<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	>

<channel>
	<title>Epoca</title>
	<atom:link href="http://blog.panorama.it/epoca/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://blog.panorama.it/epoca</link>
	<description>Just another Blog.panorama.it weblog</description>
	<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 16:07:52 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.7.1</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Walter Bonatti e Rossana Podestà, un’avventura meravigliosa</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/walter-bonatti-e-rossana-podesta-unavventura-meravigliosa/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/walter-bonatti-e-rossana-podesta-unavventura-meravigliosa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 16:02:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[walter bonatti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2103011</guid>
		<description><![CDATA[
di Emanuele Farneti
Dal numero di Epoca in edicola il 12 novembre dedicato a Walter Bonatti, pubblichiamo l&#8217;intervista del direttore Emanuele Farneti a Rossana Podestà.
«Ero lì che l’aspettavo ai piedi dell’Ara Coeli, 2 giugno 1981. Ero preoccupata, il tempo passava e lui non arrivava più. Ricordo che in quegli anni la zona di notte era mal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2991" class="wp-caption aligncenter" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2991" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/podesta_bonatti-large.png" alt="Rossana Podestà eWalter Bonatti in Dancalia (Etiopia), una delle loro ultime spedizioni" width="672" height="402" /><p class="wp-caption-text">Rossana Podestà e Walter Bonatti in Dancalia (Etiopia), una delle loro ultime spedizioni</p></div>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>di Emanuele Farneti</strong><br />
<em>Dal numero di Epoca in edicola il 12 novembre <a href="http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/">dedicato a Walter Bonatti</a>, pubblichiamo l&#8217;intervista del direttore Emanuele Farneti a Rossana Podestà.</em></p>
<p>«Ero lì che l’aspettavo ai piedi dell’Ara Coeli, 2 giugno 1981. Ero preoccupata, il tempo passava e lui non arrivava più. Ricordo che in quegli anni la zona di notte era mal frequentata e infatti un vecchietto, vedendomi lì in piedi da sola, ha pensato facessi il mestiere e mi ha detto: “Eh no, mo’ pure de giorno!”. Dovevamo incontrarci alle undici, l’ho aspettato fino alle due del pomeriggio. Poi giro l’angolo e lui è lì, che cerca di convincere i vigili a non portargli via la macchina. Gli avevo detto Ara Coeli, e lui aveva capito Altare della Patria. Siamo stati per ore ad aspettarci a distanza di un angolo, come due cretini. Allora gli sono corsa incontro e gli ho detto: “Ma che esploratore sei? Se non mi trovi almeno cercami!”».  <span id="more-3011"></span>Così è iniziato il terzo tempo della vita di Walter Bonatti. Un tempo che comincia e, moltissimi chilometri dopo, finisce sempre a Roma, per gli strani scherzi del destino, cui a volte piace chiudere il cerchio. Trent’anni: non meno avventurosi dei precedenti cinquanta.</p>
<p>Ottobre 2011, un pomeriggio di sole a Dubino. Sotto il pergolato Rossana Podestà mette in fila i ricordi: «Vede, eravamo qui la sera del funerale. Mia nipote ha preso la chitarra e ha cantato le canzoni che piacciono a lui. È stata una bella serata, come era giusto che fosse, perché vogliamo che Walter continui a vivere con noi». Per tutta la durata di questa chiacchierata, continuerà a parlare di lui al presente.</p>
<p>«È la prima volta che lo vedo. Salgo in macchina e mi accorgo che guida con due dita sul volante. Penso: magari le altre le ha perse sul K2. Poi frena di colpo, ché mi stava guardando e rischiava di finire in un tram, distende la mano e vedo che ci sono tutte e dieci. Meno male, mi dico. Sul sedile posteriore aveva di tutto: corde, ramponi, chiodi da roccia. E carta igienica, che usava per scriverci sopra».<strong><br />
Il primo appuntamento con una delle attrici italiane più amate della sua generazione, e Bonatti nemmeno mette in ordine la macchina.</strong></p>
<p>«Le spiego. Dopo oltre vent’anni Walter aveva da poco concluso la sua collaborazione con Epoca, e non era di certo ricco. Alcuni amici gli avevano segnalato una mia intervista in cui dicevo che, se mi fossi trovata su un’isola deserta, avrei voluto andarci con lui. Mi aveva scritto una lettera: “Allora quando partiamo?”. Così gli avevo mandato il mio numero di telefono. Mi chiama un giorno di fine maggio all’Argentario, dice che potrebbe venire a ottobre. Attacco e penso: be’, allora non gli interesso poi molto. Un’ora dopo richiama: “Verrei a inizio settembre”. La sera chiama ancora e mi dice: “Vengo dopodomani”. Ho scoperto in seguito che stava tentando di organizzare una conferenza e una scalata lungo la<br />
strada per pagarsi la trasferta, per questo quel giorno aveva in auto la sua attrezzatura. Pensava che come attrice avessi chissà quale tenore di vita ed era preoccuunapato di dovermi portare fuori a pranzo in un bel posto. Finimmo in un ristorante di piazza del Popolo, e non ci lasciammo più».</p>
<p><strong>Che cosa porta un esploratore nella vita di una diva? </strong></p>
<p>«Un meraviglioso cambiamento, e per certi versi un ritorno. Io e la mia famiglia ce ne siamo andati da Tripoli che avevo 6 anni, con solo una valigia da 15 chili e pochi soldi in tasca. Sono stata una bambina selvaggia a Fiascherino, non andavo a scuola, uscivo da sola con la mia barchetta, pescavo e crescevo così. Diciamo insomma che l’avventura non mi ha trovata impreparata. Ho fatto l’attrice per guadagnare due lire, ma la mia vita vera stava altrove».</p>
<p><strong>Così è cominciata l’avventura. </strong></p>
<p>«Walter voleva iniziare la nostra vita assieme facendomi conoscere le sue montagne, i suoi sentieri. Così partiamo dalla catena del Bianco, mi porta a vedere la Mer de Glace, il Capucin, il Dru: i luoghi delle sue grandi imprese. Abbiamo con noi la tenda per stare fuori quattro giorni. Camminiamo coi ramponi tra crepacci profondi 80 metri, quando vediamo salire una tempesta. Inizia a nevicare prima che noi si finisca di piantare i picchetti. Siamo rimasti chiusi dentro la tenda per 3 giorni e 3 notti. Il terzo giorno Walter mette la testa fuori, annusa il vento e mi dice: “Scappa via, veloce!”. Inizio a correre scalza, facciamo appena in tempo ad allontanarci di qualche centinaio di metri quando cade una valanga proprio sulla nostra tenda. Sei o sette minuti più tardi e non ci saremmo stati più».</p>
<p><strong>Un inizio incoraggiante. </strong></p>
<p>«Allora ero incosciente, la paura mi è arrivata anni dopo, quando ho imparato a riconoscere le situazioni». E qual è stata la situazione più difficile in cui vi siete trovati? «Abbiamo davvero rischiato di morire, per ironia della sorte, in un parco americano, che nell’immaginario collettivo sono i luoghi più sorvegliati e protetti dell’outdoor mondiale. Giravamo l’Arizona quando Walter ha individuato un monolite e deciso di scalarlo. Così ci siamo calati giù dalla roccia fino al fiume Colorado che scorreva in fondo al canyon. Ci sembrava tutto molto semplice, nessuno sapeva dove ci trovavamo, avevamo con noi due pesche, poca acqua, una corda sottile e nessun chiodo. Abbiamo cominciato a seguire un antico sentiero indiano, ma Walter era strano, aveva calcolato male la distanza. Ci allontanavamo senza arrivare mai, le ore passavano sotto il sole a picco. Ci eravamo persi ed erano ormai passate 17 ore quando siamo riusciti a ritornare al punto di partenza. Lui stava malissimo perché non aveva bevuto nulla, aveva lasciato a me tutta l’acqua e dovevamo ancora risalire il dirupo fino alla macchina, tirandoci su solo con la forza delle mani. A tre quarti della salita vedo che appoggia la testa sulla roccia e mi dice brusco: “Slegati”. Gli chiedo cosa se cado tiro giù anche te”. Alla fine è riuscito a raccogliere  le forze e a salire gli ultimi 40 metri. Il suo segreto era  quello, recuperare energie proprio quando era sul punto  di mollare. Ci ho ripensato in questi giorni: slegarsi  voleva dire accettare di sopravvivere senza di lui. Io non  l’ho fatto».</p>
<p><strong>Non solo disavventure, immagino. </strong></p>
<p>«Dopo due anni assieme ha voluto portarmi in Patagonia,  perché era il reportage di Epoca che mi aveva più  emozionato da lettrice. Atterrammo a Comodoro Rivadavia  e ci inoltrammo nella prateria. La vista di quell’infinito  mi fece capire che la nostra sarebbe stata un’avventura  meravigliosa. Costeggiammo le Ande fino alla  Terra del Fuoco, fermandoci a vedere le valli che non  conosceva, cavalcando e restando per settimane intere  nei luoghi che più ci piacevano».</p>
<p><strong>In Italia dove vivevate?</strong></p>
<p>«Per lungo tempo ci siamo divisi tra Milano, Roma e  l’Argentario. Finché vent’anni fa, un giorno, abbiamo  deciso di mettere su casa assieme, qui a Dubino (<em>paese di  mezza montagna dove la strada si biforca, Sondrio e Valtellina  da una parte, Chiavenna dall’altra,</em> ndr). La vecchia  casa sfondata ci ha detto che voleva essere nostra. Era  deserta e abbandonata da moltissimi anni. Abbiamo  scelto piante verdi per l’inverno, piante dell’Argentario  per l’estate e portato qui tutti i nostri ricordi».  conferenze. Ci piaceva nuotare, fare il periplo delle  isolette dei mari del Sud bracciata dopo bracciata. Ogni  anno, a Natale, un viaggio. Anche duro e avventuroso,  come la Kamchatka appena riaperta ai viaggiatori, con  i suoi 4 mila vulcani e il suo orizzonte da fiaba».</p>
<p><strong>E l’ultimo viaggio? </strong></p>
<p>«L’anno scorso, a Gilf el Kebir in Egitto, dove abbiamo  trovato degli agglomerati di roccia trasparente vecchi  30 milioni di anni e mari di sabbia disposta a onde e  leggende di un esercito perduto che vagò per 20 giorni  senza incontrare nessuna forma di vita né animale né  vegetale. Walter disse che era il deserto più bello della  sua vita. Era molto stanco, iniziava a stare male».</p>
<p>La storia della malattia di Bonatti è nota: un tumore  (al pancreas) che esplode in pochi mesi, lei che prende  la decisione coraggiosa e terribile di non dirgli nulla  della malattia per far sì che possa vivere la sua vita fino  in fondo, l’estate all’Argentario, gli ultimi bagni. Il 12  settembre non respira quasi più, deve essere ricoverato. Lo porta di corsa a Roma, al Gemelli hanno posto solo  in corsia, per avere una stanza in cui stargli vicino deve  ripiegare su una clinica privata. Dove la situazione sfugge  di mano, l’ossigeno scappa via, i medici rifiutano la  morfina e, utilizzando come pretesto il fatto che i due  non sono sposati, la allontanano dal capezzale, si accaniscono  nella terapia. Strappando così a Bonatti il conforto della sua compagna negli ultimi istanti di vita, negandogli  il diritto di andarsene con qualcuno che ti tiene  la mano e ti dice che non sei solo, che non lo sarai mai».</p>
<p>«Ricordo che quando si arrabbiava faceva paura, gli  dicevo sempre che gli venivano gli occhi da leone. Ecco,  da dietro il vetro di quella stanza vedevo i medici che  cercavano di forzargli il respiratore, e in realtà lo soffocavano,  e dovevano tenerlo fermo in quattro perché  aveva trovato ancora un po’ di forza, come quel giorno sul  Colorado. E, anche se non dimenticherò mai la violenza  che ci hanno fatto, ricorderò anche quanto in quei momenti  sono stata orgogliosa di lui, di quella luce antica  che gli ho visto ancora una volta negli occhi».</p>
<p><strong>Cosa è successo dopo? </strong></p>
<p>«Mi hanno chiamata dentro dicendomi che aveva avuto  un attacco cardiaco. Il medico stava dietro le sue spalle  e provava a farlo respirare ancora con un palloncino.  Gli ho detto: “Guardi che è morto”. Allora lui si è seduto  al tavolino e senza dirmi una sola parola di conforto ha  preso la penna e mi ha chiesto: “Bonatti si scrive con una  o due T?”».</p>
<p>Quando ormai è scesa la sera sul casale di Dubino Rossana  Podestà sorride.  «Quanto mi piace qui. È la prima vera casa di Walter, e  per questo non la lascerò mai. È esposta a sud, vedi il  sole tutto il giorno e fino a tardi, la sera».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/walter-bonatti-e-rossana-podesta-unavventura-meravigliosa/feed/</wfw:commentRss>
<enclosure url="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/podesta_bonatti-large.png" length="403577" type="image/png" />
		</item>
		<item>
		<title>Le straordinarie foto di Walter Bonatti</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 15:53:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Nessuna_categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[walter bonatti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102989</guid>
		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/podesta_bonatti/' title='podesta_bonatti'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/podesta_bonatti-thumbnail.png" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-e-08/' title='8-busta-e-08'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-e-08-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-h-04/' title='8-busta-h-04'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-h-04-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-h-07/' title='8-busta-h-07'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-h-07-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-h-13/' title='8-busta-h-13'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-h-13-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-i-02/' title='8-busta-i-02'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-i-02-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-l-02/' title='8-busta-l-02'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-l-02-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/37_03-copia_alta/' title='37_03-copia_alta'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/37_03-copia_alta-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/promi-anni004/' title='promi-anni004'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/promi-anni004-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/promi-anni005/' title='promi-anni005'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/promi-anni005-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/1-k2-buone-3-bn-csp/' title='1-k2-buone-3-bn-csp'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/1-k2-buone-3-bn-csp-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/5-cervino-1965-8/' title='5-cervino-1965-8'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/5-cervino-1965-8-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/6-portfolio-varie-2-bn-csp/' title='6-portfolio-varie-2-bn-csp'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/6-portfolio-varie-2-bn-csp-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-c-04/' title='8-busta-c-04'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-c-04-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-d-01/' title='8-busta-d-01'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-d-01-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>
<a href='http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/8-busta-e-03/' title='8-busta-e-03'><img src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/8-busta-e-03-thumbnail.jpg" width="120" height="90" class="attachment-thumbnail" alt="" /></a>

]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/rossana-podesta-e-walter-bonatti-unavventura-meravigliosa/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Emanuele Farneti presenta il numero di Epoca in edicola</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/emanuele-farneti-presenta-il-numero-di-epoca-in-edicola/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/emanuele-farneti-presenta-il-numero-di-epoca-in-edicola/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 11:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[emanuele farneti]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[walter bonatti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2103014</guid>
		<description><![CDATA[
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Anarchy Media Player - Right click to download file" href="http://video.panorama.it/opinioni/epoca_pano47.flv"></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/11/emanuele-farneti-presenta-il-numero-di-epoca-in-edicola/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Walter Bonatti, un italiano in cima al mondo</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/10/walter-bonatti-un-italiano-in-cima-al-mondo/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/10/walter-bonatti-un-italiano-in-cima-al-mondo/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 16:53:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Nessuna_categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[walter bonatti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102981</guid>
		<description><![CDATA[A due mesi dalla scomparsa, &#8220;Epoca&#8221; ricorda Walter Bonatti, le sue imprese in alta quota e i grandi reportage realizzati nei luoghi èpiù affascinanti del pianeta sul numero in edicola da sabato 12 novembre
Profondamente cambiato dall’uso di materiali e tecnologie sempre più raffinati, l’alpinismo non è certo più quello che Walter Bonatti praticò e amò. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2984" class="wp-caption aligncenter" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2984" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/epoca_cover2-large.jpg" alt="La copertina del numero di Epoca in edicola dal 12 novembre" width="672" height="402" /><p class="wp-caption-text">La copertina del numero di Epoca in edicola dal 12 novembre</p></div>
<p><em>A due mesi dalla scomparsa, &#8220;Epoca&#8221; ricorda Walter Bonatti, le sue imprese in alta quota e i grandi reportage realizzati nei luoghi èpiù affascinanti del pianeta sul numero in edicola da sabato 12 novembre</em><br />
Profondamente cambiato dall’uso di materiali e tecnologie sempre più raffinati, l’alpinismo non è certo più quello che Walter Bonatti praticò e amò. Eppure, sul «suo» Monte Bianco gli scalatori continuano a salire e anche, come ci ricordano le cronache di questi giorni, a rischiare la vita. Chissà come avrebbe commentato, lui che sopravvisse a prove terribili ma perse su quelle vette amici e compagni di cordata. <span id="more-2981"></span>Scomparso due mesi fa, Bonatti è ben vivo nella memoria di chi ne ha ammirato il coraggio e anche in quella di chi, tra gli anni 60 e i 70, seguì sulle pagine di Epoca i suoi viaggi. Perché Bonatti, il cui nome è legato a imprese come la spedizione sul K2 e la salita solitaria invernale del Cervino, abbandonò nel 1965 l’alpinismo per cominciare una nuova vita, quella di esploratore-fotografo. Dalle giungle ai deserti, dai ghiacci dell’Antartide ai vulcani dell’Indonesia, le sue immagini e i suoi racconti incantarono e informarono una generazione di lettori. Proprio Epoca, con un numero speciale in edicola dal 12 novembre, ricorda il suo prestigioso collaboratore, ripubblicandone i testi più avvincenti e proponendo oltre 100 immagini, molte delle quali inedite, provenienti dall’archivio Bonatti. Nelle 148 pagine del numero scorrono dunque le vite di Bonatti: quella vissuta in alta quota e quella trascorsa in giro per il mondo, dal primo reportage in Alaska all’amata Patagonia. Chiude il fascicolo un’intervista con Rossana Podestà, compagna degli ultimi trent’anni di Bonatti, che racconta del loro incontro romanzesco e del loro straordinario rapporto. Una terza vita, questa, fatta anche di libri, di conferenze e di spedizioni in capo al mondo. Fino all’ultimo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/11/10/walter-bonatti-un-italiano-in-cima-al-mondo/feed/</wfw:commentRss>
<enclosure url="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/11/epoca_cover2-large.jpg" length="48984" type="image/jpeg" />
		</item>
		<item>
		<title>Lezione da Tiffany</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/05/lezione-da-tiffany/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/05/lezione-da-tiffany/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 13:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Anni 60]]></category>

		<category><![CDATA[Audrey Hepburn]]></category>

		<category><![CDATA[Colazione da Tiffany]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[Tiffany]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102964</guid>
		<description><![CDATA[di Livio Caputo
Al quadrivio tra la Quinta e la Cinquantasettesima Strada a New York c’è uno dei luoghi più eleganti e raffinati della Terra: è insieme via Condotti, la Bond Street e la rue Saint-Honoré d’America. Qui si trova la gioielleria Tiffany, con le sue straordinarie vetrine che rappresentano una delle attrazioni della città: spesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2975" class="wp-caption alignnone" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2975" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/08/audry-hepburn-large.jpg" alt="(Credits: Gettu Images)" width="672" height="404" /><p class="wp-caption-text">(Credits: Getty Images)</p></div>
<p>di <strong>Livio Caputo</strong></p>
<p>Al quadrivio tra la Quinta e la Cinquantasettesima Strada <strong>a New York c’è uno dei luoghi più eleganti e raffinati della Terra</strong>: è insieme via Condotti, la Bond Street e la rue Saint-Honoré d’America. Qui si trova la gioielleria Tiffany, con le sue straordinarie vetrine che rappresentano una delle attrazioni della città: spesso espongono un solo gioiello, però con trovate eccezionali. <span id="more-2964"></span>Una volta Gene Moore, il capo vetrinista, le riempì di due quintali di maccheroni e spaghetti, comperati all’ingrosso in un negozio di Little Italy, e tenuti insieme da anelli e bracciali favolosi. Questa settimana le ha adornate di due fontane di stile orientale. Ma siccome New York in seguito a quattro anni di siccità scarseggia paurosamente di acqua, ha deciso di farle funzionare a gin. Cento litri di liquore scorrono sommessamente tra un bracciale di brillanti e un solitario da 100 mila dollari.</p>
<p>(…) Tiffany non è per gli americani solo il negozio dove si comprano i più squisiti gioielli, le più preziose cristallerie e i più fini oggetti di vermeil: è un simbolo e un pezzo di storia, qualcosa che è cresciuto col Paese e ne ha seguito le fortune.<br />
Esiste da 128 anni, un periodo che in una nazione così giovane equivale a un millennio in Europa. Il fondatore, Charles Tiffany, che nei primi tre giorni di attività nel 1837 incassò in tutto 4 dollari e 98 centesimi, acquistò e rivendette nel corso della sua vita la collana della regina Maria Antonietta, i gioielli della corona francese e la collezione di gemme dei principi Esterhazy. Abramo Lincoln si rivolse a lui pochi giorni prima di essere assassinato per donare alla moglie una collana di perle che le ricordasse la vittoria nella guerra di Secessione.<br />
Decine di migliaia di americani comprarono nel suo negozio gli avanzi del primo grande cavo telegrafico transatlantico del 1858, trasformati dai suoi orefici in fermacarte, braccialetti, manici di ombrelli e di frustini.</p>
<p><strong>Tiffany fu naturalmente anche il protagonista degli «anni ruggenti» dell’America</strong>. J.W. Mackay, il proprietario delle grandi miniere del Montana, gli mandò un giorno un carico di due tonnellate di argento, ordinandogli di ricavarne un servizio da tavola di mille pezzi, Diamond Jim Brady, il magnate delle ferrovie, visitava Tiffany tutte le mattine e per molti anni vi spese in media un migliaio di dollari al giorno. Una volta ordinò per la sua amica, l’attrice Lilian Russell, una bicicletta incrostata di gemme. Per Sarah Bernhardt Tiffany fabbricò uno specchio tutto d’argento alto più di tre metri e per un Vanderbilt un collier di smeraldi da 750 mila dollari.</p>
<p>Ma l’astuto uomo d’affari non si accontentò di soddisfare le stravaganze dei nuovi ricchi nei periodi di prosperità. Quando scoppiò la guerra di Secessione, fabbricò sciabole, mostrine e medaglie per l’intero esercito nordista. Suo figlio Lewis lo imitò nel 1916-18, fornendo gli strumenti chirurgici a tutti gli<br />
ospedali da campo dell’esercito americano in Europa. In pace come in guerra, Tiffany è sempre stato alla ribalta tra i protagonisti della grande epopea americana.</p>
<p>Oggi la leggendaria «ditta» si è assunta un nuovo compito: quello di <strong>custode del buon gusto e dell’eleganza </strong>contro l’assalto della civiltà di massa. Walter Hoving, il brillante ed estroverso svedese che nel 1956 ha acquistato Tiffany dagli eredi di Charles, è ossessionato da una profezia di Alexis de Tocqueville.<br />
Nel suo libro Democrazia in America, il saggista francese osservò che difficilmente il senso artistico avrebbe potuto sopravvivere a lungo in questo Paese, perché qui non c’era una élite aristocratica con esigenze raffinate, capace di obbligare pittori, architetti, gioiellieri e arredatori a dare sempre il meglio di sé. In una società democratica, o fluida come la chiamava lui, tutti i cittadini sono clienti potenziali. L’economia e<br />
l’abbondanza del prodotto diventano perciò più importanti della qualità. E aggiungeva: mentre l’aristocratico europeo che ordina un tavolo desidera quasi sempre trasmetterlo alla posterità, e perciò lo vuole eccellente, l’americano sa già che il suo status sociale ed economico è destinato a cambiare presto e perciò si accontenta di un oggetto di breve durata.</p>
<p>«Per quanto non sia d’accordo con la premessa da cui parte il signor Tocqueville» mi ha detto Hoving «è allarmante vedere in che misura le sue previsioni si siano avverate negli Stati Uniti di oggi, dove i nostri ideali di stile stanno per essere travolti dalla necessità della produzione in serie. L’errore, secondo me, è di attribuire eccessiva importanza a quelli che vengono chiamati, con espressione quanto mai vaga, i “gusti<br />
del pubblico”: troppe analisi di mercato, troppi sondaggi demoscopici&#8230; Ma il pubblico non sente affatto il bisogno di imporre il proprio gusto ai fabbricanti. La gente non chiede di meglio che di vederselo imporre, un gusto; vuole essere consigliata, guidata, diretta. Siamo noi che dobbiamo insegnarle a distinguere quel che è bello da quel che è brutto: e dunque Tiffany rimarrà assolutamente fedele a questa missione a costo<br />
di rimetterci». (&#8230;)</p>
<p>Ecco entrare a grandi passi, dalla porta girevole che si apre sulla Quinta Strada, un tipo di «pescecane» texano col caratteristico cappellone a larghe falde, la cravatta sgargiante, l’aria da padreterno: sembra che abbia ancora addosso la puzza del petrolio che deve avere trovato, non molto tempo fa, nel suo giardino. Si avvicina deciso a uno dei banchi e a voce un po’ troppo alta annuncia che desidera acquistare un grosso brillante per sé. Il vecchio commesso, impassibile, ribatte: «Sono spiacente, signore, ma dovrà rivolgersi altrove. Tiffany non ritiene che gli uomini debbano portare brillanti».<br />
Arriva una coppia di mezza età. Il marito vuole regalare un anello alla moglie. Dopo averne visti diversi, la donna concentra la sua attenzione su due esemplari, uno molto grande e costoso, l’altro più sottile e meno caro. Il primo le piace visibilmente di più, ma di nuovo un commesso interviene: «Le sue mani sono troppo piccole per quel gioiello, signora. Tiffany non glielo può consigliare». La cliente ammutolisce e si lascia<br />
persuadere. Il negozio ci ha rimesso cinquemila dollari, ma una nuova lezione è stata impartita con successo.</p>
<p>Da vari anni Tiffany si è assicurato i servizi di Jean Schlumberger, che qualcuno ha definito il «Benvenuto Cellini del Ventesimo secolo». I gioielli disegnati da lui non vengono esposti con gli altri; sono in visione in uno speciale salotto foderato di velluto, al mezzanino, al quale si arriva con un ascensore sorvegliato a vista da due detective. Questo è il sancta sanctorum del negozio, dove per varie ore, magari, non entra neppure<br />
un cliente: ma quando ne entra uno è il re del Marocco o la duchessa di Windsor o la duchessa di Kent. Gli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti, Eisenhower, Kennedy e Johnson, sono tutti passati di qui.</p>
<p>Tuttavia Walter Hoving ritiene che Tiffany, per assolvere la sua missione educatrice, non deve essere riservato soltanto alla high society: dev’essere invece un <strong>negozio nel quale tutti possono trovare qualcosa alla portata delle loro tasche</strong>. Ecco perciò che nelle vetrine, accanto ai solitari da 200 mila dollari, hanno fatto la loro comparsa gli anelli di fidanzamento da 75. Saranno magari soltanto la frazione di un carato, ma sono sempre brillanti Tiffany: cioè sono tutti P, che significa perfetti; o VVS, che sta per «molto leggermente imperfetti». Si può spendere anche molto meno: ci sono per esempio dei portachiave con una minuscola placchetta d’oro che reca un numero e la scritta: «Chi ritrovasse questo mazzo di chiavi è pregato di rispedirlo a Tiffany, che provvederà a restituirlo al suo proprietario».<br />
Per molti decenni, gli americani medi hanno considerato Tiffany con un misto di ammirazione e di timore reverenziale; la sua sede, un palazzo di sette piani che fu il primo al mondo a installare l’aria condizionata, passava per una via di mezzo tra un museo e i sotterranei della Banca d’Inghilterra. Holly Golightly, la stravagante eroina di Truman Capote, curava con una visita da Tiffany le sue angosce mattutine. «La quiete e la fiera imponenza di quella sala hanno l’effetto di calmarmi immediatamente i nervi» diceva. «Ho la sensazione che niente di veramente brutto possa capitarmi in un posto simile».</p>
<p>Il libro di Capote e la sua ancora più famosa versione cinematografica con Audrey Hepburn non hanno per fortuna indotto troppi newyorkesi a recarsi all’angolo tra la Quinta e la Cinquantasettesima Strada per la prima colazione. Ma hanno convinto molta gente che per entrare nella leggendaria gioielleria non è necessario essere dei nababbi.</p>
<p>«Negli Stati Uniti non si sa mai: tra dieci anni qualunque pezzente potrebbe essere un milionario» dice Hoving. In questo spirito, nel ’63 egli impostò tutta la sua campagna pubblicitaria sulla frase di un bambino che aveva definito la gioielleria «l’emporio di giocattoli della mamma».<br />
(&#8230;) I gioielli, del resto, rappresentano soltanto poco più di metà dell’attività di Tiffany: a pianterreno, accanto alle bacheche piene di brillanti, c’è la cartoleria che produce gli unici biglietti da visita eleganti degli Stati Uniti; al secondo e al terzo piano del palazzo ci sono meravigliose collezioni di cristalli, porcellana e argenteria, disegnate in esclusiva per Tiffany da artisti di tutto il mondo. Hoving in persona ha resuscitato, dopo oltre un secolo di oblio, la moda del vermeil, cioè dell’argenteria ricoperta da un sottile velo d’oro.</p>
<p>«<strong>Non c’è un altro posto come Tiffany</strong>» dice uno slogan della casa. Sotto molti rispetti questo è vero. Tanto vero che ogni anno, nei più svariati paesi del mondo, ci sono negozi che cercano di usurparne il nome: magari togliendogli, per sfuggire alla legge, una delle due «effe».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/05/lezione-da-tiffany/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Il fantasma del Che</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/05/il-fantasma-del-che/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/05/il-fantasma-del-che/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 12:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Anni 60]]></category>

		<category><![CDATA[Che Guevara]]></category>

		<category><![CDATA[Cuba]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[Fidel Castro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102951</guid>
		<description><![CDATA[di Jean Lartéguy
L&#8217;uomo di cui sentivo parlare di più – a volte come di un lupo mannaro, altre volte come di un Robin Hood – era un piccolo medico argentino dal fisico fragile e dallo sguardo un po’ beffardo, il quale come molti argentini ripete continuamente l’interiezione che, tanto che essa è ormai diventata il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2960" class="wp-caption alignnone" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2960" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/08/che-guevara-large.jpg" alt="(Credits: Mondadori Vintage Collection)" width="672" height="404" /><p class="wp-caption-text">(Credits: Mondadori Vintage Collection)</p></div>
<p>di <strong>Jean Lartéguy</strong></p>
<p>L&#8217;uomo di cui sentivo parlare di più – a volte come di un lupo mannaro, altre volte come di un Robin Hood – era un piccolo medico argentino dal fisico fragile e dallo sguardo un po’ beffardo, il quale come molti argentini ripete continuamente l’interiezione che, tanto che essa è ormai diventata il suo soprannome: Ernesto Guevara detto Che.<span id="more-2951"></span></p>
<p>Guevara, dopo essere stato un compagno della prima ora di Fidel Castro e uno dei più discussi ministri di Cuba, <strong>è scomparso misteriosamente</strong>. L’ho cercato dappertutto, ma non l’ho trovato, sebbene l’America Latina sia il continente in cui il segreto non esiste. Il Che non era in Bolivia e neppure in Colombia, dove si diceva che fosse penetrato vestito da prete. Non era in Perú né in Guatemala, dove sembra che alcuni suoi amici abbiano cercato per qualche tempo la sua tomba. Qualcuno lo diceva in Argentina, dove conservava buone amicizie in ambienti peronisti, o in Amazzonia, in Polonia, nell’Unione Sovietica, nel Vietnam&#8230;<br />
O a Cuba, ma sottoterra: ucciso addirittura da Osvaldo Dorticos, il presidente della repubblica.</p>
<p>A Cuba, il 1º maggio, migliaia di manifestanti inalberavano la sua fotografia, con la barba. Ma circolavano anche sue foto senza barba, col sigaro in bocca; si leggeva il suo ultimo messaggio che incitava i rivoluzionari latinoamericani a creare due o tre altri Vietnam nel loro continente. In tribuna d’onore, Fidel Castro teneva accanto a sé la figlia di Guevara. Al momento della sua scomparsa, però, Guevara non era più molto amato a Cuba.  Lo chiamavano  «l’argentino» con un po’ di disprezzo, ed era praticamente estromesso dalla corte di Fidel Castro. I rivoluzionari d’ogni paese arrivati a Cuba per la conferenza dell’Olas si sentivano continuamente ripetere da funzionari castristi,<br />
nell’albergo Habana Libre, che Guevara sarebbe riapparso; ma non ci credevano. Il mistero si va facendo sempre più fitto, al punto da diventare imbarazzante per Cuba. (…)</p>
<p>Castro era e rimane il rivoluzionario cubano al quale è andata bene in casa sua. Guevara invece, vivo o morto che sia, conta più di lui fuori dell’isola. Castro non fa certo paura ai russi, i quali invece hanno forse qualche ragione di temere questo fantasma del Che, questo rivoluzionario evanescente e intransigente che non si adatta alla realtà, questo personaggio spagnolesco, figlio spirituale delle federazioni anarchiche iberiche, convinto che ogni grande impresa si realizzi soltanto attraverso il disordine. I russi hanno i mezzi per fare stare calmo Castro: basta, per esempio, che gli rifiutino il petrolio. Ma contro il mito di Guevara sono pressoché impotenti: un mito non ha bisogno di petrolio.<br />
Guevara è argentino, è libero da influenze lontane, è l’uomo «che non ha voluto il potere»; vivo o morto che sia, <strong>Che Guevara è la rivoluzione</strong>; e Castro è un’altra cosa, più estraneo e assai meno affascinante agli occhi di tutti quei latinoamericani che fanno la guerriglia, o la preparano o la sognano.</p>
<p>Ernesto Guevara è nato nel 1928 a Rosario, in Argentina, da una famiglia della buona società, ha studiato medicina, e in politica è stato via via peronista, trotzkista, comunista. Si è sposato assai giovane con Hilda Gaeda, è stato tenente medico nell’esercito argentino, poi ha lasciato la moglie e il paese per andare in cerca della rivoluzione, come altri vanno in cerca di fortuna. Cinico e idealista insieme, capace di un umorismo di cui spesso i rivoluzionari sono privi, Guevara partecipa a ribellioni locali in Perú e in Honduras, poi passa nel Guatemala e diviene consigliere del presidente, il colonnello Arbenz. Tenta senza successo di creargli una milizia popolare, e poi gli organizza una polizia<br />
politica, ma troppo tardi: Arbenz crolla sotto i colpi di Castillo Armaz, anche un po’ per colpa propria, per mancanza di carattere, e Guevara giura a se stesso che un’altra volta sceglierà meglio l’uomo da servire, in un continente in cui gli uomini sono sempre più importanti delle idee.</p>
<p>Dal Guatemala, Che passa clandestinamente nel Messico, in cerca di una nuova rivoluzione, ed è a questo punto che egli incontra Raul Castro, il quale lo presenta a suo fratello. «Ho conosciuto Fidel» scriverà poi Guevara «in una fredda notte messicana: discutemmo lungamente di politica internazionale, e all’alba io ero già diventato un suo compagno di lotta». Arrestato dalla polizia messicana perché privo di documenti, Guevara viene tirato fuori di prigione da Castro, sul quale la sua influenza va aumentando, tanto che i compagni già dicono: «Quello che Che ha detto oggi, domani Fidel lo ripeterà». Il piccolissimo esercito castrista (82 uomini) è stato istruito da Alberto Bayo, un repubblicano spagnolo, che subito ha indicato Guevara come il più dotato, il migliore capo per la guerriglia. Ma Che ha l’asma, che nei momenti difficili lo paralizza. Riesce a vincere questa inferiorità con uno sforzo che indurisce il suo carattere, e sarà lui il capo di una delle colonne che occuperanno Santa Clara a Cuba, provocando il crollo del regime di Batista. Guevara è intrepido, ma anche autocritico: a volte ha paura e lo confessa, prende in giro se stesso e la sua asma, racconta che una volta si è sperduto, che un’altra volta al momento di sparare il suo mitra si è inceppato. Ma è sempre il più radicale e il più brutale quando si tratta di eliminare i tiepidi e i molli.</p>
<p>Col trionfo della rivoluzione, eccolo al potere. È stata raccontata molte volte la storia della sua nomina a presidente della Banca nazionale. Castro avrebbe domandato al gruppo dei barbudos: «Chi di voi è economista?»; e Che, semiaddormentato, avrebbe capito: «Chi di voi è comunista?», alzando il braccio e ottenendo fulmineamente la nomina. Forse la storia è falsa, ma illustra il clima in cui avvenne l’assunzione del potere a Cuba, dopo la vittoria. (…) Come presidente della Banca nazionale, elimina dall’economia cubana tutti coloro che non sono marxisti, e si priva così dei migliori economisti che rimanevano. Sulle banconote fa stampigliare solo il suo soprannome, Che, e da buon anarchico rifiuta di depositare la sua firma completa e legale al Fondo monetario internazionale, come fanno i capi di tutte le banche del mondo.</p>
<p>Nominato ministro dell’Industria, Guevara socializza Cuba d’un colpo: controllo dei cambi, monopolio di importazioni ed esportazioni, soppressione dell’iniziativa privata&#8230; Vuole industrializzare l’isola, che è priva di materie prime e di fonti d’energia: una catastrofe dalla quale Cuba non si è ancora ripresa.  Molti chiedono a Castro di allontanare Che. Castro esita, ma i fatti sono lì, disastrosi. Si elimina allora Guevara gradualmente. Viene creato il ministero dell’Industria zuccheriera, per sottrargli una parte dei suoi poteri; invece dello stakanovismo gratuito che egli voleva imporre ai cubani, si torna a misure pressoché «borghesi», ricompensando chi lavora di più. Non si arriva ancora ai premi in denaro (Guevara voleva sopprimere la moneta), ma si regalano motociclette, frigoriferi, vacanze premio&#8230;<br />
I piani del comunismo integrale di Guevara vengono ridotti al minimo ed egli reagisce con la sua lingua pungente, irritando Castro, che già non ha mai sopportato le sue critiche, e dopo l’andata al potere le sopporta ancora meno. (…)<br />
<strong>Marzo 1965. Incomincia il mistero di Guevara</strong>. Il giorno 5 egli fa ritorno all’Avana e in precedenza ha avvertito uno dei suoi amici argentini di Cuba: «Fatti trovare ai piedi della scaletta dell’aereo, ti devo dire cose importantissime». Ma ai piedi della scaletta trova invece ad attenderlo Fidel Castro col fratello Raul e il presidente della repubblica Osvaldo Dorticos. Lo conducono nella saletta degli ospiti d’onore ed è evidente che vogliono impedirgli di parlare con estranei. (…) Il Che non svolge più alcuna attività politica, ma è sempre a Cuba. Il 22 marzo tiene una conferenza sui suoi viaggi, in maggio lo si vede alla casa editrice Revolución, dove corregge le bozze del suo libro <em>Il socialismo e l’uomo a Cuba</em>. È l’ultima volta che qualcuno l’ha visto sicuramente. Pare che la notte successiva si sia incontrato con Castro e gli altri capi, e che sia esploso un nuovo alterco, con Fidel schierato contro di lui al fianco di Raul e di Dorticos. Secondo certe voci, proprio quella notte sarebbe avvenuto l’«incidente». Nel calore della discussione qualcuno avrebbe estratto la pistola, un colpo sarebbe partito&#8230; Ma niente finora ha confermato questa versione.</p>
<p>Il 2 ottobre 1965, anniversario della fondazione del Partito comunista cubano, Fidel Castro legge la lettera d’addio di Ernesto Guevara, che stranamente porta la data del 2 aprile. E molti amici argentini del guerrigliero dicono che quella lettera non può essere sua, non ha il suo stile; nemmeno con una pistola alla nuca il Che avrebbe scritto quel documento, nel quale si abbassa davanti a Castro. Alcuni dirigenti cubani, tra cui un ministro, dicono che Guevara è morto: «La sua lettera di addio resta un documento per la storia». Un alto funzionario del ministero degli Esteri precisa: «Noi conserveremo un buon ricordo di Che Guevara. È meglio così. Col suo cattivo carattere, un giorno o l’altro avrebbe rovinato tutto».</p>
<p>Passano alcuni mesi, e Guevara «riappare» un po’ dovunque. In febbraio, uno dei suoi vecchi amici mi ha detto che si trovava in Amazzonia, a organizzare un movimento di guerriglia destinato a estendersi anche alla Bolivia,  all’Argentina, al Brasile e al Paraguay. Quando poi si è scoperta un’organizzazione ribelle in Bolivia, è stato facile  proclamare che il capo era lui. Ma nessuno ha detto di averlo visto, tranne coloro che avevano interesse a credere alla sua presenza: cioè i militari boliviani, per chiedere armi e soldi a Washington, e lo scrittore francese Regis Debray, per servire il mito e spiegare la sua presenza in Bolivia come giornalista. Però il giornalista Roth, che non ha mai lasciato Debray, e che avrebbe dato la pelle per una foto di Guevara, non ha fotografato niente e non ha visto niente.</p>
<p>Quanto a me, ho già detto che l’ho cercato dappertutto. Ho incontrato la maggior parte degli uomini coi quali avrebbe dovuto entrare in contatto per lanciare la sua rivoluzione, e senza i quali non può fare nulla. Nessuno l’ha visto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/05/il-fantasma-del-che/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>The Fab Four</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/the-fab-four/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/the-fab-four/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 17:17:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Anni 60]]></category>

		<category><![CDATA[Beatles]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102940</guid>
		<description><![CDATA[Certo, poi arrivarono anche i Rolling Stones. Ma il simbolo perfetto degli anni Sessanta sono i Beatles, anche solo per ragioni cronologiche: i magnifici quattro di Liverpool si uniscono nel 1960 e si separano nel 1970. Epoca li intervistò nel 1965, alla vigilia del loro unico tour italiano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2945" class="wp-caption alignnone" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2945" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/08/beatles-pillowfight2harry-benson1964_alta-large.jpg" alt="(Credits: Harry Benson)" width="672" height="402" /><p class="wp-caption-text">(Credits: Harry Benson)</p></div>
<p>di <strong>Giacomo Maugeri</strong></p>
<p><em>Di solito i Beatles non concedono interviste, dunque questo è un privilegio raro</em>.</p>
<p>Mentre aspetto, mi domando se mi troverò davanti a quattro giovanotti stanchi e annoiati che risponderanno<br />
di malavoglia e diranno cose stravaganti. Invece no: <strong>i terribili Beatles sono sorridenti e miti come cherubini</strong>.<span id="more-2940"></span></p>
<p>Hanno la fama di ragazzi infernali (giorni fa, il Ku Klux Klan ha dichiarato loro guerra, considerandoli un’incarnazione del Diavolo), ma alla vigilia di partire per l’Italia, questi fabbricanti di frastuono, questi iconoclasti che non hanno rispetto per niente e per nessuno, vogliono dare prova di self-control. (&#8230;) Ma come hanno fatto i Beatles, partendo da zero, a diventare strepitosamente celebri, ricchi e talmente importanti da indurre il primo ministro Wilson a far conferire loro dalla regina la medaglia dell’Ordine dell’impero<br />
britannico? Ecco che cosa rispondono.</p>
<p>EPOCA: Liverpool è la città più «canora» d’Inghilterra: siete forse i napoletani d’Ighilterra?<br />
I BEATLES (in coro, eccetto Ringo che tace): La nostra città è un porto. C’è un viavai di gente che si vuole divertire, che ama le canzoni allegre. È il primo scalo delle navi che vengono dall’America, subiamo molto le influenze americane.</p>
<p>E.: I vostri primi successi li avete conosciuti ad Amburgo&#8230; Perché ci siete andati ?<br />
JOHN: La verità è che ad Amburgo ci offrivano 15 sterline la settimana. Badi bene: 15 sterline a testa. Ne spendevamo 14 per vivere, ma era lo stesso una fortuna.</p>
<p>E.: Quando siete partiti per Amburgo, Ringo non faceva ancora parte della troupe. Con voi, allora, c’era Pete Best. Perché poi vi siete separati da lui?<br />
J.: Perché non migliorava. Così lo abbiamo liquidato. (&#8230;) Quando tornammo nessuno ci riconobbe, perché avevamo i capelli lunghi.</p>
<p>E.: Non li portavate così anche prima?<br />
PAUL: Non tanto lunghi. Solo John, che frequentava il corso di belle arti, li portava lunghi.<br />
J.: Però è stato ad Amburgo che li abbiamo lasciati crescere tanto.<br />
GEORGE: Ci avevano detto che i parrucchieri tedeschi, quando si mettono uno sotto le forbici, glieli tagliano cortissimi. Noi non parlavamo il tedesco, non potevamo spiegare che volevamo solo una spuntatina. Avevamo paura di essere rapati.</p>
<p>E.: Il successo straordinario di questi ultimi due anni non vi ha ubriacati?<br />
P.: No. Saremo cambiati esteriormente, ma dentro siamo rimasti gli stessi.<br />
J. e G.: Ci vestiamo meglio e possiamo mangiare hamburger.</p>
<p>E.: Vivete per la musica o lavorate soltanto per fare soldi?<br />
RINGO: Per tutti e due.</p>
<p>E.: Ora siete ricchi e famosi. Come vedete il futuro?<br />
J.: Un letto di rose.</p>
<p>E.: Qualche cantante italiano che vi piace?<br />
J.: Marino Marini. Credo piaccia a tutti noi.<br />
P.: Ci piace anche Tito Gobbi. E anche Bengiamino Gigli, Benny.</p>
<p>E.: Conoscete Rita Pavone, Celentano, Bobby Solo?<br />
R.: Come si fa? Ci sono tanti cantanti in Italia!<br />
G.: Sappiamo che c’è qualcuno in Italia che canta una canzone nostra: Please, please me. Vorremmo sapere chi è.</p>
<p>E.: Siete mai stati in Italia?<br />
G.: No. Mai.</p>
<p>E.: Qual è il paese che vi piace di più?<br />
J.: L’America, New York, Los Angeles.<br />
P.: La Francia, il Portogallo, la Tunisia.</p>
<p>E.: Si dice che passiate le vacanze a Tahiti e a Honolulu.<br />
G.: Macché. Solo John è andato a Tahiti. Ha visto le polinesiane, magnifico.</p>
<p>E.: Se gli intervistatori foste voi, che domande fareste?<br />
G.: Vi piacerebbe sposare Sophia Loren?</p>
<p>E: Siete suoi ammiratori?<br />
P.: Sembra una ragazza in gamba. E poi è anche una buona attrice.<br />
J.: A me piace anche Claudia Cardinale.</p>
<p>E: In fatto di donne, che preferenze avete?<br />
R. (improvvisamente elettrizzato): A me piacciono quasi tutte.<br />
P.: A me quelle con molta femminilità.<br />
J.: Ce n’è un 50 per cento che mi piace.<br />
G.: A me, solo il 30 per cento.<br />
J.: È il più giovane di tutti. Fa il difficile.</p>
<p>E.: In poco tempo avete avuto moltissimo dalla vita. Che cosa desiderate ancora?<br />
BEATLES (in coro): Donne, salute, ricchezza e prosperità.</p>
<p>E.: Milioni di ragazzi e ragazze sono pazzi per voi. Li prendete sul serio?<br />
J.: Sì, perché sono la nostra vita.<br />
R.: Senza di loro non faremmo un soldo.</p>
<p>E.: Ricevete molte lettere dai fan italiani?<br />
P.: Ne riceviamo continuamente.</p>
<p>E.: Direte una frase in italiano in Italia?<br />
G.: Io non parlerò per tutto il tempo che starò in Italia. Parlo solo il tedesco.<br />
J.: Io ho una zia di Cortina.<br />
(&#8230;) Ringo si sente diverso da tutti, sta a disagio in loro compagnia, o comunque si comporta come se dovesse tutto agli altri. Ma in questa apparente timidità c’è tutto il fascino di Ringo, che risveglia nelle ragazzine sentimenti di amore materno e suscita in loro tenerezza. L’anno scorso, quando fecero il loro<br />
primo viaggio in America, fu lui a raccogliere le maggiori simpatie.</p>
<p>(&#8230;) Ultimamente, per potersi fare un’idea di ciò che spetta loro, hanno assunto un contabile. Che però ha continuato a fare conti senza riuscire a cavare fuori una cifra definitiva. È inutile perciò domandare ai Beatles<br />
quanto guadagnano: essi stessi non lo sanno. Guadagnano troppo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/the-fab-four/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Tre fratelli</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/i-kennedy-tre-fratelli/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/i-kennedy-tre-fratelli/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 15:49:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Anni 60]]></category>

		<category><![CDATA[Dallas]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[Kennedy]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102922</guid>
		<description><![CDATA[La storia di una famiglia che avrebbe potuto fare la Storia e venne invece travolta dal destino. Simbolo di un’America che voleva ringiovanire e si ritrovò invece, all’alba degli anni Settanta, stanca e presto sconfitta (nel Vietnam). I Kennedy, nel ricordo, evocano la malinconia di una promessa durata un decennio e mai mantenuta, per colpa di mani assassine. Così Epoca raccontò la saga di John, Bob e Ted, dal trionfo del 1960 all’ultima tragedia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2928" class="wp-caption alignnone" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2928" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/08/50430367_alta-large.jpg" alt="(Credits: Lisa Larsen/Getty Images)" width="672" height="403" /><p class="wp-caption-text">(Credits: Lisa Larsen/Getty Images)</p></div>
<p>di <strong>Raymond Cartier</strong></p>
<p><em>Un lungo mormorio accoglie <strong>John Kennedy</strong> quando entra nella sala dove affluiscono i risultati. Non lo si è mai visto così disteso.</em></p>
<p>Per comodità, in previsione della febbrile notte di attesa, ha indossato un maglione e calzoni sportivi, che gli danno un aspetto ancora più giovanile. Sono le otto di sera del <strong>7 novembre 1960</strong> e nella casa di Bob, dov’è insediato il quartier generale, regna un’atmosfera di entusiasmo. <span id="more-2922"></span>Fin dalle prime ore, lo spoglio delle schede dice che John ha un milione e mezzo di voti più di Nixon. Ma lui non si lascia contagiare dalla gioia. È troppo presto.</p>
<p>Arrivano le dieci. Nixon sta riguadagnando terreno. I commenti in tv si fanno prudenti. Alle tre del mattino si aspettano ancora i risultati della California e dell’Illinois. In questo momento di incertezza, John si alza, sbadiglia e dice: «Fino a domattina non sapremo niente. Io vado a dormire». Tutti si guardano: deve avere<br />
davvero i nervi a posto, se è capace di dormire in un momento simile. Ma la sua segretaria Evelyn Lincoln, uscendo per tornarsene in albergo, passa sotto le sue finestre e, al di là dei vetri, lo vede in poltrona con un libro sulle ginocchia e gli occhi persi nel vuoto. Kennedy non dorme. Da mesi non pensa che a vincere, e stasera la stanchezza di quei mesi gli pesa tutta sulle spalle. (&#8230;)</p>
<p>Il 2 giugno 1960, a dispetto di tutto e di tutti, aveva convocato una conferenza stampa: «Annuncio la mia candidatura alla presidenza degli Stati Uniti». Non avendo alcuna autorità nei confronti delle gerarchie del partito, si era presentato alle primarie facendo appello direttamente al popolo. La sua vittoria su Humphrey nel<br />
West Virginia aveva fatto di lui un «<strong>front runner</strong>», uno dei cavalli di testa. La Convenzione<br />
democratica l’aveva designato dopo un’aspra battaglia. La campagna si era svolta come tutte le campagne elettorali americane: in un frastuono in cui la sonorità delle parole conta più del significato. Kennedy, copiando il New Deal di Roosevelt, aveva lanciato uno slogan, «Nuova Frontiera», e aveva affrontato vittoriosamente Nixon in un dibattito televisivo. Ma all’alba di quell’8 novembre 1960 l’esito è ancora incerto. Quando il sole comincia a rosseggiare sull’Atlantico, John F. Kennedy è a letto. Alle 9 gli dicono che ha vinto. Di stretta misura: 100 mila voti di maggioranza su 69 milioni di votanti.<br />
Ma non importa. La consacrazione non è meno valida. (&#8230;)</p>
<p>Inizialmente si era pensato di escludere Dallas dall’itinerario, le cui tappe avrebbero dovuto essere Austin, Houston e San Antonio. A Dallas, quattro settimane prima, l’ambasciatore Adlai Stevenson, che teneva un discorso in favore delle Nazioni Unite, era stato coperto di insulti e sputi. La città ribolliva di estremismo. Kennedy e gli ideali che incarnava erano detestati. Molti lo avevano messo in guardia.</p>
<p>John è nervoso e distratto. Con la scienza del poi, si cercheranno nei suoi atteggiamenti<br />
i segni del presentimento. L’elicottero si alza, si vede la Casa Bianca. Forse Kennedy rivolge uno sguardo a<br />
quell’edificio che è il simbolo del potere che egli esercita da mille giorni. È riuscito? Ha fatto fiasco? È troppo presto per fare un bilancio, sebbene la fisionomia della sua presidenza si delinei già. Kennedy ha spazzato via la polvere che si è depositata su Washington durante l’amministrazione compassata di Eisenhower. Lo scetticismo è bandito. Non si ammette più, per esempio, che la conquista dello spazio sia considerata un capriccio dispendioso e che sia indifferente che i russi arriveranno sulla Luna per primi o per secondi.  L’America, con un capo giovane, è ringiovanita. D’altra parte, però, un’ombra va ingrandendosi: l’<strong>ombra del Vietnam</strong>. Il prudente Ike aveva sfiorato il pericoloso ingranaggio con un’unghia. L’energico Kennedy vi ha messo tutto il dito. C’è un corpo di spedizione embrionale che conta già 10 mila uomini e le responsabilità politiche aumentano. Solo pochi giorni prima il presidente del Vietnam del Sud Ngo Dinh-diem è stato rovesciato e assassinato. Quell’espressione preoccupata che gli si legge sul viso può darsi che sia dovuta a Saigon piuttosto che a Dallas&#8230;(&#8230;)</p>
<p><em>La folla stringe <strong>Bob Kennedy</strong> fin quasi a soffocarlo. Ovunque vada, egli parla del Vietnam</em>.<br />
Sotto la demagogia, traspare il vecchio isolazionismo dei Kennedy. «Ci sono uomini al di là del Pacifico che stanno morendo. Chi di loro avrebbe composto una sinfonia? Chi avrebbe scoperto il rimedio contro il cancro? Chi sarebbe diventato un campione di baseball? Questi giovani in mezzo alle risaie sono la più importante<br />
delle nostre risorse naturali. Bisogna riportarli in America. Per questo voglio diventare presidente».<br />
Il <strong>4 giugno</strong>, ultimo giorno della campagna per le primarie, Bob decide di andare nei quartieri neri di Los Angeles. È a bordo di un’auto scoperta. Migliaia gli tendono le mani, le afferra. Si sporge talmente che la<br />
guardia del corpo deve tenerlo per la giacca. L’indomani, cinque dei suoi figli arrivano da Washington per passare con lui la domenica. Alle otto di sera i primi risultati permettono queste previsioni: 49 per cento dei voti per Kennedy, 41 per cento per McCarthy, 10 per cento per Humphrey. Non è un trionfo, ma è una vittoria. Il quartier generale è all’Hotel Ambassador: lì, a mezzanotte, Bob si mostrerà alla folla. Nel corridoio che porta alle cucine è già arrivato un giovane cui nessuno ha chiesto i documenti: è un tipo abbronzato, che alcuni giorni prima ha scritto sul suo diario: «Kennedy deve essere ucciso prima del 5 giugno 1968». A mezzanotte e tredici, mentre Bobby sta attraversando le cucine, si odono otto colpi di rivoltella. Alcune ore più tardi, Rose Kennedy entra in un celebre negozio della Quinta Strada per scegliere il velo da lutto. «Porterò<br />
» dice «la mia collana di perle. Dovreste trovarmi qualche fermaglio per fissarla, perché non sbatta contro il feretro quando mi chinerò a baciarlo». (&#8230;)</p>
<p><em>Indomabili Kennedy. Contro il destino che si accanisc e, hanno sempre una riserva di stoicismo</em>.<br />
«Sono entrato in politica» diceva John «perché Joe è morto. Se mi succederà qualcosa, Bob prenderà il mio posto. E se succederà qualcosa a Bob, sarà Ted che raccoglierà la fiaccola&#8230;». <strong>Ted </strong>è oggi l’unico superstite dei quattro fratelli. Il <strong>19 giugno 1964</strong>, il suo aerocommander 680 andava a schiacciarsi in un frutteto a 160 chilometri da Boston. Rimasero uccisi il pilota e il suo segretario. Ted fu estratto dai rottami con varie ferite e la terza vertebra lombare fratturata. Si pensò che non sarebbe sopravvissuto. Poi, che non sarebbe stato più in grado di camminare. Invece, una volontà fantastica gli ha permesso un recupero ritenuto impossibile. Il <strong>20 gennaio 1965</strong> riprendeva posto nell’aula del Senato. Coricato a pancia in giù su un letto ortopedico, aveva continuato a dettare la corrispondenza e a esercitare il suo mandato.</p>
<p>Tuttavia, dei quattro, Ted sembra il meno armato per le lotte spietate. Suo padre diceva che era il più intelligente. È anche il più bonaccione e il più cocciuto. «Ted raccoglierà la fiaccola&#8230;». Alcuni giorni fa, un consiglio di guerra ha riunito gli intimi consiglieri dei Kennedy: Sorensen, Schlesinger, Salinger&#8230; Si trattava di prendere le opportune decisioni nel caso Ted avesse voluto presentarsi candidato alla vicepresidenza al fianco di Humphrey. La risposta, senza appello, è stata: no. «Intendo» ha dichiarato il senatore «consacrarmi ai miei quindici figli». Lui ne ha tre. Suo fratello Jack gliene ha lasciati due e Bob, appena assassinato, dieci. Il conto è esatto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/i-kennedy-tre-fratelli/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Epoca: Le radici della stagione del terrore</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/epoca-le-radici-della-stagione-del-terrore/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/epoca-le-radici-della-stagione-del-terrore/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 14:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Anni 60]]></category>

		<category><![CDATA[Calabresi]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[Strage Piazza Fontana]]></category>

		<category><![CDATA[Valpreda]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102914</guid>
		<description><![CDATA[1969: con la bomba di piazza Fontana a Milano cominciano gli anni di piombo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2918" class="wp-caption alignnone" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2918" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/08/epocacopertina1-large.jpg" alt="La copertina di Epoca" width="672" height="845" /><p class="wp-caption-text">La copertina di Epoca</p></div>
<p>di <strong>Bruno Vespa</strong></p>
<p>«Vespa, mi senti? L’uomo arrestato per la bomba di Milano si chiama Pietro Valpreda. È anarchico. Non dire che fa il ballerino, hai capito? Non dirlo…».<span id="more-2914"></span></p>
<p>Mancavano pochi istanti alle 20.30 di martedì <strong>16 dicembre 1969</strong> e i giornalisti inzeppati nell’anticamera del questore di Roma ascoltarono la voce del direttore del tg allora unificato, Villy de Luca, che aveva avuto la notizia<br />
dal ministro dell’Interno. Nessuno di noi in quel momento sapeva chi fosse <strong>Valpreda</strong>, ma poiché (sapemmo dopo) aveva avuto un contratto con la Rai – considerata dai moderati della maggioranza di centrosinistra un covo di sovversivi – ci mancava solo che fossimo noi a darci la zappa sui piedi.</p>
<p>Allora il telegiornale della sera andava in onda mezz’ora più tardi di oggi e così qualche istante dopo detti in diretta la notizia dell’arresto di Valpreda, riconosciuto dal tassista milanese Cornelio Rolandi (tessera del Pci in tasca) come l’uomo che il pomeriggio del 12 dicembre aveva messo la bomba nella sede della Banca dell’Agricoltura in<br />
piazza Fontana causando la morte di 17 persone e il ferimento di altre 88.</p>
<p>Additato come «mostro», Valpreda fu poi scagionato dalla strage e condannato solo per associazione sovversiva. Rolandi ribadì la sua deposizione fin sul letto di morte, profondamente amareggiato per le terribili accuse che gli furono rivolte anche dal suo partito, convinto che la strage fosse opera esclusiva dell’estrema destra. Dopo 42 anni e 30 di processi, non è stato identificato alcun colpevole. La Cassazione nel giugno 2005 addebitò la strage ai fascisti di Ordine nuovo capitanati da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili perché già assolti per lo stesso reato. Nel 1991 il brigatista veneto pentito Michele Galati aveva confermato la tesi originaria dei magistrati romani Ernesto Cutillo e Vittorio Occorsio, secondo cui il cervello della strage sarebbe stato fascista (Freda, Ventura e altri), ma la mano anarchica (Valpreda). Secondo Galati, la cui tesi fu suffragata da un’accurata inchiesta delle Brigate rosse,<br />
Valpreda avrebbe avuto come complice Giuseppe Pinelli, convinto anche lui che l’attentato sarebbe stato puramente dimostrativo perché la bomba sarebbe dovuta esplodere a banca chiusa. Questa tesi non ha mai trovato un riscontro processuale. Pinelli si uccise cadendo da una finestra della questura di Milano.</p>
<p>Né la tesi del suicidio per avere scoperto di essere stato manovrato dai fascisti né quella della disgrazia avallata dalla magistratura di Milano ha mai convinto i sostenitori di Pinelli. Una campagna di odio contro <strong>Luigi Calabresi</strong>, ingiustamente accusato di averlo buttato giù, finì con l’assassinio del commissario il 17 maggio ’72 per opera di militanti di Lotta continua. <strong>Il colpo di coda del ’68 italiano apriva la tragica stagione del terrorismo.</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/epoca-le-radici-della-stagione-del-terrore/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Mina. È un fenomeno? È un bluff? Dove arriverà?</title>
		<link>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/mina-e-un-fenomeno-e-un-bluff-dove-arrivera/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/mina-e-un-fenomeno-e-un-bluff-dove-arrivera/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 13:52:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<category><![CDATA[Anni 60]]></category>

		<category><![CDATA[Epoca]]></category>

		<category><![CDATA[Mina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">2102906</guid>
		<description><![CDATA[Da Epoca N. 537,  15 gennaio 1961
Idolatrata (dal pubblico), invidiata (dai colleghi) e odiata (dalla stampa), Mina inizia a cantare per gioco alla fine degli anni 50 e il suo successo è tale e improvviso da attirarle critiche spesso gratuite. Le tensioni esplodono al Festival di Sanremo del ’61, quando lei, data per vincente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2909" class="wp-caption alignnone" style="width: 682px"><img class="size-large wp-image-2909" src="http://blog.panorama.it/epoca/files/2011/08/mina_alta-large.jpg" alt="(Credits: Publifoto)" width="672" height="942" /><p class="wp-caption-text">(Credits: Publifoto)</p></div>
<p><em>Da Epoca N. 537,  15 gennaio 1961</em></p>
<p>Idolatrata (dal pubblico), invidiata (dai colleghi) e odiata (dalla stampa), Mina inizia a cantare per gioco alla fine degli anni 50 e il suo successo è tale e improvviso da attirarle critiche spesso gratuite. Le tensioni esplodono al Festival di Sanremo del ’61, quando lei, data per vincente, si piazza invece male e annuncia il ritiro da ogni gara canora. <span id="more-2906"></span>Il pubblico, però, non l’abbandona. E nel ’64, dopo la nascita del primo figlio Massimiliano, Mina diventa la mattatrice dei varietà televisivi.</p>
<p>Intanto la scena canora italiana si è arricchita: gli anni 60 vedono il successo di personaggi come Giorgio Gaber,</p>
<p>Ornella Vanoni, Bobby Solo, Gianni Morandi, Caterina Caselli, Patty Pravo, Luigi Tenco, Celentano, Al Bano, Rita Pavone&#8230;</p>
<p>Ma chi è dunque Mina, questo curioso fenomeno che, nata come paladina degli esagitati giovanotti in blue-jeans, oggi riesce a commuovere ed entusiasmare gente di tutte le età? (&#8230;)</p>
<p>«Mina la matta», la «Tigre di Cremona», la «Pantera dell’urlo», la «Vendicatrice del rock and roll», la ragazza che guadagna 150 mila lire al minuto. Non è bella, anzi. È troppo alta per una donna (un metro e 78),</p>
<p>le gambe dal ginocchio in giù sono imperfette, i fianchi sono stretti, il naso è impossibile, la zazzera metterebbe in crisi il più paziente dei parrucchieri e le mani, le famose mani che in scena sa muovere con</p>
<p>maestria stupefacente, sono grandi e irregolari.</p>
<p>Veste in modo goffo, indossando abitini che sembrano ereditati dalla sorellina.</p>
<p>Eppure, appena è in scena, acquista una carica di fascino che donne mille volte più belle di lei non riusciranno mai ad avere. (&#8230;)</p>
<p>A scuola la chiamavano «la cavallona».</p>
<p>(&#8230;)Cominciò a cantare «per sfottere» i cantanti. Era un modo come un altro per rompere la monotonia della vita da delfini di provincia che lei e i suoi amici vivevano.</p>
<p>(&#8230;) Una sera dell’estate di tre anni fa, Mina era in vacanza con la madre. C’era una festa da ballo, mamma e figlia ci andarono. A mezzanotte Mina saltò sul palcoscenico e incominciò a urlare una canzone. I giovani</p>
<p>in sala impazzivano d’entusiasmo e chiedevano dei «bis». (&#8230;)</p>
<p>Stona, non vale niente, sentenziarono i critici: solo un impresario di origine tunisina, un certo Matalon,</p>
<p>fiutò il successo in quella pazza scatenata, e la scritturò subito. (&#8230;)</p>
<p>Il successo esplose fulmineo. Mike Bongiorno la presentò a Lascia o raddoppia? come una specie di fenomeno da circo, e di colpo il fenomeno conquistò tutti i giovani d’Italia. Il povero Riva, per non essere da meno di Bongiorno, la presentò al Musichiere.</p>
<p>Per Mina, il gioco era fatto. (&#8230;)</p>
<p>L’addetto stampa di Mina è Mina, ed è di una bravura così incredibile che pare non abbia mai fatto altro. Così è riuscita a farci credere: a un casto amore giovanile, interrotto per la partenza del giovane (a uso</p>
<p>delle mamme); a una sana passione per un calciatore cremonese (a uso degli sportivi); all’infelice relazione con un giovane ricchissimo, milanese, biondo, alto, dallo sguardo sofferto che, avendole chiesto di</p>
<p>non andare per amor suo al Festival di Sanremo dell’anno scorso, e non avendo lei accettato per non spiacere al suo pubblico, l’ha abbandonata (per le lettrici di fotoromanzi); all’impossibile amore per</p>
<p>un uomo sposato, al quale ha rinunciato per non gettare nell’infelicità la moglie di lui (per tutte le spose d’Italia); a un’affinità elettiva col compositore d’avanguardia Gino Paoli (per i giovani intellettuali); per</p>
<p>finire con la notizia più fresca, quella della passione di cui si sarebbe acceso per lei il playboy Maurizio Arena (dedicata ad ammiratori e ammiratrici dei «fusti», e in genere dei flirt cinematografici). (&#8230;)</p>
<p>Questa è Mina, ragazza diabolicamente furba, spregiudicata a ragion veduta, e brava, indubbiamente molto brava. Non è ancora maggiorenne, e da due anni soltanto si muove nell’ambiente dello spettacolo.</p>
<p>Qualche tempo fa ha detto: «La cosa che mi fa più paura è pensare a quel che farò da grande». È qualcosa che fa paura a tutti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://blog.panorama.it/epoca/2011/08/04/mina-e-un-fenomeno-e-un-bluff-dove-arrivera/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
	</channel>
</rss>

