1961 Il sipario di ferro: storie di famiglie spezzate
Hans Tiel è scappato a Berlino Ovest. A Est, sua madre si dispera. Il ragazzo in realtà è in salvo. Nel frattempo, però, la donna pare essere scomparsa nel nulla.
di Luigi Barzini Jr da Berlino Ovest
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millenovecentoSESSANTUNO
Il leggendario ricciardetto
Questo articolo è tratto da un reportage intitolato «Venite con me a Berlino», uscito su Epoca il 24 settembre 1961. Compare anche una citazione di Ricciardetto, il leggendario editorialista di Epoca che piaceva a Indro Montanelli. Nato nel 1893, il suo vero nome era Augusto Guerriero e si ispirava al commentatore statunitense Walter Lippmann. Frasi celebri di Ricciardetto accompagnano le pagine di questo speciale.
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- Come le madri dei desaparecidos
- Saluti ai parenti rimasti a est
- Idillio sul muro
- Idillio sul muro
- Mondi a parte
Il muro che divide Berlino ha poco più di un mese. Corre ininterrotto per strade, prati, fossi, attraversa cimiteri, cortili, appartamenti, piazze. Nessuno, onestamente, crede di vederlo svanire per miracolo, una mattina. Molti sono d’opinione che ci vorranno anni, decenni, forse generazioni, prima che sia abbattuto e la libera circolazione sia ristabilita in città. Qualcuno, più pessimista, pensa che non scomparirà mai più, stabile come la muraglia cinese. A guardarlo, tuttavia, malgrado la sua durevolezza politica, sembra una costruzione posticcia, fragile, provvisoria.
E così poco solido, in verità, che basta una forte spinta per abbatterlo. È stato attraversato nei giorni scorsi da alcuni autocarri, che si sono aperti una breccia cozzandovi contro, senza difficoltà. È fatto di blocchi di cemento e ghiaia, larghi alla base ma senza profondità, più piccoli alla sommità. È alto circa un metro e mezzo. In cima ha infisse rozze asticciole di ferro, messe disordinatamente, tra le quali è una ragnatela di filo spinato. Poiché i muratori hanno lavorato dalla loro parte, cioè da est, dalla parte nostra esso è irregolare, come tutti i muri visti da rovescio. La calce manca oppure sbava. I blocchi non sono messi bene in fila.
Sembra un muro di pollaio campagnolo, rimediato alla meglio, fatto da contadini. Dietro sono sentinelle a intervalli regolari, giovani adolescenti della Libera Gioventù Tedesca, l’organizzazione paramilitare comunista. Portano una uniforme che ricorda quella della Wehrmacht, color grigio, con l’alamaro al bavero, gli stivali larghi e bassi. Sono ragazzi torvi, preoccupati, sempre pronti a metter mano al mitra. Sotto il berretto a visiera hanno i capelli lunghi che gli cadono a ciuffi sugli occhi e sulle orecchie. La giubba è sbottonata. Hanno l’aria di soldati politici reclutati alla meglio, senza disciplina né portamento militare. Ricordano i militi repubblichini più giovani e più fanatici. Guardano con il binocolo i gruppetti di cittadini dell’Occidente che sostano a una certa distanza e che spiano al disopra del muro, per vedere qualche parente o qualche amico. Li tengono d’occhio, sospettosi.
Nei giorni scorsi, la folla dell’Occidente ingiuriava i militi comunisti. Qualcuno di essi, dalla fede poco ferma, non reggeva alle accuse, agli improperi, alle maledizioni delle madri, alle ingiurie dei buoni tedeschi, agli scongiuri, buttava le armi e passava di qua. Parecchi hanno superato le barriere di filo spinato con un salto. (Erano i primi giorni. Il muro non era stato ancora costruito. Gli uomini di guardia erano soldati dell’esercito di Pankow, più vecchi e meno indottrinati. Oggi li hanno sostituiti con i ragazzi nati sotto il comunismo.) Un giovane si è arrampicato, giorni or sono, sul cancello di un cimitero, al confine, ed è saltato in Occidente. Gridava « Sono anch’io un tedesco come voi, un vero tedesco, un buon tedesco! ».
Oggi la folla non grida più nulla. È trattenuta da pochi poliziotti occidentali a una diecina di metri dal muro, per paura di incidenti. Vi sono sentinelle orientali che hanno la raffica facile. Sparano, buttano bombe lacrimogene o mandano a chiamare i carri pompa per annaffiare gli occidentali. Solo alla porta di Brandeburgo, dalla parte nostra, la folla è tenuta più lontana, a un paio di centinaia di metri. La porta di Brandeburgo è il monumento caro al cuore di tutti i tedeschi, simbolo secolare dell’unità della patria.
Là una dimostrazione spontanea potrebbe scoppiare come un temporale d’estate, all’improvviso. Uno scambio di invettive potrebbe diventare scambio di sassi, di colpi d’arma da fuoco, potrebbe trasformarsi in tumulto, dilagare per Berlino «rossa», divampare come un fuoco tra le stoppie per la Germania orientale, come avvenne nel giugno 1953, diventare rivoluzione, contaminare.
Ci venne in mente che il figlio, Hans, l’avevamo trovato appunto perché avevamo l’indirizzo, l’indirizzo esatto. Forse avevamo sbagliato il numero solo? O forse Frau Tiel era stata arrestata? Ce ne andammo. Due Berlino, dunque, chiuse ermeticamente. Dall’est non viene nessuno che non sia autorizzato, funzionario, agente, fiduciario del partito.
Dall’ovest entrano, come ho detto, solo gli stranieri e qualche berlinese occidentale debitamente autorizzato. I manifesti comunisti li chiamano «berlinesi amanti della pace». Come si distinguono da quelli che amano la guerra? Tutti passano dai pochi varchi aperti e solo da quelli destinati a loro.
«Città divisa in un paese diviso. Berlino Est è nelle mani (…) dei sovietici. Berlino-Ovest è un’isola di libertà circondata da un paese comunista. La presidiano 10 mila uomini (…). Intorno ci sono le enormi forze sovietiche. Quei 10 mila uomini non minacciano nessuno».
Ricciardetto su Epoca: «Il problema di Berlino», 27 agosto 1961
Berlino libera è quindi oggi una enclave. Potrebbe paragonarsi a una delle concessioni internazionali in Cina, a Shanghai nel 1939, per esempio, divisa nei settori americano, inglese e francese, ciascuna nazione coi suoi soldatini bene armati e lustri, circondata dalla Cina conquistata dai giapponesi, nemici degli occidentali. Gli amanti di analogie storiche possono anche paragonarla a Bisanzio assediata dai turchi. In Berlino occidentale ferve la vita, le botteghe sono piene di roba, la gente è prospera, non ci sono disoccupati, le fabbriche fioriscono.
Ogni anno si costruisce qualcosa di nuovo e duraturo, università, stadi, ospedali, teatri, biblioteche. Ogni anno si investono centinaia di miliardi in nuove attività e industrie. Le case per gli operai, come in tutta la Germania occidentale, sono graziose, comode, eleganti.
Tutti fanno finta che la vita possa continuare così senza fine. La finzione (a cui è legato sentimentalmente ogni tedesco) è che la vecchia capitale è accantonata, preservata, ricostruita, tenuta in vita, in attesa del giorno della rinascita, della riunificazione di tutti i tedeschi. Il dovere di ognuno è di tener duro, fare come se niente fosse, lavorare, dare lustro e ricchezza a Berlino, splendore ai suoi spettacoli, alle feste, ai concerti, e allegria alle sue boîtes de nuit. Le cose stanno così, in apparenza.
In realtà, molti hanno paura di restare in questa isola circondata dai comunisti. La popolazione diminuisce di anno in anno. L’esodo si è accelerato in questi ultimi tempi. Solo l’afflusso dei profughi dall’est mascherava lo svuotarsi della città. Ora non ne vengono quasi più. Partono molti giovani, per crearsi una vita dove le cose sono più sicure. Partono borghesi, specialisti, professionisti, uomini d’affari. Restano i giovani entusiasti, i patrioti, i generosi a cui sembrerebbe tradimento partire. Restano soprattutto i vecchi, che hanno la bottega, l’appartamento, gli amici, i ricordi, le tombe di famiglia, la pensione, e attendono la morte.
Questa finzione della capitale in frigorifero, a cui nessuno veramente credeva più, è stata ufficialmente e definitivamente distrutta il mese scorso, per sempre. Oggi non è più permesso crederci. Il governo comunista, inviando il suo esercito armato in Berlino est, costruendo il muro divisorio, controllando poliziescamente ogni passaggio ai pochi varchi, ha dato prova della propria sicura sovranità su quella zona che avrebbe dovuto essere governata solo in nome delle quattro potenze vincitrici.
Per la prima volta Berlino «rossa» fa parte, per lo meno de facto, della Germania comunista. Si dirà che i militari alleati vi entrano e vi escono senza mostrare documenti, come prima. È vero. Ma per quanto tempo ancora? E godono di un loro diritto o di un indulgente favore delle autorità comuniste? E chi farà la guerra quando il primo maggiore inglese, capitano francese, o colonnello americano dovrà mostrare i documenti a un giovane poliziotto sassone?
Nessuno farà la guerra per questo. Ci saranno scambi interminabili di note energiche, che lasceranno il tempo che trovano. Se si doveva fare la guerra, si doveva fare d’agosto, quando i comunisti assaggiarono con cautela la volontà di difesa degli occidentali. Prima chiusero il confine con un cordone di truppa. Era una violazione dello statuto quadripartito. Attesero che qualcuno si muovesse. Nessuno si mosse. Aggiunsero carri armati. Attesero. Nulla. Stesero filo spinato e cavalli di frisia. Attesero. Ancora nulla. Cominciarono a costruire il muro. Come la prendevano gli alleati? Non facevano nulla. I comunisti finirono il muro. Attesero. Nessuna reazione. Oggi non c’è più nulla da fare.
Gli alleati non agirono per senso di responsabilità, per non scatenare la guerra, ma anche perché ogni loro decisione viene presa nelle quattro capitali, dai quattro capi del governo, che talvolta si accordano per telefono, decisioni che riguardano due metri di marciapiede, un albero, un’incursione di quattro giovinastri comunisti in uniforme. La decisione arriva quando la crisi è passata, superata da un’altra più grave. Potrebbe allora scoppiare la guerra perché vengono interrotti i corridoi aerei? E perché si dovrebbero interrompere, quando la sola minaccia di interruzione ha svuotato Berlino ovest di ogni certezza per il futuro, ha ridotto il traffico verso est e aumentato quello verso l’Occidente?
Probabilmente la guerra non scoppierà soprattutto perché i sovietici hanno già ottenuto ciò che volevano: ridurre Berlino libera alle proporzioni di una curiosità giuridico‑geografica e dimostrare ai tedeschi che l’unificazione della Germania nella libertà non è più pensabile. E poiché i tedeschi, per forza di cose, continueranno a sognare la rinascita di una nazione riunita, sarà inevitabile che, nei prossimi anni, molti (non tutti) si rivolgeranno a chi ha il potere di riunirli, l’Unione Sovietica.
Un cartello a Berlino «rossa» diceva: «Il socialismo riunirà un giorno tutti i tedeschi sotto un governo solo e restituirà Berlino alla Germania». È un cartello che non ha bisogno di spiegazioni.
- Mercoledì 4 Novembre 2009






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