino Est posto al bivio del viale Unter den Linden con la Wilhelmtstrasse, a un centinaio di metri appena dalla Porta di Brandeburgo, un fischio di sirena annuncia l’intervallo del mezzogiorno. Gli operai discendono dalle impalcature dell’enorme palazzo amministrativo che stanno costruendo e aprono i portavivande. Sono sei settimane che Peter Fechter e Kurt Endsig, due muratori di diciotto anni, lavorano insieme in questo cantiere. Sono divenuti amici inseparabili: Peter è alto e magro, Kurt piccolo e tarchiato, ma ambedue provano lo stesso prorompente desiderio di vivere.

«Eh!!», esclama all’improvviso Peter, aprendo il suo portavivande, «la mamma mi ha preparato le patate con il lardo!» È una vera sorpresa: il ragazzo sa che da quattro mesi il lardo è totalmente scomparso a Berlino Est e che da quarantacinque giorni è praticamente impossibile scovare una patata nei negozi. Anche gli altri generi di prima necessità sono diventati rari: il razionamento settimanale prevede solo 100 grammi di salsiccia e 300 grammi di carne per persona.

«Decisamente», mormora Peter mordendo il lardo, «decisamente la mamma fa miracoli!» Sono ormai diciotto anni che mamma Fechter fa miracoli, dal giorno in cui Peter è venuto al mondo nella cantina della casa al numero 11 della Beheimstrasse, dove la famiglia viveva in un modesto alloggio. Peter aveva due mesi e undici giorni quando, il 26 aprile 1945, tre soldati mongoli con i coltelli ricurvi erano entrati nella cantina in cui si era rifugiata la famiglia Fechter.

A sei anni, Peter aveva indossato la camicia bianca con il monogramma in oro J.P., quello dei «pionieri» della gioventù comunista tedesca. All’età in cui i ragazzi non sognano che di giocare, era andato con i suoi piccoli «camerati» a sfilare in parata davanti alle bandiere rosse nella piazza Marx Engels. Sua sorella Liselotte aveva trovato un posto di operaia in una fabbrica di macchine utensili e alla domenica, da buona comunista, frequentava una sezione di «giovani pionieri». La famiglia Fechter, insomma, come tante altre, viveva alla maniera socialista.

Caduto per la libertàSognava una giacca di cuoio

A cavalcioni sul bordo della loro impalcatura, Peter e Kurt hanno consumato in un batter d’occhio il lardo e le patate di Frau Fechter. Poi se ne vanno nell’Unter den Linden a bere una tazza di surrogato di caffè al Konsum posto all’angolo della Friedrichstrasse. Cammin facendo, Peter parla di Inge all’amico. Inge è la piccola infermiera di cui è innamorato.

Il 3 giugno ne aveva dato l’annuncio per lettera a Liselotte, ora portinaia a Berlino occidentale. «Cara sorellina», le aveva scritto, «abbiamo ricevuto con grande gioia le arance e i pompelmi che ci hai spedito: ce li siamo ripartiti giudiziosamente, in modo che durino il maggior tempo possibile. Qui sempre lo stesso. La mia vita trascorre tra il cantiere e la fidanzata. Mi trovavo al caffè Renkeke quando l’ho vista e mi sono detto: “O lei o nessun’altra”. Abbiamo trascorso la serata ballando assieme, poi ci siamo rivisti il 22. C’era con noi Kurt, il mio migliore amico.

Sono anche andato a trovarla all’ospedale, dove è allieva infermiera. Lavora fino a tardi a causa dell’epidemia di dissenteria che attualmente infuria qui da noi. Io vado perfettamente d’accordo con lei, ma sua madre ci mette dei bastoni fra le ruote e io non posso incontrarmi con Inge che ogni due settimane. Sua madre ci permetterà di fidanzarci solo tra due anni, ma cosa sarà di noi tra due anni?»

Povero Peter! Quel venerdì 17 agosto, mentre guarda l’orologio da polso regalatogli dalla sorella per il suo sedicesimo compleanno (e sarà proprio dal cinturino di cuoio di questo orologio che Liselotte riconoscerà suo fratello nelle foto del cadavere pubblicate l’indomani dai giornali di Berlino occidentale), non ha più che due ore di vita. Ora sono le 12,10. «Abbiamo venti minuti di tempo», esclama Peter Fechter. «Vieni, Kurt, andiamo a vedere il Muro!»

Il Muro! Da quando lavorano nel cantiere nell’Unter den Linden i due muratori l’hanno visto quasi tutti i giorni. Una settimana prima, Peter ha scritto a Liselotte: «Cara sorellina, decisamente qui le cose non vanno più bene. Questi maiali hanno di nuovo alzato la “norma” di lavoro, e noi di conseguenza perdiamo da 50 a 60 Pfennige all’ora, mentre siamo obbligati a lavorare dieci ore invece di otto e mezza. Ti puoi immaginare l’umore che regna nel cantiere. Stamattina, assieme a Kurt, sono andato alla Friedrichstrasse e ho guardato la bandiera americana che sventolava a meno di quattrocento metri di distanza, sulla baracca della Military Police al Checkpoint Charlie. Ci sembrava una cosa così vicina, e invece era tanto lontana. Mi veniva voglia di piangere. Noi tutti, qui, viviamo nella speranza che il Muro crolli prima dell’autunno. P.S. Non riesco a comprarmi una giacca di cuoio. I negozi che le confezionano esigono che il cliente fornisca il cuoio.»

Ma dal giorno in cui Peter, Kurt e gli altri berlinesi dell’est sono andati a cercare un soffio di speranza nelle vicinanze del Checkpoint Charlie, i poliziotti comunisti di confine hanno rinforzato senza posa le loro postazioni difensive. Ora, in questo inizio di pomeriggio, tra il marciapiede della Schutzenstrasse dove si sono fermati i due muratori e la bandiera stellata che sventola all’entrata del settore americano c’è la «terra di nessuno», costellata di filo spinato, di ostacoli anticarro, di muri di sbarramento, di fortini, di postazioni; in mezzo ad essi, le rare automobili autorizzate a varcare la frontiera si fanno strada a fatica, sotto lo sguardo sospettoso delle sentinelle e dei loro cani. Il Muro è in piedi da 369 giorni.

«Dio mio, com’è passato il tempo dall’ultima volta che ci siamo visti!», ha scritto Peter a sua sorella Liselotte il 3 agosto precedente. Quell’«ultima volta» era sabato 12 agosto 1961, esattamente dodici ore prima che il Muro venisse alzato brutalmente sulle strade di Berlino Est.

Quel giorno, Peter era andato a Lichtenrade, uno dei quartieri meridionali della capitale, nel quale abitavano i Muller con i loro quattro figli. Peter stava iniziando le sue ferie e Liselotte gli aveva trovato un posto come bracciante in una cascina vicina. Con i 150 marchi guadagnati lavorando durante le ferie, Peter avrebbe potuto comperarsi la giacca che sognava d’indossare il giorno in cui avrebbe dovuto ricevere il diploma di «maestro muratore».

Allora non c’era alcuna restrizione al traffico tra i due settori. La frontiera non era che una linea teorica, lungo i cui bordi i berlinesi occidentali avevano aperto negozi pieni di viveri e una moltitudine di cinematografi. Proprio in uno di questi cinema, nel 1956, Liselotte, giovane dirigente dei «pionieri» aveva incontrato un ragazzo di Berlino Ovest. Quella lontanissima sera davano I ponti di Toko ri, con Grace Kelly e William Holden.

Alcuni mesi dopo la famiglia Fechter al completo si era trasferita per un giorno in Berlino «americana» per assistere al matrimonio di Liselotte. Alla fine del pranzo nuziale, vedendo suo padre accendere un grosso sigaro, il malizioso Peter aveva chiesto, nel silenzio generale: «Ma papà! Come osi fumare un sigaro fabbricato in Occidente?».

Peter aveva provato un profondo dolore per la partenza della sorella, che era andata a vivere col marito in Berlino occidentale. Ma Liselotte gli aveva promesso che, appena trovato un appartamento più grande, avrebbe accolto in casa anche lui. Non c’era però nessun motivo di fare le cose in fretta. Sabato 12 agosto 1961, alle 5 del pomeriggio, Peter Fechter si trovava dunque in Berlino occidentale, in visita alla casa di sua sorella. Quel giorno si mise in moto un ingranaggio fatale.

«E Berlino? Chi creò quella stravagante situazione, una grande città libera in un paese comunista? (…) Ci si aspetterebbe che ai tedeschi occidentali fosse vietato l’ingresso a Berlino Est. Invece è il contrario: si vieta ai tedeschi orientali di uscire».

Ricciardetto su Epoca: «Che sarà di Berlino?» 30 luglio 1961

Peter ascolta la radio americana

A Liselotte che lo supplicava di fermarsi ancora da lei la domenica, perché il lunedì avrebbe dovuto iniziare il lavoro nella cascina vicina, il ragazzo aveva risposto che preferiva andare a casa nella Berlino comunista, perché la mamma non stava bene. Sarebbe ritornato il lunedì mattina, con la prima corsa della metropolitana. «Bene», gli aveva risposto la sorella, «giacché vuoi assolutamente rientrare a casa, porta con te Jutta. Mamma sarà contenta di vederla. Io andrò a trovarla alla fine del mese, prima che inizino le scuole.»

Jutta è la figlia primogenita di Liselotte, una bella bambina di sei anni, con le trecce bionde e gli occhi azzurri. «Una magnifica idea!», aveva esclamato Peter, incantato dalla prospettiva di compiere il viaggio assieme alla piccola nipote. Liselotte non li avrebbe mai più visti, perché in quella stessa notte Berlino fu spaccata in due da un lungo, in­terminabile muro. Questo è l’antefatto del dramma.

Ora sono le 12.15. Peter Fechter e Kurt Endsig guardano il camion dei soldati sovietici che va a dare il cambio alle sentinelle poste davanti al monumento ai Caduti dell’Armata Rossa, nel settore britannico. «Porci!», mormora Peter stringendo i denti. «Non soltanto passate liberamente, ma ricevete anche il saluto degli americani!» Il ragazzo non poteva sapere che questi soldati sarebbero stati bersagliati dalle pietre dei berlinesi esasperati, l’indomani. E proprio per lui, Peter Fechter. Perché lui non lo sapeva, ma stava per essere ucciso da quei soldati.

Tre settimane prima, sfidando la censura, Peter aveva scritto alla sorella: «In questo momento sto ascoltando A.F.N. (la stazione radio dell’esercito americano: il suo ascolto, nella Germania «rossa», è punito con la prigione). È formidabile! A me piace soprattutto il jazz, e ciò che chiamano twist. A proposito, sai le barzellette più recenti che circolano nella nostra prigione? Ecco: “Qual è la più piccola fattoria collettiva del mondo? La Repubblica democratica tedesca, naturalmente, perché possiede un solo caprone”. (Si tratta di Walter Ulbricht, il capo del governo comunista, che ha il pizzetto.) “Cosa fa un berlinese intelligente il giorno in cui il muro viene abbattuto? Si arrampica su un albero per evitare di essere schiacciato dalla folla che si trasferisce all’ovest.” E quest’altra: “Cosa fa un berlinese quand’è affamato? Tenta di scavalcare il Muro per ricevere delle… pillole” ».

Adesso Peter Fechter guarda di nuovo l’ora. Tra dodici minuti la sirena del cantiere nel­l’Unter den Linden darà il segnale della ripresa del lavoro. Bisogna rientrare. Ma, come attirati da una potentissima calamita, i due muratori non si muovono dal marciapiede della Friedrichstrasse. Stanno già pensando alla fuga? «No», dirà Kurt Endsig ai poliziotti occidentali che l’interrogheranno dopo l’evasione. «Da tempo pensavamo a fuggire, ma non volevamo farlo di giorno e in una delle zone tra le più sorvegliate.»

Tre mesi prima, una domenica, i due muratori avevano preso in prestito la motocicletta d’un amico, per ispezionare, quasi metro per metro, la zona di confine lungo i trentacinque chilometri di Muro. Erano andati fino a Pankow, a Treptow e a Bornholmer Grücke, e se n’erano tornati scoraggiati. «II Muro», aveva detto Peter, è chiuso ermeticamente, più che una scatola di conserva. Tentare di superarlo vuol dire suicidarsi.» Ma i due amici, nonostante ciò, non avevano rinunciato al loro progetto.

Due pallottole colpiscono Peter

Ecco, ora Peter dice all’improvviso: «Vieni, Kurt! Andiamo a dare un’occhiata alla parte sinistra. Non si sa mai, un giorno potrebbe esserci utile». «O.K.!», risponde Kurt, «ma sbrighiamoci. Tra dieci minuti dobbiamo essere al lavoro. Non dimenticare che stasera danno la paga.» I due muratori cominciano a camminare in fretta sul marciapiede di sinistra della Schutzenstrasse. Alcuni dischi rossi e bianchi avvertono che l’accesso è autorizzato solo agli abitanti di Berlino Est muniti di speciale lasciapassare. A cinquanta metri sulla destra, la strada parallela è infatti la Zimmerstrasse, costeggiata dal Muro. I militi di guardia in questo quartiere vietato lasciano passare i due giovani senza chieder loro i documenti: con gli zoccoli e la tuta che indossano, li hanno scambiati per operai della vicina segheria.

Continuando nel cammino, i due muratori giungono ora all’altezza d’un piccolo spiazzo ove sono ammucchiate le travi della segheria. In mezzo a esse scorgono la postazione di sacchetti di un milite di frontiera, che ha puntato il fucile mitragliatore verso il centro della Charlottenstrasse. Proprio al di là di questo piccolo spiazzo c’è il grande palazzo già sede del giornale dell’Associazione dei macellai. La sua facciata principale, situata sulla Zimmerstrasse, si affaccia sul Muro. Kurt e Peter passano dall’altra parte del marciapiedi e sono davanti alla facciata, all’angolo della Schutzenstrasse. Peter si mette a fischiettare. Kurt è sbalordito: nessun milite ha ancora chiesto loro i documenti.

Peter, all’improvviso, guarda l’ora e mormora con angoscia: «Dio mio, mezzogiorno e 25, Kurt… dietrofront e sbrighiamoci. Saremo in ritardo!». In quel momento, sulla loro destra, i due muratori scorgono attraverso un portone aperto una grande falegnameria. Il locale è deserto, gli operai sono andati a pranzare. La tentazione è troppo grande. I due entrano e gettano uno sguardo all’intorno, decisi a uscire subito e a rientrare in tutta fretta nel cantiere. Ma, una volta penetrati, scoprono che la falegnameria si prolunga in un altro vasto locale, a metà ostruito da un enorme cumulo di trucioli e segatura. Peter e Kurt, continuando nella loro ispezione, ad un tratto si immobilizzano stupefatti. Dallo sportello di un finestrino che si apre sulla porta in fondo al locale, il loro sguardo ha improvvisamente scoperto qualcosa di straordinario: il Muro a meno di otto metri.

«E ora», esclama Kurt con la voce tremante, «ora scappiamo via, torniamo al lavoro!» Ma appena i due giovani cominciano a battere in ritirata nell’interno del locale, si odono alcune voci. Sono gli operai della segheria che tornano dal pranzo. Peter e Kurt si gettano tra i trucioli e la segatura, e quella sarà la loro trappola. Kurt dirà poi ai poliziotti di Berlino libera: «In quel momento non avevamo ancora l’intenzione di approfittare della situazione per fuggire. Avevamo solamente scoperto che quel locale era senza dubbio favorevole a un’evasione, per la quale avremmo dovuto prepararci per tempo. Perciò pensammo di aspettare: una volta terminato il lavoro degli operai, avremmo tentato anche noi di uscire e di rientrare a casa. Stesi sotto i trucioli, potevamo ascoltare quello che gli uomini si dicevano: parlavano di viveri e dell’epidemia di dissenteria che c’era in giro. Ma pochi minuti prima delle due del pomeriggio, uno degli operai disse che bisognava portar via i trucioli e la segatura che si trovavano nel locale in fondo. Provammo un brivido, e fu allora che Peter mormorò: “Piuttosto che essere presi, è meglio tentare il tutto per tutto e cercare di scavalcare subito il Muro”. Non eravamo equipaggiati per un’avventura simile. Ma per correre più in fretta decidemmo di toglierci gli zoccoli e di uscire all’aperto con le sole calze».

Cinquantacinque minuti di agonia

Peter si avvicina alla porta e constata che essa è chiusa solo da un filo di ferro attaccato a un chiodo sul muro. Stacca senza alcuno sforzo il filo di ferro e, aiutandosi con un pezzo dì legno, apre la porta che cigola sui cardini. Il rumore è così forte che i due ragazzi hanno la certezza d’essere immediatamente scoperti… Ma, dopo dieci dodici secondi di attesa angosciosa, Peter sporge la testa dall’apertura e guarda a destra e a sinistra. Miracolo! La Zimmerstrasse è deserta. Allora rinchiude con precauzione la porta e arretra strisciando fino al nascondiglio dove Kurt è in attesa.

I due fuggitivi non sanno che tre militi confinari stanno sorvegliando la zona proprio sopra le loro teste, dietro le feritoie al primo piano. Decidono che è giunto il momento di agire. Peter guarda l’ora per l’ultima volta: sono le 14 e tre minuti. «Buona fortuna, amico», dice come a malincuore a Kurt. Poi aggiunge: «A presto o a mai: se passo vado da Liselotte». II dramma sta per iniziare tra quattro secondi.

Peter Fechter salta per primo sui marciapiede, immediatamente seguito da Kurt. Afferrandosi decisamente al filo spinato del primo sbarramento, i due muratori saltano con un balzo la barriera e piombano sulla sabbia che copre la carreggiata della Zimmerstrasse. Poi si slanciano verso il muro, che raggiungono insieme. Pare che nessuno li abbia scorti: in ogni caso, i militi al primo piano non sparano ancora. Malgrado la statura inferiore, è Kurt che riesce per primo ad afferrare il filo spinato che copre il muro e ad issarvisi.

Nell’istante in cui si getta dall’altra parte scorge con orrore Peter immobile ai piedi del muro: sembra paralizzato. «Peter», urla, «Peter, vieni su! ». Ma in quel momento un milite si alza in piedi sulla postazione tra le travi della Charlottenstrasse e apre il fuoco. Kurt piomba dall’altra parte. In questo istante due pallottole colpiscono Peter alla schiena. Tremando in tutto il corpo, il ragazzo si volta e riceve un’altra raffica nel ventre.

Richiamata dagli spari, una vecchia che abita al terzo piano, al numero 74 della Zimmerstrasse, corre alla finestra. Vede che un altro milite sta per aprire il fuoco dalla Markgrafsenstrasse e si mette a urlare in direzione di Peter: «Attento! Ce n’è un altro a sinistra!». Ma Peter è già crollato a terra. Le mani contratte sul ventre, si torce per il dolore e lancia gemiti strazianti. I poliziotti occidentali accorsi fin sull’orlo del confine odono un nome: «Liselotte! Liselotte!… ». Ma sua sorella non può sentire.

Se Peter Fechter venisse trasportato d’urgenza all’ospedale, potrebbe forse sopravvivere: per gravi che possano essere, le sue ferite non sono mortali Ma sopra il suo corpo, tra gli sguardi disperati degli abitanti di Berlino occidentale, l’Est e l’Ovest non pensano in quel momento che a sfidarsi in un duello di bombe lacrimogene e fumogene che durerà 55 minuti: il lungo, interminabile tempo che Peter Fechter impiegherà a morire.

Quando, finalmente, i militi andranno a raccogliere il suo corpo, un portafortuna cadrà dalla catenina d’oro al collo di Peter: è un quadrifoglio, che porta incise tre parole: «Fede, amore, speranza». Era un regalo della fidanzata, della bionda Inge al piccolo muratore della Unter den Linden: il suo primo e ultimo regalo.

  • redazione
  • Mercoledì 4 Novembre 2009
LA CONVERSIONE AL CAPITALISMO »
« BERLINO CITTÀ CHIUSA

Commenti

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Il 4 Novembre 2009 alle 17:37 Cynthia ha scritto:

Ho letto tutto d’un fiato la storia che avevo gia’ sentito anni fa ma che probabilmente, come spesso succede quando si e’ molto giovani, colpisce in modo piu’ superficiale. Di sicuro e’ stato, questo ed altri avvenimenti di eguale ferocia, uno dei motivi che hanno concorso a convincermi della assurdita’, dell’ipocrisia della ferocia cieca del comunismo. ed allora mi chiedevo: come mai, visto che i regimi comunisti amano inserire le parole “popolo” e “democrazia” nei loro discorsi ed atti ufficiali, visto che tutte le decisioni sono prese in favore del popolo, molti hanno sfidato la morte (e molti l’hanno trovata) piuttosto che rimanere in uno di questi “paradisi”?

Quello pero’ che mi stupisce e mi indigna di piu’ e’ che anche oggi ci siano “partiti comunisti” e che ce ne siano un gran fiorire in Italia, che il nostro attuale Presidente della Repubblica fosse tra quelli che inneggiavano all’armata rossa, quella che tra le altre nefandezze, ha invaso l’Ungheria, che e’ entrata con i suoi carri armati a Praga, per carita’ sempre in nome “del popolo” …d’altro canto la germania dell’est si chiamava DDR deutsche demokratische Republic.

Questo racconto andrebbe distribuito nelle scuole, insieme al Diario di Anna Frank, su questo argomento, approfittando dell’anniversario della caduta del muro, bisognerebbe organizzare dibattiti…invitando nelle scuole non gia’ solamente coloro che avversano il comunismo ma anche e soprattutto con chi al giorno d’oggi sventola la bandiera rossa (di sangue) con falce e martello…sarebbe curioso sapere quali sono le giustificazioni che sarebbero in grado di dare a proposito di un bell’esempio di …”democrazia comunista”
salvo essere, mi auguro, sommersi da una salva di PERNACCHIE, arma incruenta si intende!


Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Per celebrare questo avvenimento straordinario, Mondadori ha deciso di riportare in edicola una sua testata storica e prestigiosa, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

SOMMARIO

Quell’isola nel mare rosso
Mappe e grafici


Berlino città chiusa
1961/1989 Portfolio fotografico


Protagonisti & interpreti
Tutti gli uomini del Muro

Fu Gorbaciov a evitare i carri armati Intervento del Cancelliere della riunificazione di Helmut Kohl

1953: I compagni hanno ucciso i compagni
La rivolta operaia di Berlino Est
di Luigi Barzini jr


1953: Umiliati e offesi
Reportage fotografico esclusivo

1959: L’ora di Berlino
Venti di guerra (fredda)
di Raymond Cartier

1961: L’ingrata terra del comunismo
L’esodo biblico dei tedeschi dell’Est
di Enzo Biagi

1961: Il Muro anno zero
Portfolio fotografico sulla costruzione

1961: Mio figlio è fuggito: l’avranno ucciso?
Storie di famiglie spezzate
di Luigi Barzini jr

1962: Il martire del Muro
La fine di Peter Fechter
di Dominique Lapierre

1962: Fuga verso la libertà
L’italiano che scavò il tunnel
di Fausto Biloslavo

1966: A Berlino est pensare è reato
Il giro di vite contro gli intellettuali
di Enzo Biagi

La Ddr dalla a alla zeta
Ritratto di un paese che non c’è più
di Massimo Dragone

Ma Berlino Est non era solo il muro
Intervista a Luciano Segre
di Elisabetta Burba

1977: Prussia con la bandiera rossa
L’illusione del sorpasso economico
di Alberto Baini

1986: Nipoti miei, marxisti immaginari
Il canto del cigno del regime
di Alberto Salani - foto di Mauro Galligani

1989: La cortina di latta
L’inizio della fine
di Elisabetta Burba

1989: Aspettando l’onda rossa
In attesa delle migrazioni europee
di Sergio Romano

1989: Berlino città aperta
Portfolio fotografico sulla caduta

1989: Spalle al muro
Commento sulla fine del regime
di Indro Montanelli

1989: La conversione al capitalismo
L’ultima frontiera del libero mercato
di Fiamma Nirenstein

Il nuovo ordine mondiale
Universi a confronto: 1989 e 2009


45 anni di storia
Cronologia ragionata

«Il Muro c’è ancora (nella testa di tanti tedeschi)»
Intervista a Giovanni Di Lorenzo
di Elisabetta Burba

Per non dimenticare
Libri, film e siti per saperne di più

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