Leggi tutte le notizie su:
arte

Già accusato di evasione fiscale, più che mai nel mirino delle autorità cinesi, l’artista cinese Ai Weiwei aveva annunciato venerdì di essere sotto inchiesta, con il suo assistente Zhao Zhao, per pornografia: la pietra dello scandalo, una vecchia foto - dal titolo ”Una tigre, otto seni”- in cui posava nudo insieme a quattro donne, anche loro in costume adamitico. ”Io sono pronto a combattere fino in fondo” ha dichiarato l’artista che denuncia contro di sé l’uso “di metodi vecchi che qui ancora funzionano”.
-
-
Alcuni degli artisti e attivisti cinesi che stanno dando vita alla protesta a sostegno di Ai Wei Wei
-
-
La foto incriminata dal titolo ”Una tigre, otto seni”
-
-
”Io sono pronto a combattere fino in fondo” ha dichiarato l’artista
-
-
La foto incriminata fa parte di un servizio fotografico nato per gioco, ha spiegato Ai Wewei
-
-
Ai Weiwei ha definito “ridicole” le nuove accuse a suo carico
-
-
“In quell’occasione ci siamo chiesti perché non fare delle foto di nudo, tutti hanno acconsentito, le abbiamo fatte, le abbiamo messe su internet e poi ce ne siamo dimenticati”
-
-
L’artista ritratto mentre salta, il pube coperto da un peluche
-
-
Due sostenitori dell’artista ripropongono un altro degli scatti in cui Ai WeiWei ha posato nudo
-
-
Nudo di Gruppo
-
-
Dall’inizio di novembre un forte movimento di solidarietà all’artista su è sviluppato in rete
-
-
Come il David di Michelangelo
-
-
30mila cinesi hanno raccolto di recente 930mila euro per consentirgli di ricorrere contro l’accusa di evasione fiscale mossagli da Pechino
-
-
In seguito all’accusa - infondata - di evasione, Weiwei ha già scontato 81 giorni di carcere
-
-
Un abbraccio scritto sul petto
-
-
Nudo con un panda peluche
I sostenitori dell’artista hanno scelto di manifestare la loro solidarietà al celebre dissidente posando nudi su internet. Su un blog intitolato “Ascolta, governo cinese: la nudità non è la pornografia“, decine di artisti e dissidenti cinesi che vivono in tutto il mondo, insieme a persone comuni, hanno messo online delle foto dopo posano senza veli. Uno degli internauti si è fatto ritrarre nella stessa posizione del Pensatore di Rodin, un altro in quella del David di Michelangelo. Altri ancora, grazie ad un fotomontaggio, posano nudi in dei luoghi emblematici di Pechino come la piazza Tiananmen, altri con maschere di Ai Weiwei o con occhiali scuri, a ricordare il dissidente avvocato cieco agli arresti domiciliari Chen Guangcheng.
I post di Panorama.it su Ai Wei Wei
Ai Weiwei, da parte sua, ha definito “ridicole” le nuove accuse a suo carico. Si tratta di una vecchia foto che fa parte di un servizio fotografico nato per gioco, ha spiegato Ai Wewei: “In quell’occasione ci siamo chiesti perché non fare delle foto di nudo, tutti hanno acconsentito, le abbiamo fatte, le abbiamo messe su internet e poi ce ne siamo dimenticati“.

La foto incriminata, dal titolo Una tigre, otto seni
Dall’inizio del mese di novembre si è registrato un forte movimento di solidarietà in suo favore tra internauti e cittadini, che hanno raccolto fondi per consentirgli di ricorrere contro l’accusa di evasione fiscale mossagli da Pechino. Grazie a questa mobilitazione di 30.000 cinesi, l’artista ha potuto versare la settimana scorsa 8,7 milioni di yuan (930mila euro), la cauzione richiestagli dalle autorità per ricorrere all’ufficio delle imposte contro l’enorme prelievo fiscale al quale era stato condannato in seguito all’accusa di evasione e per la quale ha già scontato 81 giorni di carcere. L’architetto - tra le firme del Nido di rondine, lo stadio di Pechino costruito per le Olimpiadi del 2008 - si è sempre dichiarato innocente. L’artista era stato arrestato ad aprile mentre stava per imbarcarsi all’aeroporto di Pechino.

Le fils de l'homme, di René Magritte, 1964 (KIKA/Andy Alcala)
Andres Alcala ha 20 anni, è nato a Chicago (Illinois) e studia al College of Liberal Arts & Sciences dell’Università di Iowa. Su Flickr, il suo nick è Mr Puma: è li che ha iniziato a postare le sue fotografie nel maggio del 2008.
-
-
Le fils de l’homme, di René Magritte, 1964
-
-
L’urlo di Edvard Munch, 1893
-
-
Notte stellata di Vincent Van Gogh, 1889
-
-
Trans Flux di Kenneth Noland, 1963
-
-
#6 (poi “Untitled 1975″) di Jasper Johns, 1976
-
-
Girl with Balloon di Banksy, 2004
-
-
Campbell’s Soup Can di Andy Warhol, 1962
-
-
Composizione II in Rosso blu e giallo di Piet Mondrian, 1930
-
-
No. 14 di Mark Rothko, 1960
-
-
One: No. 31 di Jackson Pollock, 1950
I suoi ultimi lavori assomigliano a una riflessione su impressioni, durata e grandi maestri: dando vita a degli autoritratti promettentisi, è fotografato su sfondo nero dopo essersi dipinto sul volto una dopo l’altra, come fosse una tela, dieci tra le più note opere di altri grandi nomi della storia dell’arte moderna e contemporanea, da Vincent Van Gogh a Andy Warhol, da Jackson Pollock a Bansky. Può darsi che sentiremo parlare ancora di Andy Alcala.

L'urlo di Edvard Munch, 1893 (KIKA/Andy Alcala)

Paola Pansini, Introspezione
Da Berenice Abbott a Piergiorgio Branzi, da Laurence Demaison a Gilbert Garcin, e poi Max Huber, Mario Lasalandra, Arno Rafael Minkkinen, Ferdinando Scianna, Arthur Tress e tanti altri ancora.
A Mantova fino al 31 luglio è possibile un viaggio nella fotografia del ‘900, dalle avanguardie al Neorealismo, dal Pop al Postmoderno. Circa 100 fotografie della collezione Gibelli compongono la mostra Il dubbio della bellezza, nelle sale delle Fruttiere a Palazzo Te.
-
-
Gianni Berengo Gardin, Polesine
-
-
Paola Pansini, Introspezione
-
-
Paul Horn, Senza titolo
-
-
Mario Lasalandra, San Francisco
-
-
Maurizio Galimberti, Doppio ritratto
-
-
Arthur Tress, Spinal tap
-
-
Martin Schoeller, Angelina Jolie
-
-
Denis Darzacq, La chute N°1
-
-
Luca Steiner, Autoritratto nel cerchione di una ruota di automobile, sono in viaggio vi ricordo sempre
-
-
Piergiorgio Branzi, Burano Piazza grande
-
-
Walter Hirsch, Senza titolo
-
-
Francesco Sprocatti, Brusa la vecia
-
-
Roberto Bianchi, Parigi
-
-
Giuseppe Mastromatteo, Triennale Bovisa
-
-
Roberto Kusterle, Difesa della luce
-
-
Dominique Laugé, Pitone albino
-
-
Mario Lasalandra, Gemelle
-
-
Patrick Taberna, Mèmoire morte
-
-
Ferdinando Scianna, Razze Catania
Pier Luigi Gibelli è collezionista da 15 anni ma prima di tutto è ricercatore ostinato dell’estetica, nel suo lavoro quotidiano da chirurgo, come nel suo coltivare l’arte della fotografia. La sua raccolta di opere fotografiche dà la sensazione di essere stata organizzata seguendo l’anarchia del desiderio. Non pare esserci altra logica se non quella di soddisfare il piacere estetico.
Ed ora ecco che questa raccolta si mostra alla città di Mantova, lasciando emergere la caratteristica fondamentale della ricerca fotografica nel Novecento, il suo continuo incrocio con altre discipline artistiche, fino alla scienza, il giornalismo, la pubblicità e il design.
“La fotografia è quella che mi da più piacere. Grazie alla molteplicità dei suoi significati le fotografie sono inviti inesauribili alla fantasia. In un periodo in cui l’invasione dei media rende tutto contemporaneo e ci illude che tutto sia stato scoperto, un dejà vu, la fotografia ha ancora il grande potere di farci stupire; permette di catturare il reale e al tempo stesso si appropria dell’immaginario. Annulla la distinzione tra realtà e sogno. Non a caso la fotografia è stata definita la più surrealista tra le arti mimetiche”.
(tratto dall’intervista realizzata al collezionista Pier Luigi Gibelli)

Gianni Berengo Gardin, Polesine
Nella mostra prevalgono immagini di ritratto e della natura, anche se i soggetti delle opere sono la forma del visibile: emerge spesso l’elemento primo del disegno, dell’ordine, della bellezza delle cose che si fermano di fronte alla macchina. Le proporzioni, l’armonia, l’eleganza delle apparenze sono sempre al centro dell’obiettivo dei fotografi. Questo è il filo rosso che accomuna la selezione di queste opere realizzata da Denis Curti, curatore della mostra.
Il dubbio della bellezza è inserita nel programma di “Mantova Creativa“, appuntamento estivo della città, che per il mese di luglio, ogni giovedì propone incontri, talk, portfolio night e proiezioni legati al mondo della fotografia.

Paul Horn, Senza titolo

Un momento delle prove diurne (Epa/Matthias Hiekel)
Per la terza volta gli artisti della compagnia stabile russo-tedesca DEREVO tornano a mettere in scena la loro performance Weisse Festung (La fortezza bianca) sul laghetto chiamato Zwingerteig, nel centro storico di Dresda, in occasione del 50° anniversario del gemellaggio tra Dresda e San Pietroburgo.
-
-
La compagnia russa DEREVO a Dresda con lo spettacolo Weisse Festung
-
-
Sul laghetto chiamato Zwingerteig, nel centro storico di Dresda
-
-
In occasione del 50° anniversario del gemellaggio tra Dresda e San Pietroburgo
-
-
Uno spettacolo realizzato da ballerini, musicisti e visual artist
-
-
Un sogno notturno: un flusso di immagini, luci, suoni e danze su e intorno all’acqua
-
-
La performance è già stata messa in scena con successo nel 2009 e nel 2010
-
-
Gli artisti tedeschi di Dresda lavorano al fianco dei colleghi russi di San Pietroburgo, le due città gemellate
-
-
Lo spettacolo è ispirato dalla speciale atmosfera del luogo
-
-
All’insegna dell’interazione tra arte, natura e architettura
-
-
Lo spettacolo è pensato per permettere l’interazione con gli spettatori
Dal 9 al 12 giugno 2011, con una coreografia rivista dello spettacolo - già messo in scena con successo nel 2009 e nel 2010 - ballerini, musicisti e visual artist delle città gemellate offriranno agli spettatori un sogno notturno: un flusso di immagini, luci, suoni e danze su e intorno all’acqua. Ispirato dalla speciale atmosfera del luogo, che rende possibile l’interazione tra arte, natura e architettura, questo spettacolo è pensato per permettere l’interazione con gli spettatori, che possono osservarlo sdraiati sui prati adiacenti il laghetto o seguire l’azione muovendosi insieme ai performer.
Ecco le immagini dell’edizione 2010 nel video di Andrey Gladkikh

(Ansa/Luciano Buso)
Non l’autentico sudario del Cristo e nemmeno l’opera di Leonardo, come qualcuno ha azzardato. Celata nel volto di Gesù morto, nella Sacra Sindone, ci sarebbe addirittura la firma di Giotto. Con tanto di data, 1315, perfettamente in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta. A sostenerlo è uno studioso veneto, Luciano Buso, pittore e restauratore, che da tempo rivendica la scoperta di una tecnica di scrittura nascosta usata dai pittori dell’antichità e tramandata di bottega in bottega fino quasi ai giorni nostri come sorta di incancellabile autentica delle opere.
-
-
Celata nel volto di Gesù morto, nella Sacra Sindone, ci sarebbe la firma di Giotto
-
-
A sostenerlo è uno studioso veneto, Luciano Buso, pittore e restauratore
-
-
Buso rivendica la scoperta di una tecnica di scrittura nascosta usata dai pittori dell’antichità e tramandata di bottega in bottega fino quasi ai giorni nostri
-
-
La tecnica “antifalsari” sarebbe stata usata anche da Raffaello, Leonardo e Giorgione
-
-
Nel sacro lenzuolo, fa notare Buso, la scritta ‘Giotto 15′, starebbe per Giotto 1315
-
-
La data rintracciata da Buso (1315) sarebbe in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta
-
-
Secondo Buso, Giotto si sarebbe divertito a nascondere miriadi di scritte in tutte le sue opere
-
-
Buso precisa di aver fatto studiando foto ufficiali, nitidissime, avute dall’Arcidiocesi di Torino
-
-
Nessun falso, quindi: solo il rifacimento fisico del telo, chiesto ad uno dei più noti e bravi pittori dell’epoca medievale
Usata da Raffaello, Leonardo, Giorgione, sostiene Buso, quella tecnica ‘antifalsari’, nata per criptare firme e date nelle pieghe della pittura era conosciuta anche molto tempo prima dal grande Giotto. Che anzi, a dire del restauratore trevigiano, si sarebbe divertito a nascondere miriadi di scritte in tutte le sue opere, dal Dono del mantello della Basilica di Assisi alla Strage degli innocenti della cappella degli Scrovegni di Padova.
L’analisi della Sacra Sindone - che Buso precisa di aver fatto studiando foto ufficiali, nitidissime, avute dall’Arcidiocesi di Torino - avrebbe portato alla scoperta, nel telo, di quella stessa firma tante volte identificata negli affreschi del Sommo Pittore. ”La stessa grafia, lo stesso modo di apposizione delle scritte celate, lo stesso modo grafico di esecuzione del numero 15 che tempo addietro evidenziai nei dipinti di Giotto”, scrive Buso nel piccolo volume che illustra e documenta la sua tesi (Acelum Editore, pp.32 Euro 18)”.
Anzi. Nel sacro lenzuolo, fa notare Buso, la scritta ‘Giotto 15′, che starebbe per Giotto 1315, sarebbe ripetuta tantissime volte, nel volto e prima delle mani incrociate del Cristo, in un caso anche a formare una lunga croce. Quindi Giotto avrebbe dipinto la tela e senza nessuna intenzione di dolo, tanto da firmarla in un cartiglio a forma ottagonale, schiacciato, appena sotto il mento del Cristo.
Probabilmente, azzarda Buso, si trattò di un rifacimento della Sindone ”eseguito su commissione perché il vecchio lenzuolo doveva essere in pessime condizioni”. Nessun falso, quindi, ‘’solo il rifacimento fisico del telo, chiesto ad uno dei più noti e bravi pittori dell’epoca medievale”, scrive lo studioso, sottolineando che a riprova della paternità del pittore toscano c’è anche la grande affinità iconografica di particolari delle braccia, delle mani e delle gambe del Cristo con i vari personaggi raffigurati da Giotto nei suoi affreschi. La Sindone, conclude, ”è stata e sarà sempre uno tra i più significativi simboli religiosi della cristianità, al di là del suo rifacimento da parte da parte del grande Giotto”. (ANSA)

L'artista israeliano lungo le mura della Città Vecchia (Epa/ Jim Hollander)
Dalla fine del 2009 l’artista israeliano Yehuda Brown sta vestendo i panni del Soldato bianco: attraversa gli insediamenti israeliani legali ed illegali, i villaggi e le città palestinesi, i settori est e ovest di Gerusalemme: il soldato bianco “pattuglia” cioè la linea verde, la linea di demarcazione risalente agli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949 fra Israele e alcuni dei Paesi arabi confinanti (Siria, Giordania ed Egitto) alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948-1949.
Il suo peregrinare fantasmatico e surreale non vuole comunicare un messaggio univoco, ma suscitare dibattito e interrogativi, sul passato e sul presente. Nelle persone che incontra sul suo percorso suscita i sentimenti più diversi, dall’avversione alla compassione.
In queste foto di Jim Hollander, lo vediamo camminare a Gerusalemme, lungo le mura della Città Vecchia, “pattugliando” il tratto di linea verde che separava la parte ebraico-israeliana della città da quella palestinese sotto il controllo giordano, ancor oggi confine ideale che divide il cuore conteso della Città Santa.
-
-
L’artista israeliano luno le mura della Città Vecchia
-
-
Il soldato bianco si gira a guardare un gruppo di palestinesi sullo sfondo di una grande bandiera palestinese dipinta nel quartiere Abu Tu
-
-
Il soldato bianco nei pressi della Foresta della pace
-
-
Nei pressi della porta di Jaffa
-
-
L’incontro con un ortodosso tra la porta di Jaffa e il cimitero di Mamila
-
-
L’artista israeliano Yehuda Brown sta vestendo i panni del Soldato bianco dalla fine del 2009

Una Torre di Babele composta da 30.000 libri in lingue diverse, disposti in una struttura a spirale alta 25 metri, è la scultura che l’artista argentina Marta Minujin ha esposto a Buenos Aires, nella centrale Plaza San Martin, accessibile ai visitatori come fosse una vera torre. ”L’idea è di unire tutte le razze attraverso i libri”, ha spiegato la stessa artista, ricordando l’occasione della proclamazione della capitale argentina come Capitale mondiale del libro 2011 da parte dell’Unesco, l’agenzia Onu per l’educazione, la scienza e la cultura.
-
-
Una Torre di Babele composta da 30.000 libri in lingue diverse
-
-
Disposti in una struttura a spirale alta 25 metri
-
-
Una scultura dell’artista argentina Marta MInujin
-
-
Esposta a Buenos Aires, nella centrale Plaza San Martin
-
-
L’idea è di unire tutte le razze attraverso i libri”, ha spiegato l’artista
-
-
La Torre di Babele ha al suo interno sette piani ed è visitabile dal pubblico in gruppi di al massimo 100 alla volta
-
-
I libri usati come ”mattoni” per costruirla vengono da donazioni di ambasciate a Buenos Aires e di privati
-
-
Le donazioni sono frutto di una campagna pubblica per la creazione di una ”opera di partecipazione di massa”
-
-
Già nel 1983, subito dopo la caduta della dittatura militare (1976-83), Marta Minujin costruì un Partenone di libri, usando solo titoli messi all’indice dalla giunta militare
-
-
Buenos Aires è Capitale mondiale del libro 2011
La Torre di Babele ha al suo interno sette piani ed è visitabile dal pubblico in gruppi di al massimo 100 alla volta, accompagnati da un audio che recita la parola ”libro” in tutte le lingue del mondo. I libri usati come ”mattoni” per costruirla sono per la metà donazioni di una cinquantina di ambasciate a Buenos Aires, e per l’altra metà donazioni di privati, mobilitati con una campagna pubblica, il cui fine era la creazione di una ”opera di partecipazione di massa”.

L’artista argentina Marta MInujin (AP Photo/Natacha Pisarenko)
Nell’ultimo giorno di apertura, il 28 maggio, ai visitatori sarà permesso di scegliere un libro fra quelli che compongono la torre e prenderselo. Quelli che non saranno regalati ai visitatori saranno donati alle biblioteche. Già nel 1983, subito dopo la caduta della dittatura militare (1976-83), Marta Minujin costruì un Partenone di libri, usando solo titoli messi all’indice dalla giunta militare. (ANSA)

Gruppo di neurosfere della zona subventricolare di un uomo adulto
Fare di Milano la capitale italiana delle neuroscienze, e di tutte le ricerche scientifiche che hanno a che fare con il cervello. È l’obiettivo del BrainForum che si è aperto oggi al Piccolo Teatro Grassi di Milano, in vista dell’Expo 2015.
In occasione del BrainForum gli spazi espositivi milanesi “open air” di Corso Vittorio Emanuele ospitano - dal 12 marzo al 12 aprile - la mostra dal titolo Il colore del pensiero. Accanto alle gigantografie del cervello, colorato secondo la tecnica Brainbow, realizzate da scienziati in laboratori di tutto il mondo, sono esposte una serie di opere d’arte moderna che dalle immagini scientifiche sono evocate. Il curatore della mostra, Angelo Bucarelli, si è divertito a suggerire accostamenti con i capolavori di pittori celebri, da Klee, a Mirò, a Dalì, a Kandinski. Ecco una selezione delle immagini in mostra:
-
-
1. Gruppo di neurosfere della zona subventricolare di un uomo adulto
-
-
1. Joan Mirò - Untitled, 1968
-
-
2. Presenza di aromatasi negli astrociti in seguito ad una lesione cerebral
-
-
2. Jasper Johns - False start, 1959
-
-
3. Seconda fase della differenziazione del neuroblastoma
-
-
3. Salvador Dalì - Idillio atomico e uranico melanconico, 1945
-
-
4. Neurone del tronco encefalico
-
-
4. Jackson Pollock - No. 5, 1948
-
-
5. Astrociti fibrosi della corteccia cerebrale di ratto
-
-
5. Andy Warhol - Camouflage (green, blue, yellow), 1987
-
-
6. Ippocampo e corteccia cerebrale
-
-
6. Gerhard Richter - Rot-Blau-Gelb, 1973
-
-
7. Coltivazione di astrociti
-
-
7. Alberto Burri - Rosso plastica, 1961
-
-
8. Coperto di rose di muschio
-
-
8. Claude Monet - Ninfee
-
-
9. Cellula di Purkinje del cervelletto dell’uomo
-
-
9. Gustave Klimt- L’albero della vita, 1909
-
-
10. Marcatura con “Dil” del nervo talamico afferente della corteccia di ratto ipotiroideo
-
-
10. Anish Kapoor - Blackness from her Womb, 2000.
Il BrainForum è quest’anno alla sua seconda edizione, dopo aver aperto la prima a Roma. Organizzato da Viviana Kasam dell’associazione Brain Circle Italia e da Giancarlo Comi del San Raffaele di Milano. L’obiettivo cardine dell’incontro è ”la divulgazione ai cittadini - ha affermato il Ministro della Salute Ferruccio Fazio, che oggi ha inaugurato l’evento - che costituisce un aspetto molto importante, e che il BrainForum molto lodevolmente e con successo è impegnato a fare”.

La cella della Fortezza del Priamar a Savona dove Mazzini, imprigionato per tre mesi, ideò il programma della Giovine Italia. La Cascina Guiccioli a Ravenna dove morì Anita Garibaldi il 4 agosto del 1849 e il Capanno di Madriole (RA) dove l’eroe dei due mondi si rifugiò, abbandonando il corpo della moglie, per sfuggire alle truppe austriache: si potranno scoprire anche i più segreti luoghi del Risorgimento con la 19esima Giornata Fai di Primavera, che tra il 26 e il 27 marzo torna a svelare 660 palazzi, ville, monumenti e luoghi d’arte, con uno speciale percorso di 150 siti dedicati ai 150 anni dell’Unità d’Italia.
Un viaggio tra le bellezze del Paese, alla scoperta di luoghi spesso difficilmente accessibili al pubblico, attraverso 260 località e 20 regioni, divenuto ormai un appuntamento tradizionale, come ha ricordato la presidentessa del Fai Ilaria Borletti Buitoni, presentando il nuovo programma insieme alla presidente onoraria Giulia Maria Mozzoni Crespi e al sottosegretario Francesco Maria Giro.
-
-
La diciannovesima edizione
-
-
Palazzo della Fraternità ad Arezzo
-
-
Il Mausoleo di Cesare Battisti sulla collina del Doss a Trento
-
-
Villa Rotonda dei Marchesi Guidi di Bagno a Savignano sul Rubicone (Forlì/Cesena)
-
-
Castel Fort (Trostburg) a Ponte Gardena (Bolzano)
-
-
Palazzo Tarugi a Montepulciano (Siena)
-
-
Villa Necchi Campiglio a Milano
-
-
Villa Torlonia a San Mauro Pascoli (Forlì/Cesena)
-
-
L’interno dell’ex Ufficio italiano cambi a Roma
-
-
Carceri del Castello di Udine
-
-
Capanno Garibaldi a Mandriole (Ravenna)
-
-
Il Teatro Rossi a Pisa
-
-
Villa Panza a Varese
-
-
L’interno di Villa e Collezione Panza a Varese
-
-
Palazzo Tarugi a Montepulciano (Siena)
-
-
Villa Della Porta Bozzolo Casalzuigno a Varese
-
-
Villa Della Porta Bozzolo Casalzuigno a Varese
-
-
La Villa del Balbianello a Lenno (Como)
-
-
L’interno della Villa del Balbianello a Lenno (Como)
-
-
La Villa del Balbianello a Lenno (Como)
-
-
Palazzo Tarugi a Montepulciano (Siena)
-
-
Palazzo Tarugi a Montepulciano (Siena)
-
-
Torre di Velate (Varese)
-
-
Un’edicola Liberty a Mantova
-
-
Un’immagine della Scala elicoidale del Museo Agrario Geologico di Ispra
”In questi anni abbiamo accolto oltre 6 milioni di visitatori”, racconta Borletti Buitoni, annunciando anche i tre nuovi beni che il Fai restituirà agli italiani tra la primavera e l’autunno: il negozio Olivetti disegnato dall’architetto Scarpa a Venezia, la Villa dei Vescovi in provincia di Padova e il bosco di San Francesco ad Assisi. ”Questa sarà un’edizione speciale - prosegue - perché cade in un anno di celebrazioni importanti. E in queste ore di tagli drammatici vogliamo sottolinearlo, perché l’identità nazionale in Italia coincide con la cultura ”.
Ma quanti tesori ancora nascosti potrà mai conservare l’Italia? ”Ogni anno ne saltano fuori di nuovi, spesso abbandonati al degrado”, assicura il vicepresidente Fai Marco Magnifico, elencando le moltissime ‘’sorprese” della Giornata 2011, sostenuta per il tredicesimo anno consecutivo da Wind. Le più golose sono certamente quelle legate al Risorgimento: il Palazzo del Quirinale, che aprirà per la prima volta la Biblioteca Piffetti, la sala degli Arazzi e quella delle Dame; il Palazzo de Majo a Chieti, edificio barocco che ospitò Vittorio Emanuele II nel 1860; le carceri del castello di San Giorgio a Mantova, dove furono rinchiusi i Martiri di Belfiore; il Casale Cairoli a Roma; i moltissimi siti piemontesi, dalla Villa Tesoriera a Torino ai Castelli Lagnasco nel cuneese.
Ma sono da non perdere anche l’apertura eccezionale dell’ottocentesca Villa Rosebery a Napoli, residenza del Presidente della Repubblica, Palazzo Pisani a Venezia, la cittadella fortificata di Alessandria, le catacombe di San Gennaro a Napoli, il lussuoso giardino di Villa Valguarnera a Bagheria (PA), il Teatro Rossi di Pisa (chiuso dal ‘66) e le sedi della Banca d’Italia, che a Udine, ad esempio, ha uffici addirittura nel cinquecentesco palazzo disegnato dal Palladio.
In tutto saranno aperti oltre 14 luoghi dedicati alla memoria di Garibaldi e 13 itinerari risorgimentali, 133 luoghi di culto, 12 palazzi e ville, 21 castelli e torri, oltre a musei, teatri, aree archeologiche e naturalistiche, tutti gratuitamente accessibili con le visite guidate di oltre 13mila giovani ciceroni volontari. Particolare attenzione, quest’anno, ai ‘nuovi italiani’ e ai turisti stranieri, con visite in lingua in 36 città. A tutti sarà chiesto di sostenere la cultura con un’offerta anche solo di un euro. Gli iscritti Fai avranno poi 22 beni con ingresso esclusivo. E per chi proprio non potrà andare di persona, Rai3 dedicherà uno speciale alle bellezze svelate del Fai il 27 marzo alle 21. (ANSA)

Quanto Ti Vuoi Bene? (Copyright© Jacqui James)
Inaugurato alla Triennale di Milano in occasione della Festa della donna, Quanto Ti Vuoi Bene? è un percorso artistico-culturale nato dall’idea della fotografa e giornalista australiana Jacqui James, visitabile fino al 27 marzo con ingresso libero.
Si tratta di un’indagine sociologica e fotografica promossa da futuro@lfemminile – il progetto di responsabilità sociale di Microsoft Italia e Acer – in collaborazione con Dove, che coinvolge le giovanissime di età compresa tra i 9 e i 16 anni, offrendo uno spaccato sorprendente sulle nostre ragazze in merito all’immagine che hanno di loro stesse e al ruolo della tecnologia quale strumento di espressione e relazione con i coetanei.
Il valore sociale dell’iniziativa è stato colto dal Comune di Milano che, collaborando alla realizzazione della mostra grazie al sostegno dell’Assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali Mariolina Moioli, testimonia l’impegno a comprendere il mondo dei giovani, per attuare in maniera concreta politiche in loro favore. Il supporto delle istituzioni al progetto, inoltre, è avvalorato dai patrocini del Ministero della Gioventù e del Ministero per le Pari Opportunità.
-
-
Quanto Ti Vuoi Bene? – Una selezione di foto
-
-
13 anni: Io sono bella perché penso di avere un bel carattere, fantasia e sono molto sportiva
-
-
14 anni: Non sono bella perché ho tanti brufoli e sono bassa
-
-
13 anni: Non sono bella perché non ho una bella pelle
-
-
13 anni: Sono bella perché cerco di sorridere il più possibile
-
-
16 anni: Io sono bella? Sì. Perché sono simpatica!
-
-
11 anni: Sono bella perché molte persone mi fanno i complimenti e mi piaccio
-
-
15 anni: Non sono bella perché non ho una corporatura femminile
-
-
16 anni: Io sono bella perché ho fiducia in me stessa
-
-
15 anni: Mi piaccio perché riesco a divertirmi
-
-
12 anni: Io sono bella perché sono sorridente
-
-
12 anni: Io sono bella perché sono come sono, e sono vivace
-
-
9 anni: Io mi piaccio perché sono bella, intelligente e ho talento
La fotografa australiana Jacqui James dà voce ad abitudini, sogni e aspirazioni delle ragazze di oggi, svelandone l’identità in oltre 90 scatti d’autore.
Quanto Ti Vuoi Bene? intende sondare il livello di autostima presso le giovanissime e il ruolo ricoperto dalla tecnologia nel loro vivere quotidiano, quale strumento di espressione e relazione con il mondo esterno.
L’iniziativa ha previsto due fasi principali. La prima, ha visto le ragazze partecipare a un sondaggio online sul portale MSN.it dove sono stati raccolti circa 3200 questionari; nella seconda, l’analisi delle risposte elaborata dalla psicologa Maria Rita Parsi, Presidente Fondazione Movimento Bambino, ha permesso di tracciare diversi profili caratteriali per fasce d’età.
Quelli ritenuti più significativi sono stati selezionati dalla fotografa, che ha incontrato le protagoniste nelle principali città d’Italia per farsi raccontare “quanto si vogliono bene” e catturare il loro essere attraverso l’obiettivo.
La mostra – inaugurata simbolicamente l’8 marzo – è molto più di una galleria di ritratti; a partire dalle frasi più evocative con cui ogni ragazza ci parla del suo mondo, dalla propria idea di bellezza al rapporto con la tecnologia, Quanto Ti Vuoi Bene? si propone come spunto di riflessione sull’importanza della consapevolezza di sé, delle proprie risorse e delle opportunità offerte dai nuovi strumenti digitali, per una crescita equilibrata delle “piccole donne” di oggi.

(AP Photo/Martin Meissner)
Pesa 23 tonnellate, ha i capelli blu, un braccio solo e ai suoi piedi siede una tartaruga verde: è l’Hercules gigante realizzato dall’artista tedesco Markus Lüpertz, installato questa settimana sul tetto di un edificio alto 80 metri in un complesso minerario dismesso dal 1993 nella cittadina di Gelsenkirchen, Germania. L’intera zona ex industriale punta a riqualificarsi come area artistica e culturale. Diversi piani dell’edificio in questione ospitano già oggi gallerie d’arte.
-
-
Pesa 23 tonnellate, ha i capelli blu, un braccio solo e ai suoi piedi siede una tartaruga verde
-
-
L’Hercules gigante realizzato dall’artista tedesco Markus Lüpertz
-
-
Installato sul tetto di un edificio alto 80 metri in un complesso minerario dismesso dal 1993 nella cittadina di Gelsenkirchen
-
-
La scultura, alta 18 metri, ha un valore di 2 milioni di euro
-
-
È stata realizzata nell’ambito delle iniziative per Essen Capitale europea 2010 della cultura
La scultura, alta 18 metri, del valore di 2 milioni di euro, è stata realizzata nell’ambito delle iniziative per la Capitale europea 2010 della cultura, ruolo attribuito per il 2010 ad Essen e all’intera area metropolitana della Ruhr, e che si concluderanno domani con una cerimonia proprio di fronte alla miniera.

(Ansa/Guido Montani)
La fascia tricolore e le stampelle, alla destra l’architetto francese Odile Decq, a sinistra il direttore Luca Massimo Barbero, il sindaco Gianni Alemanno taglia il nastro giallo-amaranto e inaugura ufficialmente i nuovi spazi del MACRO (Museo d’Arte Contemporenea ROma): piccole piazze, corridoi, sopraelevate, terrazze e ascensori di cristallo, sale e pareti in nero profondo e rosso squillante, con l’unica eccezione del bianco totale delle aree espositive. ”Gli artisti - dice la Decq - devono essere liberi di esprimersi come vogliono”.
-
-
L’interno del museo MACRO
-
-
La struttura si fonde con il quartiere, anzi ”è la piazza che prima non aveva”, suggerisce Odile Decq
-
-
Piccole piazze, corridoi, sopraelevate, terrazze e ascensori di cristallo, sale e pareti in nero profondo e rosso squillante
-
-
L’architetto Odile Decq, progettista del museo
-
-
I lavori sono durati 8 anni
-
-
Il museo di via Reggio Emilia, insieme al Maxxi, candida Roma a capitale dell’arte contemporanea
-
-
L’opera di Mark Quinn dal titolo ‘Waiting for Godot’
-
-
Bianco totale nelle aree espositive. ”Gli artisti - dice la Decq - devono essere liberi di esprimersi come vogliono”
-
-
Laboratorio Schifano 1
-
-
La casa popolata dalle farfalle
-
-
Una rivisitazione della Farnsworth House ideata da Mies van der Rohe nel 1951, in vetro e acciaio
-
-
Opera degli artisti olandesi Bik Van Der Pol
-
-
È l’opera vincitrice dell’Enel Contemporanea Award
-
-
Il titolo dell’opera: ‘Are you really sure that a floor can’t also be a ceiling?’
-
-
Vi si allevano farfalle tropicali di straordinaria bellezza e dimensioni
Ecco finalmente il museo di arte contemporanea dei romani, che 4 dicembre apre al pubblico a pieno regime (ma per il ristorante Nicolai e Gambero Rosso bisogna aspettare la prossima settimana). Ci sono voluti otto anni di lavori per creare dalla struttura preesistente questo ”edificio restituito in maniera entusiasmante - ha detto l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale Marco Corsini - l’arte contenuta dall’arte”. ”Luogo assolutamente meraviglioso - ha aggiunto Barbero - che ho vissuto come un paradiso e una trincea”. Certamente, il progetto ha attraversato ben tre amministrazioni capitoline, finché il sindaco Alemanno, ha sottolineato l’assessore alle Politiche culturali Umberto Croppi, ha avuto la forza di portarlo fino in fondo.

(Ansa/Guido Montani)
All’inizio del 2011 sarà operativo lo strumento della Fondazione, istituita di recente per far funzionare questa macchina complessa (in precedenza il Macro non aveva neanche lo status di museo, bensì rientrava tra i molti uffici della soprintendenza), che per funzionare avrà bisogno di 8 milioni di euro l’anno, ha detto Croppi, di cui è già assicurata la copertura dello start up e uno stanziamento di due milioni. Altrettanti dovrebbero arrivare dagli introiti da biglietti, servizi, parcheggio sotterraneo (un milione previsto) e dalla Fondazione. Per il resto è ancora da vedere.

La casa popolata dalle farfalle (Ansa/Guido Montani)
Gli occhi sono puntati sulla partecipazione dei privati. La prima, già presente nel progetto di apertura, è quella di Enel, che allestisce nella grande sala a pianterreno l’opera vincitrice del concorso Enel Contemporanea 2010 dal titolo Are you really sure that a floor can’t also be a ceiling?, realizzata dalla coppia Bik Van der Pol. Una rivisitazione della Farnsworth House ideata da Mies van der Rohe nel 1951, in vetro e acciaio, dove si allevano farfalle tropicali di straordinaria bellezza e dimensioni, le piu’ grandi che si possano ammirare. ”Il nostro progetto per l’arte contemporanea - ha spiegato il direttore Relazioni esterne di Enel Gianluca Comin - non poteva che sposarsi con il Macro”.
Certo è che il museo di via Reggio Emilia, insieme al Maxxi, candida Roma a capitale dell’arte contemporanea. La struttura si fonde con il quartiere, anzi ”è la piazza che prima non aveva”, suggerisce Odile Decq, rigorosamente dark come suo solito. ”Qua è tutto nero perché penso ad artisti forti, capaci di esprimersi anche in un ambiente come questo”, prosegue l’architetto che il sindaco Alemanno ha assimilato a un novello Michelangelo. Mentre il rosso squillante della struttura centrale rimanda a una nota di ”golosità”. Per lei, la dimensione sociale di questo museo, con l’accesso gratuito per i grandi spazi comuni (a pagamento solo quelli espositivi) si fonde con l’arte, sono due aspetti della stessa medaglia. E Roma l’ha ispirata, nei colori e nella luce che piove dal tetto di vetro. Un vero incanto. (ANSA)

Esposti i manifesti navali pubblicitari collezionati da Gabrielle Cadringher
A partire dal 1° dicembre 2010 e fino al 23 gennaio 2011 al Galata Museo del Mare di Genova è possibile scoprire la storia delle compagnie marittime e dei loro transatlantici, attraverso i manifesti pubblicitari di Gabrielle Cadringher. La collezionista che ha reso possibile la realizzazione della mostra che vede esposti una trentina manifesti originali è anche autrice dell’omonimo volume Manifesti Navali edito da Jaca Book Edizioni e presentato al pubblico lo scorso anno.
-
-
Esposti i manifesti navali pubblicitari collezionati da Gabrielle Cadringher
-
-
Navi Bremen, Europa: Fastest Service to New York
-
-
Nave Queen Mary
-
-
Nave Esperia: Grand Express Europe-Egypt
-
-
Navi Indipendence, Constitution: American Export Lines
-
-
Nave United States: Europe to America
-
-
Navi Queen Mary, Queen Elizabeth
-
-
Navi Saturnia, Vulcania
-
-
Nave Olympic, Titanic: To United States and Canada
-
-
Nave Normandie: Southampton to New York
-
-
Nave Augustus: Navigazione Generale Italiana
-
-
Nave Mauretania: U.S.A. & Canada
-
-
Nave Ile de France: Hâvre, Plymouth, New York
-
-
Nave Berengaria: Europe America
-
-
Nave Nord America, La Veloce Navigazione Italiana a Vapore
Il manifesto marittimo ricostruisce una storia, che è artistica e culturale, umana e industriale insieme. Artistica perché naturalmente vi è un’evoluzione del design.
L’immagine della nave che fa la sua comparsa nel XIX secolo accompagnata da informazioni sulle rotte servite, assumerà un’importanza crescente dal punto vista grafico e visivo nei manifesti Art Nouveau. Nella successiva grande epoca Art Déco, maestri come Cassandre firmano opere – come per il Normandie o l’Atlantique – che rimangono nell’immaginario.
Infine, nel dopoguerra e sino alla fine delle rotte transatlantiche, il manifesto si adatta nuovamente al gusto del momento, quello dell’arte moderna.

Nave Olympic, Titanic (Particolare)

Navi Bremen, Europa (Particolare)
____________________
È una storia culturale e umana perché, per più di un secolo, i transatlantici sono stati l’unico mezzo per viaggiare da un continente all’altro: “the only way to cross!” come scrive lo storico John Graham Maxwell. Milioni di passeggeri si sono serviti delle rotte transatlantiche, dai milionari che alloggiavano nelle suite dagli arredi da favola sino agli emigranti in cerca di un futuro migliore, ammassati in terza classe. Ma vi erano anche i funzionari coloniali, i militari, i commercianti, i turisti… folle di persone hanno viaggiato su queste navi, le più grandi macchine da trasporto che l’uomo abbia mai costruito.
Infine storia industriale, perché i transatlantici costituivano le “vetrine” dei loro rispettivi paesi, mettendone in opera tutte le capacità tecnologiche.
Gli interni dal canto loro, riflettevano i più recenti progressi, sia artistici che tecnici: si pensi ad esempio al Normandie, i cui arredi erano opera dei migliori artisti dell’epoca.
Questo mostra e questo libro vogliono raccontare la storia delle compagnie marittime e dei loro transatlantici attraverso i manifesti pubblicitari. Un intero secolo di avventure marittime e sociali è rievocato attraverso le storie artistiche, culturali, umane e industriali.
Nel volume sono riprodotti più di cento manifesti, dalle prime riproduzioni delle imbarcazioni del XIX secolo proseguendo verso l’Art Nouveau e l’Art Déco. Il Titanic, il Conte di Savoia, l’Imperator, l’Elisabethville, il Majestic, il Normandie, l’Atlantique, il Queen Mary, il Nieuw Amsterdam: sono qui rappresentate tutte le navi mitiche che hanno fatto parte della storia straordinaria – a tratti incredibile – delle compagnie marittime. Questi manifesti destinati a far sognare il pubblico di allora fanno sognare ancora oggi.

Il museo scultoreo subacqueo di Cancun
Si chiama La Evolución Silenciosa l’opera dell’artista britannico Jason de Caires Taylor collocata nel Golfo del Messico, in un tratto di mare che è stato denominato Museo scultoreo subacqueo di Cancun, di fronte alla costa occidentale dell’Isla Mujeres, Punta Cancun and Punta Nizuc.
-
-
Si chiama La Evolución Silenciosa l’opera dell’artista britannico Jason de Caires Taylor collocata nel Mare del Messico
-
-
È composta di 400 figure umane a grandezza naturale
-
-
L’opera è stata collocata a bassa profondità, in modo da poter essere visitata agevolmente
-
-
Le figure delle statue sono ispirate al mondo contemporaneo ed a quello della cultura maya
-
-
SI trova in un tratto di mare che è stato battezzato Museo scultoreo subacqueo di Cancun
-
-
Le statue sono state realizzate con materiale ecologico e non inquinante, tale da permettere alle statue stesse, come avviene per ogni relitto marino, di venire progressivamente colonizzate da pesci, molluschi e coralli
-
-
Jason de Caires Taylor ha per questo denominato la sua opera “Evoluzione silenziosa”
-
-
Non è la prima opera del genere realizzata dall’artista
-
-
L’artista lavora a partire da sagome provvisorie in gesso, ricava degli stampi in silicone successivamente rinforzati con una struttura interna in acciaio
-
-
Alcune sculture fotografate prima dell’immersione nell’oceano
L’opera è stata collocata a bassa profondità, in modo da poter essere visitata agevolmente, ed è composta di 400 statue rappresentanti figure umane, a grandezza naturale, ispirate al mondo contemporaneo ed a quello della cultura maya e realizzate con materiale ecologico e non inquinante, tale da permettere alle statue stesse, come avviene per ogni relitto marino, di venire progressivamente colonizzate da pesci, molluschi e coralli. Da qui il nome dell’installazione: “Evoluzione silenziosa“. Non è la prima opera del genere realizzata dall’artista che, lavorando a partire da sagome provvisorie in gesso, ricava degli stampi in silicone successivamente rinforzati con una struttura interna in acciaio.

La Cappella Palatina da Ovest (Franco Cosimo Panini Editore)
Guy de Maupassant la descriveva come “la più bella cosa che esista al mondo”, mentre per Oscar Wilde era “la meraviglia delle meraviglie”. Si tratta della Cappella Palatina di Palermo, capolavoro assoluto dell’arte medievale. Oggi questo eccezionale scrigno d’arte rivive in tutto il suo splendore grazie all’opera La Cappella Palatina a Palermo (Franco Cosimo Panini Editore), XVII titolo della collana Mirabilia Italiae dedicata ai maggiori monumenti del nostro Paese: quattro volumi con più di 1.300 immagini scattate per l’occasione, le prime dopo i restauri della Cappella Palatina, per un totale di oltre 1.600 pagine.
Panorama.it ve ne presenta 20 immagini.
-
-
La volta
-
-
San Pietro incontra San Paolo a Roma
-
-
Particolare del soffitto
-
-
Particolare del soffitto
-
-
Particolare del soffitto
-
-
Mosaico pavimentale
-
-
Muqarnas del soffitto
-
-
Muqarnas del soffitto
-
-
L’uscita dall’arca
-
-
La Cappella Palatina da Ovest
-
-
La volta del transetto meridionale
-
-
La distruzione di Sodoma
-
-
La costruzione di Babele
-
-
La Cappella Palatina da Nord-Ovest
-
-
Il soffitto della Cappella
-
-
Il soffitto da Est
-
-
Il sogno di Giuseppe e La fuga in Egitto
-
-
Il soffitto da Ovest
-
-
Il peccato originale
-
-
Cristo Pantocrator
L’opera, per cui sono stati necessari quasi tre anni di lavoro, è stata presentata al pubblico il 15 novembre.
La Cappella Palatina di Palermo è la massima testimonianza della convivenza tra le culture di Oriente e Occidente sotto il regno di Ruggero: essa si presenta in fatti con la pianta tipica di una basilica latina sul cui presbiterio si innalza però una cupola semisferica di tradizione bizantina, un tempo visibile anche dall’esterno dell’edificio. Sono invece di origine islamica gli archi delle navate e, soprattutto, i soffitti dipinti. Tradizioni artistiche eterogenee ma che grazie a un curato progetto unitario danno ugualmente vita a un edificio dall’articolazione degli spazi armonica ed elegante.

Il soffitto della Cappella (Franco Cosimo Panini Editore)
I celeberrimi mosaici ricoprono completamente le pareti, avvolgendo il visitatore nello splendore delle tessere dorate che fanno da sfondo alle figure dei santi, degli angeli, della storia della Genesi, della vita di Cristo, degli Apostoli Pietro e Paolo. Realizzati da artisti sia greci sia locali, i mosaici della Palatina sono tra i più importanti in Sicilia, anche per l’unicità della scelta narrativa di chiudere i cicli non con il martirio ma con scene di trionfo. Di grande interesse e qualità sono anche le raffigurazioni di alberi e animali che intervallano le scene, rare testimonianze di mosaici bizantini di soggetto profano.

L’Opera al Nero - Dolls
L’Opera al Nero apre il 19 novembre al circolo culturale Kalt di Torino una serie di mostre fotografiche (su tela) che porterà nell’insieme il nome di Dolls.
L’artista è Tania Bocchino, vive nel canavese ed è mossa dall’esigenza di conoscere quell’universo a tratti ineffabile che è quello del corpo. Forse in lei è accentuato l’interesse a causa di un disagio motorio (che non si presenta certo come un ostacolo per le sensazioni). Il corpo occupa per Tania un posto liminare fra il mondo interno e quello esterno, e per questo è forse il principale strumento di conoscenza. Ogni esperienza deriva da quelle sensazioni che sono raccolte sulla nostra pelle, nelle nostre viscere. L’esperienza che è senza dubbio l’origine, e non il fine. Da ciò deriva il titolo della prima serie di opere, le quali si richiamano alla prima fase del processo alchemico conosciuta anche come Nigredo, ovvero quella fase dove per la creazione di una sostanza perfetta si inizia dalla materia grezza, il piombo che diventa oro.
-
-
L’Opera al Nero - Dolls
-
-
L’Opera al Nero - Dolls
-
-
L’Opera al Nero - Dolls
-
-
L’Opera al Nero - Dolls
-
-
L’Opera al Nero - Dolls
“L’arte è sempre stata ricettacolo di tutta la simbologia sacra, che è poi la sede significante più immediata e diretta al nostro inconscio” scrive il curatore Luca Atzori. “Tania si propone di illustrare è il parallelismo fra la vita di Cristo e quella di ogni uomo. Questa serie di tele la si potrebbe intendere, più precisamente, come una narrazione di quel mito gnostico che è quello del Cristo Sophia. Sophia è una figura che compare anche nell’antico testamento (salmi, libro dei profeti) nell’apocrifo Saggezza di Salomone. Nel cristianesimo è diventata la parte femminile di Cristo (e non a caso messa in secondo piano)”.
Il tema attorno cui ruota l’arte di Tania è propriamente quello del femminino sacro. “Dentro l’opera di Tania possono essere scovate diverse chiavi di lettura. Quella più immediata è, forse, la più importante ed è quella concernente l’erotismo, come realtà del desiderio, ma soprattutto delle dinamiche universali stesse. L’uomo che con la sua ragione vorrebbe mettere ordine nel caos femminile”.
L’Opera al Nero rimane aperta fino al 3 dicembre.

125 oggetti d'arte di Playboy all'asta (AP Photo/CHRISTIE
Dalla copertina del primo storico Playboy, del 1953, con una sensuale Marilyn Monroe, alla foto di Brigitte Bardot quasi senza veli cover girl di marzo 1958. L’8 dicembre viene messa all’asta la storia erotica di Playboy, la più famosa rivista rivolta prevalentemente al pubblico maschile eterosessuale, fondata nel 1953 a Chicago da Hugh Hefner.
125 oggetti d’arte originali provenienti dall’archivio di Playboy Enterprises saranno in vendita da Christie’s, a New York, nell’asta soprannominata “L’Anno del Coniglio“. Quasi tutti gli oggetti che saranno battuti sono apparsi sul celebre magazine, un’icona culturale che ha contribuito a liberare i costumi sessuali americani.
-
-
125 oggetti d’arte di Playboy all’asta
-
-
Pamela Anderson e Dan Ackroyd, 1993
-
-
Brigette Bardot in copertina di Playboy, 1958
-
-
Mouth #8, dipinto di Tom Wesselmann del 1967
-
-
Marilyn Monroe sulla prima copertina di Playboy, 1953
-
-
Stacy Sanchez playmate dell’anno nel 1996
-
-
Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, in un dipinto del 1970 di Herb Davidson
-
-
Hugh Hefner oggi
-
-
Hugh Hefner in posa nella Playboy Mansion

(Epa/Oliver Weiken)
Sta destando polemiche in Israele l’esposizione in una galleria d’arte di Tel Aviv di una fedele riproduzione dell’ex premier Ariel Sharon, mentre giace in un normale letto di ospedale, collegato a macchinari medici che in una stanza del tutto vuota emettono rumori soffusi.
-
-
Una fedele riproduzione dell’ex premier Ariel Sharon, mentre giace in un letto d’ospedale
-
-
L’iniziativa ha suscitato indignazione nel partito Kadima, fondato da Sharon nel 2005
-
-
”Ho appreso che tiene gli occhi aperti e che non ha perso peso, e ho preparato la statua di conseguenza”, ha spiegato l’artista
-
-
Un primo piano del volto
-
-
Da quattro anni Sharon è ricoverato in un padiglione riservato di un ospedale di Tel Aviv
-
-
La statua è un’opera dello scultore Noam Braslavsky
-
-
Collegato a macchinari medici che, in una stanza del tutto vuota, emettono rumori soffusi
-
-
Ariel Sharon in una foto del 2005
La statua realizzata dallo scultore Noam Braslavsky si basa su informazioni da lui raccolte sulle condizioni fisiche di Sharon, che da quattro anni è ricoverato in un padiglione riservato di un ospedale di Tel Aviv. ”Ho appreso che tiene gli occhi aperti e che non ha perso peso, e ho preparato la statua di conseguenza”, ha spiegato l’artista.
”Compito dell’arte è raggiungere aree che possono essere state rimosse dal pubblico”, ha spiegato a sua volta la direttrice della ‘Galleria di arte Kishon‘, Renana Kishon. ”In Israele non c’è nessuno che almeno per una volta non abbia cercato di immaginarsi quale sia oggi l’aspetto esteriore di Sharon”.

(AP Photo/Ariel Schalit)
Ma l’iniziativa ha suscitato indignazione nel partito Kadima, fondato da Sharon nel 2005. ”Si tratta di una opera cinica, escogitata a fini pubblicitari”, ha esclamato la parlamentare Ronit Tirosh. Omri Sharon, uno dei figli dell’ex premier, ha detto a sua volta di essere stato invitato alla apertura della mostra (fra alcuni giorni) e di non avere alcuna intenzione di presenziare. (ANSA)

1945, un'opera di Manet nella miniera di sale di Merkers, Germania (AP Photo/U.S. National Archives)
Oltre a privarli della vita e della dignità di uomo, i nazisti hanno spogliato gli ebrei di centinaia di migliaia di opere d’arte durante la Seconda Guerra mondiale, in uno dei più massicci raid nella storia culturale. Spesso si facevano fotografare con il loro bottino, che meticolosamente catalogavano su schede dattiloscritte.
Ma da oggi i sopravvissuti all’Olocausto e i loro parenti, così come i collezionisti d’arte e i musei, possono connettersi a internet e cercare su una banca dati storica gratuita tra i più di 20.000 oggetti d’arte rubati in Germania, Francia e Belgio tra il 1940 e il 1944, tra cui spiccano anche dipinti di Claude Monet e Marc Chagall.

1945, il generale Eisenhower tra i tesori rubati

1945, incisione di Durer nella miniera di Merkers
_______________________
Il database è un progetto congiunto della Conference of Jewish Material Claims Against Germany di New York e del Memorial Museum dell’Olocausto di Washington.
Gli organizzatori hanno riferito ad Associated Press che il database è insolito perché è stato costruito intorno a documenti del periodo nazista, che sono stati digitalizzati e resi ricercabili, mostrando ciò che è stato sequestrato e da chi, insieme ai dati in materia di restituzione o di rimpatrio e fotografie degli oggetti sequestrati.
-
-
1945, un’opera di Manet nella miniera di sale di Merkers, Germania
-
-
1945, il gen. Eisenhower in una miniera di Merkers, Germania, ispeziona i tesori d’arte rubati dai tedeschi
-
-
1945, Le Grazie di Rubens prese dal prese dal Reichsleiter Einsatzstab Rosenberg (ERR)
-
-
1945, schedari della ERR, unità speciale del Reich dedita a confiscare materiale nei paesi occupati
-
-
1945, il sergente americano Maus guarda un’incisione di Albrecht Durer, trovata tra i tesori nascosti nella miniera di Merkers, Germania
-
-
1945, soldato americano tra il bottino tedesco in una chiesa di Elligen, Germani
-
-
Christoph von Berg, a destra, e Willi Korte, uno dei principali studiosi di arte trafugata dai nazisti
La Claims Conference, che aiuta i sopravvissuti dell’Olocausto e i loro familiari a recuperare le loro proprietà, stima che quasi la metà degli oggetti sequestrati non siano mai stati restituiti ai legittimi proprietari o ai loro discendenti o al paese di origine. Per questo la nascita di questo database.
Tra le opere elencate nel database c’è un dipinto dell’artista danese Wouwerman Philips, appartenuto alla famiglia Rothschild e ritrovato nel 2007 nel caveau segreto di Zurigo del commerciante d’arte del Reich Bruno Lohse.
Nessuno sa esattamente quante opere siano state saccheggiate dai nazisti e quante ancora possano mancare. La Claims Conference ha detto che circa 650.000 oggetti d’arte sono stati presi, e migliaia di oggetti sono ancora smarriti.
Durante la Seconda Guerra mondiale, le opere d’arte ebraiche confiscate e altre trafugate dai nazisti furono immagazzinate a Parigi nella Galleria nazionale del Jeu de Paume o vi transitarono prima di partire per la Germania.
Ecco il database di oggetti d’arte al Jeu de Paume: www.errproject.org/jeudepaume

Sunflower seeds, Semi di girasole
Quindici milioni di semi di girasole fabbricati a mano, uno a uno, in porcellana. È la nuova installazione della britannica Tate Modern firmata Ai Weiwei, l’artista cinese che ha disegnato lo stadio olimpico di Pechino. Aprirà i battenti al pubblico domani e verrà ospitata nella grande sala un tempo occupata dalle turbine della centrale elettrica - la Turbine Hall, per l’appunto.
-
-
Sunflower seeds, Semi di girasole
-
-
È la nuova installazione della britannica Tate Modern firmata Ai Weiwei
-
-
L’installazione fa parte della serie Unilever, inaugurata nel 2000 dall’artista Louise Bourgeois con il suo ragno gigante in metallo
-
-
Una visitatrice della mostra
-
-
L’opera pesa 150 tonnellate ed è arrivata a Londra dalla Cina settimana scorsa
-
-
L’opera vuole simbolizzare le carestie patite dal popolo cinese ai tempi di Mao Tse-tung
-
-
Quindici milioni di semi di girasole fabbricati a mano, uno a uno, in porcellana
-
-
L’artista cinese fotografa la sua opera
-
-
Nato in Cina nel 1957, è cresciuto ai margini del deserto del Gobi dopo che suo padre, artista e poeta, era stato esiliato dal regime a causa del suo dissenso
-
-
”I semi”, ha spiegato Weiwei, ”sono i ricordi degli anni del comunismo e noi li condivideremo con gli amici”
L’opera, che pesa in tutto 150 tonnellate ed è arrivata a Londra dalla Cina settimana scorsa, vuole simbolizzare le carestie patite dal popolo cinese ai tempi di Mao Tse-tung e che, tra il 1958 e il 1961, costarono la vita a più di 30 milioni di persone. ”I semi”, ha spiegato Weiwei, ‘’sono i ricordi degli anni del comunismo e noi li condivideremo con gli amici”.

(Epa/Andy Rain)
I visitatori potranno infatti camminare sul tappeto di semi, profondo più di 20 centimetri, giocare o esibirsi in disegni - un po’ come si fa con i giardini zen d’impronta giapponese. Alla fine della giornata gli addetti della Tate riporteranno tutto a zero grazie a dei lunghi rastrelli.
L’installazione fa parte della serie Unilever, inaugurata nel 2000 dall’artista Louise Bourgeois con il suo ragno gigante in metallo. L’opera di Weiwei sara’ l’11esima. La Turbin Hall, nell’arco di questi anni, ha ospitato altri lavori noti come ‘The Weather Project’ di Olafur Eliasson - il grande sole - o i lunghi scivoli di Carsten Holler. Weiwei, ad ogni modo, è l’artista più ‘politicizzato’ ad essere mai stato scelto dalla Tate per la serie Unilever.

(Epa/Andy Rain)
Nato in Cina nel 1957, è cresciuto ai margini del deserto del Gobi dopo che suo padre, artista e poeta, era stato esiliato dal regime a causa del suo dissenso. Ai, dopo che il padre venne perdonato, fu ammesso alla scuola di cinema di Pechino e in seguito si spostò nel settore dell’arte d’avanguardia. Negli anni Ottanta decise però di andare a New York per seguire la sua ispirazione. Rientrò nella madrepatria nel 1993 solo quando reputò che l’atmosfera si fosse fatta più consona alle esigenze di libertà degli artisti.
Il suo grande momento arrivo’ con la commissione dello stadio olimpico di Pechino - soprannominato ‘nido d’uccello’ - in team con gli architetti svizzeri Herzog&deMeuron. Weiwei finì presto in contrasto con le autorità cinesi che accusò di voler sfruttare i giochi a fini propagandistici - li definì ”il finto sorriso della Cina”. Accusa tanto calzante che spinse Steven Spielberg a troncare la sua partecipazione. (ANSA).

(hb/CB2/ZOB/WE©kikapress.com)
(KIKA) - LOS ANGELES - Arno Rafael Minkkinen, fotografo finno-americano autore di uno dei lavori più interessanti sull’autoritratto degli ultimi anni, presenta in questi giorni a Los Angeles alcune delle sue opere.
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
-
-
Opera di Arno Rafael Minkkinen
Il fotografo è nato a Helsinki nel 1945. All’inizio degli anni ‘50 si trasferisce a New York con la sua famiglia. La natura nordica, con la sua luce bassa e senza ombre, il rapporto diretto con il paesaggio, rimangono vivi nella sua memoria, fino a diventare il tema centrale della sua ispirazione.
Dal 1971 la sua fotografia diventa autobiografica e da allora il suo corpo come parte del paesaggio circostante diventa il suo più importante mezzo d’espressione. Il suo profilo si trasforma, diventa la misura del mondo, fino ad annullarsi nelle forme dei laghi, degli alberi, delle montagne.

Opera di Arno Rafael Minkkinen (hb/CB2/ZOB/WE©kikapress.com)
Il suo lavoro lo porta ad un ritorno alle origini, alla riscoperta della terra Finlandese e poi a esplorare il continente americano. Minkkinen dedica le sue immagini ai suoi figli, al rapporto padre figlio: due corpi si confrontano in un’evoluzione continua, in cui affiorano tutte le stagioni della vita.
Le sue collezioni sono ospitate nel “musèe d’art moderne” di Parigi, nella “galerie du Chateau d’eau” di Tolosa, nel museo d’arte di Pori in Finlandia e nell’”art museum” di Boston.
Minkkinen insegna arte all’università del Massachusetts, a Lowell; tiene delle conferenze all’università di arte e design di Helsinki.

Particolare del primo disegno di sabbia, realizzato nel 2007 (Courtesy of Jamie Wardley)
Jamie Wardley è un artista britannico alquanto particolare. Disegna, ma le sue materie prime sono sabbia, rastrelli, e magari anche trattori. E le sue opere d’arte, che prendono vita in litorali spaziosi, spesso sono manifesti per campagne ambientaliste. Come è capitato il 27 settembre, quando i suoi disegni sulla sabbia di Irvine Beach, in Scozia, sono stati un appello contro la costruzione di una nuova centrale a carbone a Hunterston.
Come scrive la RSPB, associazione ambientalista per la protezione degli uccelli e della vita selvatica, ci sono serie “preoccupazioni per il danno che questa apporterà per la biodiversità locale e per gli impatti indiretti nell’ambiente in genere a causa di un aumento di emissioni di gas serra”.
Ecco una galleria fotografica con i disegni realizzati in Scozia e i più bei graffiti sulla sabbia di Jamie Wardley (che si diletta anche a scolpire la sabbia stessa e il ghiaccio).
-
-
Irvine beach, Scozia, campagna contro la costruzione di una nuova centrale a carbone a Hunterston
-
-
Irvine Beach, Scozia, disegni giganti di sabbia illustrano i temi della campagna ambientalista
-
-
Irvine Beach, Scozia, disegni giganti di sabbia illustrano i temi della campagna ambientalista
-
-
Filey beach, North Yorkshire, disegno astratto
-
-
Druridge Bay, Northumberland, Inghilterra
-
-
Druridge Bay, Northumberland, Inghilterra
-
-
Disegni di sabbia commissionati per l’album di Jack Johnson
-
-
Disegni di sabbia commissionati per l’album di Jack Johnson
-
-
Il primo disegno di sabbia, realizzato nel 2007
-
-
Delfini disegnati sulla sabbia
-
-
Un tributo alla Festa della mamma
-
-
Donna che danza il Lindy Hop
-
-
Disegno contro il cambiamento climatico
-
-
Picasso on the beach
-
-
Particolare del primo disegno di sabbia, realizzato nel 2007

Irvine Beach, Scozia, disegni sui temi della campagna ambientalista (Photo by www.blueriverstudios.co.uk)