2009 Vent’anni dopo: la delusione dell’est
I rancori dei disoccupati dell’ex Ddr. I cliché dell’Ovest. Ma anche il giudizio sul regime e gli atout della Merkel. La Germania di oggi vista da un italo-tedesco d’eccezione: il direttore di «Die Zeit» Giovanni Di Lorenzo.
di Elisabetta Burba
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duemilaNOVE
Da Rimini ad Amburgo
È uno dei pochissimi italiani di successo in Germania. Direttore del settimanale progressista Die Zeit dal 2004 (e prima del quotidiano liberal di Berlino Tagesspiegel), Giovanni Di Lorenzo ha 50 anni. Nato a Stoccolma da padre italiano e madre tedesca, ha vissuto in Italia, a Rimini e a Roma, fino a 11 anni. Dopo la separazione dei genitori si è trasferito a Hannover con la madre. Carnagione pallida, occhi e capelli scuri, in Germania è considerato molto chic. E molto capace: l’anno scorso era dato come futuro direttore del quotidiano di Monaco di Baviera Süddeutsche Zeitung. Un caso eccezionale, in un paese in cui gli italiani stentano a emergere. Ma Di Lorenzo ha un emulo: il condirettore di Der Spiegel, Georg Mascolo, anch’egli italo-tedesco.
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Di tedeschi che seriamente dicano “Ridateci il Muro” non ce ne sono, a parte qualche frangia insignificante. È però vero che la ex Ddr è piena di rimpianti e rancori verso quello che è la Germania oggi». Dalla sua scrivania di direttore di Die Zeit, Giovanni Di Lorenzo racconta a Epoca cosa è rimasto del Muro nella Germania contemporanea. E lo fa con piacere. «Epoca era la rivista della mia infanzia» ricorda con un sorriso nostalgico. «Memorabili gli editoriali di Ricciardetto». Il giornalista italo-tedesco è un testimone eccellente dei travagli che attanagliano la Germania post-Muro: Die Zeit è il più raffinato settimanale tedesco, tempio della borghesia illuminata del Paese. O, meglio, dell’aristocrazia illuminata: nell’austera reception del settimanale, nella Casa della stampa di Amburgo, troneggia il ritratto in bianco e nero della contessa Marion von Dönhoff. Oppositrice di Adolf Hitler, la nobildonna prussiana morta nel 2002 a 102 anni è stata la leggendaria direttrice-editrice del settimanale. E, ancora oggi, ogni venerdì l’ex cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt fa visita alla redazione.
A 20 anni dalla caduta, che cosa è rimasto del Muro nella psiche nazionale tedesca?
Dopo il 1989 il Muro è stato fisicamente spianato. E questo secondo me è stato un grave errore. Per abbattere il Muro nell’animo delle persone sarebbe stato molto meglio salvaguardarlo materialmente. Quando amici o colleghi italiani vengono a Berlino e mi chiedono di vedere dove fosse, è difficile mostrare loro qualcosa. Tranne pochissime eccezioni, di quella barriera che divise la città per 28 anni è rimasta solo una linea blu sul selciato. Abbatterlo è stato quasi come anestetizzare la memoria collettiva. Il risultato invece è che il Muro è rimasto nelle menti dei tedeschi, soprattutto nelle zone in cui c’è molto scontento sociale, in particolar modo a Est.
Intende dire che è stato un errore abbattere anche il welfare della Ddr?
Più che il welfare, è stato un errore abbattere quello che era la Germania Est. Chiunque aveva un lavoro, magari poco rilevante, ma che gli permetteva di avere una vita sociale, progettata dalla culla alla bara. Adesso, sebbene il welfare della nuova Germania sia ancora molto buono paragonato a quello di tanti paesi, quella vita sociale è venuta a mancare.
Più che la mancanza di soldi e assistenza, quindi, il problema di tanti tedeschi dell’Est è la scomparsa del loro ruolo nella società?
Sì. Diciamo che c’è anche un problema di dignità. È molto più dignitoso avere un lavoro, che dipendere dall’assistenza sociale.
E nella Germania Ovest, che cosa è rimasto del Muro?
Forse certi pregiudizi di un tempo. Cose stupide, come che i tedeschi dell’ex Ddr si lamentano sempre o sono poco efficienti. Ma si tratta di cliché che stanno sparendo: fra i giovani per fortuna non ci sono più.
Il Muro, dunque, sopravvive molto più nella testa della gente dell’Est che in quella dell’Ovest.
Sì. Ho vissuto per anni, e ho ancora casa, a Berlino Est. E devo dire che ancora oggi non c’è molto scambio fra i quartieri orientali e quelli occidentali. È vero che Berlino è una città grande, ma, comunque, gli abitanti dell’Est vanno molto di rado all’Ovest.
E quelli di Berlino Ovest vanno a Berlino Est?
Poco. Non c’è grande curiosità.
Perché?
Perché i punti di riferimento rimangono quelli che si conoscono. Penso che sia una naturale propensione dell’uomo quella che lo porta a rifugiarsi in ciò che conosce. È una questione antropologica.
Per la gente della Ddr la scomparsa di punto in bianco del proprio paese dev’essere stata traumatica.
Assolutamente. Se oggi chiedo ai miei amici giovani dell’Est di mostrarmi quello che era il loro mondo, non sanno cosa indicarmi. Non è rimasto niente. È stata fatta tabula rasa.
Vent’anni dopo, qual è il giudizio storico sulla Ddr?
Innanzitutto occorre dire che il fatto che sia esistita non è stata una scelta di popolo. È stata imposta dalla contingenza storica. E, per quelli che non sono fuggiti, non è stata una scelta neanche il fatto di restare a Est. Per citare Theodore Adorno (il filosofo tedesco, ndr) è difficile trovare la vita giusta in quella sbagliata. Diciamo che l’impostazione generale del sistema era tutta sbagliata. Poi ogni persona era costretta a trovarsi la sua vita giusta.
Non c’era proprio niente di buono? E il teatro, la ricerca scientifica, la musica, le università?
Certo che c’erano aspetti positivi. Ed è vero che nella Ddr esisteva una certa vita intellettuale. Ma erano tutti aspetti che si erano sviluppati nonostante il sistema, non grazie al sistema. Non ho mai sostenuto che la Ddr fosse un paese di stupidi, ma era il principio a essere sbagliato. Per fare un paragone con l’Italia, mio padre mi raccontava che sotto il fascismo i treni arrivavano in orario. E allora? Questi sono dettagli, che non tolgono nulla alla condanna storica del regime.
Eppure parecchi tedeschi dell’Est (secondo alcuni sondaggi fino al 49 per cento) ritengono che la Ddr avesse più lati positivi che negativi…
Come ho già detto, i nostalgici veri e propri sono una esigua minoranza. C’è invece tutta una fascia di popolazione delusa e amareggiata. Per una persona che si trova senza più un lavoro e senza il proprio contesto sociale, è inevitabile idealizzare il passato. È anche vero, poi, che con il passare del tempo si tende a rimuovere gli aspetti negativi del passato. Ma resta il fatto innegabile che la Germania orientale era un brutale stato di polizia.
Ha avuto esperienze dirette?
Io nella Ddr arrivai tardi. Era il 1988 e ci andai per fare un servizio sulla ribellione giovanile. Arrivato lì, per prima cosa ero stato affidato a un accompagnatore che mi faceva vedere quello che voleva. Per sviare i controlli, avevo inventato una balla, dicendo che volevo raccontare il lavoro del partito con i giovani. Il mio accompagnatore mi portava in giro tutto il giorno a fare visite ufficiali. Ma poiché aveva tre bambini piccoli, alle sette di sera crollava per la stanchezza e mi chiedeva se avevamo finito. Io dicevo di sì. Poi andavo in albergo, mi facevo una doccia fredda e, via, passavo la notte a indagare sul vero argomento del mio reportage. Toccare con mano la repressione del sistema di Berlino Est mi sconvolse. In seguito a quell’esperienza divenni anticomunista. E mi stupiva molto leggere quello che scrivevano i corrispondenti dei giornali tedeschi, a mio parere un po’ acquiescenti verso il sistema. Ciò non toglie che rimasi affascinato da quel mondo. La gentilezza delle persone era commovente: se ti interessavi a loro, ti ricambiavano con una gratitudine immensa. Mi avevano incantato anche i paesini di campagna fermi nel tempo, senza le infrastrutture devastanti dei paesi occidentali. Diciamo che nella Ddr c’erano aspetti attraenti, ma restava un regime feroce, con un sistema di controllo poliziesco che avvelenava i rapporti umani. Era un sistema che arrivava al punto di dare in adozione i figli dei fuggiaschi: una mancanza di pietà che per certi versi ricordava il nazismo. D’altro canto, quando si passa da una dittatura a un’altra non ci si può aspettare molto…
E che ne è oggi dei dissidenti? Che ruolo giocano nella nuova Germania?
I rivoluzionari della Ddr sono i grandi perdenti di questa rivoluzione. Perché il Cancelliere Angela Merkel, che pure viene dalla Germania Est, non è mai stata una rivoluzionaria. Quei pochi coraggiosi che si opponevano al regime esponendosi in prima persona sono caduti nell’oblio collettivo. Di tanto in tanto rispuntano i leader più noti, ma la massa è completamente scomparsa.
A proposito di Angela Merkel, quanto ha contato nel suo successo elettorale il fatto che venisse dalla Germania orientale?
Di primo impatto sarei tentato di rispondere: «Zero». La Merkel non rivendica la sua provenienza. Non dice quasi mai: «Io, donna dell’Est». Oltretutto nella ex Ddr, con l’eccezione della Sassonia, il suo partito (la Cdu) è molto debole. È però vero che la gente, e in particolare nella Germania Ovest, è impressionata dal fatto che una donna, per giunta dell’Est, sia arrivata a un tale livello.
Le sue origini hanno dunque giocato un ruolo positivo?
A pensarci bene, sì. Ma esclusivamente per un fattore culturale. Non per un fattore politico.
«Gli americani non hanno capito quanto sia mutata la loro posizione nel mondo. Una volta gli Stati Uniti erano così potenti che potevano permettersi di fare imprese e guerre “illogiche”: oggi non se lo possono permettere. Il margine di errore tollerabile era una volta enorme. Ora è ristrettissimo. Chi sbaglia è perduto».
Ricciardetto su Epoca: «Che sarà di Berlino» 30 luglio 1961
- Mercoledì 4 Novembre 2009






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