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anniversario

1971, l'equipaggio della Phyllis Cormack: i pionieri di Greenpeace (Ansa/Greenpeace)
Possono sembrare dei rompiscatole chiassosi come dei paladini dell’ambiente. Certo è che in nome del loro credo gli attivisti di Greenpeace non hanno paura di protestare e buttarsi in prima linea in tutte le maniere più d’impatto possibile, inanellando ormai 40 anni di blitz.
Sì, perché l’organizzazione ambientalista oggi compie quattro decenni di vita e di lotte. Era a bordo di un peschereccio, il Phyllis Cormack, che il 15 settembre 1971 maturò la prima azione per salvare il Pianeta dalla minaccia nucleare. Ben presto quella malandata imbarcazione colorata da strisce parallele e verticali sulla prua divenne una nave guerriera, la Raimbow Warrior, per combattere le ingiustizie ambientali ma soprattutto per fermare la caccia alle balene nei grandi e freddi mari del sud del mondo.
I pionieri furono Jim Bohlen, Irving Stowe e Paul Cote (con Bob Hunter, un giornalista).
Nel compleanno di Greenpeace, riviviamo questi 40 anni di proteste e campagne spettacolari in questa gallery fotografica, dalla prima storica missione verso l’isola di Amchitka all’affondamento della Rainbow Warrior nel porto di Auckland.
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5 agosto 1971: Robert Hunter al timone della Phyllis Cormack
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1971, l’equipaggio della Phyllis Cormack: i pionieri di Greenpeace
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5 agosto 1976, sulle acque a largo di San Francisco
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La base di Greenpeace nell’Antartide, con lo scopo di farne un parco mondiale
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1981, David McTaggart sulla Vega contro i test nucleari a Muroroa
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2 ottobre 1984, paracadutista salta giù dalla centrale elettrica di Gavin
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10 luglio 1985, l’affondamento della nave Rainbow Warrior
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5 agosto 1985: Gloucester, Massachusetts, un’azione di boicottaggio
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16 giugno 1995: contro l’affondamento nel Mare del Nord della piattaforma petrolifera Brent Spar
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4 luglio 1995, Gianna Nannini con Greenpeace davanti all’ambasciata di Francia a Roma
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9 luglio 1995: commandos francesi effettuano controlli a bordo della nave Rainbow Warrior II, vicino all’isola Mururoa
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21 marzo 1996: Rainbow Warrior II torna in mare dopo il rilascio da parte delle autorità francesi
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Assalto alla Rijnborg che trasportava scorie nucleari
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Marzo 2006, Rio de Janeiro: striscioni dalla statua del Cristo Redentore chiedendo ai governi di proteggere la biodiversità globale
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2008, Greenpeace blocca la centrale a carbone di Sassari
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2009, sul Mount Rushmore National Memorial una sfida a Obama a dare prova di leadership circa il riscaldamento globale
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2 ottobre 2010: protesta contro la dipendenza della Francia al petrolio
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10 novembre 2010: “Speranza?” sulle spiagge di Cancun, contro i cambiamenti climatici
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13 settembre 2010, a Montreal contro il petrolio e per lo sviluppo di energie più pulite
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14 luglio 2010, a Bruxelles contro le perditi in acqua di petrolio
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16 novembre 2010: attivista subacqueo invoca: “Proteggiamo la barriera corallina ora”
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Agra, India: nei cieli sopra Tai Mahal un pallone invoca il disarmamento nucleare, contro i test nucleari indiani
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17 agosto 2010: a Città del Messico protesta contro il riciclaggio dei rifiuti industriali
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Un attivista di Greenpeace tiene un cartello sotto un dispositivo di aggregazione del pesce chiedendo la creazione di una rete globale di riserve marine
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25 aprile 2011, Rio de Janeiro: contro lo sviluppo di un impianto nucleare
Oggi le tre strisce colorate del 1971 si sono trasformate nell’intero spettro dell’arcobaleno, che col tempo è divenuto il suo simbolo sfoggiato nei blitz a difesa dell’ambiente.
L’associazione non governativa ambientalista e pacifista è stata infatti fondata a Vancouver in piena guerra fredda da un gruppo di attivisti per opporsi ai test nucleari degli Usa in Alaska (ad Amchitka). Poi le lotte per la Terra diventano campagne: quelle per tutelare energia e clima, foreste, mare, contro gli Ogm, inquinamento, nucleare e per la pace e il disarmo.
Gli attivisti on line sono 11 milioni al mondo, oltre 2.000 le persone dello staff operativo (dislocate in 27 uffici in 41 Paesi) in, 3,5 milioni di sostenitori (di cui 53 mila in Italia).

16 giugno 1995: contro l'affondamento nel Mare del Nord della piattaforma petrolifera Brent Spar (Ansa/Greenpeace)
Oggi le navi sono diventate tre: la Rainbow Warrior II, l’Arctic Sunrise e la Esperanza. E ora tutto è pronto per la Rainbow Warrior III, pronta per ottobre.
E per chi crede che Greenpeace sia un baraccone vistoso ma inconcludente, citiamo alcune delle vittorie ottenute lungo la storia griffata arcobaleno: il trattato internazionale che protegge per 50 anni l’Antartide da esplorazioni petrolifere, la messa al bando delle spadare, la moratoria Internazionale per la caccia commerciale alle balene (del 1982), il divieto di sversamento di scorie nucleari in mare, la salvaguardia delle foreste primarie….

Nella piazza Rossa di Mosca (AP Photo/Ivan Sekretarev)
È stata la parata militare “più ambiziosa” della storia della Russia moderna, quella svoltasi oggi in 63 minuti nel centro di Mosca per celebrare il 66esimo anniversario della resa della Germania nazista. Il numero di forze dispiegate è ingente: 20.000 uomini e oltre 100 mezzi pesanti, che hanno sfilato al suono dei 1.500 uomini della banda militare. Sulla Piazza Rossa si sono susseguiti lanciatori di missili balistici Topol-M, sistemi anti-aereo Pantsyr-S1 e, per la prima volta, S-400 Triumf nuova pietra angolare della difesa missilistica e aerea della Federazione. Sullo sfondo della cattedrale del Cristo Salvatore hanno sfilato anche lanciatori di missili Iskander-M e di razzi Smerch, carrarmati T-90 e veicoli trasporto truppe BTR-80. Sul piano della potenza tecnologica, però, i giornali russi fanno notare che la parata di quest’anno è di livello inferiore rispetto alla precedente: per l’aeronautica, ad esempio, nel cielo di Mosca si sono alzati in volo solo cinque elicotteri Mi8 con le bandiere nazionali e delle forze militari, ma non sono stati previsti aerei.
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È stata la parata militare “più ambiziosa” della storia della Russia modern
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63 minuti in marcia nel centro di Mosca per celebrare il 66esimo anniversario della resa della Germania nazista
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Hanno sfilato 20.000 uomini e oltre 100 mezzi pesanti
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Ad accompagnare la parata una banda musicale di 1500 elementi
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La città è blindata: strade e fermate della metropolitana in centro sono bloccate
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A sorvegliare sulla sicurezza sono stati dispiegati 200mila uomini delle forze dell’ordine e 12.000 volontari civili
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Eventi e celebrazioni si svolgono in altre 5.300 città e cittadine della Federazione
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I festeggiamenti per il Giorno della Vittoria costeranno al ministero della Difesa e alle amministrazioni comunali in giro per il Paese circa 43 milioni di dollari
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Militari russi durante la parata
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Un veterano partecipa alla cerimonia di commemorazione
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La piazza Rossa è stata il cuore dei festeggiamenti del 9 maggio
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Nonostante siano i veri protagonisti di questa ricorrenza, qualcuno ha denunciato che i veterani sono i più dimenticati dal Cremlino
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Putin e Medvedev osservano la parata in tribuna
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Molti veterani ancora vivono in condizioni al limite della povertà
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Mezzi militari sfilano sulla Piazza rossa
La piazza Rossa è il cuore dei festeggiamenti del 9 maggio, ma eventi e celebrazioni si svolgono in altre 5.300 città e cittadine della Federazione, mentre nella capitale sono stati organizzati altri 200 eventi. La città è blindata: strade e fermate della metropolitana in centro sono bloccate e a sorvegliare sulla sicurezza sono stati dispiegati 200mila uomini delle forze dell’ordine e 12.000 volontari civili. Altri 6.000 uomini sono preposti al controllo delle zone periferiche.

(Epa/Maxim Shipenkov)
Il primo a fare gli auguri ai russi per il Giorno della Vittoria è stato via Twitter il presidente Dmitri Medvedev, che stamattina sedeva sulla tribuna sotto le mura del Cremlino insieme al premier Vladimir Putin e ad alti ufficiali dell’esercito. “S dnem pobedy (Buon Giorno della Vittoria) - ha scritto il capo del Cremlino sul suo seguitissimo account - dobbiamo ricordare il prezzo pagato per la vittoria. Salute e forza ai veterani che hanno difeso la nostra patria”. Nel breve discorso che ha aperto la parata, il capo di Stato ha poi ricordato che “è nostro dovere proteggere il mondo, ottenuto come risultato della Vittoria (sui nazisti)”.
Alla vigilia della festa, Medvedev aveva già brindato con i reduci della Seconda guerra mondiale esprimendo la sua gratitudine per il loro sacrificio e promettendo di sostenere un’educazione patriottica che non permetta allo Stato di diventare un “brandello”. Onorare i veterani di guerra è un gesto che unisce tutti i russi, al di là dell’appartenenza politica. Nonostante siano proprio i veterani i veri protagonisti di questa ricorrenza, qualcuno ha denunciato che sono i più dimenticati dal Cremlino. Secondo Alexander Golts, vicedirettore del giornale Yezhednevny Zhurnal, nell’anno che precede le presidenziali, le autorità hanno puntato tutto sulla retorica militare e dell’unità nazionale senza fare nulla di concreto per i reduci. “Per gli alti funzionari di Stato - nota il giornalista in un editoriale - farsi fotografare con anziani militari in pensione in uniformi degli anni ‘70 non è un gran ritorno di immagine”.

Un veterano partecipa alla cerimonia di commemorazione
I festeggiamenti per il Giorno della Vittoria costeranno al ministero della Difesa e alle amministrazioni comunali in giro per il Paese circa 43 milioni di dollari. Il governo, hanno fatto notare in molti, avrebbe fatto meglio a usare i soldi dei contribuenti per aiutare i veterani. Molti di loro ancora vivono in condizioni al limite della povertà, in attesa degli appartamenti che Mosca promette loro da decenni. Ogni 9 maggio. (TMNews)

Controrivoluzionari cubani della Brigata d'assalto 2506 (Ansa/Epa - AFPI/PL/Miguel Vinas)
Sono passati 50 anni dalla catastrofica spedizione della Baia dei Porci, il maldestro tentativo Usa di rovesciare il regime di Fidel Castro con uno sbarco di esuli su una baia deserta del sud di Cuba.
E da allora le relazioni tra Washington e l’Avana rimangono comunque tese: c’è un embargo economico in vigore da quasi un cinquantennio e, nonostante piccoli recenti alleggerimenti, non sembra esserci nessuna seria prospettiva di disgelo anche dopo che il Lider Maximo ha lasciato il potere al fratello Raul e che alla Casa Bianca Barack Obama ha sostituito il più rigido George W. Bush.
Il 17 aprile 1961, finanziati dalla Cia allo scopo di tentare di rovesciare Castro per poi creare un governo provvisorio, circa 1.500 esuli cubani sbarcarono nella Bahia de Cochinos, la Baia dei Porci, a sud dell’Avana. Ma l’operazione della cosiddetta Brigata 2056 si rivela un fiasco, perché i barbudos esperti di guerriglia li stavano aspettando in questa baia isolata in mezzo alle paludi, non lontana dal piccolo villaggio di Playa Giron.
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Un gruppo di controrivoluzionari cubani, i membri della Brigata d’assalto 2506
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L’allora primo ministro Fidel Castro parla ai prigionieri allo stadio dell’Avana
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Il processo agli uomini catturati dalle forze cubane alla Baia dei Porci
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John F. Kennedy con Dwight Eisenhower
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Fidel Castro con il fratello Raul
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Fidel Castro con Nikita Krusciov
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Al museo di Miami una mappa con il piano di attacco alla Baia dei Porci
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Fidel Castro contro l’embargo americano
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Francisco Manuel Torreiro, veterano della Baia dei Porci, mostra una foto di quando giaceva ferito
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Rafael Soldevilla, veterano combattente della Baia dei Porci
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Toribio Pozos, veterano combattente alla Baia dei Porci, con la moglie
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Mercedes Betancourt mostra le decorazioni militari del marito Torbio Pozos
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Francisco Manuel Torreiro, veterano combattente della Baia dei Porci, mostra il proiettile con cui fu ferito
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Alfredo Duyran, uno dei componenti della Brigata d’assalto coinvolta nel fallito blitz
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Felix Rodriguez, uno dei cubani esiliati che lavorò contro il nascente governo di Castro
Il bilancio dell’operazione fu di quasi un centinaio di morti tra gli anti-castristi, ma le conseguenze diplomatiche furono forse ancora più catastrofiche per gli Usa, spingendo Castro tra le braccia dell’Unione Sovietica, ed offrendo all’Urss un alleato (e basi militari) a poche decine di chilometri da una metropoli come Miami, nel Sud della Florida.
Un anno dopo la crisi della Baia dei Porci, si giunse addirittura ad un passo dalla terza guerra mondiale, con la crisi dei missili installati segretamente dai sovietici a Cuba, secondo alcuni storici come risposta ai missili Usa puntati contro Mosca in Turchia.
Una delle date da ricordare è il 25 ottobre 1962, quando il rappresentante permanente Usa all’Onu Adlai Stevenson chiese al suo collega sovietico Valerian Zorin se ci fossero missili a Cuba. Ai ripetuti ‘niet’ dell’ambasciatore, Stevenson, candidato alla Casa Bianca per ben due volte, rispose con le famose foto satellitari.
Tre giorni prima, appena scoperti i missili, il presidente Kennedy aveva proclamato in tv che qualsiasi attacco da Cuba sarebbe stato considerato un attacco sovietico al quale si sarebbe risposto, annunciando un blocco navale (ufficialmente una quarantena) di Cuba per evitare la consegna di nuovo materiale bellico da Mosca.
La crisi rientrò pochi giorni dopo quando gli Stati Uniti accettarono l’offerta sovietica di ritirare i missili in cambio di una garanzia di non aggressione a Cuba, e secondo alcuni Washington si impegnò segretamente a smantellare le testate Jupiter, ufficialmente obsolete, in Turchia. Cosa che avvenne nelle settimane successive.

Fidel Castro con Nikita Krusciov (ANSA/DM)

John F. Kennedy con Dwight Eisenhower (Ansa)
Sul sito della biblioteca presidenziale di Kennedy, la spedizione della Baia dei Porci, un piano della Cia messo a punto sotto il presidente Dwight Eisenhower, viene ricostruita in maniera abbastanza dettagliata. Le cose vanno male sin dall’inizio, quando il 15 aprile uno dei due previsti raid aerei di appoggio (con otto obsoleti bombardieri B-26 della Seconda Guerra Mondiale dipinti con i colori cubani) manca quasi tutti gli obiettivi. Non solo, il trucco viene scoperto e Kennedy deve rinunciare al secondo raid.
Due giorni dopo, lo sbarco della Baia è un fallimento totale, anche a causa del maltempo: gli aerei cubani affondano due navi Usa e distruggono circa la metà delle strutture di appoggio aeree. Nelle 24 ore successive sbarcano circa 20mila militari cubani, mentre l’ombrello aereo autorizzato da Kennedy è una nuova catastrofe: i sei anonimi velivoli inviati in appoggio arrivano con un’ora di ritardo (probabilmente ignari del fatto che tra Cuba e Nicaragua, da dove sono decollati, c’è un’ora di fuso), e vengono abbattuti.
In seno alla Brigata 2056 i morti sono oltre un centinaio, i prigionieri circa 1.200. Per ottenerne la liberazione, 20 mesi dopo, gli Usa accettano di fornire a Cuba l’equivalente di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e medicinali. (ANSA)

Adolf Eichmann a processo a Gerusalemme (AP Photo)
Lo Yad Vashem, memoriale ufficiale israeliano delle vittime ebree dell’olocausto, ha annunciato oggi di aver trasferito su You Tube oltre 400 ore di immagini del processo che nel 1961/62 si tenne a Gerusalemme contro il criminale nazista Adolf Eichmann, esecutore dei piani di sterminio di sei milioni di ebrei, nella ricorrenza dei 50 anni dall’inizio del processo a suo carico, inaugurato a Gerusalemme proprio l’11 aprile del 1961.
I filmati delle udienze, spesso altamente drammatiche per le dolorose testimonianze rese dai sopravvissuti dei lager, sono visibili, anche nella traduzione in inglese del dibattimento, sul canale You Tube realizzato in collaborazione con gli Archivi di Stato Israeliani. L’iniziativa è parte di un più ampio progetto varato al principio dell’anno dallo Yad Vashem e Google, che ha l’obiettivo di rendere accessibili su internet tutti i documenti del museo dell’Olocausto:

Adolf Eichmann, il ‘burocrate dello sterminio’, era fuggito in Argentina alla fine della seconda guerra mondiale. Lì venne rapito nel 1960 da un commando del Mossad e venne portato in segreto in Israele, dove sarebbe stato processato e condannato a morte il 15 dicembre 1961. Eichmann, le cui domande di grazie vennero respinte dal presidente Yitzhak Ben Zvi, fu impiccato il 31 maggio 1962. Subito dopo il corpo fu cremato e le ceneri disperse in mare, oltre i limiti delle acque territoriali dello Stato ebraico. La sua esecuzione fu preceduta da un tormentato dibattito in Israele, che coinvolse anche i vertici politici e culturali del paese, tra chi - come David Ben Gurion - chiedeva l’attuazione della sentenza e i fautori della clemenza.
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Eichmann nella gabbia di vetro a Gerusalemme
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Adolf Eichmann al culmine della sua carriera nelle SS, “Responsabile dell’Ufficio centrale per l’Emigrazione Ebraica”
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Simon Wiesenthal, il “cacciatore di nazisti”
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Eichmann nella sua cella il 15 aprile 1961
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Eichmann in un momento del processo, il 7 luglio 1961
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Eichmann in una foto del 6 aprile 1961, alla vigilia del processo
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La copertina della prima edizione de La banalità del male di Hannah Arendt
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Le foto del processo in mostra a Gerusalemme
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La carta di identità di Eichmann
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Oggetti personali di Eichmann in mostra allo Yad Vashem di Gerusalemme
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Adolf Eichmann a processo: una mostra a Berlino
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Il pubblico ministero del processo Gabriel Bach
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Juger Eichmann, Jerusalem 1961 a Parigi
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I diari dalla prigione di Adolf Eichmann conservati presso gli Archivi di Stato di Israele
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Il cinema su Eichmann
Per molti israeliani il processo Eichmann - le cui udienze furono trasmesse in diretta dalla radio - fu il primo contatto ravvicinato con la Shoah. In precedenza il loro approccio era stato ”unidimensionale”, caratterizzato da una incomprensione di fondo sull’ampiezza della Shoah e sulla terribile esperienza vissuta dai superstiti. Quell’evento - oggetto ancora oggi di approfondimenti sofferti e interpretazioni non sempre univoche - rappresentò ”una svolta” nella memoria collettiva. Lo hanno ricordato in questi stessi giorni con espressione identica uomini di governo come l’attuale premier Benyamin Netanyahu, storici anticonformisti come Tom Segev e protagonisti dell’epoca come l’anziano ex capo del Mossad Rafi Eitan, componente del commando che agì in Argentina.
Il progetto illustrato oggi dai media rientra fra le varie iniziative pubbliche, accademiche, informative e di rievocazione promosse in Israele (come anche in Germania e in altri Paesi) per commemorare il 50/mo anniversario di uno dei processi del secolo. Ecco le iniziative principali:
LE MOSTRE
Marking 50 Years Since The Eichmann Trial sul sito dello Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme
Der Prozess - Adolf Eichmann vor Gericht presso la Fondazione Topographie des Terrors di Berlino
Juger Eichmann, Jerusalem 1961 al Mémorial de la Shoah di Parigi
I LIBRI
- La bibliografia selezionata dallo Yad Vashem
- A dare il via all’enorme dibattito sul processo ad Eichmann fu il reportage a puntate scritto da Hannah Arendt per il New Yorker. La teorica della politica, ebrea tedesca rifugiatasi negli Stati Uniti nel 1940, seguì l’intero processo da Gerusalemme. Il suo reportage, poi pubblicato nel 1963 con il titolo Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil (tradotto in italiano con La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme ), è la cronaca di ciò che Arendt descrive come il suo secondo trauma, successivo a quello seguito alle conferme della notizia che lo Shoah era in atto.
Quando si trova di fronte ad Eichmann, a Gerusalemme, Arendt fa in prima persona una scoperta sconvolgente e tragica: il male che ad Auschwitz ha preso forma non è radicale, come aveva pensato fino a quel momento, ma banale:
[...] ho cambiato idea, ora credo che il male non sia mai radicale, ma estremo. E che non possieda né profondità, né spessore demoniaco. Il male sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di andare in profondità, di toccare le radici, e nel momento in cui si occupa del male è frustato perché non trova niente. Questa è la sua banalità. Solo il bene ha profondità e può essere radicale.
(Lettera di H. Arendt a G. Scholem)
- Quel libro di Arendt non cessa, ad oggi, di sollevare discussioni e polemiche. L’ultima arriva proprio nel cinquantennale del processo: la sta suscitando la storica americana Deborah Lipstadt con il suo The Eichmann Trial, scritto con l’intento di ricostruire le fasi del processo, ma finito all’attenzione della critica soprattutto per la messa in discussione di numerosi giudizi espressi da Hannah Arendt.
Per approfondire:
Caso Eichmann, Arendt imputata? su Avvenire
Processo ad Hannah Arendt su Il Foglio
La banalità del libro di Giorgio Israel su Informazione corretta
Why the Eichmann Trial Really Mattered sul New York Times (che ha messo online l’introduzione del libro)
ALTRE RISORSE IN RETE
La trascrizione del processo
Il sito della Fondazione che ha allestito la Mostra permanente sulla Conferenza di Wannsee, dove venne stabilito come attuare la Soluzione finale della questione ebraica, ossia lo sterminio degli ebrei.
IL CINEMA
Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno di Eyal Sivan (FRANCIA, 1999), documentario realizzato con le immagini tratte dalle riprese originali, rese possibili dal lavoro del regista americano Leo H. Hurwitz, che durante il processo aveva nascosto quattro telecamere dietro finte pareti.
Eichmann di Robert Young (GRAN BRETAGNA, 2008) film basato sulle ultime confessioni del gerarca nazista, rilasciate prima della sua esecuzione in Israele e raccolte dal giovane Capitano Avner Less, un ufficiale della Polizia Israeliana.

(Epa/Andres Martinez Casares)
Il bianco, il colore del lutto ad Haiti, ha caratterizzato la giornata di ieri, in cui nel Paese si è ricordato il catastrofico terremoto che, un anno fa, ha provocato 316 mila morti - 50 mila in più della cifra nota finora, come ha riferito il premier Jean Max Bellerive - ed ha ulteriormente prostrato la nazione più povera delle Americhe, oggi alle prese anche con una drammatica epidemia di colera.
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Una donna partecipa alla cerimonia di commemorazione presso la cattedrale di Port au Prince
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Una donna in preghiera
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Fiaccolata a Port au Prince
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Un coro nel luogo dove sorgeva la Cattedrale di Port au Prince, tuttora un cumulo di macerie
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Molte migliaia di haitiani, per lo più vestiti di bianco, sono scesi per le strade di Port Au Prince, camminando in processione lungo le strade dissestate
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La cerimonia nella zona di Titanyen dove, dopo il sisma, si sono scavate le prime fosse comuni per sotterrare le vittime
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Le cerimonie si protrarranno per due settimane
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Una donna in preghiera in Campo di Marte, la piazza centrale di Port au Prince
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Un uomo presso le rovine della Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione
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Nelle fosse comuni di Titanyen si continua oggi a sotterrare le vittime dell’epidemia di colera, di cui muoiono almeno 40 haitiani al giorno
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Il Presidente Renè Reval durante la commemorazione a Titanyen
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Un uomo con i suoi figli presso le rovine della Cattedrale
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I missionari e il personale impegnati presso l’ospedale di St. Damien partecipano a una fiaccolata di commemorazione
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Alle 16:53 locali, l’istante in cui ebbe inizio il sisma, ovunque sono stati liberati in cielo palloncini bianchi
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Ricordo dei funzionari cinesi morti nel quartier generale ONU
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Un bambino in un campo rifugiati a Port au Prince
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In preghiera presso le rovine della Cattedrale
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Una famiglia visita le tombe dei parenti nel cimitero nazionale di Port au Prince
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Un gruppo di bambini in un campo rifugiati di Port au Prince
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Una bambina sopravvissuta al terremoto partecipa a una cerimonia commemorativa a Miami
Lentamente, molte migliaia di haitiani, per lo più vestiti di bianco, sono scesi per le strade di Port Au Prince, camminando in processione lungo le strade dissestate per partecipare alle varie cerimonie religiose. In particolare a quella celebrata attorno alla cattedrale, tuttora un cumulo di macerie. Tutti in attesa delle 16:53 locali (le 22:53 in Italia), l’istante che il 12 gennaio dell’anno scorso ha colpito tanto duramente il Paese, ed in cui ovunque sono stati liberati in cielo palloncini bianchi. Mesti anche i programmi della tv che, fin dal mattino, hanno mandato in onda immagini dell’immane catastrofe, con cadaveri tra le macerie e gli urli di terrore della gente che cercava di mettersi in salvo, poco dopo che la terra aveva tremato, per 38 secondi, con una terribile scossa di 7 gradi della scala Richter.
Haiti: a un anno dal terremoto, colera e collera di Stella Pende
Un anno dopo, l’enormità della tragedia in un Paese già da decenni allo stremo, è presente ovunque. Martedì, il presidente Renè Preval ha dato il via alle cerimonie, che si protrarranno per due settimane, recandosi nella zona di Tytanien, ad un’ora dalla capitale, dove, dopo il sisma, si sono scavate le prime fosse comuni per sotterrare i cadaveri estratti dalle macerie e dove si continuano a sotterrare le vittime del colera che non sembra placarsi, tanto che per l’epidemia muoiono ancora almeno 40 haitiani al giorno.

La cerimonia presso le fosse comuni di Tytanien (Corentin Fohlen/Sipa/LaPresse)
Sempre nell’ora fatidica del terremoto, si è tenuta anche una cerimonia nel ‘Campo di Marte’, la piazza centrale di Port au Prince, in cui si sommano il passato ed il presente di Haiti, a cui hanno partecipato le principali autorità, tra le quali il capo dello stato Preval e l’ex presidente Usa Bill Clinton. Che, nel suo ruolo di coordinatore degli aiuti, al suo arrivo ad Haiti, si è detto ”irritato” per eclatante lentezza degli stessi, come evidenziano gli oltre 800.000 haitiani, 380.000 dei quali minorenni, che vivono tuttora negli attendamenti. La cerimonia è stata occasione per la posa della prima pietra di un monumento dedicato alle vittime. Su tutto aleggia l’incerto futuro politico del Paese.
L’Organizzazione degli stati americani (Osa) ha infatti reso noto che, dopo che suoi esperti hanno indagato sulle elezioni presidenziali del 28 novembre, ”non è possibile appoggiare i risultati preliminari presentati il 7 dicembre”. In pratica, vuole che Preval accetti che il suo candidato Jude Celestin, giunto secondo, non partecipi al ballottaggio, in cui dovrebbero invece misurarsi gli oppositori Mirlande Manigat e Michel Martelly. In merito, il Presidente ha solo assicurato: ”Volevo andarmene il 7 febbraio, giorno in cui scade il mio mandato, ma alla luce delle impugnazioni, per quella data non ci sarà un mio successore”. La legge gli consente di restare in carica per altri 90 giorni. Un tempo lunghissimo, per un Paese in cui i disordini si ripetono da sempre. E dove, dopo l’anniversario del terremoto, tutto è possibile in tal senso, nonostante la presenza di varie migliaia di caschi blu dell’Onu. (ANSA)

Parco Lennon a L'Avana (AP Photo/Javier Galeano)
L’otto dicembre di trent’anni fa Mark Chapman uccideva John Lennon, a pochi passi dal Dakota Building, la sua residenza di New York (il palazzo in cui Polanski girò Rosemary’s Baby). Per ricordare quel giorno tragico, i fan di John Lennon si sono radunati a Liverpool per una veglia, per una commemorazione davanti alla scultura intitolata Pace e armonia, che la sua città natale gli ha dedicato lo scorso ottobre. “Sebbene il monumento sia visitabile dal pubblico solo da un mese ha già assunto un significato globale - ha detto il direttore del museo Beatles Story, Jerry Goldman - La gente sta arrivando da ogni parte del mondo e Liverpool è veramente felice di avere finalmente un punto importante dove ricordare Lennon”.
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Una fan tedesca di John Lennon accanto alla statua che lo commemora nel Parco Lennon dell’Avana, Cuba
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Concerto spontaneo con le canzoni dei Beatles al Parco Lennon dell’Avana, Cuba
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I fan a Liverpool, presso il Monumento alla pace dedicato a John Lennon
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Fiori per John Lennon allo Strawberry Fields Memorial, New York
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Lo Strawberry Fields Memorial è uno spazio di 10.000 m2 nel Central Park di New York dedicato alla memoria del cantante John Lennon
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Un poster di John Lennon nella Mathew Street di Liverpool
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Monumenti a John Lennon nella Mathew Street di Liverpool
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Veglia in ricordo di Lennon a Ottawa, Canada
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La copertina di Rolling Stones USA in uscita con l’ultima intervista a Lennon, pubblicata per la prima volta in versione intergrale
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Yoko Ono partecipa al Dream Power John Lennon Super Live concert a Tokyo
John Lennon, due ricorrenze per un mito immortale
John Lennon, un documentario a trent’anni dalla sua morte
John Lennon non è morto, lunga vita a John Lennon: le foto mai viste di un mito pop
Ma le iniziative in onore della leggendaria icona pop sono avvenute in molte parti del mondo. A New York, nello storico angolo di Central Park ribattezzato Strawberry Fields, come ogni anno i fan renderanno omaggio al mito di Imagine. A Tokyo, invece, la vedova di Lennon, Yoko Ono, si è esibita in un concerto con musicisti giapponesi. “In questo doloroso anniversario, vi prego di unirvi a me nel ricordare John con profondo amore e rispetto” - ha scritto Yoko in un messaggio su Twitter - “Malgrado i suoi brevi 40 anni di vita, ha dato così tanto al mondo”. “Continuiamo a imparare da lui persino oggi”.

Quattro anni fa, il 7 ottobre 2006, il corpo senza vita di Anna Stepanovna Politkovskaja venne rinvenuto nell’ascensore del suo palazzo, a Mosca. Era il giorno del compleanno dell’allora presidente Vladimir Putin, uno dei bersagli principali delle sue critiche.
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Anna Politkovksaja in una foto del 2005, a Leipzig
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Un momento della manifestazione a Mosca
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Una manifestazione per ricordare la giornalista a Parigi
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Per i 58 anni di Vladimir Putin un calendario in difesa della libertà di stampa
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Il 7 ottobre è il giorno del compleanno dell’allora presidente Vladimir Putin, uno dei bersagli principali delle sue critiche
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L’ascensore dove venne ritrovato il corpo esanime della giornalista
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Fiori in omaggio alla giornalista di fronte al suo palazzo, a Mosca, due giorni dopo la morte
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Il funerale della giornalista, a Mosca, il 10 ottobre 2006
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Il funerale della giornalista, a Mosca, il 10 ottobre 2006
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Il funerale della giornalista, a Mosca, il 10 ottobre 2006
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Sulla copertina del suo giornale, la Novaya Gazeta, all’indomani del suo assassinio
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Le copertine delle edizioni italiane dei suoi testi
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La foto delle giornalista durante una manifestazione
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Una manifestazione a San Pietroburgo nel 2006, all’indomani del suo assassinio
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Una manifestazione in memoria della giornalista a Washington, alcuni giorni dopo l’omicidio
Oggi numerose manifestazioni in diverse città del mondo hanno ricordato la giornalista, tornando a chiedere che si faccia luce sui responsabili della sua morte. Alla riunione pubblica che si è tenuta in sua memoria a Mosca ha partecipato anche Dmitri Muratov, il direttore del quotidiano per cui scriveva la Politkovskaya, la Novaya Gazeta, secondo cui gli ultimi dettagli emersi circa le indagini sull’omicidio non porteranno alla scoperta del vero colpevole.

(Ansa/Epa)
Senza rassegnarsi, ha annunciato che riunioni in memoria della reporter, come quella di oggi, si terranno annualmente, finchè il killer non sarà dietro le sbarre. Un’altra manifestazione si è tenuta a San Pietroburgo, sulla Piazza Trinità (metro Gorky). L’evento è stato coordinato con le autorità locali, come anche quello di Mosca.
Le novità nelle indagini a cui fa riferimento Muratov riguardano la pistola che uccise la giornalista e che venne ritrovata dalla polizia vicino al suo corpo, insieme a quattro bossoli. Secondo il quotidiano russo “Rossiyskaya Gazeta”, si troverebbe nella periferia di Mosca l’impianto sotterraneo che modificò la pistola e un ex agente di polizia potrebbe essere coinvolto nelle attività del laboratorio e in questo caso dovrebbero conoscere i nomi degli acquirenti di armi.

(AP Photo/Novaya Gazeta)
Si tratta di Sergei Khadzhikurbanov - ex collaboratore della Direzione per la lotta al crimine organizzato della capitale russa - che, insieme ai due fratelli ceceni Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, nel febbraio del 2009, era stato assolto dall’accusa di aver ucciso la giornalista. Poco dopo, però, il verdetto sarebbe stato ribaltato, con l’annullamento della sentenza da parte della Corte Suprema russa.

(Liverpool, 9 ottobre 1940 – New York, 8 dicembre 1980)
Il nove ottobre John Lennon avrebbe compiuto 70 anni. L’8 dicembre sarà il trentennale del suo omicidio, mentre Mark Chapman, il suo assassino, proprio qualche settimana fa, è tornato a farsi sentire, dopo che, saggiamente, gli è stata negata la libertà provvisoria.
Queste tristi ricorrenze non fanno che confermare una realtà incontrovertibile: il vuoto lasciato da John Lennon e, prima della sua morte assurda, dai Beatles.
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16 settembre 1967
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1 gennaio 1965
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17 Febbraio 1976
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John Lennon durante il concerto di Stoccolma del 1964
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Londra, 3 settembre 1962
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John Lennon 1940-1980
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John Lennon 1940-1980
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Al piano
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John Lennon 1940-1980
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06 luglio 1957
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John Lennon 1940-1980
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La famosa immagine di John Lennon e della moglie Yoko Ono nudi
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John Lennon 1940-1980
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David Chapman, l’allora 25enne fanatico che uccise John Lennon, il 9 dicembre 1980
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John Lennon 1940-1980
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In questa immagine la gigantofrafia di Lennon posta all’ingresso del museo intitolato al cantante nella città di Yono in Giappone
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John Lennon 1940-1980
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John Lennon uno dei due figli
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John Lennon 1940-1980
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John Lennon e la moglie Yoko Ono
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Paul McCartney e John Lennon, concerto all’Adriano (Roma) nel 1965
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Nel 1969 Lennon con la moglie Yoko Ono
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1971, John Lennon a Cannes
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Con Yoko Ono
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Paul Mc Carrtney, John Lennon, Ringo Star e George harrison
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Una foto di Lennon inedita, venduta all’asta a $ 53,775 nel 2003
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1980, con la moglie Yoko Ono
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(Liverpool, 9 ottobre 1940 – New York, 8 dicembre 1980)
Che il mondo continui ad essere attraversato da un’insostenibile voglia di Beatles lo hanno dimostrato concretamente innanzi tutto il successo da milioni di copie della ristampa di tutto il catalogo rimasterizzato di John, Paul, George e Ringo e il travolgente approdo su Rock Band, il gioco musicale da console che è un passaporto prezioso per entrare nella grazie della giovani generazioni.

John Lennon 1940-1980
Quanto a Lennon, senza voler entrare nella diatriba su chi fosse il vero genio della band, è stato non solo il più carismatico dei Quattro di Liverpool ma, fino a quando Mark Chapman non la ha ucciso, un libero pensatore, un paladino della pace e della tolleranza e una voce dissonante rispetto al pensiero dominante di cui oggi, come mai, si sente il bisogno.
La doppia ricorrenza (i 30 anni della morte e il 70/o compleanno) ovviamente non poteva non avere un’eco di iniziative.
Sicuramente la piu’ rilevante è ‘Gimme Some Truth‘, ristampa supervisionata da Yoko Ono, (uscirà in ottobre) di otto album classici della sua carriera solista rimasterizzati dai mix originali, insieme a un team di ingegneri del suono presso di Abbey Road, i leggendari studi che erano ‘l’officina dei Beatles’. Gli album, cui sarà aggiunta una compilation di hit, avranno la copertina originale e saranno arricchiti da libretti informative scritti per l’occasione.

Nel 1969 Lennon con la moglie Yoko Ono
Nel frattempo altri due titoli si aggiungono alla sconfinata pubblicistica su Lennon e i Beatles. Larry Kean, anchorman televisivo della Abc, che è stato l’unico giornalista statunitense a viaggiare assieme ai Beatles durante i tour americani di cui furono protagonisti nel 1964 e nel 1965, ha scritto una biografia, ‘John Lennon: la vera storia di un genio incompreso‘ (B.C. Dalai Editore, 320 pagine, 20 euro) che ricostruisce la complessa vicenda umana del genio di ‘Strawberry Fields Forever’ attraverso decine di interviste, non rinunciando ad affrontare anche le questioni più controverse.
Si intitola ‘Read the Beatles‘ ed è un bel libro curato da June Skinner Sawyers (Arcana, 541 pagine, 22.50 euro) che raccoglie alcuni dei testi piu’ interessanti scritti sui Beatles, dalla cronaca (ce n’e’ anche una ‘d’epoca’ di Larry Kean) ai saggi, alle interviste, dal debutto della band agli anni dei ricordi.
Non è certo una sorpresa che il centro delle celebrazioni sarà Liverpool dove, sotto la sigla ‘Lennon Remembered’ ci saranno concerti, esposizioni artistiche, film e poesie alla Echo Arena mentre al Cavern Club, il locale che ha ospitato il debutto dei Beatles, ci sarà anche un party di compleanno.
L’onda lunga delle celebrazioni è cominciata con una reunion familiare pochi giorni alla galleria del Morrison Hotel di New York (quello del disco dei Doors) dove per la presentazione di ‘Timeless’, mostra fotografica di Julian Lennon, oltre a sua mamma, Cinthya Powell Lennon, la prima moglie, sono arrivati Yoko Ono e Sean Lennon. Julian e Cynthia organizzeranno a Liverpool una mostra fotografica intitolata ‘White Feather: Spirit of Lennon’. (ANSA)

(AP Photo/Marco Ugarte)
Decine di migliaia di messicani nelle strade per celebrare il bicentenario dell’indipendenza del Messico dalla Spagna. Tra fuochi d’artificio, un colosso di Rodi in versione messicana, una sfilata di carri allegorici e centinaia di ballerine, il Messico ha celebrato la festa in uno stato di allerta per il timore di attentati delle bande di narcotraffico che si contendono con crescente violenza il controllo della piazza.
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In Messico decine di migliaia di persone nelle strade per celebrare il bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna
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Il Messico ha celebrato la festa in uno stato di allerta per il timore di attentati delle bande di narcotraffico
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Nel Paese le bande del narcotraffico si stanno contendendo con crescente violenza il controllo della piazza
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Il presidente Felipe Calderon, alle 11 di sera, si è affacciato sul balcone del Palacio Nacional con la bandiera in mano e ha inneggiato agli Eroi dell’Indipendenza, gridando tre volte “Viva Mexico”
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Lo Zocalo, la piazza centrale della capitale, è stato illuminato con uno spettacolo di luci e suoni, nei colori nazionali verde, bianco e rosso
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Una folla stimata in mezzo milione di persone ha seguito l’evento
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Una festa da 40 milioni di dollari, che ha fatto storcere il naso a qualcuno
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L’allestimento firmato dagli stessi specialisti della cerimonia di apertura delle Olimpiadi
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La celebrazione è iniziata nel pomeriggio, con la rievocazione di una cerimonia pre-ispanica
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Alla cerimonia hanno partecipato un gruppo di ’sciamani’, i sacerdoti e medici delle antiche culture locali, con indosso vesti banche e piume
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, il Messico ha celebrato la festa in uno stato di allerta per il timore di attentati delle bande di narcotraffico che si contendono con crescente violenza il controllo della piazza.
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Sfilata di carri allegorici e centinaia di ballerine
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Uno spettacolo a metà tra il carnevale di Rio e gli spettacoli in stile Hollywood
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L’angelo dell’Indipendenza sopra Città del Messico
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Una festa per gli occhi e per il cuore
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Ballerine al ritmo dei tamburi
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In contemporanea si svolgeva la festa del Distretto di Polizia federale, che per l’evento ha mandato in strada migliaia di agenti e militari
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Lo spiegamento di forze ha garantito lo svolgimento tranquillo della cerimonia nella capitale
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La sfilata è stata trasmessa anche su 45 megaschermi appena fuori dal centro
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Un militare con un’aquila durante le cerimonie celebrative
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L’anniversario ricordato su un muro vicino al confine con gli USA
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Nelle strade sono stati allestiti palchi dove, nei prossimi giorni, si svolgeranno concerti e rappresentazioni
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Un militare con un’aquila durante le cerimonie celebrative
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In altre città, quelle più segnate dalla violenza dei cartelli della droga, i festeggiamenti sono stati cancellati o ridotti al minimo, per evitare rischi
Le celebrazioni hanno raggiunto l’acme quando il presidente Felipe Calderon, alle 11 di sera, si è affacciato sul balcone del Palacio Nacional, nella capitale, con la bandiera in mano e ha inneggiato agli Eroi dell’Indipendenza, gridando tre volte “Viva Mexico”, dinanzi alla piazza centrale della capitale, lo Zocalo. Una folla stimata in mezzo milione di persone ha seguito l’evento, mentre risuonavano le campane della cattedrale, come fecero nel 1810 quelle della chiesa di Padre Miguel Hidalgo per chiedere la ribellione contro la Spagna. Lo Zocalo è stato poi illuminato con uno spettacolo di luci e suoni, nei colori nazionali verde, bianco e rosso.

(AP Photo/Alexandre Meneghini)
Una festa da 40 milioni di dollari, che ha fatto storcere il naso a qualcuno. “Al prezzo di un aereo da guerra, si può celebrare il compleanno di una nazione” si è difeso il veneziano Marco Balich, direttore artistico delle celebrazioni, già responsabile delle cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi invernali di Torino, nel 2006. “È come mettere insieme, nello stesso giorno, un carnevale di Rio, una cerimonia inaugurale olimpica e Woodstock” ha aggiunto Balich, per spiegare i festeggiamenti per il 200esimo anniversario dell’indipendenza del Messico.

(AP Photo/Alexandre Meneghini)
La celebrazione del bicentenario era iniziata nel pomeriggio, con la rievocazione di una cerimonia pre-ispanica: un gruppo di ‘sciamani‘, i sacerdoti e medici delle antiche culture locali, con indosso vesti banche e piume accompagnati da ballerine al ritmo dei tamburi, hanno intonato il rito del “Fuego Nuevo”, che simboleggiava la nascita di una nuova era. (AGI/Apcom)

(Ansa/Epa/A Peace Memorial Museum)
Alle 8.15 il tocco della campana ha richiamato nei più anziani il ricordo di un enorme lampo e poi della devastazione, dovunque: il 6 agosto del 1945, su ordine del presidente americano, Harry Truman, venne sganciato dal bombardiere “Enola Gay” il primo ordigno nucleare sulla città giapponese di Hiroshima, seguito, tre giorni dopo, dal lancio della bomba atomica su Nagasaki. Venne scaricata su 350.000 abitanti inermi di Hiroshima -uccidendone quasi la metà - la più potente bomba mai realizzata dall’uomo.

(Ansa/Epa/Nagasaki Atomic Bomb Museum)
Quest’anno, per la prima volta, a ricordare quegli attimi nel Parco della Pace di Hiroshima c’era oggi anche il mandante di “Little Boy”, come fu denominata la bomba. John Ross, ambasciatore americano in Giappone, ha “espresso rispetto per tutte le vittime della Secnda Guerra Mondiale. Per le nuove generazioni -ha aggiunto- dobbiamo continuare a lavorare insieme per un mondo senza armi nucleari”. Non è molto, ma il gesto simbolico è stato importante. Anche perché nella stessa piazza hanno esordito anche gli inviati di Gran Bretagna, Francia, alleati degli USA contro l’Asse, e il Segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon.
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il 6 agosto del 1945, su ordine del presidente americano, Harry Truman, venne sganciato dal bombardiere “Enola Gay” il primo ordigno nucleare sulla città giapponese di Hiroshima
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Tre giorni dopo, il 9 agosto 1945, la bomba atomica fu sganciata su Nagasaki
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Una donna ustionata dagli effetti della bomba | Il fungo atomico su Nagasaki
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Il corpo senza vita di una bambina, colpita dagli effetti della bomba in un campo di lavoro
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Una delle oltre 140,000 vittime del bombardamento di Hiroshima
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Il duomo di Hiroshima dopo il bombardamento
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Il duomo di Hiroshima dopo il bombardamento
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Il duomo di Hiroshima dopo il bombardamento
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Nagasaki dopo il bombardamento
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Kinuyo Ikegami, 77 anni, e Tsuyuko Nakao, che hanno perso le loro famiglie nel 1945, hanno partecipato oggi alle commemorazioni
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Taeko Teramae, 74 anni, testimone sopravvissuta, in una foto del 2005
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Il Generale Paul W. Tibbets, pilota dell’Enola Gay nel 1945, ritratto in due foto del 2003
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Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon Ban Ki-moon ha espresso oggi l’augurio di un mondo senza armi nucleari entro il 2020
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Cerimonie di commemorazione ad Hiroshima
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Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, stringe la mano a un sopravvissuto, Sumiteru Taniguchi
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Preghiere per le vittime ad Hiroshima
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Preghiere per le vittime ad Hiroshima
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Preghiere per le vittime ad Hiroshima
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Preghiere per le vittime ad Hiroshima
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Una manifestazione contro la bomba atomica oggi a Mumbai, India
È stato quest’ultimo ad augurarsi un mondo senza armi nucleari entro il 2020, proponendo il 2012 per l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione dei test nucleari, siglato nel 1996 ma in in attesa della ratifica da parte di 44 Paesi, tra i quali Stati Uniti e Cina. La Corea del Nord, però, resta una minaccia troppo seria perché il Giappone possa rinunciare a un “ombrello nucleare” che, paradossalmente, è aperto su Tokyo dall’ex nemico americano. Così, Naoto Kan, il premier, ha avvertito nel corso della cerimonia che “il deterrente nucleare resta necessario per il nostro Paese in un momento di instabilità e incertezza”.

Kinuyo Ikegami, 77 anni, e Tsuyuko Nakao, hanno perso le loro famiglie nel 1945(AP Photo/Shuji Kajiyama)
Al Parco della Pace c’erano 55.000 persone, in ascolto, soprattutto, delle parole del sindaco, Tadatoshi Akiba. Davanti a loro, e al premier, Naoto Kan, il primo cittadino di Hiroshima, che con Nagasaki condivise il primo test atomico dell’umanità, ha reso omaggio ai morti e agli “hibakusha”, i sopravvissuti. Tra loro c’era anche Tomiko Matsumoto, 78 anni, che, trovandosi di fronte chi ordinò il bombardamento, ha deposto l’odio: “Non ho più questo sentimento contro di loro. È sparito. Oggi voglio un mondo in pace”.(AGI)

(AP Photo/Rafiq Maqbool)
HIROSHIMA, 6 agosto 1945: il bombardiere Enola Gay parte dalla base aerea di Tinian, nel Pacifico occidentale, insieme ad altri due B-29. Intorno alle 7 di mattina, gli operatori radar giapponesi notano l’ingresso nello spazio aereo di velivoli americani nella zona meridionale del Paese. Inviano via radio un messaggio di allerta alle basi militari, ma l’operatore di Hiroshima nota che gli aerei americani sono solo tre e rimuove l’alert (il Giappone aveva deciso di non intercettare le piccole formazioni aeree). Alle 8.15, viene sganciato Little boy su Hiroshima. Tra le 70 e le 80 mila furono le vittime immediate dell’esplosione (circa il 30% della popolazione di Hiroshima). Oltre 130 mila nei mesi successivi. Settantamila i feriti.
NAGASAKI, 9 agosto 1945: il bombardiere Bockscar si alza in volo con la bomba atomica “Fat Man” alla volta di Kokura, obiettivo iniziale della missione. Le nubi non permettono di localizzare l’obiettivo. Il bombardiere venne dirottato sull’obiettivo secondario: Nagasaki. Alle 10:53 i sistemi radar giapponesi segnalano la presenza di due bombardieri e lanciano l’allarme. Il comando, ritenendo che fossero in ricognizione, cancella l’alert. Alle 11,02 viene avvistato l’obiettivo ma le nubi non permettono una localizzazione esatta. L’ordigno “Fat Man” viene sganciato sulla zona industriale della città, 4 km a nord-ovest da dove previsto. Questo “errore” salva gran parte della città , protetta dalle colline circostanti. Circa 40.000 i morti per l’esplosione (fino a oltre 80 mila nei mesi successivi per le conseguenze), oltre 55.000 i feriti. (AGI)

Una targa in memoria di Jacko, firmata dai fan, nei pressi dello Staples Center, sullo sfondo di una foto che ritrae Jacko
Un anno fa, il 25 giugno 2009 smetteva di battere il cuore di Michael Jackson dopo un’iniezione letale di anestetici (per la quale il medico Conrad Murray è tuttora accusato di omicidio colposo). Jackson stava preparando un grandioso ritorno sulle scene con una serie di 50 concerti che si sarebbero dovuti svolgere nella prestigiosa O2 Arena di Londra.

(Afp Photo/Timothy A. Clary | AP Photo/Julien
A un anno da quella tragica morte, in tutto il mondo si celebra il culto del re del Pop. Sono tantissimi gli eventi previsti per onorare la memoria della star. Ancora una volta sarà Los Angeles, città adottiva del cantante, il centro delle commemorazioni, proprio come l’anno scorso, quando nello stadio Staples Center della città californiana fu ospitato il concerto-tributo, a solo un mese dalla morte.
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Una targa in memoria di Jacko, firmata dai fan, nei pressi dello Staples Center, sullo sfondo di una foto che ritrae Jacko
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Foto e fiori alla memoria, a Monaco di Baviera
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Michael Jackson in una foto del 29 agosto 2002 e ritratto da Norman Oak
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Girasoli e biglietti d’amore al mausoleo nel Forest Lawn Memorial Park di Glendale, in California
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Scoperta una targa in memoria di Jacko al Lyric Theatre di Londra
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Spiaggia di Puri, nello Stato indiano di Orissa
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29 agosto 2009: un gruppo di fan omaggia Jacko presso la Tour Eiffel, a Parigi
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Michael Jackson in una foto del 5 marzo 2009
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Il mausoleo nel Forest Lawn Memorial Park di Glendale, in California
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25 giugno 2009: i fan del Re del pop fuori dallo UCLA Medical Center
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Il dottor Conrad Murray, accusato di omicidio involontario
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Girasoli e biglietti d’amore al mausoleo nel Forest Lawn Memorial Park di Glendale, in California
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Kayla Moina, 11 anni, del Bronx, segue i funerali di Jacko in TV (2009) | Nel 2005, una fan attende il verdetto su Michael Jackson
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Foto e fiori alla memoria, a Monaco di Baviera
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I celebri guanti
da Panorama in edicola: Michael Jackson: la vera storia del gigante che voleva ridiventare bambino di Gianni Poglio
Per il 26 giugno la famiglia dell’artista ha organizzato una serata nell’hotel Hilton di Beverly Hills dove, oltre a numerosi vip, potranno partecipare anche i fan (biglietti in vendita a 150 dollari). Oltre alla serata ufficiale, altre celebrazioni verranno invase dai fan di Jacko. Sono previste veglie-tributo in varie città USA, tra cui New York, e a Gary - dove sarà presente la madre, Katherine - il piccolo paese dell’Indiana dove Jackson nacque e mosse i primi passi da ballerino insieme ai fratelli nei Jackson 5.

29 agosto 2009: un gruppo di fan omaggia Jacko presso la Tour Eiffel, a Parigi (Epa)
Centinaia e centinaia di fan sono attesi anche nei pressi di Neverland, il ranch del cantante nella California Centrale e al mausoleo di Glendale, vicino a Los Angeles, nel sud della California, dove sono custodite le spoglie della star.

(Archivio Ansa)
Sono passati cinquant’anni dall’ingresso delle donne nella Polizia di Stato italiana. Oggi le poliziotte sono 14.862 e una su cento ha ruoli dirigenziali. Più di un terzo di loro sono impegnate nelle specialità Stradale, Ferroviaria, Frontiera, Postale e nei Reparti speciali. Le donne attive nella polizia sono raddoppiate negli ultimi vent’anni e sono impegnate soprattutto in ruoli tecnico-scientifici. Perlopiù hanno un grado di istruzione elevato (per il 27% sono laureate) e sono più determinate dei colleghi all’avanzamento di carriera: il 6% raggiunge il grado di commissario, contro l’1,8% dei maschi.
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Sono passati cinquant’anni dall’ingresso delle donne nella Polizia di Stato italiana
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Il primo concorso si tenne il 27 maggio 1960
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Oggi le poliziotte sono 14.862
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Oggi una poliziotta su cento ha ruoli dirigenziali
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Più di un terzo di loro è impegnato nelle specialità Stradale, Ferroviaria, Frontiera, Postale e nei Reparti speciali
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Le donne attive nella polizia sono raddoppiate negli ultimi vent’anni
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In polizia, le donne sono sono impegnate soprattutto in ruoli tecnico-scientifici
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Rosa Scafa è stata la prima donna a indossare la divisa della Polizia di Stato. Oggi ha 85 anni
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Le donne in polizia, perlopiù, hanno un grado di istruzione elevato
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Per il 27% sono laureate
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Sono più determinate dei colleghi all’avanzamento di carriera
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Il 6% delle donne raggiunge il grado di Commissario, contro l’1,8% dei maschi
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Una poliziotta durante la cerimonia per il 158/mo anniversario della Polizia di Stato, a piazza del Popolo a Roma
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Due donne poliziotto controllano piazza San Pietro.
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Lilli Gruber, all’epoca eurodeputato, con due donne poliziotto nel 152° anniversario della Polizia di Stato

Soldati russi indossano uniformi d'epoca durante la parata militare (Epa/Yuri Kochetkov)
Una festa in prima assoluta ha accompagnato ieri, sulla Piazza rossa di Mosca, la parata per la vittoria sovietica contro i nazisti della seconda guerra mondiale che ha compiuto il suo sessantqcinquesimo anniversario. Assieme ai mezzi piú nuovi e piú imponenti presentati al fitto pubblico davanti al Cremlino, hanno sfilato molti soldati non solo russi, ma anche di paesi della Nato: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, invitati come le nazioni a quell’epoca alleate dell’Urss.

Parata militare nella Piazza Rossa (Epa/Sergei Guneev)
La parata è stata la piú importante dalla fine dell’Urss per il numero di soldati e di marinai che hanno sfilato, per la quantità di carri armati e mezzi blindati fino ai missili atomici intercontinentali Topol M, con il sorvolo di 127 fra aerei ed elicotteri. In totale piú di diecimila soldati russi, insieme ai quali ha sfilato una rappresentanza di quattro paesi della Nato, allea dell’Urss nella Seconda Guerra Mondiale.
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La Porta di Brandeburgo in un’immagine alle spalle di un veterano russo
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Aerei militari russi nel cielo di Mosca
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Il primo battaglione del Galles fuori dalla Cattedrale di san Basilio a Mosca
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Il presidente Medvedev in posa con alcuni veterani
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Funerali celebrativi per 288 soldati russi morti nei pressi di San Pietroburgo
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Aerei militari russi nel cielo di Mosca
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Marinai russi durante la parata militare, a Mosca
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I capi di Stato con Medvedev
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Un veterano della seconda mondiale con un cadetto russo
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Parata militare nella Piazza Rossa
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Un veterano danza al Gorky Park di Mosca
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I ricordi dolorosi di un veterano russo | Due veterani kirgizi
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Visita a una fregata statunitense ormeggiata presso San Pietroburgo
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Un veterano in visita al cimitero di Preobrazhenskoye, Mosca
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Un veterano danza al Gorky Park di Mosca
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Soldati russi indossano uniformi d’epoca durante la parata militare
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Carri armati T-34 sfilano nella Piazza rossa di Mosca
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Un veterano ebreo-russo in marcia a Gerusalemme
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Rivivendo l’insurrezione a Praga, Repubblica ceca
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Soldati russi e ucraini sfilano a Kiev
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Un veterano con la bandiera della marina sovietica durante la parata militare a Sevastopol, in Ucraina
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Cadetti dell’accademia navale ucraina in marcia a Kiev
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Il presidente francese Nicolas Sarkozy durante le celebrazioni a Colmar
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Londra. I tre principali candidati inglesi rendono omaggio ai caduti
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Due veterani rumeni al Memoriale degli eroi di guerra di Bucharest
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La folla saluta le truppe bielorussie
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Veterani kiziki
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Bishkek, Kyrgyzstan
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Nostalgici di Stalin a Tbilisi, Georgia
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Veterani a Tbilisi, Georgia
Ha aperto la sfilata il presidente russo Dmitri Medvedev, che ha reso omaggio ai veterani. Tra i 25 leader invitati che hanno voluto partecipare alla festa, ha spiccato la cancelliera tedesca Angela Merkel, unica donna fra i ‘grandi’ presenti. Assenti il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy, che hanno dovuto dare forfait a causa della crisi greca, erano presenti l’attuale facente funzioni della presidenza polacca Bronislav Komorovski, il presidente serbo Boris Tadic, il croato Ivo Iosipovic, il cinese Hu Jintao, l’israeliano Shimon Peres, assieme ai capi di stato e di governo della Comunità di stati indipendenti (Csi, che ha sostituito la defunta Urss). Non sono però andati a Mosca due leader che Medvedev avrebbe voluto accogliere, l’americano Barack Obama, che si è’ scusato per i troppi impegni in patria, e il britannico Gordon Brown, bloccato per le elezioni. Secondo il Guardian, Mosca avrebbe rifiutato che fossero sostituiti dal vicepresidente Joe Biden e dal principe Carlo.

Un veterano in visita al cimitero di Preobrazhenskoye, Mosca (Epa/Sergei Ilnitsky)
Alla fine, Medvedev ha fatto deporre sull’altare del soldato ignoto una enorme corona di fiori, portata dai militari. La grande parata però ha dovuto cedere subito dopo il passo a una tragedia, il crollo dei pozzi di una miniera di carbone del Kuznesk, in Siberia, che ha provocato al momento 12 morti - ma piu’ di 80 minatori sono intrappolati - e per la quale sia Medvedev che Putin si sono attivati immediatamente. (ANSA)

Cadetti dell'accademia navale ucraina in marcia a Kiev (AP Photo/Efrem Lukatsky)

(AP Photo/Horst Faas)
Sono trascorsi 35 anni dalla fine della lunga Guerra del Vietnam, un conflitto che ha segnato la storia, la vita politica e la cultura degli Stati Uniti d’America e del mondo intero. Iniziato nel 1962 - quando il fragile equilibrio dell’area, disegnato nel dopoguerra dalle superpotenze, non resse al peso della guerra fredda - il conflitto devastò il Sud-est Asiatico per ben 13 anni, fino alla ‘liberazione’ dell’ex Saigon (oggi Ho Chi Minh City), avvenuta il 30 aprile 1975, e il ritiro delle truppe statunitensi.

(AP Photo/Horst Faas)
In questa galleria di fotografie dell’epoca, un percorso nella memoria.
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La guerra è inferno
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Il monaco buddhista Quang Duc si dà fuoco in una strada di Saigon
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Un uomo porta tra le braccia il cadavere del proprio figlio, mostrandolo a un gruppo di soldati sudvietnamiti, nei pressi del confine con la Cambogia
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Attacco degli elicotteri USA contro un campo di Viet Cong
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Paracadutisti americani attraversano il fiume
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Donne e bambini cercano riparo dai bombardamenti
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Elicotteri USA in supporto delle truppe di terra
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Morti e feriti
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Il soldato Lacey Skinner di Birmingham, Alabama, in trincea
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All’alba, dopo tre giorni di combattimento
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Soccorso inutile a un soldato ferito
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Nel fango sotto il tiro dei cecchini
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Un soldato Usa incendia una capanna presso Saigon
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Pistola alla tempia di un sospetto Viet Cong
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Il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon indica la zona di guerra su una cartina geografica
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Una donna vietnamita del Sud piange accanto al corpo del marito morto
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La foto-simbolo della Guerra in Vietnam
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Un carro armato nordvietnamita attraversa il cancello del Palazzo presidenziale di Saigon, a simboleggiare la caduta del Vietnam del sud.
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Una madre e i suoi tre figli evacuati da Saigon
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Ritorno a casa

(AP Photo/Nick Ut)

(AP Photo/Henri Huet)

(EPA/JON HRUSA | EPA/KIM LUDBROOK)
L’11 febbraio del 1990 Nelson Mandela usciva dalla prigione Victor Verster di Città del Capo, dove aveva trascorso i 27 anni precedenti. Ad attenderlo presso il Municipio della città c’era una folla di oltre 50.000 sostenitori, pronti ad ascoltare le sue prime parole da uomo libero: “La nostra battaglia ha raggiunto un momento decisivo. La nostra marcia verso la libertà è irreversibile.” L’evento fu trasmesso in diretta dalle televisioni di tutto il mondo.
Condannato all’ergastolo nel giugno del 1964 per tradimento e sabotaggio, l’avvocato Nelson Mandela, attivista anti-apartheid, aveva scontato la maggior parte degli anni di detenzione nel carcere dell’isola Robben, situata di fronte a Cape Town. Durante gli anni ‘80 aveva rifiutato in più di un’occasione le proposte governative di rilascio anticipato, perché non intendeva accettare le condizioni impostegli per ottenere la libertà.
Il 2 febbraio 1990 il Presidente sudafricano F.W. de Klerk, dopo lunghe negoziazioni con Mandela, fece retromarcia rispetto alla messa al bando dell’African National Congress (ANC) e delle altre organizzazioni anti-apartheid, annunciando che Mandela sarebbe stato liberato a breve.
In Sudafrica quello fu l’inizio dell’era di apertura post-apartheid, nella quale Mandela diventerà il primo Presidente nero del Sudafrica, ricoprendo questo incarico dal 1994 al 1999. Nel 1993 riceverà il Premio Nobel per la Pace assieme a Frederik Willem de Klerk.
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L’ex presidente sudafricano in due immagini recenti
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12 luglio 2008, il 90° compleanno
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Con il presidente suo predecessore De Klerk
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16 aprile 1990, Nelson e Winnie Mandela
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27 marzo 1998: in visita nel carcere di Robben Island con Bill Clinton
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14/05/2004, l’annuncio: in Sudafrica i mondiali di calcio 2010
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17 febbraio 2005, Mandela protagonista di un’iniziativa benefica in favore dei malati di Aids
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Una foto del 2008 presso la Nelson Mandela Foundation
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Promotore di una conferenza sull’AIDS a Londra
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Morgan Freeman nel ruolo di Mandela, in una scena del film Invictus, di Clint Eastwood
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Morgan Freeman nel ruolo di Mandela, in una scena del film Invictus, di Clint Eastwood
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Morgan Freeman e Matt Damon in una scena del film Invictus, di Clint Eastwood
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Una scena del film Invictus di Clint Eastwood
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Morgan Freeman e Clint Eastwood sul set del film Invictus
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Morgan Freeman
In coincidenza con questo ventesimo anniversario, esce nelle sale di tutto il mondo Invictus, l’ultimo film di Clint Eastwood, dedicato proprio alla figura del leader sudafricano e tratto dal libro Ama il tuo nemico di John Carlin (Sperling & Kupfer). In Italia il film sarà nelle sale il 24 febbraio.
Il film racconta come il neo-presidente Mandela seppe sfruttare politicamente negli anni Novanta l’amore per il rugby del suo Paese per una sorta di pacificazione tra bianchi e neri. E questo grazie a una sorta di patto d’acciaio con il capitano della squadra di rugby Francois Pienaar (Matt Damon). Una cosa che portò poi il Sudafrica alla straordinaria vittoria nel 1995 al Campionato del mondo, momento chiave della pacificazione di questo Paese diviso da antichi odi razziali e voglia di rivalsa.

Angelo sopra Berlino (Epa/Robert Schlesinger)
Sono state circa centomila le persone scese nelle strade di Berlino per partecipare alle celebrazioni per i vent’anni della caduta del muro e per assistere al gigantesco effetto-domino. A riferirlo sono gli stessi organizzatori dell’evento. Continua

(AP Photo/Thomas Kienzle)
Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino.
Lo speciale di EPOCA sul ventennale. Continua

Due anniversari
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Due anniversari
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Il Parlamento illuminato con i colori della bandiera
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La cerimonia ufficiale
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Ricordi
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La cerimonia ufficiale
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La fiamma della rivoluzione
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Ricordi di una rivoluzione
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Ricordi di una rivoluzione
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Ricordi di una rivoluzione
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Ricordi di una rivoluzione
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Gli estremisti della Magyar Garda
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Gli estremisti della Magyar Garda
L’Ungheria ha festeggiato ieri, in un clima di divisione ed animosità, il 53° anniversario della rivolta del 1956 e i 20 anni della svolta democratica, culminata con la proclamazione della Repubblica il 23 ottobre 1989.
Debole l’interesse per le commemorazioni ufficiali: il momento più alto è stata la torta simbolica con 20 candele della Repubblica, in Parlamento, tagliata da ventenni, tutti nati il 23 ottobre.
Il premier Gordon Bajnai ha detto che la rivoluzione antisovietica del 1956 preannunciava la nascita dello Stato democratico, avvenuta nel 1989.
Nel centro della capitale esponenti del partito estremista Jobbik hanno invece scandito slogan come ”cambiamento incompiuto”, riferendosi alla mancata cacciata dei socialisti dal potere. Il leader dell’opposizione conservatrice Viktor Orban, parlando a un altro comizio, ha detto che il paese in 20 anni ”non è arrivato da nessun parte”, è in crisi profonda, e aspetta ancora la vittoria degli ideali del 1956. [ANSA]