- Tags: profughi, rifugiati, Siria, Turchia
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La cifra, destinata ad aumentare in poco tempo, è di 2.800: e tanti sono i volti attoniti o sudati e i racconti di orrore o morte che si stanno concentrando in questo angolo di Medio Oriente, che è il confine sud-occidentale fra la Turchia, modello di stabilità, e la Siria in preda alla repressione del regime di Bashar Al Assad.
Il dato di 2.800 è stato fornito oggi dal ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, parlando a giornalisti all’ingresso della tendopoli di Yayladagi nel sudovest della Turchia. Continuo in questi giorni il flusso di pulmini bianchi di una cooperativa di tassisti della provincia di Hatay, che ha fatto la spola tra il confine siriano e il campo allestito dalla Croce Rossa turca, fra gli edifici di un tabacchificio abbandonato. Diverse centinaia di profughi sono state accolte pure in un centro vicino, Altinozu.
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- Profughi siriani nel campo allestito dalla Croce Rossa turca a Yayladagi
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La polizia non consente di parlare ai rifugiati, accolti in tende bianche da cinque posti, con il simbolo della l’organizzazione umanitaria islamica Mezzaluna rossa. “Non mi ci fanno parlare neanche a me”, si lamenta all’ingresso del campo un anziano di 81 anni. “Ho parenti in arrivo e non so se sono feriti”, dice mentre passa un convoglio di cinque pulmini da una quindicina di posti ciascuno: dietro un finestrino c’è il volto di una ragazza velata e spaesata. Si scorgono soprattutto bambini, poi inseguiti a distanza dalle telecamere di grandi network, sotto i panni stesi ad asciugare fra due faggi, dietro l’inferriata del tabacchificio.
A Guvecci, un paesino una decina di chilometri più a est, dove il confine siriano corre verso nord, il circo mediatico ha occupato la terrazza senza ringhiere di una casa abusiva che guarda le colline dalla vegetazione bassa, i campi di grano, gli uliveti e qualche faggio attraverso cui passa la maggior parte dei profughi: 200-400 solo oggi, dice chi li ha visti in mattinata. Mentre i teleobiettivi perlustrano la zona, resa inaccessibile dai militari turchi, che hanno montato una grande tenda per registrare e smistare i profughi, sbuca all’improvviso un uomo di 35 anni, sudato, ansimante: vive dall’altra parte del confine ma “non c’è più da mangiare, non c’è elettricità” e per questo ha corso per tutta la valle venendo a farsi ospitare, solo con la maglietta a righe verde e blu indosso, da amici che abitano nel paesino turco.
Media turchi come il sito del quotidiano Hurriyet, oltre ad ottenere immagini inedite di feriti della repressione in Siria, riescono però a far parlare anche testimoni diretti della repressione: soprattutto un soldato di 21 anni, Ahmad Gavi, che ha disertato dopo aver ricevuto l’ordine di “sparare e uccidere tutti i manifestanti” a Jisr Al-Shughour e aver visto giustiziare sul posto cinque commilitoni. Il giovane sostiene che l’uccisione di militari annunciata dal regime sarebbe il frutto di questi ammutinamenti. Un altro profugo, di 18 anni e indicato solo con le iniziali di A.J., ha riferito, di attacchi con elicotteri e colpi di bazooka contro le case di Jisr Al Shghour, dove l’ospedale non funzionerebbe e per questo i feriti vengono portati in Turchia. Il traffico di ambulanze visto a Yayladagi sembra dargli ragione. (ANSA)
- Venerdì 10 Giugno 2011


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