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Afghanistan

Joseph Amato, 33 anni, da Patterson, New Jersey (AP Photo/David Goldman)
I pensieri più intimi, i dolori e gli amori dei membri del 2° Battaglione del 27° Reggimento di Fanteria dell’Esercito degli Stati Uniti raccontati dal fotografo David Goldman attraverso le immagini dei tatuaggi disegnati sulla loro pelle.
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Joseph Amato, 33 anni, da Patterson, New Jersey
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Ian Laskey, 25 anni, da Deerborn Heights, Michigan
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Ronald Weiss, 29 anni, da Crystal River, Florida
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Daniel Hicks, 24 anni, da Beckley, West Virginia
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Derek Top, 24 anni, da Mason, Arizona
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Jesse Campos, 25 anni da Houston, Texas
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Shane Herring, 23 anni, da Marietta, California
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Edwin Cruz, 21 anni, dal Bronx, New York
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Eric Anderson, 25 anni, da Houston, Texas
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Eric Anderson, 25 anni, da Houston, Texas
Presso l’Avamposto di combattimento di Pirtle King, nella provincia di Kunar, in Afghanistan, i soldati raccontano le storie dei loro tattoo: la parola mamma, amore della vita, tatuato sull’avambraccio, a coprire il nome della prima fidanzata, amore di una sola stagione; o un versetto della bibbia tatuato sulle braccia per riconciliarsi idealmente col padre; o ancora il nome del commilitone morto sul campo, tatuato sul cuore…

Ian Laskey, 25 anni, da Deerborn Heights, Michigan (AP Photo/David Goldman)
Vedi anche Gli ultimi giorni dei soldati canadesi in Afghanistan

Lo Specialist Ronald Weiss, 29 anni, da Crystal River, Florida (AP Photo/David Goldman)

Abdulsalam si lava i denti mentre un soldato canadese conduce una delle ultime operazioni del I Battaglione 22° Reggimento Reale (AP Photo/David Goldman)
I primi contingenti di truppe canadesi arrivarono in Afghanistan agli inizi del 2002. Dal 2006 il ruolo di Ottawa è diventato ancora più importante nel martoriato Paese asiatico con una nuova assegnazione di truppe nella provincia di Kandahar. Ma dopo anni di “Enduring Freedom” e 157 soldati morti (più un giornalista e un diplomatico) per la liberazione dalla dittatura talebana e la riconversione democratica, il Canada pone fine a questa “guerra per la democrazia” e inizia il ritiro delle truppe.

Felici a bordo dell'elicottero su cui inizia il viaggio di ritorno a casa (AP Photo/David Goldman)
L’impegno effettivo del Canada nella guerra afgana è venuto ufficialmente meno quando il 22º Reggimento ha formalmente passato il comando delle operazioni alle truppe americane. Il rientro in patria dei 2.800 soldati canadesi, previsto in toto entro il 2011, è già iniziato. Anche se altri Paesi hanno annunciato ritiri di truppe, il Canada è il primo ad avviarlo quest’anno tra quelli ad aver maggiormente contribuito alla missione.
In queste foto il rito di passaggio di consegne tra canadesi e statunitensi, nel distretto di Panjwaii, le ultime operazioni del soldati canadesi, i loro ultimi momenti di relax nella base militare afgana, i brindisi per festeggiare il rientro, i primi imbarchi verso casa…
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L’afgano Abdulsalam si lava i denti mentre un soldato canadese conduce una delle ultime operazioni del I Battaglione 22° Reggimento Reale
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Un brindisi con birra non alcolica al completamento dell’operazione conclusiva della missione in Afghanistan
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Felici a bordo dell’elicottero su cui inizia il viaggio di ritorno a casa
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Hussein Shah, bimbo afgano di un anno, e i soldati canadesi nell’ultima operazione nella zona
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Sharif Ullah guarda un soldato canadese cercare nella sua abitazione nell’operazione conclusiva in Afghanistan del I Battaglione 22° Reggimento Reale
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Il caporale canadese Mathieu Caron perlustra una stanza di un compound nell’operazione finale
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Il sergente Mathieu Pelletier e il master corporal Kevin Lomelin controllano la posizione sulla mappa nella loro ultima operazione in Afghanistan
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Nel sud dell’Afghanistan le operazioni di combattimento canadesi si concluderanno entro luglio
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Il caporale Joel Carriere in un campo di hashish
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Il soldato Marc Savard tra teste di papaveri
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Gli abitanti del villaggio guardano i soldati del I Battaglione 22° Reggimento Reale in azione
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Kandahar, nel giorno di festa nazionale canadese il caporale Laurier Chabot di Montreal dà due calci al pallone: l’ultima festività passata nel campo militare
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Il soldato Maxeme Jauvin, 22 anni, perlustra un compound nell’operazione finale del suo Battaglione
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Il soldato canadese Jonathan Chalifoux si ripara da una deflagrazione controllata
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Il caporale Francois Lemieux accolto dal sergente Mathieu Pelletier al termine della loro operazione finale
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Il soldato Kevin Tessier è festeggiato dai commilitoni dopo aver ricevuto una medaglia
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Soldati canadesi giocano a hockey nella Forward Operating Base di Sperwan Ghar
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Il soldato Richard Boutet sfonda una porta per ispezionare un compound
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La base di Masum Ghar passa agli USA: il tenente colonnello Michel Henri St-Louis firma i documenti del passaggio
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Per il caporale Frederic Bouchard del Quebec e i suoi commilitoni inizia il viaggio di ritorno a casa
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Un soldato afgano di guardia durante la cerimonia di passaggio di consegne della base di Masum Ghar dai canadesi agli americani
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Kandahar, il tenente colonnello canadese Henri Michel-St-Louis prende commiato dal governatore del distretto Panjwaii
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Soldati canadesi del I Battaglione, 22° Reggimento reale, alla cerimonia di consegna della base di Masum Ghar agli americani
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Perlustrando un compound nell’operazione finale della missione in Afghanistan per il I Battaglione, 22° Reggimento Reale
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Soldati canadesi del I Battaglione, 22° Reggimento Reale, tornano alla base dopo la loro operazione finale in Afghanistan
Le operazioni di combattimento per le truppe canadesi si concluderanno nel mese di luglio. L’addio all’Afghanistan però non sarà immediato. Ci sarà una fase di transizione verso un ruolo di non-combattimento con non più di 950 soldati e uno staff di supporto per l’addestramento di soldati e poliziotti afgani nelle aree settentrionali, occidentali e a Kabul.

Il soldato Marc Savard tra teste di papaveri (AP Photo/David Goldman)
VEDI anche: FOTO REPORTAGE - AFGHANISTAN: SCENE DI GUERRA

Il soldato canadese Jonathan Chalifoux si ripara da una deflagrazione controllata (AP Photo/David Goldman)

Un rosario nella mano del caporale Blas Trevino, ferito (AP Photo/Anja Niedringhaus)
Nel giorno in cui Barack Obama comunica l’accelerazione del disimpegno USA dall’Afghanistan, che prevede un totale ritiro delle truppe combattenti dall’Afghanistan entro la fine del 2014, panorama.it vi propone un reportage realizzato dalla fotografa Anja Niedringhaus, al seguito dei velivoli di elisoccorso dell’esercito americano impegnati nella messa in salvo dei feriti sul campo di battaglia. Continua

(AP Photo/Rafiq Maqbool)
Nel primo mese del calendario lunare islamico, Muharram, i musulmani sciiti ricordano la battaglia avvenuta nel deserto di Kerbala, nell’odierno Iraq, nel corso della quale - correva l’anno 680 - avvenne il martirio dell’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, della sua famiglia e di 72 suoi seguaci. Sono centinaia di migliaia gli sciiti che, da oltre dieci secoli, ogni anno si recano in loco per commemorare il lutto e piangere i martiri.
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Nel primo mese del calendario lunare islamico, Muharram
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I musulmani sciiti ricordano la battaglia avvenuta nel deserto di Kerbala, nell’odierno Iraq
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Le celebrazioni rievocano il martirio dell’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, della sua famiglia e di 72 suoi seguaci
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Il martirio dell’Imam Hussein avvenne nell’anno 680
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Flagellarsi le carni per trarre esempio morale dal sacrificio di Hussein
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Attraverso riti di autoflagellazione si piange una figura considerata grande, nobile e coraggiosa
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Nei diversi Paesi le celebrazioni assumono sfumature spesso molto differenti
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Gli uomini si autoflagellano con mazzi di catenelle a cui sono appese lame affilate
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Al massacro di Kerbala si fa risalire la scissione fra sunniti e sciiti
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Gli sciiti sono poco più del 10% dei musulmani nel mondo
Quel tragico evento viene però ricordato dai fedeli anche nei rispettivi Paesi di residenza, in particolare attraverso riti di autoflagellazione, attraverso i quali si piange una figura considerata grande, nobile e coraggiosa, per trarre esempio morale dal suo sacrificio. Si dice che ogni sincera lacrima per amore verso l’Imam Hussein avrà una ricompensa certa nel Paradiso. In questa fotogallery, le immagini della pubblica autoflagellazione degli sciiti di Kabul, in Afghanistan.

Il californiano Jason Mcmillan si lava in un avamposto (AP Photo/Rodrigo Abd)
In Afghanistan, nella provincia di Kandahar, seguendo il Plotone Scout, 502° Reggimento di Fanteria, 101ª Divisione.
Il fotoreporter argentino Rodrigo Abd immortala per Associated Press i soldati americani nella loro “routine”: a guardia negli avamposti del distretto di Zhari, nelle perquisizioni ai presunti talebani, negli interrogatori alla gente del posto, mentre si lavano, attenti a studiare mappe in attesa di nuovi ordini…

(AP Photo/Rodrigo Abd)

(AP Photo/Rodrigo Abd)
La missione degli Scout è supportare la liberazione delle strade dalle bombe nella roccaforte militante, in questi lunghi ultimi giorni dell’operazione Dragon Strike, volta a strappare ai talebani il controllo dei distretti rurali di Arghandab, Zhari e Panjwai che circondano la città di Kandahar.
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Il californiano Jason Mcmillan si lava in un avamposto
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502° Reggimento di fanteria, plotone Scout, 101^ divisione Airborne
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Bambini afghani durante gli interrogatori agli abitanti del distretto di Zhari
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502° Reggimento di fanteria, plotone Scout, 101^ divisione Airborne
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Lo studio di una mappa in attesa di ulteriori ordini
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Il sergente texano Laura Nanos si lava i denti
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Soldati afghani al seguito degli americani interrogano abitanti del posto
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Perquisizione di un afghano, amico di un talebano ucciso in un attacco missilistico
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Un convoglio del 502° Reggimento di fanteria, plotone Scout,
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Avamposto americano nel distretto di Zhari
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La preghiera di un soldato afghano al seguito del reggimento americano
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I soldati americani trasportano le armi dei commilitoni feriti in un’esplosione
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Un sonnellino a bordo di un veicolo blindato
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I rifornimenti ricevuti da un elicottero
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Di guardia in un avamposto nel distretto di Zhari
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Un soldato solleva un commilitone prima di un pattugliamento
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Cittadini afghani visti attraverso un dispositivo di visione notturna
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Di guardia accanto a una bambina afghana
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Un soldato passa un sacco di sabbia a un commilitone
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All’interno di un elicottero prima di un assalto aereo notturno

(Ansa/Ettore Ferrari)
13:45, Giorgio Napolitano - Questa la dichiarazione, diffusa dal Quirinale, rilasciata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dopo l’incontro al Quirinale con il ministro della Difesa Ignazio La Russa.
“Ancora un abbraccio di dolore e di solidarietà, a nome di tutti gli italiani, ai genitori, ai famigliari dei nostri quattro alpini caduti. Dobbiamo a questi ragazzi infinita riconoscenza per aver sacrificato le loro giovani vite servendo con altruismo e coraggio una causa giusta e facendo onore nel modo piu’ alto al loro e nostro paese, all’Italia”. “erano in Afghanistan, partecipando a una missione necessariamente militare e nello stesso tempo civile e costruttiva, non per recare offesa alla libertà di un altro popolo né per risolvere con la guerra una controversia con quel paese: ma per rispondere all’appello di quelle organizzazioni internazionali, di cui parla l’art. 11 della nostra Costituzione, impegnate ad assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni”, ha dichiarato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Ogni legittimo confronto politico sulla strategia e sulle prospettive della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan - ha aggiunto - non può prescindere dal rispetto per il sacrificio di tutti i caduti tra i militari che vi hanno partecipato e dalla volontà di raccogliere i frutti del loro sacrificio nell’interesse della comunità internazionale, della pace e della stabilità di una regione tormentata”. (ANSA).
10:50 - Sono iniziati, nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma, i funerali solenni per i quattro alpini uccisi in Afghanistan. Le quattro bare, avvolte nel tricolore, sono poste davanti all’altare. Vicino il caratteristico cappello piumato su un cuscinetto rosso. Sul lato destro della basilica ci sono i parenti dei caduti, assistiti dagli psicologi dell’Esercito. Nella chiesa gremita di militari, autorità, ma anche gente comune, spiccano le penne nere degli alpini. L’ingresso dei feretri nella chiesa è stato accolto da un applauso.
”Marco, Francesco, Giammarco, Sebastiano, hanno testimoniato l’amore nel servizio ai più deboli ed emarginati, non rivendicando diritti ma rispondendo ai bisogni”. Così l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, ha ricordato nel corso dell’omelia i quattro militari, ”profeti del bene comune, decisi a pagare di persona ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto”.
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Le quattro bare degli alpini uccisi in Afghanistan, avvolte nel tricolore, entrano nella basilica di Santa Maria degli Angeli
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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il presidente della Camera Gianfranco Fini e il ministro della Difesa Ignazio La Russa
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L’ingresso nella basilica di Santa Maria degli Angeli
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Il presidente del Senato Renato Schifani
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L’ingresso delle bare nella basilica
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Il ministro dell’Interno Roberto Maroni
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“Marco, Francesco, Giammarco, Sebastiano, hanno testimoniato l’amore nel servizio ai piu’ deboli ed emarginati, non rivendicando diritti ma rispondendo ai bisogni”. Così l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi
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Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta
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L’ingresso nella basilica di Santa Maria degli Angeli
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Il ministro degli Esteri Franco Frattini
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Bandiere a mezz’asta sulll’altare della patria, in piazza Venezia
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Le quattro bare degli alpini uccisi in Afghanistan, avvolte nel tricolore, durante la cerimonia funebre
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Il segretario del Pd Pierluigi Bersani
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Giammarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville e Marco Pedone
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Il ministro delle Riforme Umberto Bossi
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La basilica di Santa Maria degli Angeli durante la cerimonia funebre
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Il governatore della Regione Veneto Luca Zaia
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Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso
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Il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta
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Pier Ferdinando Casini
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Massimo D’Alema
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Il governatore della Puglia, Niki Vendola
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Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo
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Il ministro dei trasporti Altero Matteoli
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L’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli
”Erano in Afghanistan - ha aggiunto - per difendere, aiutare, addestrare. Compito dei nostri militari, in quella martoriata terra, è il mantenimento della sicurezza, la formazione dell’esercito e della polizia afgani, la realizzazione di progetti civili come ponti, scuole, ambulatori e pozzi”.

(Ansa/ Massimo Percossi)
Monsignor Pelvi ha ricordato che nella basilica di S.Maria degli Angeli ”è oggi raccolta simbolicamente l’Italia, che abbraccia nella preghiera” i quattro caduti: Giammarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville e Marco Pedone, con soli 23 anni il più giovane di tutti. E rivolgendosi ai genitori delle vittime ha ricordato che ”proprio voi avete insegnato quell’amore gratuito, disinteressato e generoso, che si è manifestato poi nella professione militare dei vostri figli, educati a quegli slanci di solidarieta’ creativa capaci di allargare il cuore, verso le necessita’ dei deboli, e fare quanto concretamente possibile per venire loro in soccorso”. (ANSA)

Commilitoni con una delle bare ricoperte dal tricolore (AP Photo/Andrew Medichini)
Le mani appoggiate sulla bara, avvolta nel Tricolore: un gesto diventato ormai purtroppo consueto. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha reso omaggio così alle salme dei quattro alpini uccisi sabato in Afghanistan, portate a spalla dai loro stessi commilitoni.

All'aeroporto militare di Ciampino l'arrivo della salme (AP Photo/Andrew Medichini)
Le quattro bare sono arrivate a bordo del C-130 avvolte ciascuna in un tricolore: alcuni militari portano su cuscini di velluto rosso i cappelli alpini con la penna dei quattro militari caduti.
Sulla pista dell’aeroporto di Ciampino, sotto una pioggia sottile, insieme al Capo dello Stato, tra gli altri, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, altri esponenti del Governo e del Parlamento.
Naturalmente presenti anche i parenti delle vittime, straziati dal dolore e accompagnati da personale dell’Esercito. Sulla pista dello scalo romano anche un picchetto del Settimo reggimento Alpini di Belluno, il reparto dei quattro caduti, ed una rappresentanza di tutte le Forze Armate.
Le bare, allineate sulla pista, sono state prima benedette dall’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, poi il saluto commosso del Capo dello Stato.
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Il presidente Napolitano rende omaggio alle salme
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Il cappello di uno dei quattro alpini caduti
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Commilitoni con una delle bare ricoperte dal tricolore
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Il dolore dei familiari
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I famigliari delle vittime
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All’aeroporto militare di Ciampino l’arrivo della salme
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I feretri dei quattro alpini
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I familiari delle vittime
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I famigliari degli alpini caduti
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I feretri degli alpini trasportati a spalla dai commilitoni
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Il presidente Napolitano e il premier Berlusconi
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Il cappello di uno dei quattro alpini caduti
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Il presidente della Camara Gianfranco Fini
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La benedizione delle salme
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Il presidente Napolitano col ministro della Difesa La Russa
Ma oltre al dolore, soprattutto composto, anche rabbia, da parte di alcuni parenti dei quattro alpini caduti in Afghanistan.
“Signor ministro, godetevi lo spettacolo” ha detto uno dei familiari rivolto al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, poco prima che le bare venissero messe a bordo dei carri funebri.
Interpellato dai giornalisti su questa circostanza, il ministro della Difesa ha commentato: “I parenti, in queste occasioni, hanno diritto a qualsiasi reazione emotiva. Sia quella di quello zio, sia quelle affettuose dimostrate da altri parenti anche oggi”. (ANSA)

Esercito nazionale afgano (AP Photo/Kevin Frayer)
Kevin Frayer è un fotoreporter canadese, famoso per i suoi servizi in tempo di guerra in Medio Oriente, nella Striscia di Gaza e in Iraq, e in Afghanistan. Le sue fotografie di manifestanti palestinesi catturati in un assalto con gas lacrimogeni ha vinto un premio del World Press Photo Awards 2009.
È stato uno dei numerosi giornalisti minacciati con i fucili dalla polizia afghana durante le elezioni in Afghanistan.
Ora ci regala un altro reportage dall’Afghanistan: i ritratti dei soldati che compongono l’Esercito Nazionale Afgano, in posa coi loro fucili, durante una perlustrazione effettuata l’11 luglio 2010, presso l’avamposto dell’Esercito Usa nella valle dell’Arghandab, vicino Kandahar City, nel sud dell’Afghanistan.
Volti scuri, sguardi severi, etnie tagiche, turkmene, Pashtun, che si confondono sotto un’unica divisa.
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Ritratti dei soldati dell’Esercito nazionale afgano
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Han Shareen, di etnia tagica, dal BadakShan
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Mirza Mirzali, Pashtun di Jalalabad
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Aziz Ala, di etnia tagica, dal BadakShan
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Lt. Dilah Ga, di etnia tagica, dal Tahar
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Mullah Assan, di etnia turkmena, dal Jozjan
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Aijad, di etnia tagica, dal Badakshan
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Faisullah Kareemay, di etnia tagica, dal Baghlan
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Ghulam Hidar, di etnia turkmena, dal Jozjan
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Saber, di etnia tagica, dal Samangar
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Sgt. Din Mohammed, di etnia tagica
Guarda un altro FOTO-REPORTAGE di Kevin Frayer: Rajasthan, India: alla fiera dei cammelli

Il saluto di Napolitano (Foto Ansa/GIGLIA-SCHIAVELLA)
È stata una cerimonia breve, straziante, caratterizzata da momenti di forte commozione quella che si è da poco conclusa all’
aeroporto militare di Ciampino dove le massime autorità dello Stato hanno accolto le
salme dei due alpini uccisi in Afghanistan.
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Il saluto di Napolitano
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Aeroporto militare di Ciampino
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Lo strazio dei parenti
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Aeroporto militare di Ciampino
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Lo strazio dei parenti
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Lo strazio dei parenti
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Il saluto di Napolitano ai feretri
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Aeroporto militare di Ciampino
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Aeroporto militare di Ciampino
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Aeroporto militare di Ciampino
Il dolore più incontenibile quello della mamma del giovane caporal maggiore scelto Luigi Pascazio. Sorretta da una soldatessa per tutto il tempo si è abbandonata ad un pianto disperato e a grida di strazio che si è trasformato quasi una nenia quando la bara è stata messa nel carro funebre. È in questo momento che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si è staccato dal gruppo delle autorità per andarla a confortare e per salutare ancora una volta anche i parenti dell’altro caduto, il sergente maggiore Massimiliano Ramadù.
Visibile la commozione sul volto del Capo dello Stato, che anche prima dell’arrivo delle salme, in una saletta dell’aeroporto militare di Ciampino, aveva incontrato i familiari. (ANSA).

Lo strazio dei parenti (AP Photo/Riccardo De Luca)
Le esequie solenni dei due alpini uccisi nell’attentato in Afghanistan - il sorgente maggiore Massimiliano Ramadù e il caporale maggiore scelto Luigi Pascazio - si terranno domani alle ore 10:00 nella basilica di Santa Maria degli Angeli, a Roma. Lo rende noto il ministero della Difesa.
Oggi pomeriggio, invece, dalle ore 16:00 alle 20:00, sarà allestita una camera ardente preso il policlinico militare del Celio. (ANSA)
Di influenza suina, nel 2009, i telegiornali hanno parlato per 9 mesi, diffondendo un totale di 1.337 notizie. Ma delle cosiddette ”malattie tropicali dimenticate”, come la leishmaniosi viscerale o kala-azar, la malattia del sonno, la Chagas e l’ulcera di Buruli (sono 400 milioni le persone a rischio), non si è detto nulla. Zero notizie. La denuncia parte da Medici Senza frontiere (Msf) che ha presentato a Roma, nei giorni scorsi, il rapporto annuale ”Le crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2009”.
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Afghanistan: la politica degli aiuti impedisce a molti civili l’accesso all’assistenza umanitaria
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AIDS: i finanziamenti sono bloccati nonostante milioni di persone ne abbiano bisogno
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Repubblica Democratica del Congo: il clima di violenza non dà tregua ai civili nelle regioni orientali
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Malnutrizione infantile: i fondi assolutamente inadeguati minano i risultati ottenuti nel trattamento di questa malattia
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Malattie dimenticate: la scarsità di fondi investiti nella ricerca e sviluppo e nella diffusione nel trattamento dei pazienti
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Pakistan: Civili intrappolati nella violenza
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Somalia: civili in trappola tra violenza e mancanza di accesso alle cure
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Sri Lanka: migliaia di feriti nell’ultimo atto di una guerra che infiamma il Paese da più di 10 anni
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Sudan: condizioni drammatiche per le popolazioni del Sudan meridionale e del Darfur
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Yemen: civili intrappolati in una guerra brutale nella parte settentrionale del Paese
Sulla base di un’analisi quantitativa e qualitativa, condotta dall’Osservatorio di Pavia, dello spazio dedicato dai telegiornali Rai e Mediaset alle crisi umanitarie, Msf ha stilato una classifica delle emergenze meno affrontate dai media nel 2009: al primo posto le malattie dimenticate.
A seguire i conflitti nella Repubblica Democratica del Congo (7 notizie), nello Sri Lanka (53) e nello Yemen (54). Si è parlato poco anche della mancanza di finanziamenti per la lotta contro l’Aids (77), della crisi umanitaria in Sudan (112) e degli scarsi fondi contro la malnutrizione (116). Insufficiente anche l’informazione sulle violenze subite dalle popolazioni del Pakistan (225), della Somalia (293) e dell’Afghanistan (1.632 notizie, ma riguardanti per lo più la missione militare italiana e i rapporti con gli Stati Uniti).
Tutto questo, osserva l’organizzazione, mentre i servizi sui saldi sono stati 112 e quelli su tre mesi di caldo 246. In generale queste crisi umanitarie hanno coperto solo il 6% del totale delle notizie (5.216 su 82.788), ”un dato identico a quello del 2008 - afferma Msf - ma sempre in linea con il calo di attenzione prestato alle aree di crisi in questi anni: il 10% nel 2006 e l’8% nel 2007.
La tendenza dei tg è quella di interessarsi poco o nulla ai processi complessi delle crisi, privilegiando invece fatti straordinari e limitati nel tempo”. ”Un’informazione esaustiva è il primo passo per Msf, che da sempre crede nella testimonianza - spiega Kostas Moschochoritis, direttore generale di Msf - ai mezzi di informazione chiediamo di parlare delle crisi umanitarie in modo costante; all’opinione pubblica di mobilitarsi per fare pressione perche’ questo avvenga davvero”.
Oltre alla diffusione del rapporto, Msf ha lanciato oggi anche due campagne: una (”Adotta una crisi dimenticata”) rivolta ai media, alle Università e alle Scuole di giornalismo, con l’obiettivo di dare spazio a momenti di confronto e approfondimenti sulle crisi umanitarie; l’altra (”Accendi un riflettore sulle crisi dimenticate”) è rivolta all’opinione pubblica ”per attirare l’attenzione nei modi più diversi: attraverso il sito crisidimenticate.it e Facebook o iniziative concrete come i FlashMob e altre proposte”. (ANSA)

Operazione Moshtarak (Insieme)
(ANSA) - L’avanzata dell’esercito afghano e della Coalizione internazionale nella località di Marjah, roccaforte dei talebani nell’Afghanistan meridionale, continua ma non è conclusa. I 15.000 uomini dell’Operazione Mushtarak (Insieme), oggi al suo terzo giorno, in alcune zone incontrano solo una debole resistenza, ma in altre l’opposizione dei miliziani è forte. I marines sono stati respinti per ben due volte da un forte fuoco di sbarramento e dai cecchini appostati in un bazaar della città.
Su un fronte diverso rispetto a quello dell’offensiva in Helmand, c’è stato poi un nuovo raid aereo sbagliato, che ha causato altre cinque vittime civili e due feriti - che si aggiungono ai 12 morti del giorno precedente - causati da un raid condotto nella provincia di Kandahar e non collegato all’offensiva in Helmand: gli uccisi sono stati scambiati per ribelli intenti a interrare ordigni.
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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I corpi di due militanti talebani uccisi
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L’arresto di un talebano
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L’arresto di un talebano
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Un soldato inglese delle truppe NATO
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme). Le mine
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme)
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Operazione Moshtarak (Insieme)
Il governo di Kabul e i vertici della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) sono comunque soddisfatti e sottolineano i progressi sul terreno sia a Marjah, sia nel distretto di Nad Ali. Il generale afghano Aminullah Patiani ha addirittura sostenuto che ”la quasi totalità di Marjah e Nad Ali sono state conquistate. I talebani hanno lasciato la zona, anche se resta la minaccia delle bombe” che hanno disseminato ovunque. Anche fonti Isaf e Nato hanno ammesso che l’operazione di ”bonifica del territorio” dai talebani procede con una certa lentezza a causa delle mine e delle bombe nascoste. Si registrano inoltre azioni di guerriglia: tre kamikaze hanno cercato oggi di avvicinarsi a un reparto dell’Isaf per farsi esplodere, ma sono stati neutralizzati dai soldati con bombe a mano.
Secondo i talebani, la situazione sul terreno è però di tutt’altro segno. Nel loro sito Internet si parla di militari stranieri uccisi, di carri armati alleati distrutti e di offensive respinte sia a Marjah, sia a Nad Ali. In una nota pubblicata in occasione del 21/o anniversario del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, gli insorti sostengono che il presidente americano Barack Obama deve acquisire una ”visione realistica” ed accettare, come fece l’allora presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, di ”porre fine alla tirannia e alla repressione”.
15/02/2010 Ottimismo ingiustificato per l’offensiva alleata Afghanistan di Gianandrea Gaiani
11/02/2010 Afghanistan: l’offensiva politically correct degli anglo-americani di Gianandrea Gaiani

(EPA/S. SABAWOON)
(ANSA) - Sette valanghe sono cadute nelle ultime ore sulla statale che collega Kabul con il nord dell’Afghanistan attraverso il passo di Salang, che attraversa la catena montagnosa dell’Hindu Kush, bloccando almeno 350 veicoli e provocando la morte per freddo o per inalazioni di ossido di carbonio, di decine di persone. Almeno 1.000 persone, invece, sono state prelevate dai soccorritori e trasportate negli ospedali della zona o nei centri abitati.
Un medico dell’ospedale della provincia di Parwan ha detto all’ANSA che solo nella sua struttura vi sono undici morti e 40 feriti. Lo stesso medico ha però detto di avere avuto notizia che i morti potrebbero essere un centinaio, e i feriti 500. Secondo l’agenzia di stampa afghana Pajhwok, i morti sarebbero per il momento 60.
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Sette valanghe sono cadute nelle ultime ore sulla statale che collega Kabul con il nord dell’Afghanistan attraverso il passo di Salang
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Almeno 350 veicoli sono rimasti bloccati sotto la neve
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Per il freddo o per inalazioni di ossido di carbonio sono morte decine di persone
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Le valanghe, frutto di recenti intense nevicate, hanno bloccato il traffico sulla statale nel tratto da Kabul verso il tunnel Salang
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Almeno 40 ambulanze e 100 veicoli della protezione civile e dell’esercito afghano sono giunti sul posto per assistere i passeggeri in difficoltà ed estrarre le vittime dalle auto.
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Il ministero della Difesa ha mobilitato 600 soldati che insieme a poliziotti e vigili del fuoco sono riusciti a portare in salvo 1500 persone
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Secondo l’agenzia di stampa afghana Pajhwok, i morti sarebbero per il momento 60
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Almeno 40 ambulanze e 100 veicoli della protezione civile e dell’esercito afghano sono giunti sul posto
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La situazione si è fatta particolarmente drammatica fuori e dentro il tunnel costruito nel 1964 dai sovietici a 3.400 metri di quota. Qui centinaia di auto e autocarri sono rimasti bloccati.
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Nel pomeriggio sono giunti anche alcuni elicotteri della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) che hanno trasportato le persone in condizioni più gravi a Kabul
Le valanghe, frutto di recenti intense nevicate, hanno bloccato il traffico sulla statale nel tratto da Kabul verso il tunnel Salang, che non è rimasto bloccato. Le auto ed i camion però, non hanno potuto continuare il loro viaggio verso il nord, né tornare indietro.
Almeno 40 ambulanze e 100 veicoli della protezione civile e dell’esercito afghano sono giunti sul posto per assistere i passeggeri in difficoltà ed estrarre le vittime dalle auto. Nel pomeriggio sono giunti anche alcuni elicotteri della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) che hanno trasportato le persone in condizioni più gravi a Kabul.

- Donne in burka (AP Photo/Dario Lopez-Mills)
In questi giorni, il terzo battaglione delle brigate speciali statunitensi è impegnato in operazioni di sicurezza presso la città di Pul-i-Alam, nella provincia afghana del Logar, dove è in corso un incontro tra i leader tribali del distretto locale per discutere alcuni progetti pubblici.
Il fotografo Dario Lopez-Mills ha osservato i marines e la popolazione locale, realizzando questi scatti.
