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Aung San Suu Kyi (Ansa/Good Films)
Oggi esce nelle sale italiane The Lady, il film di Luc Besson sulla “Signora”, come tutti chiamano Aung San Suu Kyi, “la Mandela al femminile”, o meglio “l’orchidea d’acciaio”, tra i vari titoli a lei dedicati il preferito dal marito Michael Aris e forse quello più riesce a raccoglie la delicatezza e la bellezza di questa donna coraggiosa, come la sua forza e fermezza. Continua

Berlino, pattinando sul lago ghiacciato (Ansa/EPA/Maurizio Gambarini)
Un’ondata di freddo e gelo ha investito l’Europa centro-orientale portando le temperature in Ucraina e altri Paesi dell’est addirittura al di sotto dei 30 gradi Celsius.

Germania, germogli di canna coperti da ghiaccio (AP Photo/dapd, David Hecker)
Pur non dimenticando i disagi che si sono generati, ci godiamo lo spettacolo della natura in queste stupende foto.
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Germania, germogli di canna coperti da ghiaccio
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Svizzera, Davos
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Berlino, pattinando sul lago ghiacciato
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Minsk, fredda mattina d’inverno
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Germania, riflessi sul fiume ghiacciato
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Romania, diga ricoperta di ghiaccio a Constanta
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Istanbul innevata
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Romania, gabbiano sulle acque ghiacciate del Mar Nero
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Kiev, il parco
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La chiesa più alta della Germania
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Germania, monte Schauinsland
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Germania, escursionisti sul monte Kahler Asten
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Monaco di Baviera, pattinando sul canale ghiacciato del castello di Nymphenburg
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Germania, battello tra il ghiaccio sul fiume Elba
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Ucraina, pescatore avvolto in telo di plastica a mo’ di tenda
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Germania, bolle d’aria nel ghiaccio del fiume Reno
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Spagna, Rubi
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Spagna, la spiaggia di La Concha a San Sebastian
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Kiev, attraverso il finestrino di un bus
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Romania, sulle rive ghiacciate del Mar Nero
Vedi anche: ONDATA DI NEVE E GELO SULL’EUROPA

Kiev, il parco (Ansa/EPA/SERGEY DOLZHENKO)

(AP Photo/Musadeq Sadeq)
Kabul, Afghanistan, imbiancata dopo una bufera di neve.
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(Ansa/EPA/Shamshahrin Shamsudin)
I cinesi di tutto il mondo il 23 gennaio celebrano il nuovo anno lunare, l’Anno del Drago.
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(Ansa/Cesare Abbate)
Tir e taxi fermi da nord a sud Italia.
Traffico bloccato alla barriera di Caserta dell’autostrada A1 a causa della protesta dei tir per contestare il rincaro del gasolio, l’aumento dei pedaggi autostradali e dell’Irpef, 23 Gennaio 2012.
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(AP Photo/Asmaa Waguih,Pool)
Seduta inaugurale del neo-eletto Parlamento egiziano, riunito per la prima volta dalla cacciata del presidente Hosni Mubarak, Il Cairo, 23 gennaio 2012.
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(Ansa/EPA/Mast Irham)
La tennista americana Serena Williams, testa di serie n.12, a sorpresa eliminata agli ottavi dalla russa Ekaterina Makarova.
La nostra Sara Errani è invece ai quarti di finale, terza italiana a riuscirci dopo Adriana Serra Zanetti nel 2002 e Francesca Schiavone l’anno scorso.
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Kabul ricoperta di neve
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Cinesi in festa per l’Anno del Drago
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Traffico bloccato alla barriera di Caserta
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Seduta inaugurale del Parlamento egiziano
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Australian Open, Serena Williams eliminata

1920, George Eastman e Thomas Edison (AP Photo)
Icona della fotografia, dopo 131 anni avendo immortalato la storia, la quotidianità e anche la sua poesia, la Eastman Kodak Company, più semplicemente nota come Kodak, getta la spugna.
Da questa mattina è in amministrazione controllata. Dopo decenni di difficoltà nel passare dalla pellicola al digitale, il gigante americano della fotografia ha presentato intorno alla mezzanotte istanza di bancarotta in tribunale a New York.
George Eastman, fondatore dell’azienda, scelse il nome ora mondialmente noto “Kodak” senza che avesse un significato particolare, ma solo “perché era un nome breve, vigoroso, facile da pronunciare e, per soddisfare le leggi sui marchi depositati, non significava nulla”.
Oggi Kodak ha perso vigore, ma il suo nome resta inscalfibile nella memoria e pregno di significato.
LA STORIA DEL FALLIMENTO
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1920, George Eastman e Thomas Edison
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Sede Kodak di Rochester
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Prototipo di macchina fotografica digitale accanto alle EasyShare One
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Una macchina fotografica Kodak folding
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Vecchie diapositive Kodachrome
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Lavorazione di pellicole di medio formato
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Negativo in bianco e nero di un rullino Kodak
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Rullimo Kodachrome e schede di memoria a confronto
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Il George Eastman Memorial a Rochester
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Sensori di immagine incorporati su una lastra di silicio

(ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)
Contro le annunciate liberalizzazioni, alcune centinaia di tassisti a bordo delle loro auto si sono radunati stamani vicino allo “Juventus Stadium” alla periferia di Torino, in assemblea permanente.
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(AP Photo/Vincent Thian)
Taiwan si avvicina alle urne per scegliere il prossimo presidente. Domani le elezioni.
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(AP Photo/Rafiq Maqbool)
L’India festeggia un anno dal suo ultimo caso di poliomielite.
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(AP Photo/Musadeq Sadeq)
Eminenti leader dell’opposizione afghana hanno annunciato il loro sostegno a possibili negoziati di pace in Afghanistan, ponendosi come mediatori tra Usa e militanti talebani, a patto di essere parte di qualsiasi trattativa.
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(EPA/FRANCK ROBICHON)
Il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda ha provveduto a un mini rimpasto di governo mini al fine di portare avanti la riforma fiscale e amministrativa.
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(AP Photo/Ramon Espinosa)
Commemorazione del 2° anniversario del terremoto di Haiti davanti alla fossa comune di Titanyen, alla periferia di Port-au-Prince.
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Torino, assemblea dei tassisti contro le liberalizzazioni
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Taiwan si avvicina alle urne per scegliere il prossimo presidente
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L’India festeggia un anno dal suo ultimo caso di poliomielite
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Tentativi di pace in Afghanistan
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In Giappone mini rimpasto di gabinetto
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Commemorazione del 2° anniversario del terremoto di Haiti
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Mini rimpasto di governo in Giappone

Il rompighiaccio Healy rompe il ghiaccio intorno alla petroliera Renda (AP Photo/US Coast Guard - Petty Officer 1st Class Sara Francis)
In pieno ventunesimo secolo sembra impossibile che possa esistere al mondo, tanto più nella potente America, un paese isolato e impossibilitato di terzi contatti (e soprattutto rifornimenti), la cui sopravvivenza è legata al coraggio umano di sfidare la natura. E invece esiste. Si chiama Nome, villaggio di circa 3.500 anime nella fredda Alaska già noto per l’eroica missione del cane Balto, che a causa di una violenta tempesta che a novembre ha bloccato i rifornimeti di gasolio e benzina, è rimasto stretto nel ghiaccio e a corto di provviste indispensabili per superare l’inverno.
Per questo si è reso necessario l’ingaggio di una petroliera russa rompighiaccio, la Renda, scelta perché più vicina alle coste di Nome, che riempita di gasolio e benzina è in viaggio per rifornire la cittadina via mare, essendo impossibile via terra.
La Renda ha però una limitata capacità di navigare in acque ghiacciate, per questo la sua rotta è scortata dalla nave rompighiaccio della Guarda Costiera americana Healy, in una insolita collaborazione marina statunitense-russa.
Sul suo percorso la Renda si troverà ad affrontare più di trecento miglia di ghiaccio marino, con a bordo 1,1 milioni di galloni di gasolio e 300mila di benzina. Ecco le spettacolari immagini del proibitivo viaggio tra i ghiacci.
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Il rompighiaccio Healy fa strada alla petroliera Renda
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Healy e Renda a 165 miglia da Nome
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Il rompighiacchio Healy in azione
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La petroliera russa Renda
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Il rompighiaccio Healy rompe il ghiaccio intorno alla petroliera Renda
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Le Renda e la Healy 19 km a nord ovest dell’isola di Nunivak
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Il rompighiaccio americano Healy scorta la petroliera russa Renda
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La petroliera russa Renda trasporta il carburante necessario per la cittadina di Nome
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La Healy e la Renda sotto lo sguardo della guarda costiera
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La nave cisterna russa Renda a Unalaska, Alaska

L'arrivo nell'Antartico della spedizione guidata da Amundsen
Cent’anni fa si compiva la “conquista” del Polo Sud da parte di un manipolo di uomini guidati dal norvegese Roald Amundsen.
Il 14 dicembre 1911 ha segnato la prima vittoria contro un ambiente tanto sconosciuto quanto ostile e al limite della sopravvivenza, affrontato con un equipaggiamento che oggi fa sembrare incredibile quell’impresa.
Amundsen e i suoi quattro compagni di viaggio raggiunsero l’Antartide riuscendo a piantare la bandiera norvegese dopo un’appassionante gara con l’esploratore britannico Robert Falcon Scott (si può rivivere quell’appassionante confronto, giorno per giorno, su entrambi i fronti, nel libro La corsa al Polo Sud di Amundsen Scott. Sincronia di una sfida sui ghiacci di Roberto Graziani).
Una storia dal fascino particolare, commistione di fatica, coraggio e sfida, ancora più ammaliante oggi che ogni luogo sulla faccia della Terra sembra già raggiunto.
La riviviamo in questa gallery, nelle rare foto rimaste di quell’impresa.
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L’arrivo nell’Antartico della spedizione guidata da Amundsen
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14 dicembre 1911: Oscar Wisting, Olav Bjaaland, Sverre Hassel e Roald Amundsen al Polo Sud
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Roald Amundsen al Polo Sud
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La statua di Roald Amundsen al Polo Sud
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L’idrovolante Latham 47 con il quale Amundsen nel 1928
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Il dirigibile Italia di Umberto Nobile al Polo Nord
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Roald Amundsen
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Il Latham 47, il velivolo su cui Roald Amundsen trovò la morte
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I membri dell’equipaggio del Latham 47, tutti scomparsi insieme a Amundsen nel 1928
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Un enorme tunnel di ghiaccio in Antartide
È stata anche una corsa per battere sul tempo la spedizione rivale, guidata dal britannico Robert Falcon Scott, ma soprattutto un momento fondamentale nella storia della presenza dell’uomo in Antartide, il continente bianco che per moltissimi è considerato una terra dedicata alla scienza e alla pace.
La spedizione di Amundsen era partita nel giugno 1910 con la nave Fram. Dopo mesi di preparazione ed una falsa partenza che aveva rischiato di concludersi in tragedia, il 19 ottobre 1911 c’era stato lo scatto finale verso la conquista del Polo Sud geografico. Il punto di partenza era la base organizzata in prossimità della costa, sulla baia delle Balene che si affaccia sul Mare di Ross.
Amundsen, che all’epoca aveva 39 anni, si mise in cammino con quattro uomini (nel libro La conquista del Polo Sud il racconto, direttamente dalla sua penna): Olav Bjaaland, Helmer Hanssen, Sverre Hassel e Oscar Wisting. Avevano 4 slitte con 52 cani, scarponi progettati dallo stesso Amundsen, giacconi confezionati con pelli di foca, renna e lupo; gli sci erano molto lunghi per limitare il rischio di cadere nei crepacci e le tende erano, a detta dello stesso Amundsen, “le più robuste e pratiche mai costruite”. Il cibo era a base di carne di foca, verdure e farina d’avena.

Oscar Wisting, Olav Bjaaland, Sverre Hassel e Roald Amundsen al Polo Sud (Ansa)

Roald Amundsen al Polo Sud (Ansa/American museum of natural history di New York)
L’estate antartica stava arrivando, ma il tempo era ancora molto difficile, soprattutto per la nebbia che impediva di orientarsi e di sfuggire al pericolo dei crepacci. Nonostante tutto la spedizione proseguiva diretta, lungo una strada scandita da tappe regolari e che gli uomini segnavano con una sorta di “pietre miliari” fatte di blocchi di neve e dislocate a intervalli di circa cinque chilometri.
In meno di un mese, il 17 novembre i cinque uomini avevano raggiunto la catena Transantartica. La strada più diretta, anche se tutt’altro che facile, era seguire un ghiacciaio molto ripido che Amundsen chiamò “Axel Heiberg”, in onore di uno dei finanziatori della spedizione. In poco più di tre giorni la prima metà della scalata era stata completata. Dei 52 cani, sette non ce l’avevano fatta ad affrontare la montagna e solo 18 sarebbero andati avanti. Gli altri sarebbero stati uccisi per far mangiare gli uomini e gli altri cani. “Nell’aria c’erano depressione e tristezza”, ha scritto in seguito Amundsen ricordando quei momenti.
Poi la difficile traversata del “Ghiacciaio del Diavolo”, pieno di crepacci, e finalmente l’ultimo tratto del viaggio, dove venne “doppiata” la spedizione di Scott, che pur non sapendolo si trovava in vantaggio e che sarebbe arrivata al Polo Sud 35 giorni dopo quella norvegese.
Nel pomeriggio del 14 dicembre Amundsen era il primo uomo a raggiungere il Polo Sud. “Nessuno ha mai raggiunto un obiettivo così diametralmente opposto ai suoi desideri”, commentò ironicamente l’esploratore, che fin da bambino aveva sognato di raggiungere il Polo Nord. Poiché il telegrafo era troppo pesante per far parte dell’equipaggiamento della spedizione, il successo venne annunciato solo il 7 marzo 1912.

L'idrovolante Latham 47 con il quale Amundsen nel 1928 (Ansa)
Amundsen (la cui vita da esploratore è ripercorsa nel libro South with the Sun di Lynne Cox) morì nel 1928 in un incidente aereo sui cieli del Mar Glaciale Artico mentre tentava generosamente di prestare soccorso alla spedizione italiana guidata da Umberto Nobile, schiantatosi sul ghiaccio con il dirigibile Italia, dopo aver raggiunto il Polo Nord.
VEDI anche: Alla conquista del Polo sud: l’epica gara tra i ghiacci in mostra a Genova

3 febbraio 1970, Joe Frazier in una pausa degli allenamenti (AP Photo/Marty Lederhandler)
Il campione del mondo dei pesi massimi, l’americano Joe Frazier, 67 anni, è morto ieri per un cancro al fegato.
Fuoriclasse di un’epoca in cui il pugilato si faceva quasi per fame e i migliori avevano una popolarità simile ai Messi e ai Ronaldo di oggi, fu il primo a battere il leggendario Mohammed Ali con un voto unanime dei giudici dopo 15 round, nel 1971, al Madison Square Garden di New York. Il match fu chiamato il “combattimento del secolo”. Nei due incontri successivi, nel 1974 e nel 1975, fu invece sconfitto.
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23 ottobre 1964, Joe Frazier lancia un sinistro alla testa del tedesco Hans Huber alle Olimpiadi di Tokyo
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15 marzo 1967, Muhammad Ali scherza con Joe Frazier in allenamento
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3 febbraio 1970, Joe Frazier in una pausa degli allenamenti
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16 febbraio 1970, Joe Frazier mette al tappeto Jimmy Ellis
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22 novembre 1970, Joe Frazier con la sua famiglia
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8 marzo 1971, Muhammad Ali incassa un sinistro di Joe Frazie
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8 marzo 1971, Joe Frazier ha atterrato Muhammad Ali al 15° round
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22 gennaio 1972, sfida per il titolo mondiale tra Joe Frazier e George Foreman
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1 ottobre 1975, Joe Frazier perde per KO tecnico contro Muhammad Ali
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1 ottobre 1975, Joe Frazier colpito alla testa da Muhammad Ali
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3 settembre 1980, Joe Frazier col figlio Marvis e il pugile James Shuler
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Frazier aveva cominciato la sua carriera con 29 vittorie consecutive
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Joe Frazier è seduto in un angolo del ring
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7 agosto 2005, Joe Frazier spettatore di boxe a Sydney
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11 marzo 2010, Joe Frazier a Sydney
Domenica scorsa, quando si era diffusa la notizia che Smokin’ Joe stava lottando contro il cancro, Mohammed Ali avevano fatto sapere che avrebbe “pregato” per il suo vecchio avversario.

8 marzo 1971, Joe Frazier ha atterrato Muhammad Ali al 15° round (AP Photo/File)

Alessandria d’Egitto, la protesta dei cristiani copti
Tensione alle stelle in Egitto, dove nella serata di ieri la minoranza cristiana copta è scesa in strada per protestare contro il governatore della provincia di Assuan dove la scorsa settimana una chiesa è stata data alle fiamme.
Al Cairo la manifestazione è degenerata sanguinosamente. Gli scontri prima con estremisti musulmani e poi con le forze di sicurezza sono iniziati nel quartiere di Shoubra nel nord della capitale per poi allargarsi lungo il Nilo nella zona di Maspero davanti alla sede della tv di Stato e a piazza Tahrih. Si contano 24 morti tra i dimostranti e oltre 200 i feriti: le violenze più gravi dalle rivolte anti-Mubarak dello scorso febbraio.
Il primo ministro egiziano Essam Charaf ha dichiarato che l’Egitto sarebbe “in pericolo” mentre la polizia militare assicura che nella capitale è tornata la calma.
[LEGGI ANCHE: Egitto, l’ira dei Copti arriva al Cairo - L’ANALISI]
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Il Cairo, un manifestante copto ferito curato dai compagni contestatori
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Il Cairo, le forze di sicurezza egiziane accanto a un veicolo in fiamme
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Il Cairo, un cristiano copto lancia pietre contro le forze d’ordine
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Il Cairo, auto data alle fiamme
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Il Cairo, un dimostrante copto dà fuoco un veicolo dell’esercito
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Il Cairo, due soldati armati corrono dietro a dimostranti copti
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Il Cairo, i corpi di manifestanti copti uccisi nell’obitorio di un ospedale
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Alessandria d’Egitto, la protesta dei cristiani copti
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Il Cairo, cristiani copti manifestano innalzando croci
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Il Cairo, scontri vicino al palazzo delle tv Maspero
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Il Cairo, manifestanti cristiani copti si scontrano coi soldati
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Il Cairo, i cristiani si riuniscono per protestare contro un recente attacco a una chiesa
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Il Cairo, un manifestante ferito viene trasportato via dai compagni
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Il Cairo, le forze di sicurezza egiziane in tenuta anti-sommossa
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Alessandria d’Egitto, cristiani copti protestano davanti alla Biblioteca
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Il Cairo, il fumo dei gas lacrimogeni riempie la strada
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Il Cairo, foto coi cellulari dei corpi dei manifestanti uccisi
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Alessandria d’Egitto, centinaia di cristiani copti hanno protestato contro la distruzione di una chiesa nella provincia di Assuan
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Alessandria d’Egitto, padre Mikhail tra i manifestanti davanti alla Biblioteca
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Il Cairo, scontri tra forze di sicurezza e manifestanti in zona Maspero
Diverse auto sono state date alle fiamme e alcuni copti hanno prelevato benzina dai serbatoi di altri veicoli con cui hanno preparato bombe molotov. “Dio e con noi, Cristo è con noi. Loro vogliono che l’Egitto sia uno Stato islamico, ma noi non ci arrenderemo”, inneggiavano lungo la strada i cotpi.
Sul fronte opposto i musulmani ripetevano senza sosta, “Islam, Islam, Islam”.

Il Cairo, un manifestante copto ferito curato dai compagni contestatori (AP Photo/Nasser Nasser)

Fori di proiettili in un caffè dove diverse vittime furono colpite (AP Photo/Darko Bandic)
A poco più di due mesi dalla strage che ha sconvolto la Norvegia, l’isola Utoya, dove Anders Behring Breivik sparò per un’ora facendo 69 vittime, è stata aperta alla stampa, che ha potuto osservare e fotografare gli angoli dove il 22 luglio i giovani del campus laburista hanno vissuto il terrore.
Pochi giorni prima, l’1 ottobre, l’isola è stata aperta ai familiari. “Alcuni volevano sapere il più possibile a proposito di quanto successo, altri meno. Ma tutti volevano vedere il posto dove i loro familiari sono stati uccisi o feriti”, ha raccontato l’ispettore John Stamnes.
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Fori di proiettili in un caffè dove diverse vittime furono colpite
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Una rosa sul salvagente del traghetto “MS Thorbjoern” che trasporta persone da e per l’isola di Utoya
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La scritta su un edificio in cui alcune delle vittime del 22 luglio sono state uccise
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Il traghetto utilizzato da Anders Behring Breivik per raggiungere l’isola
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L’interno di un bagno nel rifugio-scuola dell’isola Utoya
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Il capanno scuola usato come alloggio e per workshop politici
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Un edificio in cui alcune delle vittime del 22 luglio sono state uccise
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Alberi sul luogo dove le ultime dieci vittime sono state colpite
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Una porta sfondata al Caffè dove diverse vittime sono state uccise
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Il foro di un proiettile in un bar dove molte vittime furono uccise
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L’interno di una camera nel rifugio-scuola dell’isola Utoya
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Tre rose rosse lasciate come tributo floreale alle vittime nell’erba dietro il capanno scuola
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Vista esterna del capanno-scuola vicino al luogo dove è stato arrestato l’aggressore
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Il traghetto che Anders Behring Breivik usò per raggiungere l’isola
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Giornalisti a bordo del battello per l’isola di Utoya
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Il campeggio con l’edificio del Caffè
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Il 22 luglio sull’isola Anders Behring Breivik uccise 69 persone
Anti-islamista e fondamentalista cristiano, in guerra contro il multiculturalismo di cui il partito laburista era ai suoi occhi il simbolo, Breivik sull’isola fece una spietata caccia all’uomo mentre i ragazzi cercavano scampo in mare.
Lo stesso giorno il trentaduenne di estrema destra piazzò una bomba a Oslo, vicino al quartier generale del governo, che uccise altre 8 persone.

Un ribelle combattente dietro la bandiera libica pre-Gheddafi (Ansa/EPA/VASSIL DONEV)
Il 20 settembre la “nuova” bandiera libica è stata issata presso la sede delle Nazioni Unite di a New York, alla presenza dell’ambasciatore libico. E anche all’Assemblea Generale ONU ha fatto il suo ingresso trionfale, tra applausi, come al palais des Nations a Ginevra.
Ma per strade e piazze libiche è ormai da mesi che sventola questa nuova vecchia bandiera, composta da tre bande orizzontali, rossa nera e verde (la banda centrale nera è grande il doppio delle altre due), che simboleggiano le regioni storiche Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, ed una mezzaluna e una stella bianche al centro. Si tratta dello stesso tricolore avuto sotto il Regno di Libia (1951-1969), nell’era pre-Gheddafi, che il Consiglio Nazionale di Transizione ha deciso di rispolverare come “emblema della Repubblica Libica”.
Si contrappone alla bandiera voluta dal Mu’ammar che è (o forse si dovrebbe dire era) completamente verde, l’unica bandiera nazionale al mondo ad essere monocolore e priva di disegni o insegne.
Nonostante dopo mesi di conflitto i ribelli stentino ancora a trovare un governo in grado di annientare le milizie del Colonnello e a Sirte la situazione sembri drammatica, con le due forze opposte ad asserragliare la città, vediamo in queste foto la bandiera tricolore che sventola, da Tripoli alle porte di Sirte fino al Palazzo di Vetro, e pare voler già affermare un cambiamento.
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Tripoli, al mercato un bambino tocca la nuova vecchia bandiera, quella dell’era pre-Gheddafi
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Proteste a Tripoli davanti alla bandiera pre-Gheddafi
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Un diciottenne libico mostra il suo ciondolo rappresentante una bandiera dell’era pre-Gheddafi
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La bandiera del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia presso la sede europea delle Nazioni Unite, a Ginevra
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Mohammed Hamam, 3 anni, con una bandiera libica pre-Gheddafi e un fucile giocattolo
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Una donna di Zuara vestita con i colori della nuova bandiera libica dalla testa ai piedi
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Ribelli in un’auta dipinta con i colori della bandiera libica dell’era pre-Gheddafi
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Assemblea Generale dell’ONU a New York: viene posizionata la “nuova” bandiera libica
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Una bandiera pre-Gheddafi sventola su un veicolo dei ribelli libici vicino all’aeroporto di Sirte
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Ribelli libici con la loro bandiera durante un attacco per la città di Sirte
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Un uomo e un bambino con la bandiera libica monocolore imposta da Gheddafi
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Un ribelle combattente dietro la bandiera libica pre-Gheddafi
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Tripoli, la caricatura di Gheddafi calciato via da una gamba che spunta da una bandiera dei ribelli libici
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Un uomo avvolto della bandiera dei ribelli libici, risalente all’epoca pre-Gheddafi
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Tripoli, donne con la nuova ufficiale bandiera libica
VEDI anche: Gheddafi in graffiti: la fine del dittatore sui muri della Libia

Un diciottenne libico mostra il suo ciondolo rappresentante una bandiera dell’era pre-Gheddafi (AP Photo/Alexandre Meneghini)

La polizia arresta una manifestante sul Ponte di Brooklyn (AP Photo/Stephanie Keith)
Sono soprattutto giovani, delusi, e soprattutto arrabbiati contro le banche e Wall Street. Gli “indignati” americani riuniti nel movimento “Occupy Wall Street“, dopo due settimane di accampamenti davanti alla sede della Borsa, sabato 1 ottobre hanno invaso il ponte di Brooklyn bloccando il traffico, in una manifestazione non autorizzata.
La Polizia di New York aveva raccomandato ai leader della protesta di marciare sui marciapiedi del Ponte, senza fermare la circolazione stradale. Ma presto i militanti anti-finanza hanno occupato le corsie paralizzando la il traffico.
Gli agenti sono intervenuti con oltre settecento fermi ma la stragrande maggioranza degli arrestati, dopo essere stati denunciati per disordini, è stata rilasciata a piede libero.
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La polizia arresta una manifestante sul Ponte di Brooklyn
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La polizia tra la folla per arrestare i dimostranti
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Dopo i bivacchi di fronte a Wall Street la protesta sul Ponte di Brooklyn
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La polizia ha fermato più di 700 persone
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La protesta, seppur pacifica, non era autorizzata e ha bloccato il traffico
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I manifestanti protestano contro il salvataggio governativo delle banche
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I manifestanti fanno parte del movimento “Occupy Wall Street”
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Il manifestazione è contro le banche e Wall Street
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La stragrande maggioranza degli arrestati per disordine pubblico è stata rilasciata
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Gli attivisti hanno iniziato le loro proteste il 17 settembre, occupando Zuccotti Park
Il movimento “Occupy Wall Street” protesta contro il salvataggio governativo delle banche e l’influenza della finanza sulla politica Usa, ma anche contro l’alto tasso di disoccupazione e i pignoramenti delle case.
Le dimostrazioni segnalano il fermento crescente di tutti i gruppi che sono essenziali per la rielezione del presidente Barack Obama: i giovani, le minoranze, i sindacati, le donne.
Gli attivisti hanno iniziato le loro proteste il 17 settembre occupando Zuccotti Park, nel cuore del distretto finanziario di Manhattan, a due passi da quello che un tempo era il World Trade Center. Da allora hanno mantenuto presidi anche dinanzi alla sede della borsa di New York.
Le proteste di sabato, seppur pacifiche, hanno costretto le autorità a tenere chiuso per diverse ore il ponte più famoso di New York.
Contemporaneamente a Boston sono state arrestate ventiquattro persone, mentre una vasta folla (circa 3mila persone, secondo gli organizzatori) si era assiepata dinanzi agli uffici di Bank of America, la più grande banca degli Stati Uniti. A San Francisco centinaia di persone si sono riuniti davanti a una succursale di Chase Bank, a Market Street e la polizia ha arrestato sei manifestanti. E adesso le proteste minacciano di estendersi anche a Washington.
“Chiediamo l’arresto di Ben Bernanke (il presidente della Federal Reserve, ndr) per tutto il denaro dei cittadini usato per salvare le banche”, ha detto un animo attivista.

Il torero nano Praxedis Martinez si pettina prima della corrida (AP Photo/Raquel Cunha)
In Messico è una tradizione del week-end vecchia alcuni decenni: la corrida dei toreri nani.
Dei “matador” affetti di nanismo scendono in plaza ma di fronte a loro si trovano invece di tori di grossa stazza dei vitelli. A differenza della corrida classica, poi, gli animali non vengono feriti o uccisi. Niente di tutto ciò, lo spettacolo vuole essere pulito e simpatico, e intanto essere socialmente utile spazzando via pregiudizi nei confronti dei nani.
I tenaci “enanitos toreros” scendono nell’arena con mini abiti, eleganti e coloratissimi, e con dei “capotes” dalle forme animalesche stuzzicano i vitelli dalle corna accennate, che non vengono “matados” ma solo un po’ presi in giro.
In questa gallery vediamo Ignacio Zaragoza, detto “Nacho”, e colleghi nell’arena di San Miguel de Allende.
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Il torero nano Praxedis Martinez, soprannominato “Candy Clown”, si pettina prima della corrida
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Il torero nano Rogelio Ayala, soprannominato “Roger”
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Il torero nano Ignacio Zaragoza, soprannominato “Nacho”, sventola il suo mantello
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Il torero nano Antonio Garcia, soprannominato “Tony”, è caricato da un vitello
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Un gruppo di toreri nani si prepara a esibirsi nella plaza di San Miguel de Allende
Tutte le nostre gallery sulla CORRIDA

Il torero nano Ignacio Zaragoza, soprannominato Nacho, sventola il suo mantello (AP Photo/Raquel Cunha)

Città del Guatemala, uomo mascherato controlla l'interno di un bus pubblico (AP Photo/Rodrigo Abd)
Ci sono professioni insospettabilmente pericolose in certe parti del mondo.
Lo sanno bene gli autisti di autobus in Guatemala, dove in un anno e mezzo sono stati uccisi più di 200 conducenti.
Esplosioni a bordo, vetture incendiate, proiettili contro i finestrini dalla strada: in vari modi ma con lo stesso intento di terrorizzare e uccidere si muovono i malviventi per estorcere ai proprietari di bus la loro “quota di sicurezza”.
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Città del Guatemala, uomo mascherato controlla l’interno di un bus pubblico
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Città del Guatemala, i residenti hanno organizzato gruppi armati per controllare le strade a causa di insicurezza e minacce di estorsione
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Bus pubblico a Mixco, periferia di Città del Guatemala
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Città del Guatemala, bus pubblico con la scritta: “Gesù è la sola soluzione”
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Ciudad Quetzal, periferia di Città del Guatemala: bus attaccato e incendiato
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Città del Guatemala, un autista di bus accasciato sul volante dopo essere stato colpito da un proiettile
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Gli autisti di autobus vengono uccisi perché si rifiutano di pagare ai malviventi la “quota di sicurezza”, una tassa di estorsione
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Città del Guatemala, un autista di bus con un’immagine del Cristo sul finestrino
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Città del Guatemala, esplosione su un autobus: 5 morti, 16 feriti
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Città del Guatemala, un investigatore ispeziona un bus carbonizzato
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Antigua: i bus guatemaltechi spesso sono colorati, con simboli religiosi, ed ex bus scolastici americani recuperati
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Un uomo fermato dalla polizia e sospettato di aver ucciso un conducente di bus a Città del Guatemala
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San Jose Pinula, un bus ha preso fuoco dopo una forte esplosione
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Un agente di sicurezza privata fa la guardia sul retro di un autobus pubblico a Città del Guatemala
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Ciudad Quetzal, periferia di Città del Guatemala: un bus è stato assalito e dato alle fiamme
Il Guatemala è uno stato piccolissimo del Centro America e, con quasi 50 assassini per ogni centomila abitanti, segnala livelli di violenza altissimi, superando zone di guerra come Iraq o Afghanistan.
Il tasso di omicidi guatemalteca è tra i maggiori dell’emisfero occidentale. Le bande criminali seminano il terrore nelle città e nei villaggi e pochi omicidi vengono perseguiti.

Ciudad Quetzal, periferia di Città del Guatemala: bus attaccato e incendiato (AP Photo/Moises Castillo)
Le bande armate e i cartelli della droga messicani approdati nel Paese agiscono senza controllo. Le estorsioni a danno dei circa 3.000 autobus della capitale Città del Guatemala, il centro più violento, portano nelle casse dei criminali più di 70.000 euro settimanali.
“L’insicurezza nel Paese ha raggiunto livelli allarmanti” sostiene l’analista guatemalteco Fernando Girón Soto sul Washington Post.
Le vedove degli autisti di autobus si sono addirittura riunite in una associazione, l’Asociación de Viudas de Pilotos del Transporte Colectivo (AVITRANSP), per reclamare giustizia e cercare di rifarsi una vita senza i mariti ma con i figli da sfamare, costruendosi delle abilità per avere un lavoro.

Città del Guatemala, un autista di bus accasciato sul volante dopo essere stato colpito da un proiettile (AP Photo/Rodrigo Abd)

Un uomo guada un campo allagato a Tando Muhammad Khan (AP Photo/Muhammed Muheisen)
Le piogge monsoniche sono fenomeni tipici di questo periodo dell’anno nel sud-est asiatico, essenziali per l’agricoltura, ma le inondazioni di questa stagione stanno mettendo in ginocchio il Pakistan meridionale e hanno già distrutto il 13% del raccolto di cotone.
Si calcola che abbiano finora provocato circa 300 morti e colpito quasi sette milioni di persone.
Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere 337 milioni di dollari per un piano di aiuti di emergenza.
In questa gallery raccogliamo fotografie dal Pakistan, tra il fango.
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Un uomo guada un campo allagato a Tando Muhammad Khan
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Surij Veer, 5 anni, tiene la mano del padre mentre cammina per una strada allagata nel distretto di Digri
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Pakistani si fanno largo tra l’acqua trasportando fasci d’erba a Badin
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Donna sfollata per le inondazioni torna al suo accampamento a Tando Muhammad Khan
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Una sfollata cammina lungo una strada allagata con in mano un’ascia per tagliare il legno
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Donna sfollata trasporta un bambino tra le acque a Tando Muhammad Khan
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Rada Chanad, 2 anni, in braccio alla madre Meena, sfollata insieme ad altre donne
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Ragazzo sfollato per le inondazioni cammina tra l’acqua in direzione di una strada nel distretto di Badin
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Sfollati sul tetto di bus nel distretto di Badin
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Due uomini sulle rovine di una casa circondata dall’acqua
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Uomini si fanno strada tra l’acqua alluvionale vicino Hyderabad
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Un’anziana è aiutata da un’altra donna ad attraversare una strada allagata a Tando Muhammad Khan
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Bambini sfollati raccolgono riso al bordo della strada a Tando Muhammad Khan
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Ragazzino cammina con il padre tra le acque alluvionate a Badin
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Una ragazzina cammina tra le acque alluvionali nel distretto di Badin
Le forti piogge monsoniche cadute nell’ultimo mese hanno sommerso 23 distretti della provincia del Sindh. In totale 31.960 villaggi sono stati inondati con enormi danni ai raccolti di cotone, banana, datteri e canna da zucchero.
I soccorsi sono gestiti dall’esercito che ha tratto in salvo oltre 100 mila persone dai villaggi inondati.

Surij Veer, 5 anni, tiene la mano del padre mentre cammina per una strada allagata nel distretto di Digri (AP Photo/Muhammed Muheisen)
A distanza di un anno dalle alluvioni che nel 2010 hanno colpito il Pakistan lasciando oltre 20 milioni di abitanti senza un tetto e senza le risorse per la loro sopravvivenza, in questi giorni il dramma si sta ripetendo nelle pianure del Sindh e del Baluchistan.

Rada Chanad, 2 anni, in braccio alla madre Meena, sfollata insieme ad altre donne (AP Photo/Muhammed Muheisen)
“Ancora una volta massicce precipitazioni monsoniche hanno gonfiato i fiumi facendoli straripare ed allagando, stando alle stime disponibili fino ad ora, oltre 600.000 ettari di terreni” ha spiegato Pietro Fiore, responsabile in Pakistan della ong italiana Cesvi. “Il numero dei senzatetto è calcolato in quasi 7 milioni di persone, 650.000 sono le case distrutte o gravemente danneggiate, il 72% delle coltivazioni è andato perduto e lo stesso vale per il 40% dei capi di bestiame che sono una fonte di reddito fondamentale per le famiglie rurali. Gli sfollati che hanno dovuto lasciare oltre alla casa anche le zone di origine e sono ammassati in campi profughi sono più di 800.000 di cui almeno un quarto sono bambini al di sotto dei 12 anni“.
Si teme però che le stime siano parziali e destinate a crescere nelle prossime giornate. Oltre alla necessità di dare acqua potabile, cibo ed un riparo alle vittime, è necessario intervenire nel settore dell’igiene comunitaria per scongiurare il pericolo di epidemie di colera, malaria e dengue.

Il volto di Vladimir Lenin al Museo d'arte socialista di Sofia (AP Photo/Oleg Popov)
Il 19 settembre a Sofia si è inaugurato l’imponente Museo d’Arte Socialista, simbolo di una separazione lunga e dolorosa della Bulgaria dal suo passato totalitario.
La cerimonia è avvenuta alla presenza del primo ministro Boiko Borissov, del ministro delle Finanze Dyankov Simeone, del ministro della Cultura Veshdi Rashidov e del sindaco di Sofia Yordanka Fandukova.
Il museo, affiliato alla Galleria Nazionale d’Arte, raccoglie e conserva esempi di arte bulgara realizzati tra il 1944 e il 1989, durante l’epoca comunista.
Sono esposti più di 150 reperti, tra cui 60 dipinti. Il Museo comprende un parco di sculture dove troneggia una statua di Lenin di 45 tonnellate, prima eretta al centro di Sofia, nel luogo ora occupato dalla statua di Santa Sofia. Presente, tra le opere, anche la stella a cinque punte rossa, simbolo socialista, che era posizionata in cima alla sede del partito.
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Il volto di Vladimir Lenin al Museo d’arte socialista di Sofia
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La stalla rossa a cinque punte simbolo del comunismo
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Nel parco con le statue di vari governanti dell’era sovietica
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Il primo ministro bulgaro Boiko Borisov davanti a un ritratto di Lenini
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Una scultura del leader sovietico Vladimir Lenin
Rashidov ha ricordato che il Museo è costato al ministero della cultura circa 1,8 milioni di euro. “Abbiamo girato l’intera Bulgaria per tirare fuori da cantine e scantinati il meglio dell’arte dell’epoca socialista”, ha osservato.
D’effetto la dichiarazione del ministro Diankov: “Si chiude una pagina della storia bulgara e il comunismo va a finire al suo posto giusto - nel museo“.
Nella zona all’aperto del museo, su 7.500 metri quadrati, sono collocate 77 statue monumentali di Marx, Lenin, Stalin, Gheorghi Dimitrov (il Lenin bulgaro), di partigiani e semplici lavoratori.
Nelle sale invece sono raccolti famosi quadri dei più noti pittori bulgari dell’epoca del totalitarismo, nonché diversi oggetti con i simboli del comunismo.
Come sfondo acustico si sentono i discorsi dei ‘grandi’ Dimitrov e Zhivkov, che lodano “la nuova società e i piani quinquennali dell’economia socialista”.
In una sala vengono proiettati documentari di quell’epoca e un negozio vende souvenir del comunismo e t-shirt (a otto euro) con su stampate le immagini dei fondatori del comunismo e dei ‘timonieri del socialismo reale’.
L’ingresso al museo è in via Luchezar Stanchev 7, vicino all’ufficio della polizia stradale KAT.

1971, l'equipaggio della Phyllis Cormack: i pionieri di Greenpeace (Ansa/Greenpeace)
Possono sembrare dei rompiscatole chiassosi come dei paladini dell’ambiente. Certo è che in nome del loro credo gli attivisti di Greenpeace non hanno paura di protestare e buttarsi in prima linea in tutte le maniere più d’impatto possibile, inanellando ormai 40 anni di blitz.
Sì, perché l’organizzazione ambientalista oggi compie quattro decenni di vita e di lotte. Era a bordo di un peschereccio, il Phyllis Cormack, che il 15 settembre 1971 maturò la prima azione per salvare il Pianeta dalla minaccia nucleare. Ben presto quella malandata imbarcazione colorata da strisce parallele e verticali sulla prua divenne una nave guerriera, la Raimbow Warrior, per combattere le ingiustizie ambientali ma soprattutto per fermare la caccia alle balene nei grandi e freddi mari del sud del mondo.
I pionieri furono Jim Bohlen, Irving Stowe e Paul Cote (con Bob Hunter, un giornalista).
Nel compleanno di Greenpeace, riviviamo questi 40 anni di proteste e campagne spettacolari in questa gallery fotografica, dalla prima storica missione verso l’isola di Amchitka all’affondamento della Rainbow Warrior nel porto di Auckland.
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5 agosto 1971: Robert Hunter al timone della Phyllis Cormack
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1971, l’equipaggio della Phyllis Cormack: i pionieri di Greenpeace
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5 agosto 1976, sulle acque a largo di San Francisco
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La base di Greenpeace nell’Antartide, con lo scopo di farne un parco mondiale
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1981, David McTaggart sulla Vega contro i test nucleari a Muroroa
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2 ottobre 1984, paracadutista salta giù dalla centrale elettrica di Gavin
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10 luglio 1985, l’affondamento della nave Rainbow Warrior
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5 agosto 1985: Gloucester, Massachusetts, un’azione di boicottaggio
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16 giugno 1995: contro l’affondamento nel Mare del Nord della piattaforma petrolifera Brent Spar
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4 luglio 1995, Gianna Nannini con Greenpeace davanti all’ambasciata di Francia a Roma
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9 luglio 1995: commandos francesi effettuano controlli a bordo della nave Rainbow Warrior II, vicino all’isola Mururoa
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21 marzo 1996: Rainbow Warrior II torna in mare dopo il rilascio da parte delle autorità francesi
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Assalto alla Rijnborg che trasportava scorie nucleari
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Marzo 2006, Rio de Janeiro: striscioni dalla statua del Cristo Redentore chiedendo ai governi di proteggere la biodiversità globale
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2008, Greenpeace blocca la centrale a carbone di Sassari
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2009, sul Mount Rushmore National Memorial una sfida a Obama a dare prova di leadership circa il riscaldamento globale
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2 ottobre 2010: protesta contro la dipendenza della Francia al petrolio
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10 novembre 2010: “Speranza?” sulle spiagge di Cancun, contro i cambiamenti climatici
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13 settembre 2010, a Montreal contro il petrolio e per lo sviluppo di energie più pulite
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14 luglio 2010, a Bruxelles contro le perditi in acqua di petrolio
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16 novembre 2010: attivista subacqueo invoca: “Proteggiamo la barriera corallina ora”
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Agra, India: nei cieli sopra Tai Mahal un pallone invoca il disarmamento nucleare, contro i test nucleari indiani
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17 agosto 2010: a Città del Messico protesta contro il riciclaggio dei rifiuti industriali
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Un attivista di Greenpeace tiene un cartello sotto un dispositivo di aggregazione del pesce chiedendo la creazione di una rete globale di riserve marine
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25 aprile 2011, Rio de Janeiro: contro lo sviluppo di un impianto nucleare
Oggi le tre strisce colorate del 1971 si sono trasformate nell’intero spettro dell’arcobaleno, che col tempo è divenuto il suo simbolo sfoggiato nei blitz a difesa dell’ambiente.
L’associazione non governativa ambientalista e pacifista è stata infatti fondata a Vancouver in piena guerra fredda da un gruppo di attivisti per opporsi ai test nucleari degli Usa in Alaska (ad Amchitka). Poi le lotte per la Terra diventano campagne: quelle per tutelare energia e clima, foreste, mare, contro gli Ogm, inquinamento, nucleare e per la pace e il disarmo.
Gli attivisti on line sono 11 milioni al mondo, oltre 2.000 le persone dello staff operativo (dislocate in 27 uffici in 41 Paesi) in, 3,5 milioni di sostenitori (di cui 53 mila in Italia).

16 giugno 1995: contro l'affondamento nel Mare del Nord della piattaforma petrolifera Brent Spar (Ansa/Greenpeace)
Oggi le navi sono diventate tre: la Rainbow Warrior II, l’Arctic Sunrise e la Esperanza. E ora tutto è pronto per la Rainbow Warrior III, pronta per ottobre.
E per chi crede che Greenpeace sia un baraccone vistoso ma inconcludente, citiamo alcune delle vittorie ottenute lungo la storia griffata arcobaleno: il trattato internazionale che protegge per 50 anni l’Antartide da esplorazioni petrolifere, la messa al bando delle spadare, la moratoria Internazionale per la caccia commerciale alle balene (del 1982), il divieto di sversamento di scorie nucleari in mare, la salvaguardia delle foreste primarie….

Una per una le 60 Miss in gara (FOTO © LUIGI SAGGESE)
Il 18 e 19 settembre, sotto l’egida di Fabrizio Frizzi con diretta su Rai Uno, a Montecatini Terme sarà eletta la nuova reginetta di bellezza italiana, in un’edizione di Miss Italia rinnovata.
La patrona Patrizia Mirigliani ha infatti inserito nel concorso nuove categorie ed ecco quindi comparire Miss Mamma, Miss Sportiva e, soprattutto, Miss Taglia 44: finalmente anche alle curve viene “ufficialmente” riconosciuta la loro capacità di seduzione. Madrina della serata conclusiva sarà la stupenda spagnola Ines Sastre.
Mentre continuano a far parlare le tre esclusioni di aspiranti Miss per pose e foto osé (dopo Alice Bellotto e Raffaella Modugno eliminata anche la mamma Miss Liguria Tiziana Piergianni), mettendo sotto accusa un regolamento ormai superato, noi vi proponiamo in questa gallery le 60 finaliste. Quale è la vostra Miss Italia?
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Una per una le 60 Miss in gara
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Alessia Cervelli, n. 1
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Martina Invernizzi, n. 2
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Daniela Bertuletti, n. 3
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Nicole Andreolli, n. 4
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Valentina Vidal, n. 5
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Mara Dell’Armellina, n. 6
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Miriam Portino, n. 7
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Sarah Baderna, n. 8
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Maria Paola Parmeggiani, n. 9
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Michela Albiani, n. 10
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Rebecca Alessi, n. 11
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Susanna Faenza, n. 12
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Maria Ludovica Perissinotto, n. 13
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Ilaria Rocchetti, n. 14
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Dalila Pasquariello, n. 15
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Maura Manocchio, n. 16
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Sara Teodoro, n. 17
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Stefania Bivone, n. 18
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Grazia Guerrieri, n. 19
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Vanessa Cozza, n. 20
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Daniela Cau, n. 21
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Giusy Buonocunto, n. 22
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Alessia Tedeschi, n. 23
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Sophia Sergio, n. 24
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Maria Falconieri, n. 25
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Silvia Sanna, n. 26
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Silvia D’Onofrio, n. 27
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Jennifer Milan, n. 28
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Virginia Cei, n. 29
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Francesca Scattolini, n. 30
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Eleonora Pierella, n. 31
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Selene Cropelli, n. 32
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Claudia Marcassa, n. 33
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Maria Chiara Farina, n. 34
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Simona Colella, n. 35
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Janette Giuseppa Sammartino, n. 36
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Francesca Piatti, n. 37
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Valentina Canevelli, n. 38
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Barbara Storoni, n. 39
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Maria Polverino, n. 40
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Desirèe Ferlito, n. 41
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Sabrina Ferrigato, n. 42
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Giulia Gambin, n. 43
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Chiara Caporalini, n. 44
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Margherita Arciprete, n. 45
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Mayra Pietrocola, n. 46
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Miriam Dadi, n. 47
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Paola Ampezzan, n. 48
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Irene Cioni, n. 49
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Chiara Cavassini, n. 50
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Maria Serena Filippo, n. 51
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Elisa Forti, n. 52
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Vanessa Zanardo, n. 53
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Sara Izzo, n. 54
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Valentina Cammarota, n. 55
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Fabrizia Santarelli, n. 56
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Federica Pintus, n. 57
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Giulia Calcaterra, n. 58
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Susanna Cicali, n. 59
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Erika Bufano, n. 60
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Foto di gruppo (prima che venisse eliminata Tiziana Piergianni per foto osé)
GUARDA anche: Chi sarà Miss Universo 2011? Tutte le concorrenti

Dar al-Hajar, il Palazzo della Roccia (Ansa/ EPA/YAHYA ARHAB)
In pieno periodo di vacanze, con gli occhi a inseguire mete di viaggio appetibili e quanto più favolose, il servizio fotografico di Yahya Arhab, dell’European Pressphoto Agency, sembra arrivare a proposito.
Dallo Yemen, terra arsa e fascinosa della Penisola araba, ecco delle superbe immagini di quello che è uno dei siti più fotografati e un simbolo del Paese grazie alla sua meravigliosa architettura: Dar al-Hajar, ovvero il Palazzo della Roccia, nella valle Wadi Dhahr, a nord della capitale San’a’.
Passato tra distruzioni e ricostruzioni, si innalza spettacolare sulla sommità di un pinnacolo roccioso. Negli anni è stato anche una residenza di vacanze per i sovrani yemeniti. Respiriamolo in queste foto.
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Ecco Dar al-Hajar, il Palazzo della Roccia
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Il Palazzo della Roccia si trova sulla sommità di una montagna nella valle Wadi Dhahr
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Il Palazzo della Roccia è situato a nord della capitale San’a’
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Lo storico Palazzo si sviluppa su cinque piani
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Lo spettacolo delle finestre decarative su una facciata del Palazzo della Roccia
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Distrutto durante il periodo ottomano, il Palazzo è stato poi costruito dall’Imam Mansour Bin Mehdi Abbas nel 1786 dC
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Negli anni ‘30 il sovrano Yahya Hamid Al-Din ne fece una residenza estiva
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L’Imam Yahya ristrutturò il Palazzo e aggiunse un mafraj, una stanza all’ultimo piano della casa e dalle cui finestre si può vedere la valle da ogni angolo
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Il Palazzo della Roccia è diventato un simbolo per lo Yemen per la sua straordinaria architettura

Il Palazzo della Roccia si trova sulla sommità di una montagna nella valle Wadi Dhahr (Ansa/EPA/YAHYA ARHAB)

Un dimostrante costruisce una barricata (Ansa/EPA/RAUL GOYCOOLEA)
Esplode di nuovo nelle strade di Santiago del Cile il malcontento sociale, con decine di migliaia di studenti medi ed universitari (100mila secondo gli organizzatori, 60mila per le autorità) che accompagnati da professori, genitori e varie altre categorie di lavoratori, il 9 agosto, nel giorno dello sciopero nazionale, tornano a mettere sotto pressione il governo del presidente Sebástian Piñera, finito al livello più basso di consensi dall’inizio del suo mandato, nonostante un recente sostanzioso rimpasto dell’esecutivo.
La nuova sfida degli studenti, nella nona mobilitazione in tre mesi, ha dato luogo anche ad alcuni scontri con barricate allestite dai manifestanti e fiamme, a cui le forze dell’ordine hanno risposto con getti d’acqua e gas lacrimogeni.
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Un dimostrante costruisce una barricata
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Scontri studenti-poliziotti a Santiago
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Camion della polizia spara con un cannone acqua sui dimostranti
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Un dimostrante lancia un pneumatico sulle fiamme
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Un dimostrante cerca di proteggersi dall’acqua lanciata dalla polizia
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Dimostranti partecipano a una “cacerolada” in sostegno allo sciopero studentesco
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A Santiago una “cacerolada”, il malcontento è manifestato con un rumore ritmico
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Un dimostrante lancia vernice rossa contro i poliziotti
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Dimostranti innalzano barricate
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Santiago, cittadini si riuniscono a Plaza Nunoa per dimostrare a sostegno della protesta studentesca
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Un dimostrante è spruzzato d’acqua dalla polizia
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Un dimostrante calcia via una bomboletta di gas lacrimogeni
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Un dimostrante con un fucile giocattolo nei pressi di una barricata in fiamme
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Studenti danno fuoco a un veicolo in una rivolta contro la polizia
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Ragazze dietro a finte sbarre di galera con su la scritta: “Imprigionate dall’educazione”
Scontri e momenti di tensione si sono registrati anche quando alcuni giovani incappucciati si sono staccati dal corteo ed hanno cercato di raggiungere il palazzo presidenziale, allestendo alcune barricate con del materiale edile.
Alle alle 21, ora locale, (03:00 GMT di oggi) si è tenuta una “cacerolada“, una forma di protesta che i cileni idearono durante la dittatura di Pinochet, che consiste nel fare rumore usando pentole e altri utensili da cucina.

Dimostranti partecipano a una cacerolada in sostegno allo sciopero studentesco (Ansa/EPA/FELIPE TRUBA)
Gli studenti hanno iniziato questa mobilitazione a metà di maggio per chiedere che sia il Governo ad amministrare l’educazione primaria e secondaria, che si proibisca alle istituzioni private di arricchirsi con l’istruzione e che venga garantito costituzionalmente il diritto ad un’educazione pubblica, gratuita di qualità.

In lacrime nell'apprendere che la Corte ha rigettato la candidature di Sandra Torres (AP Photo/Rodrigo Abd)
È finita la corsa alla presidenza del Guatemala di Sandra Torres, l’ex first lady divorziatasi nell’aprile scorso dal marito Álvaro Colom, presidente in carica.
La Corte Costituzionale ieri sera, alle 22.35, ha respinto il ricorso della rappresentante del partito di Unidad Nacional de la Esperanza, confermando in via definitiva la precedente sentenza della bassa Corte, secondo cui il divorzio della coppia presidenziale sarebbe uno stratagemma volto a raggirare l’articolo 186 della Costituzione che vieta ai parenti stretti del presidente di correre per la carica.
La decisione della Corte Suprema del Paese pone fine alle speranze della Torres: l’11 settembre il suo nome non comparirà tra i candidati alle elezioni. Inoltre il termine ultimo per iscrivere i candidati è scaduto a luglio e il partito del centro-sinistra che rappresentava la Torres non può ora presentare un altro nome.
Davanti alla Corte i sostenitori dell’ex first lady, soprattutto donne, hanno reagito con lacrime e proteste.
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In lacrime nell’apprendere che la Corte ha rigettato la candidature di Sandra Torres
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Città del Guatemala, la protesta dei sostenitori dell’ex first lady
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La reazione di una sostenitrice dell’ex first lady
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La protesta dei sostenitori di Sandra Torres davanti alla Corte Costituzionale
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Manifestanti davanti alla Corte Costituzionale
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Città del Guatemala, la disperazione dei sostenitori di Sandra Torres
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La tristezza di una sostenitrice dell’ex first lady Sandra Torres
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A Città del Guatemala la reazione dei fan di Sandra Torres allo stop della Corte Costituzionale
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Il pianto di supporter del partito Unidad Nacional dopo l’annuncio della Corte
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Città del Guatemala, la protesta davanti alla Corte Costituzionale
LE TAPPE DELLA CANDIDATURA DI SANDRA TORRES:
Guatemala: il presidente divorzia dalla moglie per farla candidare - Guatemala: stop al divorzio “presidenziale”? - Guatemala: sì al divorzio con Colom, la first lady potrà fare la “presidenta” - Guatemala: Sandra Torres è ufficialmente candidata alla Presidenza

13 agosto del 1961: l'inizio della costruzione del muro di Berlino (Ansa)
Il 13 agosto 1961 venivano erette le prime pietre a comporre il muro di Berlino, barriera in cemento alta circa tre metri che per 28 anni ha separato Berlino Est, capitale della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), da Berlino Ovest, enclave della Repubblica Federale di Germania.
Simbolo della Cortina di ferro, la linea di confine europea tra la zona d’influenza statunitense e quella sovietica, solo il 9 novembre 1989 è stato abbattutto, ormai lontano il clima di diffidenza e ostilità da Guerra fredda.
Nel 50° anniversario della sua costruzione, che sarà ricordato con una cerimonia a cui prenderà parte anche la cancelliera Angela Merkel, in questa gallery fotografica, tramite bianco e nero e immagini di repertorio, vogliamo ripercorrere i giorni della sua edificazione, come i momenti quotidiani attorno al muro e quelli più tragici, i tentativi di fuga e le uccisioni.
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13 agosto 1961: l’inizio della costruzione del muro di Berlino
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13 agosto del 1961: l’inizio della costruzione del muro di Berlino
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I muratori costruiscono una sezione del Muro in Bernauer Strasse
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25 settembre 1961: buldozzer attorno ai reticolati che recintano Berlino est
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7 ottobre 1961: una guardia di Berlino est davanti al Muro in costruzione a Bernauer Strasse
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16 ottobre 1961: tentativo di fuga dalla Germania Est a quella Ovest
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A Potsdamer Platz la preparazione del filo spinato da montare intorno e sulla parte superiore del Muro
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23 febbraio 1962, Edward Kennedy ispeziona il muro di Berlino a Bernauer Strasse
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25 giugno 1962: poliziotti ripristinano la porzione di muro abbattuta da un camion con una famiglia in fuga
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9 agosto 1962: preparazioni per i festeggiamenti dell’anniversario della costruzione del Muro
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17 agosto 1962: Peter Fechter, ucciso all’età di 18 anni mentre cercava di scavalcare il Muro
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17 agosto 1962: il cadavere di Peter Fechter portato via dalle guardie di frontiera tedesche dell’est
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1965: una guardia di confine
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1 gennaio 1965: bambini camminano davanti al muro di Berlino
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1965: una guardia di confine
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Anni ‘70: il percorso del tram interrotto dal Muro
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Anni ‘70: la striscia della morte, tra due porzioni di Muro, con i reticolati e i cavalli di frisia
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21 giugno 1974, il muro di Berlino in costruzione
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21 giugno 1974: una jeep ispeziona il confine
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Novembre 1989: gli ultimi momenti prima della caduta del Muro
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Novembre 1989: un gruppo di manifestanti sfonda il muro con un arnese
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9 novembre 1989: cittadini di Berlino est e Berlino ovest iniziano a circolare liberamente
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10 novembre 1989: militari della Germania est davanti a una porzione divelta del Muro
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13 dicembre 1989: Raissa e Mikhail Gorbaciov tra la folla a Berlino in occasione della caduta del Muro
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22 dicembre 1989: manifestanti festeggiano la caduta del muro
Durante il periodo di esistenza del muro vi furono circa 5000 tentativi di fuga coronati da successo verso Berlino Ovest. Varie fonti parlano invece di quasi duecento (tra 192 e 239) cittadini della Germania Est uccisi dalle guardie di frontiera mentre tentavano di raggiungere l’ovest e molti altri feriti.
Tra le vittime più note c’è il diciottenne Peter Fechter, muratore tedesco dell’Est, prima ferito al bacino da proiettili sparati dalle guardie di confine della DDR, il 17 agosto 1962, e poi lasciato morire dissanguato nella cosiddetta striscia della morte, in circa un’ora di agonia, il tutto davanti all’occhio dei media e dei cittadini occidentali.

Anni '70: la striscia della morte, tra due porzioni di Muro, con i reticolati e i cavalli di frisia (©lapresse/archivio storico)
Ancora oggi, però, la stragrande maggioranza dei tedeschi che vivono nelle regioni dell’ex Germania dell’Est, l’83%, ritiene che il Paese sia ancora diviso, ma questa volta da un “muro invisibile”. Questo quanto emerge da un sondaggio pubblicato dal settimanale Super Illu.
Solo il 15% della popolazione pensa di vivere in una Germania veramente riunificata.
Allo stesso tempo il 20% degli abitanti dell’ex Est dice di capire le ragioni della costruzione del Muro, spiegando che l’allora Repubblica democratica tedesca, “in quanto Stato sovrano, aveva il diritto di proteggere le proprie frontiere”.
Non la pensa così, però, il 72% della popolazione, secondo cui il Muro ha provocato una “sofferenza enorme” e “nessuno Stato ha il diritto di imprigionare i propri cittadini”.
LO SPECIALE DI EPOCA: 20 anni dalla caduta del Muro

17 agosto 1962: Peter Fechter, ucciso all'età di 18 anni mentre cercava di scavalcare il Muro (Ansa/EPA PHOTO/DPA)

Un bambino viene pesato all'ospedale di Medici Senza Frontiere a Dadaab, Kenya (AP Photo/Schalk van Zuydam)
Una tragedia tanto acuta quanto silenziosa si sta vivendo nel Corno d’Africa, la penisola sul lato est del continente africano che comprende Somalia, Eritrea, Etiopia, Gibuti.
Una grave carestia ha colpito la zona e in Somalia si sta protraendo sorda la violenza, incrementano l’esodo di massa sia all’interno della Somalia stessa sia oltre i confini del Paese.
A partire dal mese di gennaio, oltre 96.000 persone sono fuggite in Kenya, più di 74.000 in Etiopia e circa 2.500 a Gibuti, Paesi a loro volta colpiti dalla più drammatica siccità nella regione degli ultimi 60 anni.
In questa gallery raccogliamo gli occhi spaventati di bambini, madri, uomini disperati. Occhi grandi e persi, che sanno far male.
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Mihag Gedi Farah, 7 mesi, 3.4 kg, all’ospedale Dadaab in Kenya
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Un bambino viene pesato all’ospedale di Medici Senza Frontiere a Dadaab, Kenya
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Il braccino di Mihag Gedi Farah, tenuto da sua madre all’ospedale di Dadaab, Kenya
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Bambino malnutrito proveniente dalla Somalia meridionale curato nel campo di Magadiscio
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Muhammad Elim, 80 anni, pastore di Barmil (Kenya), a causa della siccità delle 500 capre possedute ora ne ha solo 14
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La mano di un bambino malato tenuta dalla madre alla clinica locale di Liboi, Kenya
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Una donna col suo piccolo in coda per il cibo nel campo di Badbaado, Somalia
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Bambino nell’ospedale da campo di Medici Senza Frontiere a Dadaab, Kenya
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Bambino piange in un ospedale di Dadaab dove con altri riceve cure per la malnutrizione
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Donna malnutrita nell’ospedale di campo dell’International Rescue Committee a Dadaab, Kenya
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Ragazzino malnutrito sul pavimento dell’ospedale Benadir di Mogadiscio
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Ragazzina malnutrita sul letto della clinica Banadir a Mogadiscio
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Fadil Mohamed, un anno, fuggito dalla regione di Shabelle colpita dalla siccità, piange nella clinica di Mogadiscio
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Madre somala solleva il suo piccolo malnutrito a Mogadiscio, Somalia
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Adam Ibrahim, somalo, piange durante il trattamento all’International Rescue Committee a Dadaab, Kenya
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Bambino somalo malnutrito in un campo di fortuna a Mogadiscio, Somalia
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Bambino del sud Somalia con una scodella in testa vicino al centro per la distribuzione del cibo a Mogadiscio
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Donna di etnia Turkana in un centro di alimentazione e trattamento a Lokori, Kenya
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Un bambino disteso in un ospedale di Dadaab, Kenya
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Donne somale in coda coi loro figli malnutriti in un campo profughi a Mogadiscio
Sono quasi 40.000 i somali che nell’ultimo mese si sono riversati a Mogadiscio in cerca di cibo, acqua e assistenza.
Questi i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Altri 30.000 si sono invece fermati in insediamenti a 50 chilometri dal centro della capitale.
Badbado, 9 chilometri ad ovest di Mogadiscio lungo la strada per Afgooye, è uno degli insediamenti più grandi con circa 5.000 famiglie presenti (28.000 persone), e ogni giorno continuano ad arrivare persone in fuga da siccità e carestia nelle regioni meridionali della Somalia. Altri vi vengono trasferiti - dalle autorità municipali - dagli insediamenti nel centro della città.

Mihag Gedi Farah, 7 mesi, 3.4 kg, all'ospedale Dadaab in Kenya (AP Photo/Schalk van Zuydam)
Il numero di sfollati in cerca di assistenza alimentare è in continuo aumento e le quantità di aiuti consegnate non sono sufficienti a soddisfare tutte le necessità. Ciò ha causato gravi assembramenti di folla e anche alcuni saccheggi. Il risultato è che alcune delle persone più deboli e vulnerabili restano senza niente, nonostante l’impegno profuso da agenzie umanitarie e organizzazioni caritatevoli.
L’Unhcr denuncia anche la criticità della situazione in Kenya e in Etiopia. In Kenya lunedì è partita l’operazione di trasferimento dei rifugiati somali che attualmente vivono ai margini dei campi di Dadaab verso il nuovo sito di Ifo Extension.
Qui sono state erette oltre 500 tende che possono ospitare famiglie di 5 persone - per un totale quindi di oltre 2.500 persone. Un secondo sito - Kambioos - sarà invece aperto nei prossimi giorni.
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In Etiopia poi resta preoccupante la situazione generale della nutrizione nei remoti campi per rifugiati di Dollo Ado, vicino al confine con la Somalia. Il livello di malnutrizione tra i nuovi arrivati è ancora elevato: un bambino su tre tra quelli con meno di cinque anni che arrivano dalla Somalia presenta uno stato di grave malnutrizione. Attualmente circa il 30% dei bambini con meno di cinque anni che si trovano nel centro di transito e nel campo di Kobe - uno dei tre campi del complesso di Dollo Ado - è in cura per grave malnutrizione. Nel campo di Malkadida la percentuale sale al 33%, mentre è del 22% nel terzo insediamento - Bokolmanyo.

Bambino piange in un ospedale di Dadaab dove con altri riceve cure per la malnutrizione (AP Photo/Schalk van Zuydam)