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L’INGRATA TERRA DEL COMUNISMO

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  • Tags: 1961, 20 anni dalla caduta del muro, anniversario, Berlino, Enzo Biagi, Epoca, La Stampa, Muro di Berlino
  • 2 commenti

1961 Alla vigilia del muro: l’esodo biblico

Scarsità di scarpe e mancanza di alloggi, ma anche controlli repressivi e intimidazioni. Storie dei profughi della falce e martello. Che si lasciano alle spalle illusioni e speranze.

di Enzo Biagi

Nel luglio 1961, la cucina centrale cittadina di Berlino Ovest distribuisce cibo ai profughi in arrivo dall’Est. Fra il 1945 e il 1961, oltre 2 milioni di tedeschi hanno abbandonato la Germania orientale. (Georgi (L)/Ullstein/Archivi Alinari)

Nel luglio 1961, la cucina centrale cittadina di Berlino Ovest distribuisce cibo ai profughi in arrivo dall’Est. (Georgi (L)/Ullstein/Archivi Alinari)

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millenovecentoSESSANTUNO
Giovani in fuga

Questo reportage venne realizzato a Berlino da Enzo Biagi per il quotidiano La Stampa il 14 marzo ‘61. Il celebre giornalista aveva lasciato da sette mesi la direzione di Epoca, a causa di un editoriale sugli scontri di Reggio Emilia intitolato «Dieci poveri inutili morti», che aveva fatto infuriare il governo Tambroni. La dura reazione del monocolore democristiano l’aveva costretto a lasciare Epoca, che sotto la sua guida era diventata il più autorevole settimanale italiano. Il giornalista era stato subito assunto come inviato speciale dalla Stampa. E, cinque mesi prima della costruzione del Muro, si era recato a Berlino. In città la situazione era tesissima: le condizioni di vita erano molto dure e le fughe a Ovest aumentavano a dismisura. A marzo erano scappate 16.094 persone: il 50,6 per cento aveva meno di 25 anni.

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È quasi l’alba. Nel bar dalle pareti tinte di rosso, il jukebox suona l’ultimo disco di Armstrong. Le insegne luminose del Kurfürstendamm impallidiscono. La ragazza in abito da sera (troppe rose di stoffa, troppi lustrini) infila un pellicciotto d’agnello. Rabbrividisce per il sonno e la stanchezza, per l’odore acre di birra e di maiale bollito. «Adesso torna di là» dice il mio amico.

Ogni mattina, sui sedili di legno della ferrovia sopraelevata, sonnecchiano giovani donne che si guadagnano la vita facendo le cameriere, o intrattenendo i clienti, nei caffè e nei nightclub della zona occidentale.

Guardo la ragazza infreddolita, e l’amico che mi accompagna. Mi viene in mente una vecchia fotografia, un cortile berlinese nel polveroso e caldo aprile del 1945. Un bimbetto dal cappottino di pelle, e una bambina in pantaloni lunghi, giocavano tra elmetti, canne di mitragliatori, cinturoni di cuoio. Tanto tempo è passato per quei due bambini che, forse, portano ancora con sé l’umidità dei rifugi, l’urlo delle sirene, il ricordo della città in fiamme, delle pattuglie russe che avanzavano, casa per casa, dei carri armati americani sulla Unter den Linden.

«Anch’io» dice il mio amico «sono cresciuto dall’altra parte. Sono uno dei 2 milioni di tedeschi che, abbandonando tutto, se ne sono andati dalla Germania orientale». Mi racconta la sua storia. Quando l’Armata rossa alzò le bandiere sulla Porta di Brandeburgo, aveva 10 anni. Suo padre era rimasto, con la faccia affondata nell’acqua, su una spiaggia della Normandia; la madre era scomparsa durante un bombardamento. Lo avevano ricoverato in un ospizio. Un’ala dell’edificio venne occupata da un reparto sovietico; lo comandava un maggiore, un uomo dal volto aperto, i capelli corti e bianchi, gli occhi puliti. «Un uomo straordinario» dice il mio amico.

Il bambino tedesco piacque all’ufficiale russo, diventarono amici. Il maggiore gli parlava dell’Urss vittoriosa, dei suoi soldati invincibili perché combattevano per la giustizia, del comunismo; e il bambino era affascinato da una immagine del mondo dove tutto era di tutti, non c’erano poveri e ricchi, ma solo gente felice. Il bambino fece bene i suoi studi, diventò un bravo giornalista, un critico letterario molto apprezzato. Ricopriva nel partito incarichi di grande responsabilità, era un intellettuale di avanguardia. Il maggiore sovietico sarebbe stato contento: aveva conquistato alla causa un valoroso compagno.

Il mio amico vedeva il disagio dei tedeschi dell’Est: non tanto le privazioni, la scarsità di scarpe o di caffè, la crisi degli alloggi (si poteva pure soffrire per preparare un avvenire migliore); ma lo avvilivano i controlli dell’apparato, lo spionaggio, l’intimidazione. «La crisi» mi dice «è quasi sempre politica e morale. Non si fugge solo per andare a vivere meglio, ma soprattutto perché si spera di trovare la libertà. Su 100 che se ne vanno, confermano le statistiche, 54 hanno appena passato i 20 anni. Sono, come me, i delusi, i teneri fiori del giardino rosso che trovano ingrata la terra del comunismo».

Si accorse che lo sorvegliavano, scoprì che il suo telefono era controllato. Bisognava decidere, prima che accadesse il peggio. Aveva solo un rammarico: lasciare i suoi libri. Si accordò con alcuni amici, telefonò a tutti: «Venite, e portate bottiglie di vino e salsicce, torte e sigari, è il mio compleanno e voglio fare festa. Saremo in tanti, ascolteremo musica e canteremo».

Arrivarono con valigie e borse, bevvero e cantarono, le valigie e le borse furono riempite di libri, la compagnia uscì nella notte, il bambino tedesco che il maggiore russo incantava se ne è fuggito dalla Repubblica democratica portando con sé pacchi di carta stampata, e lasciando alle spalle molte illusioni.

Ho fatto anch’io il mio viaggio nella Germania Est. Ho mostrato il mio passaporto al milite vestito di panno verde dalla «VoPo», la polizia popolare; con 10 minuti di tassì si passa dalla visione del gaio «Café Kranzler» alle deprimenti mura grigie dall’ambasciata sovietica. Sono salito sulla «S-Bahn», la ferrovia che porta ogni giorno i 45 mila berlinesi che passano da una parte all’altra a cercare lavoro, o per fare qualche compera.

«Di che cosa si sente soprattutto la mancanza, nella zona orientale?» ho chiesto a una persona che va spesso di là. «Dell’Upim» mi ha detto. (Una volta hanno scoperto anche Barbara Brecht, la figlia di Bertolt, che nascondeva nell’automobile 12 metri di tela per camicie comperata a Berlino occidentale. Un’altra volta l’hanno trovata ubriaca nel settore americano, era Carnevale, voleva divertirsi, non sapeva più dare all’autista il suo indirizzo).

Anche le prime impressioni, le prime differenze risultano nette, evidenti. Le insegne al neon dei nuovi magazzini e dei caffè del quartiere dello Zoo, e il buio nel quale ti immergi quando vai oltre la Porta di Brandeburgo; le modernissime costruzioni di Hansa, per esempio, progettate dai migliori architetti europei (e colpisce subito la facciata del palazzo dai tanti colori disegnato da Le Corbusier), e il cemento senza fantasia degli edifici della Stalinallee, che ripetono il gusto moscovita; la lista dei vini del rinomato ristorante «Ganimede», dove il cameriere continua a farsi trattare, come i suoi colleghi capitalisti, col titolo di signore, ma le bottiglie che servono sono tutte di provenienza romena o ungherese; le vetrine dove sono esposti gli ordini del giorno della compagnia teatrale «Berliner Ensemble»: un garofano rosso rende omaggio al regista Erich Engel, che compie felicemente 70 anni, un altro garofano è dedicato al povero Patrice Lumumba (il premier congolese, leader della lotta anticoloniale, ucciso l’11 febbraio ’61 con la sospetta complicità dei governi occidentali, ndr). Inoltre, un manifesto ricorda ai comici che «tutti i vantaggi debbono andare al minatore» e quindi non è il caso di lamentarsi.

La differenza si nota nei vestiti delle donne. «Questa» diceva la guardarobiera di un teatro «è la moda di Potsdam, e si sa che Karl Marx, in materia, aveva idee molto precise»; si avverte nei cartoni animati che la propaganda fa proiettare nei cinematografi; a una vacca che si chiama Flora e a un maialetto che si chiama Jolaulté è stato per qualche tempo affidato il compito di criticare la scarsa intraprendenza dei contadini della Deutsche Demokratische Republik, i quali, insensibili, si sono rifatti, ribattezzando i due curiosi animaletti coi nomi di due importanti gerarchi.

La differenza si avverte esaminando le vetrine dei librai, e magari leggendo le critiche letterarie; o anche dando un’occhiata ai programmi dei locali di divertimento. «A Berlino Ovest sembra» dicono, «di essere ritornati al 1920». Ci sono locali che già Paolo Monelli (inviato del Corriere della sera, ndr) ha descritto nel primo dopoguerra; ragazze che fanno ballare i clienti, e sono vestite di quasi nulla; ragazze che ballano fra di loro, e ci sono sale dove, invece, si esibiscono soltanto strani giovanotti.

La gente impazzisce per le corse automobilistiche e per le «Sei giorni» dei ciclisti, che si svolgono al Palasport, dove Joseph Goebbels rivolgeva a un tetro e disciplinato pubblico di camerati i suoi lunghi discorsi.

Le lotterie, che qui chiamano «Lotto», hanno un pubblico entusiasta, tutti vogliono spassarsela. Il senso del provvisorio, il clima eccitato induce alla rassegnazione o spinge all’irrequietezza. Se nella Germania orientale aumenta la produzione dell’industria e scarseggiano però i generi di più largo consumo (il grano è fornito per l’80 per cento dai russi e così la metà dell’olio, del burro e del formaggio), ci sono 70 mila disoccupati nella Berlino Ovest, al cui deficitario bilancio provvede per il 50 per cento la Germania occidentale.

E ci sono tante ragazze sole, che cercano disperatamente qualcuno. Cartellini con offerte e richieste di compagnia vengono affissi in apposite bacheche; e così, in questa straordinaria città, che ha anche la più bassa percentuale di nascite del mondo, abbondano le ragazze madri. Se chiedete a un berlinese: «Perché continua a vivere qui, in questa prima linea?», vi risponde: «Perché qui sono nato e perché se dovesse accadere qualcosa, ciò che tutti temiamo, Parigi o New York non saranno più sicure».

Sul piccolo palcoscenico di Berlino vengono rappresentati tutti i nostri dubbi, tutte le nostre paure, le ragioni che dividono il mondo; e si avverte anche, da una parte e dall’altra, un desiderio di pace che non deve fare disperare del futuro.

  • redazione
  • Mercoledì 4 Novembre 2009
45 ANNI DI STORIA »
« ASPETTANDO L’ONDA ROSSA

Commenti

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Il 4 Novembre 2009 alle 19:31 clara spada ha scritto:

sono stata di recente a Berlino: mai una città mi aveva emozionato tanto. Mi è rimasta nel cuore. Se Roma è il simbolo dell’antichità, Berlino è il simbolo del futuro. E inoltre è vivo e presente nel terreno e nell’aria il tragico segno del nazismo,dell’olocausto, dell’arrivo dei russi. Del muro, del ponte aereo. Pankov è invece ferma all’epoca della DDR. Spero di tornarci presto: mi manca il Banana Bunker! Clara Spada

Il 1 Aprile 2010 alle 16:37 Annabella Da Re ha scritto:

Buongiorno a tutti,
so che è tardi ma sto disperatamente cercando questo numero di Epoca, mi serve per la tesi.
La casa editrice mi dice che è esaurito, in biblioteca ed emeroteca non c’è.
Se ci fosse qualcuno che gentilmente sia disposto a spedirmelo (lo pago ovviamente) mi contatti, non so più dove sbattere la testa!!
Grazie mille a tutti!

Annabella Da Re


Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Per celebrare questo avvenimento straordinario, Mondadori ha deciso di riportare in edicola una sua testata storica e prestigiosa, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

SOMMARIO

Quell’isola nel mare rosso
Mappe e grafici


Berlino città chiusa
1961/1989 Portfolio fotografico


Protagonisti & interpreti
Tutti gli uomini del Muro

Fu Gorbaciov a evitare i carri armati Intervento del Cancelliere della riunificazione di Helmut Kohl

1953: I compagni hanno ucciso i compagni
La rivolta operaia di Berlino Est
di Luigi Barzini jr


1953: Umiliati e offesi
Reportage fotografico esclusivo

1959: L’ora di Berlino
Venti di guerra (fredda)
di Raymond Cartier

1961: L’ingrata terra del comunismo
L’esodo biblico dei tedeschi dell’Est
di Enzo Biagi

1961: Il Muro anno zero
Portfolio fotografico sulla costruzione

1961: Mio figlio è fuggito: l’avranno ucciso?
Storie di famiglie spezzate
di Luigi Barzini jr

1962: Il martire del Muro
La fine di Peter Fechter
di Dominique Lapierre

1962: Fuga verso la libertà
L’italiano che scavò il tunnel
di Fausto Biloslavo

1966: A Berlino est pensare è reato
Il giro di vite contro gli intellettuali
di Enzo Biagi

La Ddr dalla a alla zeta
Ritratto di un paese che non c’è più
di Massimo Dragone

Ma Berlino Est non era solo il muro
Intervista a Luciano Segre
di Elisabetta Burba

1977: Prussia con la bandiera rossa
L’illusione del sorpasso economico
di Alberto Baini

1986: Nipoti miei, marxisti immaginari
Il canto del cigno del regime
di Alberto Salani - foto di Mauro Galligani

1989: La cortina di latta
L’inizio della fine
di Elisabetta Burba

1989: Aspettando l’onda rossa
In attesa delle migrazioni europee
di Sergio Romano

1989: Berlino città aperta
Portfolio fotografico sulla caduta

1989: Spalle al muro
Commento sulla fine del regime
di Indro Montanelli

1989: La conversione al capitalismo
L’ultima frontiera del libero mercato
di Fiamma Nirenstein

Il nuovo ordine mondiale
Universi a confronto: 1989 e 2009


45 anni di storia
Cronologia ragionata

«Il Muro c’è ancora (nella testa di tanti tedeschi)»
Intervista a Giovanni Di Lorenzo
di Elisabetta Burba

Per non dimenticare
Libri, film e siti per saperne di più

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