1989 L’inizio della fine: passaggio in Ungheria/1
Hanno la faccia da turisti, nessun bagaglio, qualcuno il wind-surf. Arrivano da Berlino Est, Lipsia, Dresda. Vanno a sistemarsi nei campi profughi ungheresi e aspettano la notte. Poi la fuga, attraverso quello che una volta era un confine di ferro… Cronache dal fronte del più grande esodo nella storia del comunismo reale.
di Elisabetta Burba
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millenovecentoOTTANTANOVE
L’avanguardia di un esercito
Questo reportage è stato pubblicato su Epoca il 17 settembre 1989. Alla notizia che il confine fra Austria e Ungheria stava diventando il fronte del più grande esodo nella storia del socialismo reale, il direttore Alberto Statera aveva mandato Elisabetta Burba a raccogliere le testimonianze dei profughi. Le prime crepe in quello che era un confine blindatissimo erano comparse quando, a maggio ‘89, Budapest aveva iniziato a smantellare la Cortina di ferro. Ma l’ora X era scattata il 19 agosto, quando centinaia di tedeschi orientali avevano approfittato di un cancello aperto durante una manifestazione del Movimento paneuropeo per passare in Austria. Nei giorni successivi, migliaia di cittadini della Ddr si erano finti turisti e avevano colto l’occasione per passare in Occidente. Era solo l’inizio.
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Arrivano nei pressi della frontiera. Abbandonano la macchina in una strada secondaria. Portano con sé solo una borsa, uno zaino. A volte niente. Si avviano a piedi. L’Austria è laggiù. Studiano il paesaggio alla ricerca di un punto protetto: un bosco, una vigna, un campo di mais. Aspettano l’ imbrunire poi via, in fretta. Non deve diventare troppo buio.
Pochi hanno una bussola. E la frontiera non si trova facilmente, anche perché in molti punti non esiste neppure: da quando a maggio gli ungheresi hanno iniziato a smantellare la “cortina di ferro“, il confine fra Ungheria e Austria è per lo più indicato da una rete spinata bucata, oppure da pietre basse con una H scolpita da un lato e una O dall’altro: Hungarn/Österreich.
Difficile vedere un simile confine, specie di notte, specie per dei fuggiaschi con il cuore in gola. Ecco allora che molti tedeschi dell’Est entrano in Austria, ma non se ne accorgono. Credendo di essere ancora in Ungheria, continuano a girare e ritornano da dove sono venuti. Lì magari incappano in una pattuglia di soldati, i quali a volte cooperano indicando la strada, ma a volte li fermano, li interrogano e se scoprono che sono dei recidivi li mandano in un campo profughi. Da alcuni giorni, attraversare il confine a Mörbisch è diventato più facile. I tronchi dei boschi sopra la cittadina sono stati tappezzati, come nella favola di Pollicino, di adesivi della locale azienda di soggiorno.
“Servus in Österreich”, dicono. Benvenuti in Austria. Il terreno è coperto di cartoncini rosa con la scritta Österreich preceduta da una freccia. I fuggitivi più fortunati trovano qualcuno che li attende. A Mörbisch, il più grosso centro di attrazione di profughi tedesco-orientali, ma anche romeni e cecoslovacchi, andare dopo cena nel bosco o nel vigneto vicino al confine è diventato lo sport locale. Ci vanno casalinghe e studenti, pensionati e operai. Spesso portano con sé qualche bottiglia di birra per i soldati ungheresi, di cui sono ormai amiconi. Fanno quattro chiacchiere e aspettano. Ogni tanto lanciano un urlo che ricorda lo jodel. Martedì sera dieci persone hanno risposto a questo urlo.
Otto provenivano dalla Repubblica Democratica Tedesca, due dalla Cecoslovacchia. Gli austriaci li hanno abbracciati, festeggiati e portati al centro della Croce Rossa. Lì hanno fatto una doccia, hanno mangiato, si sono scelti nuovi abiti fra le montagne di camicie pantaloni maglioni mandati da tutta l’Austria e dalla Germania Occidentale, hanno fornito i loro dati a un poliziotto, poi sono andati a dormire: alcuni ospiti di famiglie private, altri in pensione. Il giorno dopo sono partiti per l’ambasciata della Repubblica Federale Tedesca dove hanno ricevuto un nuovo passaporto e un po’ di soldi.
Chi aveva parenti o amici nella nuova patria li ha raggiunti, gli altri sono momentaneamente andati in un campo profughi a Norimberga. Non ci staranno molto, però, perché gli industriali tedeschi hanno già puntato occhi concupiscenti su questo ben di Dio: manodopera giovane, qualificata, altamente motivata e soprattutto senza strane idee per la testa. L’occasione è così buona che ci stanno facendo un pensierino anche gli austriaci. In queste ultime settimane, infatti, nei corridoi ministeriali viennesi si parla sempre di più di “politica compensatoria demografica” , ossia integrazione di parte dei profughi tedeschi nel Paese. “In Austria, i campi raccolta profughi sono cinque: Mörbisch, Deutschkreuz, Klingenbach, Gussing, Nikitsch. Un altro è pronto per ogni evenienza a Nickelsdorf” , dice Thomas Wallner, della Croce Rossa austriaca.
Sono quasi tutti nel Burgenland, la regione in cui, il 19 agosto, sono affluiti centinaia di tedeschi orientali che per lasciare l’Ungheria hanno approfittato di un cancello aperto in occasione di una manifestazione del movimento paneuropeo. Nei giorni successivi, la frontiera austro-ungherese è stata attraversata da migliaia di persone. “In circa due settimane, solo attraverso Mörbisch sono transitati 1500-2000 profughi. E continuano ad arrivare”, spiegano all’ufficio turistico.
Questi clandestini non rappresentano che l’avanguardia più spregiudicata di un esercito che staziona nelle trincee della campagna ungherese; per esempio nei due campi aperti dall’Ordine di Malta e dalla Croce Rossa a Budapest, dove secondo il vice segretario della Croce Rossa ungherese Arpad Alfoldy vi sono più di tremila profughi; nell’ambasciata della Rft a Praga, dove pare che ci siano trecento persone; nel campo aperto dalla Croce Rossa tedesco-occidentale a Zanka, sul lago Balaton, 2 mila e duecento persone.
Cinque-seimila persone, dunque, secondo le stime più basse. E senza contare i clandestini. Ma anche questi a loro volta rappresentano la punta di un iceberg. Secondo calcoli del settimanale Der Spiegel, il numero degli abitanti della Germania orientale che desidera passare a Ovest potrebbe raggiungere i 3 milioni o addirittura sfiorare i 5. Circa un quinto della popolazione totale (18 milioni).
È la Caporetto di Honecker, presidente della Repubblica Democratica Tedesca. Al di là delle previsioni, comunque, dal primo gennaio al 31 luglio 1989 sono passati nella Rft 55.970 tedesco-orientali. L’ultimo campo aperto, sabato 2 settembre, è quello di Zanka. Vi arrivano profughi da tutta l’Ungheria. Varcano a bordo della loro Trabant (un’utilitaria a metà strada fra la Bianchina e la macchina di Paperino) o nei casi migliori su più lussuose Wartburg o Lada.
Molti hanno una tenda. Alcuni la roulotte. Altri il wind-surf. Più che profughi, sembrano vacanzieri. E in effetti lo sono, almeno ufficialmente. Tutti infatti sono venuti in Ungheria con un visto turistico, come centinaia di migliaia di loro connazionali fanno ogni estate. Alcuni sono partiti con l’ effettiva intenzione di andare in vacanza poi, trascinati in una reazione a catena, hanno deciso di restare. Altri hanno premeditato tutto. Hanno usato i monumenti di Budapest o le spiagge del lago Balaton solo come copertura per poter arrivare nel primo Paese socialista che ha aderito, nel marzo scorso, alla convenzione dell’ Onu che regola lo stato dei rifugiati. Dei loro propositi poco vacanzieri non hanno parlato con nessuno. Né con i genitori, né con i fratelli, né con gli amici. Meglio tacere.
La Stasi, la polizia politica, ha occhi e orecchie nelle fabbriche, negli uffici, anche nelle discoteche. Adesso li ha anche nei campi profughi ungheresi e austriaci. Si calcola che il 5 per cento dei rifugiati siano in realtà agenti Stasi che fotografano, origliano, prendono i numeri delle targhe delle macchine. Un ragazzo è stato tre giorni a Zanka, poi ha chiamato casa: gli Stasi avevano già fatto una perquisizione. Per non insospettire nessuno, nessuno dei futuri profughi ha preso niente con sé. “Avevo un bell’appartamento, molto grande. L’ho chiuso a chiave e sono partito”, racconta Peter, 25 anni, saldatore. “C’è gente che ha lasciato dietro di sé proprietà del valore di 500 mila marchi”, dice Hans, ingegnere di Lipsia. In effetti, a Berlino Est molti negozi, lunedì scorso, alla ripresa delle attività, non sono stati riaperti. Appartenevano a persone che hanno preferito prolungare le ferie.
Ma chi è questa gente che scappa? “Tutte persone molto giovani, venti, trentacinque anni. Artigiani, medici, ingegneri, accademici”, dice Anneliese Stäler, della Croce Rossa austriaca. “Scappano perché nella Rdt la vita in questi ultimi anni è diventata impossibile. Non puoi dire quello che pensi, non puoi leggere quello che desideri, non puoi andare dove vuoi. Per non parlare dell’ economia, che è a terra. I prezzi sono altissimi, i negozi di solito sono vuoti. Davanti a quelli un po’ forniti ci sono file di 150-200 metri. In vendita si trovano solo mele, pomodori e crauti. E alcool”.
Interviene Klaus, chirurgo trantacinquenne: “Negli ospedali scarseggiano le attrezzature e le medicine. Ero costretto a scegliere chi curare e chi lasciare da parte e questo mi provocava grossissimi problemi morali. Non riuscivo più ad andare avanti”. Ma non è un po’ egoista scappare? Non sarebbe meglio restare uniti e cercare di cambiare le cose? “Certo. Solo che nessuno crede che sia possibile”, risponde Klaus. “Ci sono tre elementi alla base di questo esodo: la frustrazione, la mancanza di prospettive e la disillusione. L’unica soluzione è la fuga. Abbiamo sperato troppo a lungo che le cose cambiassero”.
E del socialismo, cosa pensano questi tedesco-orientali? “La teoria è buona, ma l’applicazione è orrida”, dice un ragazzo diciottenne di Lipsia. “Quello che si dice in Rdt è che il socialismo non è male”, aggiunge Margarethe di Dresda, “ma perché diavolo deve essere stato applicato proprio su di noi?”. “È un’utopia”, risponde sconsolato un uomo di circa quarant’anni.
Per tutte queste ragioni sono qui, a Zanka. Il campo copre una superficie di circa tre ettari. Al suo interno vi sono strade e giardini. Le famiglie passeggiano, i bambini giocano, i fidanzati si tengono per mano. Ci sono anche tre donne incinte. Dormono in dieci-undici per stanze di quaranta metri quadri in palazzine bicolori coperte di panni stesi. “Per ora stiamo abbastanza bene.
Ma ci sono due problemi”, spiega Thomas, un medico. “Il primo è la dieta, insufficiente e squilibrata. Mangiamo solo formaggio, minestre, patate, pasta, qualche pezzettino di carne, würstel e un non meglio identificato impasto di carne infilato in tubetti come quelli del dentifricio. Sono preoccupato, soprattutto per i bambini. Poi c’è il problema del freddo. Questo campo non è attrezzato per la stagione autunnale: non ci sono impianti di riscaldamento”. “Noi non ci lamentiamo, sia ben chiaro. La Croce Rossa sta facendo un ottimo lavoro”, interviene Klaus, il chirurgo. “Però bisogna vedere i problemi in prospettiva. Finché sembrava che saremmo rimasti qui pochi giorni, tutto andava bene. Ma ora che si parla di settimane o forse di mesi, la situazione diventa preoccupante”.
C’è un po’ di scoramento in giro. Reazione più che comprensibile, viste le ultime evoluzioni degli avvenimenti. Fino a lunedì 4 settembre sembrava che il governo ungherese avrebbe fatto uscire i profughi senza problemi: per ragioni economiche, di buoni rapporti con il potente partner tedesco-occidentale. In Baviera erano stati allestiti cinque campi di raccolta, in Austria erano pronti decine di pullman per il trasferimento. Poi, il colpo di scena. Il ministro degli Interni ungherese, Istvan Horvarth, dichiara che, senza un accordo fra le due Germanie, le frontiere rimarranno chiuse.
Esodo sospeso. Come mai questo repentino mutamento di rotta? Secondo Forum Democratico, il maggiore movimento alternativo ungherese, in seno al partito sarebbe in atto una lotta fra l’ ala riformista e quella ortodossa. E i profughi ne vanno di mezzo. Reagiranno? Alcuni, a Budapest, hanno iniziato uno sciopero della fame. Altri, a Zanka, stanno fondando un comitato di campo e intendono inoltrare una petizione al governo ungherese. Altri ancora scelgono la via dei boschi. La Rdt, intanto, cerca di convincerli a rientrare, promettendo che riavranno il loro lavoro e che non subiranno ripercussioni di sorta. Nessuno ci crede.
- Mercoledì 4 Novembre 2009







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