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Una medusa Chrysaora melanaster (Merlo/Ansa/Acquario di Genova)
Laddove la popolazione ittica si è drasticamente ridotta a causa della distruzione del loro habitat e della pesca eccessiva, le meduse sono in lizza per diventare le protagoniste dei mari. Queste creature gelatinose, infatti, si sanno adattare ai cambiamenti meglio di altre specie, avviandosi a diventare le predatrici dominanti dei mari.
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Una medusa Chrysaora melanaster
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Meduse Aurelia Aurita
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Una medusa Phyllorhiza punctata
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Una medusa Cothyloriza tubercolata
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Una medusa Cassiopea
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Una medusa Nomura
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Una cubomedusa (o Cubozoa)
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Una medusa Rhizostoma pulmo
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Due esemplari di Phyllorhiza punctata
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Due esemplari di Phyllorhiza punctata
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Due esemplari di Phyllorhiza punctata
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Meduse al Museo oceanografico di Monaco
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Una medusa esposta al SEA LIFE di Berlino in occasione della mostra “Alla scoperte delle meduse”
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Una medusa esposta al SEA LIFE di Berlino in occasione della mostra “Alla scoperte delle meduse”
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Otto meduse illuminate da luci colorate al SEA LIFE di Berlino nell’ambito della mostra “Alla scoperte delle meduse”
Per capire se questo trend si manterrà anche nel futuro, trasformando gli oceani in un vero e proprio “regno gelatinoso”, i ricercatori dell’università spagnola di Oviedo, coordinati da Josè Luis Acua, hanno condotto una ricerca, pubblicata recentemente su Science, in cui hanno messo a confronto l’efficienza della caccia dei pesci rispetto a quella delle meduse.

Una cubomedusa o Cubozoa (Epa/Nic Bothma)
Facendo un po’ di calcoli, i ricercatori hanno dimostrato che, nonostante i pesci abbiano a disposizione occhi per scovare le prede e pinne per avvicinarle, mentre le meduse devono aspettare che le vittime entrino in diretto contatto con il loro corpo, queste ultime, se si considera il bassissimo consumo di energia che la loro “caccia” richiede, catturano le proprie prede in una quantità paragonabile a quella degli avversari.

Meduse Aurelia Aurita (Merlo/Ansa/Acquario di Genova)
Il segreto del loro successo sta nella struttura del corpo. Nel tempo, infatti, le meduse hanno sviluppato dei corpi larghi e gonfiati dall’acqua, con i quali possono toccare un maggior numero di prede semplicemente facendosi trasportare dalla corrente, mantenendo così dei costi energetici molto contenuti. (ANSA)

In Giappone nel 2007 durante una conferenza sulle 3 R: riduzione, riutilizzo e riciclo (Epa/Franck Robichon)
Premio Nobel per la Pace e ambientalista, Wangari Maathai è morta ieri in ospedale a Nairobi, dove era ricoverata per sottoporsi a un trattamento contro il cancro. Lo ha annunciato la televisione kenyana. Il movimento movimento Green Belt (cintura verde), da lei fondato, ha confermato la notizia sul suo sito internet: ”È con immensa tristezza che la famiglia di Wangari Maathai annuncia la sua morte, avvenuta il 25 settembre dopo una lunga e coraggiosa battaglia contro il cancro”.
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È morta ieri in ospedale a Nairobi, dove era ricoverata per sottoporsi a un trattamento contro il cancro
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Aveva 71 anni: era nata a Nyeri, in Kenya, nel 1940
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È stata la prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace
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Fu insignita del Nobel per la Pace per “il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace”
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Fu la prima donna centrafricana a laurearsi (in biologia) presso l’Università di Pittsburgh, nel 1966
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Laureata in scienze biologiche, ottenne la cattedra di veterinaria all’università di Nairobi: prima donna kenyota a raggiungere un incarico così prestigioso
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Attraverso il Consiglio nazionale delle donne del Kenya - di cui fu presidentessa dal 1981 al 1987 - diffuse l’idea di piantare alberi contro la deforestazione
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Con il Green Belt Movement, da lei fondato, intraprese una forte campagna di sensibilizzazione verso i problemi connessi al disboscamento
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La crescita del movimento, fondato nel 1977, fu rapidissima: alla fine degli anni Ottanta vi erano coinvolte tremila donne kenyote
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Alla fine del 1993 le donne del movimento avevano piantato più di 20 milioni di alberi e molte erano diventate ”guardaboschi senza diploma”
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Dal 1986 le loro iniziative furono adottate in altri paesi africani, tra cui Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbawe
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Tra gli obiettivi principali della sua lotta, la salvaguardia della biodiversità e la creazione di posti di lavoro, con un occhio particolare alla leadership della figura femminile nelle aree rurali
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Negli anni la Maathai aveva ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, inclusi il premio Global 500 del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente
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Negli ultimi anni il lavoro di Wangari si era focalizzato sulla situazione dei diritti umani in Kenya
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Per il suo impegno per un Kenya multietnico e democratico, è stata diffamata, perseguitata, arrestata e picchiata
Wangari Maathai, morta all’età di 71 anni, era nata a Nyeri, in Kenya, nel 1940. È stata la prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace per la sua lotta contro la deforestazione, condotta principalmente alla testa di Green Belt, organizzazione per la salvaguardia dell’ambiente e il miglioramento della qualità della vita delle donne.

All'inaugurazione del Deposito sotterraneo globale di semi di Svalbard nel 2008 (AP Photo/Hakon Mosvold Larsen)
Prima donna centrafricana a laurearsi (in biologia) presso l’Università di Pittsburgh, nel 1966, ottenne poi la cattedra di veterinaria all’università di Nairobi: prima donna kenyota a raggiungere un incarico così prestigioso. Attraverso il Consiglio nazionale delle donne del Kenya - di cui fu presidentessa dal 1981 al 1987 - diffuse l’idea di piantare alberi per combattere la deforestazione, che sarebbe stata al centro dell’attività del Green Belt Movement. La crescita del movimento, fondato nel 1977, fu rapidissima: alla fine degli anni Ottanta vi erano coinvolte oltre tremila donne kenyote. Dal 1986 le loro iniziative furono adottate in altri paesi africani, tra cui Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbawe. Gli obiettivi principali sono la salvaguardia della biodiversità e la creazione di posti di lavoro, con un occhio particolare alla leadership della figura femminile nelle aree rurali.

Con il Presidente USA Barack Obama (AP Photo/Sayyid Abdul Azim)
Negli ultimi 20 anni molti degli obiettivi del Green Belt e di Wangari sono stati raggiunti. In Africa è aumentata la consapevolezza della problematica ambientale e sono stati creati migliaia di posti di lavoro nel settore. Alla fine del 1993 le donne del movimento avevano piantato più di 20 milioni di alberi e molte erano diventate ”guardaboschi senza diploma”. Negli anni la Maathai aveva ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, inclusi il premio Global 500 del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il Goldman Enviromental Award, il premio Africa per i Leader e il premio per Una Società Migliore. Negli ultimi anni il lavoro di Wangari si era focalizzato sulla situazione dei diritti umani in Kenya. Per il suo impegno per un Kenya multietnico e democratico, è stata diffamata, perseguitata, arrestata e picchiata. (ANSA)

1971, l'equipaggio della Phyllis Cormack: i pionieri di Greenpeace (Ansa/Greenpeace)
Possono sembrare dei rompiscatole chiassosi come dei paladini dell’ambiente. Certo è che in nome del loro credo gli attivisti di Greenpeace non hanno paura di protestare e buttarsi in prima linea in tutte le maniere più d’impatto possibile, inanellando ormai 40 anni di blitz.
Sì, perché l’organizzazione ambientalista oggi compie quattro decenni di vita e di lotte. Era a bordo di un peschereccio, il Phyllis Cormack, che il 15 settembre 1971 maturò la prima azione per salvare il Pianeta dalla minaccia nucleare. Ben presto quella malandata imbarcazione colorata da strisce parallele e verticali sulla prua divenne una nave guerriera, la Raimbow Warrior, per combattere le ingiustizie ambientali ma soprattutto per fermare la caccia alle balene nei grandi e freddi mari del sud del mondo.
I pionieri furono Jim Bohlen, Irving Stowe e Paul Cote (con Bob Hunter, un giornalista).
Nel compleanno di Greenpeace, riviviamo questi 40 anni di proteste e campagne spettacolari in questa gallery fotografica, dalla prima storica missione verso l’isola di Amchitka all’affondamento della Rainbow Warrior nel porto di Auckland.
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5 agosto 1971: Robert Hunter al timone della Phyllis Cormack
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1971, l’equipaggio della Phyllis Cormack: i pionieri di Greenpeace
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5 agosto 1976, sulle acque a largo di San Francisco
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La base di Greenpeace nell’Antartide, con lo scopo di farne un parco mondiale
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1981, David McTaggart sulla Vega contro i test nucleari a Muroroa
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2 ottobre 1984, paracadutista salta giù dalla centrale elettrica di Gavin
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10 luglio 1985, l’affondamento della nave Rainbow Warrior
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5 agosto 1985: Gloucester, Massachusetts, un’azione di boicottaggio
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16 giugno 1995: contro l’affondamento nel Mare del Nord della piattaforma petrolifera Brent Spar
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4 luglio 1995, Gianna Nannini con Greenpeace davanti all’ambasciata di Francia a Roma
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9 luglio 1995: commandos francesi effettuano controlli a bordo della nave Rainbow Warrior II, vicino all’isola Mururoa
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21 marzo 1996: Rainbow Warrior II torna in mare dopo il rilascio da parte delle autorità francesi
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Assalto alla Rijnborg che trasportava scorie nucleari
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Marzo 2006, Rio de Janeiro: striscioni dalla statua del Cristo Redentore chiedendo ai governi di proteggere la biodiversità globale
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2008, Greenpeace blocca la centrale a carbone di Sassari
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2009, sul Mount Rushmore National Memorial una sfida a Obama a dare prova di leadership circa il riscaldamento globale
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2 ottobre 2010: protesta contro la dipendenza della Francia al petrolio
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10 novembre 2010: “Speranza?” sulle spiagge di Cancun, contro i cambiamenti climatici
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13 settembre 2010, a Montreal contro il petrolio e per lo sviluppo di energie più pulite
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14 luglio 2010, a Bruxelles contro le perditi in acqua di petrolio
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16 novembre 2010: attivista subacqueo invoca: “Proteggiamo la barriera corallina ora”
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Agra, India: nei cieli sopra Tai Mahal un pallone invoca il disarmamento nucleare, contro i test nucleari indiani
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17 agosto 2010: a Città del Messico protesta contro il riciclaggio dei rifiuti industriali
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Un attivista di Greenpeace tiene un cartello sotto un dispositivo di aggregazione del pesce chiedendo la creazione di una rete globale di riserve marine
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25 aprile 2011, Rio de Janeiro: contro lo sviluppo di un impianto nucleare
Oggi le tre strisce colorate del 1971 si sono trasformate nell’intero spettro dell’arcobaleno, che col tempo è divenuto il suo simbolo sfoggiato nei blitz a difesa dell’ambiente.
L’associazione non governativa ambientalista e pacifista è stata infatti fondata a Vancouver in piena guerra fredda da un gruppo di attivisti per opporsi ai test nucleari degli Usa in Alaska (ad Amchitka). Poi le lotte per la Terra diventano campagne: quelle per tutelare energia e clima, foreste, mare, contro gli Ogm, inquinamento, nucleare e per la pace e il disarmo.
Gli attivisti on line sono 11 milioni al mondo, oltre 2.000 le persone dello staff operativo (dislocate in 27 uffici in 41 Paesi) in, 3,5 milioni di sostenitori (di cui 53 mila in Italia).

16 giugno 1995: contro l'affondamento nel Mare del Nord della piattaforma petrolifera Brent Spar (Ansa/Greenpeace)
Oggi le navi sono diventate tre: la Rainbow Warrior II, l’Arctic Sunrise e la Esperanza. E ora tutto è pronto per la Rainbow Warrior III, pronta per ottobre.
E per chi crede che Greenpeace sia un baraccone vistoso ma inconcludente, citiamo alcune delle vittorie ottenute lungo la storia griffata arcobaleno: il trattato internazionale che protegge per 50 anni l’Antartide da esplorazioni petrolifere, la messa al bando delle spadare, la moratoria Internazionale per la caccia commerciale alle balene (del 1982), il divieto di sversamento di scorie nucleari in mare, la salvaguardia delle foreste primarie….

Quando il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon mise in piedi la Environmental Protection Agency (EPA, Agenzia per la protezione ambientale), il Paese iniziava appena a sviluppare la sua coscienza ecologica. Era il 1970. Facendo fronte alle prime preoccupazioni ambientali - portate sulla scena pubblica soprattutto dal movimento hippy - circa l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e sulle conseguenze dell’urbanizzazione selvaggia, il governo varò il progetto Documerica.
Cento fotografi indipendenti vennero spediti ai quattro angoli degli Stati Uniti, con il compito di documentare i problemi ambientali del Paese, le sue bellezze naturali e la vita quotidiana della popolazione. All’opera dal 1971 al 1977, questi fotografi hanno realizzato oltre 15mila scatti, che oggi gli Archivi nazionali USA hanno digitalizzato e reso disponibili per intero, attraverso Flickr.
Un viaggio straordinario attraverso gli States dei primi anni ‘70, di cui in questa fotogallery vi offriamo un assaggio:
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Gas a prezzo ribassato in una zona disabitata della contea di Harrison, Texas (Giugno 1972)
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Campeggiatori nel Garner State Park a San Antonio, Contea di Bexar, Texas (Luglio 1972)
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Tosatura delle pecore in un ranch nei pressi di Leakey, Texas (Maggio 1973)
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A Leakey, Contea di Real, Texas, il signor Woodrow Wilson, qui seduto sul suo Pickup, è uno dei “personaggi” locali: non lavora mai e passa le sue giornate a guardare il fiume, dalle sette del mattino fino al tramonto
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Graffiti nella metropolitana di New York (Maggio 1973)
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Un’auto abbandonata nella Jamaica Bay a New York (Giugno 1973) | Un cartello recita “Niente gas oggi” a Lincoln City, Oregon (Ottobre 1973)
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Un minatore della Virginia Company in attesa di iniziare il turno di notte nella miniera Pocahontas # 4 vicino a Richlands, Virginia (Aprile 1974)
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Il signor Edward Austin, 64 anni, vive nella parte nera di Fireco, una piccola cittadina vicino a Beckley, nella contea di Raleigh, West Virginia. Dopo aver lavorato in miniera dal 1925 al 1956, è poi andato in pensione. Ha 20 figli
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Il primo pic-nic annuale organizzato dalla compagnia mineraria Tennessee Coal Company per i propri operai, tra Jasper e Chattanooga, Tennessee (Agosto 1974)
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Uno scoiattolo osserva il suo regno sulla riva del fiume a Franklin Bluffs, Alaska (Agosto 1973)
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Un uomo a cavallo con la bandiera USA durante una parata per il rodeo cittadino lungo la via principale di Cottonwood Falls, Kansas (Giugno 1974)
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Un impianto chimico al confine con un prato a pascolo a Marshall, Texas (Giugno 1973)
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Manhattan, New York: il World Trade Center appena costruito (Maggio 1973)
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Curiosi intorno a una Exide Battery Sundance, una tra le prime auto elettriche sperimentali presentata al Primo Simposio sullo sviluppo di sistemi energetici a basso tasso di inquinamento ad Ann Arbor, Michigan (Ottobre 1973)
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Minatori della Virginia Company in fila per entrare in una miniera di carbone vicino a Richlands, Virginia (Aprile 1974)
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Corso di ginnastica acquatica presso la casa di riposo Villaggio Century a West Palm Beach, Florida | Un aereo di linea sorvola una zona vicina all’aeroporto Logan International di Boston. (Maggio 1973)
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Eliminazione di batterie per automobili esauste: una nube nera esce dalle ciminiere di Houston, Texas (Luglio 1972)
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La signora Mary Workman mostra un bicchiere contente acqua non potabile estratta da un pozzo fuori dalla sua casa, vicino a una miniera di carbone a Steubenville, Ohio (Ottobre 1973)
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Un autostoppista con il suo cane Tripper lungo la US 66, vicino a Topock, Arizona (Maggio 1972)
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15mila fotografie scattate su tutto il territorio USA tra il 1971 e il 1977

(Foto Ansa/EPA/GREAT BARRIER REEF MARINE PARK AUTHORITY)
È assai più grave del previsto e richiederà 20 anni per risanarsi, il danno all’ecosistema marino causato dalla nave cinese carica di 65.000 tonnellate di carbone, arenatasi il 3 aprile nella Grande barriera corallina in Australia, e disincagliata la scorsa notte con il favore dell’alta marea. Dopo una perdita iniziale in mare di tre tonnellate di carburante, la maggior parte delle 970 tonnellate nei serbatoi era stata pompata in una chiatta e la nave è stata rimorchiata in un ancoraggio sicuro.
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Il fondale
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Il fondale
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Il fondale
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Il fondale
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La nave incagliata Shen Neng 1
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Squadre di pulizia al lavoro
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Agglomerati di petrolio dalle dimensioni di 10 cent
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Squadre di pulizia al lavoro
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Petrolio sulle rive di Northwest Island
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Petrolio sulle rive di Northwest Island
Secondo gli esperti scientifici dell’Authority del parco marino, incaricati di valutare l’impatto, la Sheng Neng 1, un colosso di 230 metri, ha polverizzato parti di fondale scavando un canale lungo tre chilometri e largo fino a 250 metri. Gravi timori anche per la vernice tossica applicata allo scafo per impedirvi la crescita di specie marine, e che i sommozzatori hanno visto dispersa nella gran maggioranza della regione impattata.
Le autorità continuano le indagini sulle presunte violazioni di legge nell’incidente, mentre il governo locale ribadisce che gli armatori saranno responsabili dei costi di salvataggio e di decontaminazione, oltre al risarcimento danni. E si prepara a moltiplicare le penalità per le navi che causano perdite di carburante nel parco marino. (ANSA)

(Kika)
Il regista di Avatar James Cameron prosegue in Brasile la campagna a difesa dell’ambiente: in compagnia dell’attrice Sigourney Weaver, il regista canadese ha oggi piantato un albero in un grande parco di San Paolo, nell’ambito delle sue iniziative a favore del rispetto dell’Amazzonia.
L’albero, che è stato piantato nel vivaio del parco Ibirapuera (il principale della megalopoli brasiliana), è un pau-brasil (pernambuco), di fatto estinto e considerato quindi come un simbolo della distruzione dell’ambiente. Quello di oggi all’Ibirapuera, hanno spiegato gli organizzatori dell’evento, è il primo passo di una campagna internazionale per piantare un milione di alberi nel mondo.
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Con un indiano d’Amazzonia
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Con Sigourney Weaver
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Un momento della protesta a Brasilia
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Un momento della protesta a Brasilia
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Con una donna indigena dell’Amazzonia
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In marcia per salvare la foresta
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Con Sigourney Weaver
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Con un indiano d’Amazzonia
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In marcia per salvare la foresta
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In marcia per salvare la foresta
Nei giorni scorsi, inoltre, Cameron ha preso parte, a Manaus, ad un Forum internazionale per la sostenibilità dell’Amazzonia, nel quale ha chiesto al presidente brasiliano Lula di bloccare la costruzione, promossa dal Governo, di una centrale idroelettrica nello stato del Para’, in un’area abitata da circa 25 mila indios. Gli indios residenti lungo il fiume Xingù, dove dovrebbe costruirsi la centrale elettrica, sono simili - ha precisato Cameron - ai Na’vi del suo film Avatar: ”Anche loro sono minacciati, proprio come i Na’vi, ma a differenza di quest’ultimi non hanno quelle creature alate che possano aiutarli nella lotta”, ha concluso il regista di Titanic. (ANSA)

Un canale d'irrigazione prosciugato a Molino, nelle Filippine (EPA/FRANCIS R. MALASIG)
Oltre un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno per malattie dovute alla scarsa igiene o alla mancanza di acqua pulita: 4.000 al giorno. Oltre 900 milioni di persone non hanno accesso all’acqua e 2,5 milioni ad adeguati servizi igienici. I cambiamenti climatici costituiscono un’ulteriore minaccia per l’ecosistema idrico: la fame - legata anche alla siccità - sarà causa di morte per 25 milioni di bambini in più entro il 2050. Meno acqua si traduce in più malattie e maggiore mortalità infantile.
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Ospedale Mohakhali di Dhaka, in Bangladesh
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Ospedale Mohakhali di Dhaka, in Bangladesh
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Un canale d’irrigazione prosciugato a Molino, nelle Filippine
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Ospedale Mohakhali di Dhaka, in Bangladesh
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Ospedale Mohakhali di Dhaka, in Bangladesh
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Raccolta dell’acqua a Yangon, Birmania
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Ospedale Mohakhali di Dhaka, in Bangladesh
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Ospedale Mohakhali di Dhaka, in Bangladesh
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Portare l’acqua al villaggio. Yangon, Birmania
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In coda per l’acqua a Mugdapara, Dhaka, Bangladesh
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Un panno per filtrare l’acqua a Mohammadpur, Dhaka, Bangladesh
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Raccolta dell’acqua a Yangon, Birmania
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Mohammadpur, Dhaka, Bangladesh
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Mohammadpur, Dhaka, Bangladesh
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua del 22 marzo, Save the Children, spiega con i dati l’entità della tragedia-acqua e i suoi effetti sulla popolazione delle aree più povere del mondo, ed in particolare sui bambini.
Si stima che le malattie dovute ad un’inadeguata disponibilità di acqua pulita, igiene e impianti igienico-sanitari siano il 10% del totale delle malattie diffuse nel mondo, mentre si calcolano in 3,5 milioni le morti causate dall’inadeguato accesso ad acqua potabile, dalla scarsa igiene, e dall’assenza o insufficienza di latrine, bagni, sistemi fognari.

Ospedale Mohakhali di Dhaka, in Bangladesh (EPA/ABIR ABDULLAH)
Secondo Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, “è dimostrato che nel caso del tracoma, un’infezione batterica che rende molti bambini praticamente ciechi, i tassi di infezione potrebbero ridursi del 27% se ci fosse una maggiore disponibilità di acqua per le abitazioni. In generale, un maggiore accesso ad acqua pulita e potabile ridurrebbe di almeno il 25% i casi di diarrea mentre il miglioramento dei servizi igienico-sanitari porterebbe a una riduzione del 30% della mortalità infantile, pari a 2.5 milioni di morti infantili in meno ogni anno. Basterebbero semplici soluzioni come una più larga disponibilità di acqua pulita nelle abitazioni, latrine e del sapone per lavarsi le mani“.

Raccolta dell'acqua a Yangon, Birmania (EPA/NYEIN CHAN NAING)
Eppure, per ampie zone del mondo avere sempre dell’acqua pulita nelle abitazioni o latrine a scuola è un miraggio. Nell’Africa sub-sahariana il 42% delle persone non ha accesso a risorse idriche bonificate. Inoltre, il 18% della popolazione deve camminare per ore prima di raggiungere una fonte d’acqua potabile: un compito, quello della raccolta di acqua per l’intera famiglia, che spetta nella maggior parte dei casi alle donne o alle bambine.
L’impatto dei cambiamenti climatici pesa sulle risorse idriche e sempre più bambini sono a rischio. Si stima che ogni giorno 2 milioni di tonnellate di liquami e scarichi fognari non trattati vengano sversati nei mari e nei fiumi, compromettendo la qualità e potabilità dell’acqua. Il problema è più grave nei paesi in via di sviluppo, dove oltre il 90% dei rifiuti reflui e di scorie industriali non bonificati finisce in acqua.

Mohammadpur, Dhaka, Bangladesh
Il surriscaldamento globale poi sta avendo un impatto sulla quantità e qualità dell’acqua: intere aree del mondo soffrono sempre più spesso di siccità, a sua volta causa di malnutrizione. Si stima che la mancanza di cibo, che attualmente affligge 178 milioni di bambini ed è causa di morte per 3.2 milioni di essi ogni anno, colpirà 25 milioni di bambini in più di qui al 2050.
Il settimo Obiettivo di Sviluppo del Millennio prevede, tra l’altro, di ridurre della metà, entro il 2015, la percentuale di popolazione senza un accesso sostenibile all’acqua potabile e agli impianti igienici di base.

Uno striscione srotolato lungo la facciata del Palazzo della Civiltà Italiana (AP Photo/Alessandra Tarantino)
Protesta, questa mattina a Roma, degli attivisti di
Greenpeace contro la politica in favore del nucleare da parte dell’Enel che, secondo l’associazione, su questo tema ”bleffa” le imprese.
Gli attivisti, rende noto l’associazione, sono saliti sul ‘Colosseo Quadrato’ all’Eur di Roma, da dove hanno srotolato sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana uno striscione di 300 metri quadrati con la scritta ‘Stop alla follia nucleare, Stop Nuclear Madness‘, proprio mentre era in corso l’incontro tra Enel e le imprese italiane coinvolte nel progettodi costruzione di quattro impianti nucleari EPR in Italia.
(ANSA)
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Uno striscione srotolato lungo la facciata del Palazzo della Civiltà Italiana
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Uno striscione srotolato lungo la facciata del “Colosseo quadrato”
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Uno striscione srotolato lungo la facciata del Palazzo della Civiltà Italiana
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Uno striscione srotolato lungo la facciata del Palazzo della Civiltà Italiana
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Uno striscione srotolato lungo la facciata del “Colosseo quadrato”

(EPA/NARENDRA SHRESTHA)
Tutto è pronto a Kala Patthar, la località a 5.262 metri di quota su un fianco dell’Everest che domani accoglierà uno storico Consiglio dei ministri nepalese, convocato in questo inedito contesto per richiamare l’attenzione della comunità mondiale sui problemi climatici, prima dell’apertura del vertice sul clima di Copenaghen.
Il premier Madhav Kumar Nepal, accompagnato da 24 ministri del suo gabinetto, da collaboratori e dalla stampa nazionale ed internazionale, è arrivato oggi nell’aeroporto di Lukla, per una fase di acclimatazione, prima di salire domani sull’altipiano. Assenti giustificati i ministri della Difesa (per ragioni di salute) e quello del Commercio, impegnato in negoziati del Wto a Ginevra.
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Per richiamare l’attenzione del mondo sui problemi climatici
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Per richiamare l’attenzione del mondo sui problemi climatici
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Per richiamare l’attenzione del mondo sui problemi climatici
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Per richiamare l’attenzione del mondo sui problemi climatici
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Per richiamare l’attenzione del mondo sui problemi climatici
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Per richiamare l’attenzione del mondo sui problemi climatici
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Per richiamare l’attenzione del mondo sui problemi climatici
Kala Patthar è un luogo di solito usato da tutti gli scalatori come tappa prima di arrivare al campo base della montagna più alta del mondo.
In ottobre, sempre per sensibilizzare i grandi del mondo sul problema ambientale prima del vertice Copenaghen, il governo delle Maldive si è riunito sott’acqua.
L’incontro del governo nepalese sull’Everest era stato programmata per lo scorso 13 novembre, ma è stata rinviato a causa di una malattia del premier Nepal. Questi, dopo un discorso a Syangboche (3.970 metri), sarà trasferito da quattro elicotteri insieme ai suoi ministri e all’attrezzatura necessaria per l’alta quota a Kala Patthar.
La televisione nepalese trasmetterà in diretta la riunione a cui prenderanno parte una settantina di persone tra ministri e consiglieri. (ANSA).

Vikas e Aman, fratelli (AP Photo/Saurabh Das)
A Bhopal, nell’India centrale, il 2 dicembre del 1984, in sequito ad un incidente, il liquido incolore prodotto dalla fabbrica di insetticidi statunitense Union Carbide, reagendo con l’acqua in ambiente chiuso, causò la morte sul colpo di 3.787 persone. Altre migliaia di persone morirono nelle ore successive a causa dei veleni che hanno causato in tutto 30.000 morti e 100.000 invalidi.
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Vikas e Aman, fratelli
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Bambini nati con disabilità fisica e mentale
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Cerimonia per l’anniversario
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Suraj, 12 anni
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Medicinali
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Shatraksh, 9 anni
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Mahima, 5 anni
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25th anniversary
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Apeksha Malviya
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Khushi Verma e Apeksha Malviya
A 25 anni di distanza dalla tragedia, i livelli di contaminazione di aria e acqua nel raggio di tre chilometri intorno all’impianto della morte sono ancora altissimi. Analisi condotte nei dintorni della fabbrica di insetticidi statunitense Union Carbide hanno riscontrato la presenza di tracce di isocianato di metile.
Il Centro per la scienza e l’ambiente ha accertato che i ripetuti allarme lanciati dagli ambientalisti della zona, secondo i quali tracce di veleno sono ancora presenti nell’aria e nell’acqua e hanno causato negli anni cancri, malformazioni e malattie del sistema imminutario, erano fondati.
Da documenti interni è emerso inoltre che la fabbrica ha scaricato migliaia di tonnellate di rifiuti in tutta l’area circostante, per anni, prima dell’incidente. Allo stato attuale, secondo i risultati dell’indagine, nei terreni attorno alla fabbrica ci sono 40 volte più pesticidi di quelli ammessi dagli standard indiani. Inoltre, i campioni dell’acqua bevuta dalla popolazione a Shiv Nagar contiene dosi di CVarvaryl 110 volte superiori agli standard consentiti. (AGI)

In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 (AP Photo/Saurabh Das)
A venticinque anni dal
disastro ambientale di
Bhopal, in India, le autorità indiane hanno deciso di aprire al pubblico l’area dello
stabilimento di pesticidi della Union Carbide da cui, il 2 dicembre 1984, uscirono tonnellate di prodotti chimici che provocarono
15mila morti.
In queste foto di Saurabh Das, le immagini dello stabilimento, così come appare oggi.
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
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In India, la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984
“L’obiettivo”, ha spiegato Babulal Gaur, ministro per l’aiuto e la riabilitazione delle vittime di Bhopal, “è quello di permettere alla popolazione di poter pregare e ricordare le vittime del disastro ambientale, così come avviene a Hiroshima, Chernobyl e Ground Zero a New York”. Lo ha riferito il quotidiano statunitense “Washington Post” nei giorni scorsi.
La corte dello stato di Madhya Pradesh, la cui capitale è Bhopal, il 26 novembre ha ordinato l’ingresso del pubblico nell’area della fabbrica. L’apertura è prevista per l’inzio del prossimo mese di dicembre, in occasione del 25° anniversario del disastro ambientale.
Un gruppo di sopravvissuti all’incidente ha però criticato la decisione delle autorità indiane sottolineando che la zona è ancora contaminata. “Sul terreno si trova ancora mercurio puro”, ha detto un ex dipendente che per dieci anni ha lavorato nello stabilimento di pesticidi. “È una fabbrica di morte. All’interno dell’area ci sono ancora veleni che inquinano i nostri pozzi e contaminano i nostri corpi”, ha affermato Rajbal Moolchand, 70 anni, un altro sopravvissuto che viveva vicino all’impianto e che fu esposto ai gas.