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L’ORA DI BERLINO

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  • Tags: 1989, 20 anni dalla caduta del muro, anniversario, Berlino, Epoca, Muro di Berlino, Raymond Cartier
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1959 Il summit dei grandi: venti di guerra (fredda)

Ha più abitanti di Amburgo e Monaco messe insieme. Ed è un importantissimo polo industriale: solo alla Siemens lavorano 40 mila operai. Alla vigilia della Conferenza di Ginevra, radiografia della città divisa. Dove potrebbe scoppiare un nuovo conflitto

di Raymond Cartier

Yankee go home

Yankee go home (Archivio Mondadori)

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millenovecentoCINQUANTANOVE
Cronaca di un fallimento annunciato

Questa analisi è tratta da un articolo uscito su Epoca il 17 maggio’59, sotto la direzione di Enzo Biagi. Il noto giornalista francese Raymond Cartier aveva scritto questo testo in origine per Paris-Match, il settimanale francese con cui, alla pari dell’americano Life, Epoca aveva accordi di collaborazione. Il pezzo anticipava la Conferenza di Ginevra, iniziata il 10.5.’59. Il summit dell’organismo che riuniva i ministri degli Esteri degli Alleati della Seconda guerra mondiale (Usa, Urss, Gran Bretagna e Francia) era stato convocato, dopo le crescenti tensioni sullo status di Berlino, per negoziare un trattato di pace con le due Germanie. Ossia per tentare di uscire dall’impasse provocata dalla Guerra fredda. Ma si risolse con un nulla di fatto. Tanto che, per arrivare alla firma del trattato, si dovette attendere il 1990.

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Qual è il vero problema di Berlino? Perché Kruscev ha sollevato la questione di Berlino? Quali saranno i risultati della conferenza su Berlino? In caso di un nuovo blocco cosa faranno gli Occidentali? Berlino diventerà una nuova Danzica?

Qual è esattamente il problema di Berlino?

Il nome di Berlino appare, si può dire, ogni giorno nella politica mondiale e ciò nonostante non è temerario ammettere che anche gli uomini più attenti a quello che avviene nel mondo sono ben lontani dall’avere un’idea esatta e precisa della questione dell’ex capitale tedesca.

Berlino è più grande della Ruhr. Con i suoi 880 chilometri quadrati rappresenta il doppio dell’agglomerato parigino che si estende da Argenteuil a Montreuil e da Drancy a Clamart. Da soli i 480 chilometri quadrati del settore occidentale sono molto più ampi del dipartimento della Senna. La vastità di Berlino è relativamente recente. Capitale del Regno di Prussia, poi dell’Impero tedesco, Berlino non fu, sino alla fine della prima guerra mondiale, che una grande città di medie dimensioni. Con un decreto del 1920 incorporò tutti i comuni sparsi dalle collinette di Müggelberg sino alla depressione lacustre di Havel. Città, villaggi e casolari caddero così nella rete della Grande-Berlino: non solamente Charlottenburg e Schoeneberg, ma anche agglomerati nettamente provinciali come Spandau e Koepenick (resa celebre dalla storia divertente di un calzolaio che avendo indossato la divisa di un capitano prussiano fu da tutti creduto un vero ufficiale: storia da cui è stato tratto anche recentemente un film). Una specie di provincia di Berlino fu costituita quando gli Americani, gli Inglesi e i Russi decisero di occupare di comune accordo l’ex capitale di Hitler. Ma la spartizione della città fra l’Est e l’Ovest corrisponde a criteri assurdi. I Russi erano entrati nella città, dopo feroci combattimenti, seguendo la direttrice di marcia della Frankfurter Allee, arrivando sino ai margini di Tiergarten. E ciò permise loro di impadronirsi di tutti i quartieri storici e di tutti i palazzi sede dell’amministrazione della città. II resto del loro settore è composto da vasti e lontani distretti agricoli e da tetri quartieri operai.

I settori occidentali sono invece più ricchi. La Kurfurstendamm era prima della guerra una strada di vita notturna. Stupendi quartieri di abitazione, in parte risparmiati dai bombardamenti più che completati da nuove costruzioni, si mescolano al verde di Grünewald e di Dahlem. Berlino-Ovest inoltre ha una grande vita industriale-economica. Un nome fa spicco su tutti gli altri: quello della Siemens, i cui immensi stabilimenti, con 40.000 operai, formano Siemenstadt, una città-officina verticale di inusitata bellezza. I quartieri dell’industria - Reinickendorf, Wedding, Moabite - si trovano nella parte nord-ovest di Berlino nel settore francese. L’attività maggiore, che rappresenta il 30% della produzione totale, è quella dell’industria elettrica. Ma tutta Berlino, si può dire, vive sulla possibilità di lavoro creato da dirigenti e operai altamente qualificati.

La vecchia Berlino, città politica, centro di transito e di commercio, aveva diverse risorse di vita. Oggi le resta solo l’industria. Con i suoi 2.300.000 abitanti, Berlino-Ovest rimane la più importante città tedesca, con una popolazione maggiore di quella di Amburgo e Monaco messe insieme. L’equilibrio economico di questo colosso, nelle condizioni in cui si trovò dopo la guerra, ha qualcosa di incredibile. Fu necessario costruire di nuovo le fabbriche, rimpiazzare il macchinario asportato o distrutto dai Russi. Ancor oggi bisogna far giungere dalla Germania federale tutte le materie prime e spedirvi nuovamente tutti i prodotti fabbricati (circa il 75%) che non servono alle necessità dei Berlinesi. Una doppia enorme corrente di trasporti si svolge sotto il controllo e con il beneplacito dei Russi. Berlino-Ovest è quindi parte integrante dell’Occidente.

Questa situazione crea molte difficoltà anche nel settore economico, in quanto Berlino è deficitaria e costa alla Germania occidentale quello che costa alla Francia, ad esempio, la guerra d’Algeria. Berlino infatti gode di particolari sovvenzioni e di privilegi fiscali. Nonostante che la produzione industriale sia quadruplicata dal 1950, la sua economia resta fragile, a causa anche della recente recessione che ha costretto molte ditte a licenziare parte del loro personale. Oggi Berlino non è più certamente quella bella, vivissima città che era prima della guerra: ma se si fa il confronto con Berlino-Est, c’è motivo di rallegrarsi per quanto è stato fatto ad occidente e di rattristarsi per la situazione che esiste ancora ad oriente. Ho avuto occasione di visitare le due Berlino, in epoche differenti, in questo dopoguerra. Nell’autunno del 1957 a Berlino-Est esistevano ancora le carte annonarie. Oggi le carte annonarie sono scomparse ed è cosa eccezionale che gli abitanti soffrano fame o freddo. Ma si può dire che Berlino-Est sia in ritardo di dieci anni rispetto ai risultati ottenuti da Berlino-Ovest.

La caricatura di Adenauer

La caricatura di Adenauer (Archivio Mondadori)

È  tuttavia interessante fare un confronto del livello di vita fra i due mondi che si inseriscono nella medesima città. I salari nominali, espressi in marchi, sono essenzialmente i medesimi. Le derrate, i prodotti e i servizi più elementari sono meno cari all’Est. Le derrate, i prodotti ed i servizi diciamo più raffinati sono invece molto meno cari all’Ovest. Una libbra di pane costa 25 pfennig e una libbra di patate 9 pfennig di meno dalla parte comunista: ma una libbra di burro costa marchi 2,64 e un chilo di costolette di maiale marchi 3,30 in più. Il caffè, il cioccolato ed il cacao sono quattro volte più cari all’Est che all’Ovest. Gli abbonamenti operai sui mezzi di trasporto sono meno cari nel settore comunista; ma un paio di calze di nylon costa più del triplo. Anche gli affitti sono più a buon mercato, ma normalmente gli alloggi hanno un aspetto miserabile e sono privi dei più moderni comforts. Dopo quattordici anni dalla fine della guerra il comunismo procura ai Berlinesi ciò che un uomo abituato alla miseria può chiamare indispensabile: ma niente di più. L’altra Berlino invece prospera e si diverte.

Tuttavia Berlino-Est ha un grande vantaggio: quello di essere rimasta una capitale. Il problema della città potrebbe essere meno spinoso se il Governo della Germania orientale risiedesse in una piccola città simile a Bonn: a Jena, a Erfurt o a Gotha. I comunisti hanno voluto sfruttare il prestigio e la legittimità di Berlino. Permettono anche che si possa passare senza vere e proprie difficoltà dal settore occidentale a quello orientale, ma hanno adottate delle severissime restrizioni monetarie per impedire gli scambi e c’è inoltre la polizia popolare che controlla tutto e tutti.

Ogni giorno parecchie centinaia di uomini e di donne lasciano le loro case senza alcuna speranza di ritorno. Abbandonano i loro beni, i loro cari, gli amici e il mestiere. Non portano bagaglio per paura di essere scoperti. Il poco danaro che potrebbero prendere è senza valore là dove vanno. Corrono il rischio di essere arrestati, condannati e di rimanere sospettati sino alla fine dei loro giorni. Eppure non esitano ad andare incontro a questi e ad altri rischi. Sono i Tedeschi dell’Est che cercano di sconfinare nella Germania occidentale. Nel 1949 furono 129.000; nel 1950, 199.000; nel 1951, 161.000; nel 1952, 172.000; nel 1953 (l’anno della insurrezione berlinese), 331.000; nel 1954, 180.000; nel 1955, 253.000; nel 1956, 282.000; nel 1957, 265.000; nel 1958, 204.000. Se si aggiungono le cifre dei primi tre mesi del 1959 si ha un totale di 2.216.000 Tedeschi che si sono rifugiati nella Germania occidentale, senza contare tutti quelli che sono sfuggiti ad ogni forma di controllo. Questo fenomeno è uno degli avvenimenti più importanti del nostro tempo e più sintomatico della stessa insurrezione di Budapest. Tuttavia ho potuto personalmente constatare, sia in America sia in Europa, che molte personalità del mondo politico ignorano persino l’esistenza di questo esodo, che è invece una delle ragioni che ha costretto Kruscev ad aprire la crisi di Berlino.

La Germania dell’Est è povera d’uomini. Nel 1949 contava 19 milioni di abitanti. L’ultimo censimento, quello del 31 dicembre 1957, denunciava soltanto 17.410.000 abitanti. Ma gli esperti ritengono che la cifra sia superiore alla realtà. Inoltre bisogna considerare che la maggior parte di quelli che si rifugiano all’Ovest sono giovani che non hanno ancora 25 anni ed è facile quindi comprendere come questa situazione preoccupi sempre più i governanti della Germania comunista. Bonn in verità non cerca di attirare i fuggitivi: anzi tenta di scoraggiarli.

Tutti i giorni la radio trasmette che nella Germania federale il mercato del lavoro non può accogliere altra manodopera e che soltanto i fuggiaschi per ragioni di sicurezza personale potranno trovare aiuto. Bonn teme che lo spopolamento della Germania dell’Est induca i Russi a stabilirvi immigranti provenienti da altri Paesi comunisti. Corrono voci che in questo settore abbiano già fatto l’apparizione alcuni coloni cinesi. Per ciò che riguarda la classe sociale dei fuggiaschi si ha questa statistica: il 6% contadini; il 47% impiegati e operai; il 9% appartenenti a professioni intellettuali e tecniche; il 30% giovani studenti o ragazze senza una precisa professione. II restante 8% da ex possidenti. Ma le cifre non dicono tutto. Questo esodo impoverisce la Germania dell’Est dei suoi organici. Nel solo mese di marzo sono fuggiti 64 ingegneri, 91 operai-capitecnici e specializzati, 106 maestri e 95 professori, fra docenti ed assistenti. Ma il caso veramente drammatico è quello della medicina. Sempre nel solo mese di marzo sono fuggiti 17 medici, 8 dentisti, qualche farmacista e due veterinari.

Vi sono delle regioni nella Germania comunista in cui non si trova un medico nel giro di 70 chilometri. Non sono certo le condizioni economiche che spingono questi medici ad abbandonare le loro città ed i loro villaggi. Agli appelli sentimentali che vengono loro rivolti («Un medico non ha diritto di abbandonare i suoi malati»), rispondono tutti con lo stesso ragionamento: «Non si può resistere. Viene il momento in cui un uomo privo di libertà prova l’angoscia dell’asfissia».

Berlino non è la sola breccia attraverso cui passano i fuggiaschi: è semplicemente la più larga e la più difficile da controllare. Se essi riescono ad entrare nella Berlino Est, il passo successivo verso la libertà è abbastanza semplice. Per i comunisti esisterebbe un sistema efficace per fermare questo esodo e sarebbe quello di interrompere le comunicazioni fra Berlino-Est e Berlino-Ovest. Ciò è contrario all’accordo di Potsdam: un accordo tuttavia che non ha più validità reale di quello che non ne abbia il trattato di Cateau-Cambrésis. Kruscev e Grotewohl hanno delle mire ben più alte di quelle di dividere Berlino con una nuova cortina di ferro. Essi vogliono invece tentare di eliminare Berlino-Ovest.

Sarebbe ridicolo pensare che il Governo della Germania comunista potesse dettare la politica di Mosca; ma la politica, anche nei regimi totalitari, è un affare umano, soggetto a delle regole. Da tempo la Germania dell’Est insiste per un consolidamento del suo prestigio e per un miglioramento della sua situazione materiale. A questo fine non le mancano né gli argomenti né i mezzi. La Germania dell’Est ha, nel quadro generale del blocco comunista, un ruolo ben preciso. E, per così dire, il principale satellite industriale. Ricca di lignite, ma povera di carbone, dovrebbe rappresentare la parte più importante nella produzione chimica, tessile, ottica e nella fornitura degli strumenti di precisione. Dovrebbe essere un centro di esportazione e nello stesso tempo un vivaio di tecnici destinati ai settori della economia comunista meno sviluppati.

I russi vogliono mantenere la Germania divisa

La piazza di Willy Brandt

La piazza di Willy Brandt (Archivio Mondadori)

«Ma come posso raggiungere tali fini» si domanda Grotewohl «con degli organici industriali decimati continuamente dall’esodo verso l’Ovest e con una manodopera che invecchia rapidamente senza essere rimpiazzata? Murate la Germania, chiudete Berlino. Altrimenti non potrò mai assolvere i compiti che mi sono stati imposti.» Kruscev, dal canto suo, ha delle ragioni per lasciarsi convincere. La politica sovietica ha ormai una sua linea di condotta ben fissata: mantenere la Germania divisa. A Potsdam nel 1945 Stalin aveva combattuto questa tesi, avanzata dai suoi alleati occidentali, pronunciandosi per una Germania unita. Egli sperava in questo modo di sovietizzare interamente i Tedeschi. Non essendovi riuscito, i piani comunisti sono totalmente cambiati.

Chi pensa oggi ad una Russia disposta ad ammettere la riunificazione della Germania in cambio della sua neutralità militare, cade in errore. Una neutralità può essere provvisoria. La riunificazione invece è irrevocabile. Inoltre la riunificazione rappresenterebbe oggi il crollo del sistema comunista nella Germania dell’Est, in quanto, tanto per citare un solo esempio, la sua economia non potrebbe opporsi e resistere a quella della Germania dell’Ovest che ha dato tanti brillanti risultati. La Russia non si può permettere una prova del genere o correre questo rischio. In Ungheria, dopo aver acconsentito a ritirare le sue truppe, fu costretta ad una politica di dura repressione.

In fondo il problema di Berlino, come del resto la rivolta di Budapest, non è che la sconfitta del comunismo, impotente ed incapace, dopo circa quindici anni di governo nell’Europa orientale, ad essere un regime non basato sulla forza della polizia e non appoggiato alle armi straniere. Il comunismo deve reprimere, proibire, interdire. Deve evitare le libere elezioni, opporsi ad ogni contatto e a ogni paragone con il mondo occidentale. Kruscev non può non ammettere tutto questo. La Repubblica comunista tedesca, che egli ha deciso di rafforzare e di perpetuare, è svalorizzata, sminuita dall’esistenza di Berlino-Ovest. Un motivo che noi non conosciamo l’ha spinto a prendere improvvisamente l’iniziativa, il 27 ottobre 1958, col dichiarare che bisogna ratificare la pace con la Germania dell’Est e che lo statuto d’occupazione di Berlino deve scomparire. Oggi la questione consiste non nel sapere ciò che Kruscev vuole - questo è chiaro - piuttosto nel sapere come lo vuole e quali misure è disposto a prendere.

Il nome di Ginevra è per molti, in senso politico, sinonimo di fallimento. Questa bella città vide nascere la Società della Nazioni dopo la prima guerra mondiale. Vide scoppiare l’ultimo grande conflitto proprio quando stava per essere finito il suo Palazzo della Pace. Nel 1954 ritornò alla ribalta per la liquidazione dell’Indocina e nel 1955 per un grande inganno politico. Si parlava già della riunificazione della Germania: ma si sa che sin dalle prime ore della conferenza la Russia non voleva neppure che la questione fosse posta sul tappeto. Di conseguenza questa riunione dei «grandi» finì nel nulla.

Poco probabile la possibilità d’un accordo

Oggi il nome di Berlino è al centro della crisi che riporta la diplomazia a riunirsi nuovamente a Ginevra per esaminare e decidere su una delle questioni più difficili e più pericolose di questo dopoguerra. Ciascuna delle due parti in campo gioca i propri principi e i propri interessi vitali su di un terreno minato. Da un lato vi sono circa due milioni e mezzo di uomini che vogliono rimanere con l’Occidente e che l’Occidente non può abbandonare senza andare incontro ad un disonorevole suicidio politico e morale. Dall’altra, il comunismo, risoluto a far scomparire quella che egli considera una intollerabile anomalia. Si può sperare nella possibilità di un accordo sia alla conferenza di Ginevra, sia alla conferenza alla vetta che dovrebbe scaturire da quest’ultima? Francamente crediamo di no. I contrasti sono ancor più forti che non nel 1955. L’Occidente ha elaborato un vasto piano mirante a legare la questione di Berlino alla stabilità della sicurezza e al controllo degli armamenti dall’Atlantico agli Urali. L’Est invece si oppone, affermando che lo statuto di Berlino e il trattato di pace con la Germania comunista sono due questioni ben distinte da tutte le altre e che questi due problemi devono essere risolti separatamente e immediatamente. Il trattato di pace significherà che la Repubblica democratica tedesca dell’Est diventerà uno Stato indipendente e sovrano uguale alla Germania di Bonn. Di conseguenza la spartizione della Germania sarà un fatto compiuto.

Il nuovo statuto di Berlino abolirà il regime di occupazione: vale a dire che abolirà il diritto, in virtù del quale gli Americani, gli Inglesi ed i Francesi tengono le loro guarnigioni nella città. Kruscev, che vuole giungere al suo scopo gradualmente, ha proposto una situazione di Berlino-Ovest, città libera, teoricamente garantita dall’ONU. Ma i Berlinesi alzano le spalle. Sanno infatti che la sola garanzia vera e sicura è la presenza delle truppe occidentali. Se questa garanzia cesserà, scomparirà anche Berlino-Ovest.

I miracoli sono sempre possibili. Ma non esiste oggi nessuna ragione precisa che faccia sperare in un accordo alla conferenza di Ginevra. Può darsi che si rinvii la soluzione del problema alla conferenza al vertice. Può darsi che si trovi la possibilità di lasciare le cose sostanzialmente come stanno attraverso soluzioni puramente formali: ma un vero e proprio accordo non transitorio su Berlino appare molto improbabile.

Che cosa si potrebbe fare in caso di un nuovo blocco berlinese da parte dei Russi? Benché non vi siano delle cifre ufficiali, gli Occidentali hanno provveduto a formare una riserva di materiali che permetterà agli abitanti di BerlinoOvest di vivere e di riscaldarsi per un anno. Nel 1948, quando i sovietici iniziarono il famoso blocco di Berlino, la città aveva riserve bastanti per una settimana. Il generale Clay disponeva solo di 24 aerei. Su queste deboli basi fu improvvisato lo storico ponte aereo che, con 212.621 voli, trasportò 1.736.781 tonnellate di materiale, salvando così Berlino. Le condizioni sono molto cambiate oggi. La Berlino del 1948 era ancora una città con poche pretese e i Berlinesi si accontentavano dell’indispensabile per vivere. La Berlino del 1959 è diventata un grande centro industriale e gli abitanti oggi hanno un ben diverso tenore di vita. All’ingrosso si valuta che occorrerebbero oggi circa 7.000 aeroplani per mantenere l’attuale attività e la prosperità dei Berlinesi. La cosa è materialmente impossibile. Nel 1948-49 gli apparecchi si succedevano sul campo di Tempelhoff al ritmo di un aeroplano ogni due minuti. Due altri aeroporti, Gatow e Tegel, accrescono la capacità del traffico aereo di Berlino: ma ciò non è sufficiente.

Un fattore morale inoltre deve essere tenuto in considerazione. Lo stoicismo della popolazione berlinese durante il primo blocco fu prodigioso. L’inverno fu terribile. La maggior parte delle case era ancora distrutta dai bombardamenti e l’erogazione dell’elettricità ridotta a poche ore al giorno. Il terrore per i Russi era ancora molto forte e il ricordo delle violenze e dei saccheggi sempre vivo. Tutti erano animati dallo stesso spirito di solidarietà nella comune sventura. Oggi nella Berlino-Ovest esistono nuovamente i ricchi e i poveri. Molti capitali sono stati trasferiti altrove e più di un Berlinese ha deciso di partire per le vacanze anticipatamente. In caso di blocco bisognerebbe creare lo stato d’assedio, attuare un severo razionamento, stroncare il mercato nero, sacrificare tutta l’economia della città, livellare tutte le condizioni sociali.

A causa del blocco berlinese potrebbe scoppiare una nuova guerra? Un uomo sopra tutti crede di sì: Mac Millan. Egli può sostenere questa sua tesi con argomenti dialettici che gli altri capi dell’Occidente non hanno. Mac Millan infatti ha visto recentemente Kruscev e ha potuto conoscerlo personalmente. Mac Millan dice: «Kruscev non vuole la guerra. Ma egli è un impulsivo. Ogni forma di contrasto lo irrita ed è deciso a raggiungere i suoi scopi. Non mettiamolo nella situazione di dover imporre la sua volontà. Transigiamo e cediamo ».

Il tempo lavora a favore del comunismo?

I paragoni sono sempre odiosi: ma non bisogna dimenticare che venti anni or sono un altro premier inglese parlava in questo modo. Hitler, come Kruscev, giurava che desiderava la pace, ma che egli voleva i «suoi » Sudeti, non importava con quale mezzo, perché ciò era un suo diritto. «Quest’uomo » diceva Neville Chamberlain «può diventare pericoloso se non lo accontentiamo. Diamogli soddisfazione, affinché non sia costretto a turbare la pace.»

Al di fuori di ogni paragone, esiste una notevole differenza fra il 1959 e il 1939. L’opinione mondiale non ha oggi la stessa angosciosa paura, per la crisi di Berlino, che aveva invece a proposito di Danzica. Kruscev non è Hitler. Hitler aspirava alla guerra, perché in essa vedeva il mezzo per forgiare la propria forza e la storia della Germania. Egli era come spinto dal tempo. «Io vado per i cinquant’anni» diceva. «Fra qualche anno io sarei troppo vecchio per comandare e per condurre da solo la Germania al grande combattimento che le impone il destino.»

Kruscev ha più di cinquant’anni. La sua salute non è molto buona. Non si considera un genio militare. Crede inoltre che il tempo lavori a favore del comunismo. Egli ha di fronte un’America armata e vigile. Non può sperare come Hitler di abbattere i suoi avversari uno ad uno, neutralizzando i più forti e travolgendo i più deboli. Egli correrebbe un rischio troppo grande non controbilanciato dalla immediata eventuale conquista di Berlino.

Nessuno crede alle due ipotesi estreme

Lo scopo di Kruscev è quello di sanzionare la creazione della Repubblica comunista tedesca con un trattato di pace. Per Berlino, Kruscev minaccerà, ma sarà disposto a transigere. Egli cercherà di ottenere il più possibile facendo paura a tutti. Tenterà di abrogare lo statuto di occupazione, roccaforte giuridica degli Occidentali, e di preparare l’assorbimento economico di Berlino-Ovest da parte della Germania dell’Est. Gli Occidentali hanno preparato a Parigi un piano di solidarietà che lega la questione di Berlino a quella della riunificazione della Germania e del disarmo. Andranno a Ginevra con la convinzione che i Russi rigetteranno questo piano, ma anche per vedere sino a che punto essi saranno disposti a venire a trattative. È un gioco difficile e pericoloso, che darà momenti di grande emozione; ma è poco probabile che possa portare a risoluzioni fatali. Gli stessi Inglesi è lo stesso MacMillan sono categorici su di un punto: non è possibile abbandonare al comunismo circa due milioni e mezzo di Berlinesi che quasi alla unanimità hanno espresso la loro volontà di rimanere con l’Occidente. Il disonore sarebbe tale che le basi su cui poggia il mondo occidentale crollerebbero.

Nessuno crede nelle due ipotesi estreme di una totale capitolazione dell’Occidente o di un attacco alle guarnigioni di Berlino-Ovest da parte dei Sovietici. L’ipotesi di un accordo su Berlino che incontri la soddisfazione di tutti, è pure esclusa. Quella di un nuovo blocco e di un nuovo ponte aereo è già più ammissibile, pur nel campo dell’improbabile. E possibile piuttosto che si rimanga allo statu quo pur con modifiche parziali. Il provvisorio così durerà ancora. L’assurdo pure. La discordia fra l’Est e l’Ovest continuerà. La lotta fra due grandi concezioni della vita, che Berlino simbolizza con la sua divisione, seguiterà in una fase di apparente stasi.

Yankee go home
La piazza di Willy Brandt
La caricatura di Adenauer

  • redazione
  • Mercoledì 4 Novembre 2009

Vedi anche:

  • Successo di pubblico per il crollo del Muro (e il ritorno di Epoca)
LA DDR DALLA A ALLA Z »
« BERLINO CITTÀ APERTA

Commenti

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Il 16 Maggio 2010 alle 19:34 imparziale ha scritto:

Berlino mi manca, non ci sono mai stata.
saluti


Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Per celebrare questo avvenimento straordinario, Mondadori ha deciso di riportare in edicola una sua testata storica e prestigiosa, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

SOMMARIO

Quell’isola nel mare rosso
Mappe e grafici


Berlino città chiusa
1961/1989 Portfolio fotografico


Protagonisti & interpreti
Tutti gli uomini del Muro

Fu Gorbaciov a evitare i carri armati Intervento del Cancelliere della riunificazione di Helmut Kohl

1953: I compagni hanno ucciso i compagni
La rivolta operaia di Berlino Est
di Luigi Barzini jr


1953: Umiliati e offesi
Reportage fotografico esclusivo

1959: L’ora di Berlino
Venti di guerra (fredda)
di Raymond Cartier

1961: L’ingrata terra del comunismo
L’esodo biblico dei tedeschi dell’Est
di Enzo Biagi

1961: Il Muro anno zero
Portfolio fotografico sulla costruzione

1961: Mio figlio è fuggito: l’avranno ucciso?
Storie di famiglie spezzate
di Luigi Barzini jr

1962: Il martire del Muro
La fine di Peter Fechter
di Dominique Lapierre

1962: Fuga verso la libertà
L’italiano che scavò il tunnel
di Fausto Biloslavo

1966: A Berlino est pensare è reato
Il giro di vite contro gli intellettuali
di Enzo Biagi

La Ddr dalla a alla zeta
Ritratto di un paese che non c’è più
di Massimo Dragone

Ma Berlino Est non era solo il muro
Intervista a Luciano Segre
di Elisabetta Burba

1977: Prussia con la bandiera rossa
L’illusione del sorpasso economico
di Alberto Baini

1986: Nipoti miei, marxisti immaginari
Il canto del cigno del regime
di Alberto Salani - foto di Mauro Galligani

1989: La cortina di latta
L’inizio della fine
di Elisabetta Burba

1989: Aspettando l’onda rossa
In attesa delle migrazioni europee
di Sergio Romano

1989: Berlino città aperta
Portfolio fotografico sulla caduta

1989: Spalle al muro
Commento sulla fine del regime
di Indro Montanelli

1989: La conversione al capitalismo
L’ultima frontiera del libero mercato
di Fiamma Nirenstein

Il nuovo ordine mondiale
Universi a confronto: 1989 e 2009


45 anni di storia
Cronologia ragionata

«Il Muro c’è ancora (nella testa di tanti tedeschi)»
Intervista a Giovanni Di Lorenzo
di Elisabetta Burba

Per non dimenticare
Libri, film e siti per saperne di più

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