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(hb/CB2/ZOB/WE©kikapress.com)
(KIKA) - LOS ANGELES - Arno Rafael Minkkinen, fotografo finno-americano autore di uno dei lavori più interessanti sull’autoritratto degli ultimi anni, presenta in questi giorni a Los Angeles alcune delle sue opere.
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
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Opera di Arno Rafael Minkkinen
Il fotografo è nato a Helsinki nel 1945. All’inizio degli anni ‘50 si trasferisce a New York con la sua famiglia. La natura nordica, con la sua luce bassa e senza ombre, il rapporto diretto con il paesaggio, rimangono vivi nella sua memoria, fino a diventare il tema centrale della sua ispirazione.
Dal 1971 la sua fotografia diventa autobiografica e da allora il suo corpo come parte del paesaggio circostante diventa il suo più importante mezzo d’espressione. Il suo profilo si trasforma, diventa la misura del mondo, fino ad annullarsi nelle forme dei laghi, degli alberi, delle montagne.

Opera di Arno Rafael Minkkinen (hb/CB2/ZOB/WE©kikapress.com)
Il suo lavoro lo porta ad un ritorno alle origini, alla riscoperta della terra Finlandese e poi a esplorare il continente americano. Minkkinen dedica le sue immagini ai suoi figli, al rapporto padre figlio: due corpi si confrontano in un’evoluzione continua, in cui affiorano tutte le stagioni della vita.
Le sue collezioni sono ospitate nel “musèe d’art moderne” di Parigi, nella “galerie du Chateau d’eau” di Tolosa, nel museo d’arte di Pori in Finlandia e nell’”art museum” di Boston.
Minkkinen insegna arte all’università del Massachusetts, a Lowell; tiene delle conferenze all’università di arte e design di Helsinki.

Particolare del primo disegno di sabbia, realizzato nel 2007 (Courtesy of Jamie Wardley)
Jamie Wardley è un artista britannico alquanto particolare. Disegna, ma le sue materie prime sono sabbia, rastrelli, e magari anche trattori. E le sue opere d’arte, che prendono vita in litorali spaziosi, spesso sono manifesti per campagne ambientaliste. Come è capitato il 27 settembre, quando i suoi disegni sulla sabbia di Irvine Beach, in Scozia, sono stati un appello contro la costruzione di una nuova centrale a carbone a Hunterston.
Come scrive la RSPB, associazione ambientalista per la protezione degli uccelli e della vita selvatica, ci sono serie “preoccupazioni per il danno che questa apporterà per la biodiversità locale e per gli impatti indiretti nell’ambiente in genere a causa di un aumento di emissioni di gas serra”.
Ecco una galleria fotografica con i disegni realizzati in Scozia e i più bei graffiti sulla sabbia di Jamie Wardley (che si diletta anche a scolpire la sabbia stessa e il ghiaccio).
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Irvine beach, Scozia, campagna contro la costruzione di una nuova centrale a carbone a Hunterston
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Irvine Beach, Scozia, disegni giganti di sabbia illustrano i temi della campagna ambientalista
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Irvine Beach, Scozia, disegni giganti di sabbia illustrano i temi della campagna ambientalista
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Filey beach, North Yorkshire, disegno astratto
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Druridge Bay, Northumberland, Inghilterra
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Druridge Bay, Northumberland, Inghilterra
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Disegni di sabbia commissionati per l’album di Jack Johnson
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Disegni di sabbia commissionati per l’album di Jack Johnson
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Il primo disegno di sabbia, realizzato nel 2007
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Delfini disegnati sulla sabbia
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Un tributo alla Festa della mamma
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Donna che danza il Lindy Hop
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Disegno contro il cambiamento climatico
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Picasso on the beach
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Particolare del primo disegno di sabbia, realizzato nel 2007

Irvine Beach, Scozia, disegni sui temi della campagna ambientalista (Photo by www.blueriverstudios.co.uk)

La voiture fondue, 1944 (©Atelier Robert Doisneau)
Dal 22 settembre al 17 novembre 2010 a Milano è di scena Robert Doisneau, come lo conosciamo, tra i bianchi e neri delle strade di Parigi, e in un’insolita esplosione di colore che seduce come solo lui sa.
La Fondazione Forma rende omaggio al suo genio garbato e lucido, alla sua fotografia tenera e divertente, con due mostre nate dalla collaborazione con la famiglia Doisneau e la Fondation Cartier-Bresson di Parigi: Dal mestiere all’opera e Palm Springs 1960.
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Le disert du Colorado, 1960
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Football, Choisy le roi, 1945
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La voiture fondue, 1944
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Les cygnes gonflables, 1960
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1er prix
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La cour des Artisans, 1953
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Les enfants de la place Hebert, 1957
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La voiture bleue, 1960
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Fourrures party, 1960
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Richardo, 1950
Nato nel 1912 a Parigi, da questa città Doisneau non si staccò mai del tutto. Il suo territorio di caccia, la sua riserva preferita d’immagini ed emozioni era lì, a portata di mano.
Dal mestiere all’opera presenta una selezione di circa cento stampe originali, le più celebri accanto ad altre praticamente inedite, scelte in gran parte nel suo atelier e in importanti collezioni pubbliche e private francesi. L’ampia selezione, arricchita da documenti privati e testimonianze raccolte con l’aiuto amorevole delle figlie del fotografo, propone una rilettura critica e aggiornata per mostrare come la bellezza apparentemente spontanea delle sue immagini fosse frutto di grande lavoro, e come, in pratica, Doisneau sia riuscito nella sua vita a passare dal mestiere all’opera con una gravità insospettabile, fermando sulla pellicola frammenti di un mondo di cui voleva provare l’esistenza.

La voiture bleue, 1960 (©Atelier Doisneau)

Le disert du Colorado, 1960 (©Atelier Doisneau)
Ma oltre le strade di Parigi, dove incontrava e ritraeva amanti e bambini, Doisneau ha realizzato anche sorprendenti e inaspettate fotografie a colori.
Era il 1960 quando la rivista Fortune incaricò il fotografo francese di raccontare la vita di una città particolare, nata come un fiore sgargiante nel deserto della California: Palm Springs. Doisneau accettò la sfida e tra la sabbia del deserto, le palme, il cielo blu cobalto, gli abiti chiassosi dei suoi abitanti, i cocktail e i campi da golf, compose il suo personale sogno americano, non in bianco e nero ma raccontato con un’esplosione di colori. Le immagini dell’album Palm Springs 1960, presentate ora per la prima volta in Italia, mostrano un aspetto poco conosciuto del grande fotografo e sorprenderanno anche il visitatore più esperto trasportandolo in un universo festoso e ironico.

Les cygnes gonflables, 1960 (©Atelier Robert Doisneau)

Per una settimana all’anno l’arida distesa del Black Rock Desert, in Nevada, si trasforma in una fiorente città, in vita solo in quei giorni, conosciuta come Black Rock City. È questa la casa del Burning Man, un festival molto particolare che vuole essere un esperimento in comunità, radicale espressione di sé e radicale fiducia in sé. Andato appena “in scena”, si è svolto dal 30 agosto al 6 settembre.
Il temporaneo insediamento è creato da artisti e festivalieri, costruito con tende e sculture. I partecipanti sono presenti per condividere l’amore di pace e di arte. Finito l’evento, non rimane traccia della città di circa 48mila persone che, per un breve periodo, è stata la più popolosa dell’intera regione.
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‘Bliss Dance’ di Marco Cochrane
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Il festival dura una settimana
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L’installazione ‘Honey Trap’
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L’alba a Black Rock City
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L’installazione ‘Minaret’
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Il festival si tiene nei pressi di quello che, nel Pleistocene, era un lago
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The Temple of Flux
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L’installazione ‘Ein Hammer’
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Due partecipanti
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Black Rock City al tramonto

Hotel, Kyoto (Room 211), 2009 (Erwin Olaf)
Ritrattista geniale, maestro della fotografia in studio, perfezionista nell’uso delle luci, il fotografo olandese Erwin Olaf è capace di raccontare, con i suoi scatti-cinematografici, storie e atmosfere dense e attraenti, sul confine con il sogno.
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The Hallway, 2005
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Hope 5, 2005
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Suus, 2008
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Hotel, Winston Salem (Room 438), 2009
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Hotel, Kyoto (Room 211), 2009
La sua scena preferita è la dimensione privata: l’interno delle case, i colloqui quasi silenziosi, gli sguardi. Le atmosfere in cui fa muovere i protagonisti delle sue creazioni sono spesso ispirate ai film anni Cinquanta.

The Hallway, 2005 (Erwin Olaf)
La sua prima grande mostra personale in Italia, Vite private ha inaugurato ieri a Milano e resterà aperta fino al 12 settembre, presso la Fondazione FORMA per la Fotografia. La mostra presenta sette tra le ultime e più significative serie realizzate: Rain, Hope, Grief, Fall, Dawn, Dusk e Hotel.

Class of 1954 (Achim Lippoth / Galerie Paris-Beijing)
Inaugura il 20 maggio a Parigi alla galleria Paris-Beijing “1954″, mostra delle opere fotografiche di Achim Lippoth.
Di origini tedesche, Lippoth è uno dei più grandi fotografi di moda infantile al mondo. Forte di questa esperienza, è naturale che egli abbia fatto ancora una volta appello ai bambini per mettere in scena i suoi lavori personali.
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Class of 1954
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1954
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1954
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1954
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Class of 1954
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Class of 1954
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1954
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Class of 1954
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1954
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Wrong Right Wrong
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Wrong Right Wrong
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Wrong Right Wrong
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Class of 1954
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Class of 1954
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Wrong Right Wrong
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1954
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1954
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Wrong Right Wrong
Infatti nel lavoro di Lippoth sono soprattutto i bambini gli eroi e gli attori, lasciando gli adulti in secondo piano. Orchestrate e messe in scena con la mano del maestro, le sue foto esplorano la complessità della relazione bambini/adulti, o come bambini a volte incontrollabili debbano rispondere alle attese degli adulti, a cui reagiscono con la ribellione o con il rispetto.
Sono così passate in rassegna tutte le facce dell’infanzia, tutti i sentimenti e gli ostacoli che assillano i piccoli quando vivono questo periodo di transizione verso l’età adulta: l’innocenza, la disciplina, la conformità, il cameratismo, lo scherzo, la disperazione, la presa di coscienza…
La fotografia non lascia niente al caso. Abituato alle tecniche di messa in scena teatrale o cinematografica, ha fatto ricorso a scenografie, costumi d’epoca, tecniche d’illuminazione da studio per dare a queste immagini verosimiglianza di passato.

1954 (Achim Lippoth / Galerie Paris-Beijing)
Nella serie “1954” la generazione del baby boom si immergerà inevitabilmente nei suoi ricordi d’infanzia e di scuola. Nella sorprendente serie “Wrong Right Wrong“, invece, i ruoli e le responsabilità si invertono: si vede un padre irresponsabile e depresso di cui il figlio di dieci anni deve occuparsi; allo stesso tempo divertente, assurda e inquietante, questa serie la dice lunga: secondo Lippoth, senza l’intervento degli adulti, i bambini sarebbero più inclini a conformarsi spontaneamente alla regole della società dei loro coetanei.

Wrong Right Wrong (Achim Lippoth / Galerie Paris-Beijing)
Nato nel 1968 a Lisofen, Achim Lippoth è diplomato in fotografia all’Universita di Cologne. Ha iniziato la sua carriera come fotografo freelance e ha creato la rivista Kid’s wear nel 1995, che divenne ben presto indispensabile nel mondo della moda per bambini. Ha ricevuto numerosi premi per i suoi lavori sia pubblicitari che artistici, tra cui l’IPA - Fotografo dell’anno nel 2006. I suoi lavori sono regolarmente pubblicati sulle riviste internazionali più prestigiose come Life Magazine, The New York Times, Eyemazing, Vogue…

150 primavere con Sasso
In occasione del 150° anniversario dalla sua nascita, l’olio Sasso compie un inedito viaggio nel mondo della fotografia. Ecco così un evento speciale, in collaborazione con l’agenzia Contrasto: la mostra “150 Primavere con Sasso“, un percorso d’immagini che racconta la primavera artisticamente interpretata nelle sue declinazioni da diversi fotografi.
La prima tappa è a Milano, l’11 maggio 2010 in Via Dante. La mostra animerà la centralissima via pedonale fino al 31 maggio 2010.
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150 primavere con Sasso
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150 primavere con Sasso
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150 primavere con Sasso
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Lorenzo Pesce
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Lorenzo Cicconi Massi
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150 primavere con Sasso
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150 primavere con Sasso
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Davide Monteleone
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Davide Monteleone
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Lorenzo Pesce
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Lorenzo Cicconi Massi
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150 primavere con Sasso
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150 primavere con Sasso
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150 primavere con Sasso
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150 primavere con Sasso
Le immagini sono le vere protagoniste di questa mostra fotografica itinerante nelle principali città italiane: Milano, Roma, Genova, Torino, Bologna, Verona, Firenze, Napoli e Catania. La bellezza di queste immagini del nostro Paese e del mondo arricchirà ancor più le primavere d’Italia: colori inattesi, improvvisi giochi di luce e magie. Le fotografie delle 150 Primavere di Sasso fanno viaggiare attraverso le primavere del mondo, mentre cinque giovani fotografi, Lorenzo Pesce, Daniele Dainelli, Simona Ghizzoni, Davide Monteleone e Lorenzo Cicconi Massi, raccontano le meraviglie dell’Italia.

150 primavere con Sasso

'The Doll' (1935-1936), Hans Bellmer (Foto Ansa/EPA/Centre Georges Pompidou-Metz)
Proiettori puntati su Metz, quasi a ricordare che in Francia non c’è solo Parigi. Il suo nuovo Centre Pompidou, che aprirà le porte mercoledì con una mostra di 780 opere sul tema del capolavoro, suscita da tempo curiosità, anche al di là delle frontiere, ed il gioco delle critiche e degli elogi è già iniziato. Ci si chiede se la città dell’est della Francia (130.000 abitanti), ad appena un’ora e quaranta di TGV da Parigi e nel bel centro dell’Europa, vincerà la sfida di competere con altre grandi città d’arte europee, così come fece Bilbao anni fa aprendo il suo Guggeneheim.
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‘The Doll’ (1935-1936), Hans Bellmer
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Il nuovo Centre Pompidou di Metz
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Il centro storico di Metz da una finestra del Centre Pompidou
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‘Bicycle wheel’ (1013-1964), Marcel Duchamp
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‘The Muse’ (1935), Pablo Picasso
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Il nuovo Pompidou Art Cultural Center di Metz
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‘Hyeres, 1932′, Henri Cartier-Bresson
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‘Premonitory Portrait of Guillaume Apollinaire’ (1914), Giorgio de Chirico
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‘A Painting in the French Style II’ (1966), Martial Raysse
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‘Dhotel with an apricot touch’ (1947), Andre Dubuffet
Ma intanto, ai piedi dell’originale edificio del giapponese Shigero Ban e del francese Jean de Gastines - che si merita, senza cattiverie, il soprannome di casa dei Puffi - ci si chiede se il primo capolavoro del Centre Pompidou Metz (CPM) non sia proprio il suo immenso tetto ispirato ai tradizionali cappelli cinesi di bambù, con la sua ragnatela di 18 km di assi di legno intrecciate che reggono una membrana bianca di 8.000 m2. Quasi più impressionante da dentro, se possibile.

Il nuovo Centre Pompidou di Metz (Foto Ansa/EPA/Centre Georges Pompidou-Metz/Roland HALBE)
Ai giornalisti - 300 accreditati ieri per la visita in anteprima - il direttore del CPM Laurent Le Bon ha ricordato che questo Beaubourg nuovo di zecca non è una “succursale” di quello parigino, ma “un centro d’arte a tutti gli effetti”, primo esperimento di “decentralizzazione” culturale in Francia, al quale seguirà quello del nuovo Louvre, a Lens.
“Per la prima volta - ha sottolineato Le Bon - si accetta che le ricchezze nazionali non siano solo a Parigi, è un’evoluzione importante per la Francia, non è poi cosi anormale”. La scelta della città di Metz, anni fa, sollevò infatti diverse polemiche. A Metz si respira l’aria del Pompidou. Tubi e strutture sono a vista e immense baie vetrate (che dall’esterno assomigliano a giganteschi occhi rettangolari) si affacciano sulla città. Al fratello maggiore di Parigi il CPM non deve solo il nome. Parigi ha aperto i suoi depositi inesauribili (65.000 opere) e ne ha tirato fuori più di 700 opere per la mostra “Chefs-d’oeuvres?”, che oggi sarà inaugurata dal presidente Nicolas Sarkozy.
Ci sono i suoi più bei Picasso, Matisse, Braque, Chagall, Mirò, i suoi Brancusi, i Dubuffet, i Giacometti, gli smisurati manifesti di Sonia Delaunay (attaccati ad un muro di 18 metri). Tutte opere che viaggiano poco. La mostra vuol dire che la storia del capolavoro è fatta di tante storie, è storia del gusto, dell’artista, della critica. “È una mostra senza pretese di esaurire l’argomento - precisa Le Bon - è solo uno schizzo, il punto di partenza per altre mostre”. Tra le 4 e le 6 ogni anno, perché questo Beabourg 2 per il suo presidente, Alain Seban, sarà una “macchina per esposizioni, una chimera tra museo e centro d’arte“.
Il CPM è costato più tempo e soldi del previsto, sette anni per circa 70 milioni di euro. “Un’esperienza che ha comportato un impegno considerevole - ha sottolineato Seban - ma anche un’esperienza unica. Non ci saranno altri Centre Pompidou - dice - esisterà invece un Centre Pompidou mobile, una struttura di esposizione nomade, non prima dell’anno prossimo”. Ma questa è un’altra storia. (ANSA)

Tom Porta - La Nube Purpurea. Milano, Torre Velasca
Dopo la preview, tenutasi nello spazio Zeus durante il Salone del Mobile, l’opera di Tom Porta sarà esposta a Milano in tutta la sua completezza in via Cesare Correnti (8 - 23 maggio 2010; inaugurazione venerdì 7 maggio, ore 18.30).
Uno spazio non-galleria, una TemporaryGallery che per due settimane si trasformerà nel mondo di Porta, con Extinction Agenda III, Fair Warning. La mostra a cura di Mario Giusti, raccoglierà nel catalogo i contributi di Luca Beatrice, Franco Bolelli, Eugenio Finardi e Igor Zanti.
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Tom Porta - La Nube Purpurea. Milano, Torre Velasca
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Tom Porta - Nube Purpurea. Milano, Stazione Centrale
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Tom Porta
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Tom Porta - No Hope
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Tom Porta - Extinction Agenda III
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Tom Porta - Extinction Agenda III
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Tom Porta - Extinction Agenda III
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Tom Porta - Extinction Agenda III
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Tom Porta - Andy’s leftover
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Tom Porta - Nube Purpurea. Milano, Tram
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Tom Porta - Extinction Agenda III
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Tom Porta - Big wave II After Hokusai
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Tom Porta - Extinction Agenda III
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Tom Porta - No Man s Land Brandebugr Berlin
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Tom Porta - Rusting Rolls
Il percorso del giovane pittore milanese inizia con la mostra La Nube Purpurea - Extinction Agenda I dedicata a Milano nel 2007 si è poi allargato all’Europa con il II capitolo del 2008, No Man’s Land, per arrivare fino ad oggi con una nuova sfida: gli USA. L’America ed i suoi simboli colpiti ed affondati, pur ritratti nella loro più genuina bellezza e democraticità, corrotti e arrugginiti, alla fine del folle sogno del mondo contemporaneo. Alla faccia delle mode e di Hollywood che ha scelto oggi il trend della distruzione del mondo, Tom Porta non dedica la minima attenzione, lui non deve vendere emozioni digitali. Anzi combatte quella visione come una gigantesca plastica facciale che distrugge i veri contorni delle emozioni e tutto è travolto dal tratto dell’artista.
Ventisette tele compongono la mostra Extinction Agenda III, Fair Warning; il simbolo della X rossa testimonia la presenza dell’uomo anche se mai visibile fino a ora. Porta in questo ultima
fase ci lascia una speranza, mostrandoci, proprio nella sua ultima tela, l’uomo vivo, che ancora
vaga nel mondo, in un’irriconoscibile Route66, cercando la luce.
I temi coinvolti passano dal cinema alla letteratura, fino ad arrivare alla musica.
I simboli riconosciuti dalla massa sono distrutti volontariamente dall’artista e sembrano togliere la speranza che ormai non è più riconosciuta neanche all’America, paese dei balocchi per eccellenza.
Ma, come dice F. Bolelli in uno scritto presente nel catalogo in uscita per la mostra: “…per quanto distruttive possano essere le circostanze che li hanno determinati, lì c’è una nuova opportunità, lì si può reinventare…”.

Sushe
Un’idea che nasce da una passione. Anzi da tre. Sushe è arte, design, fotografia che si completano e dialogano insieme, creando un oggetto nuovo.
Al banchetto creativo siedono Paolo Troilo, autore del concept, Ruggero Rosfer, fotografo e Sergio Nava, designer. La loro creazione è Sushe, un tavolo tatami, simbolo della cultura giapponese, dove giace l’immagine fotografica della sushi-girl (la donna nuda usata per il banchetto), che risplende su un piano di cristallo.
Tramite una soluzione di design unica, la sushi-girl di Sushe si solleva, fisicamente e simbolicamente,
“innalzandosi” a opera d’arte. Nello stesso istante in cui il tavolo passa dalla sua funzione conviviale alla dignità di quadro, si assiste ad una resurrezione morale della condizione di donna oggetto.
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Design, fotografia & arte
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Il tavolo
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Il team dietro a Sushe
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Il tavolo è diventato un quadro
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Le operazioni per trasformare il tavolo in quadro
Sushe, presentata da Fabbrica Eos, sarà accolta in una location speciale nel cuore di Milano, il ristorante ZeroDue, per tutta la settimana del Salone del Mobile, dal 14 al 19 aprile 2010.
Ivan Totaro, grande appassionato eno-gastronomico, metterà a disposizione la sua “arte” in cucina, creando un menù innovativo con originali interpretazioni di sushi.
Sushe è un evento del fuorisalone.it.

Due immagini del progetto di Anish Kapoor (EPA/ARUP)
Il sindaco di Londra, Boris Johnson, e il magnate dell’acciaio, Lakshmi Mittal, hanno annunciato ieri la costruzione della più grande opera d’arte pubblica al mondo, una scultura alta 115 metri dell’artista Anish Kapoor, che sarà realizzata in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi del 2012 a Londra.
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Due immagini del progetto di Anish Kapoor
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Anish Kapoor al fianco di un modello 3d dell’opera
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Un’immagine del progetto di Anish Kapoor
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Boris Johnson, sindaco di Londra, con l’artista Anish Kapoor e il magnate dell’acciaio Lakshmi Mittal
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Un’immagine del progetto di Anish Kapoor
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L’artista Anish Kapoor | Il magnate dell’acciaio Lakshmi Mittal
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Un dettaglio della scultura di Kapoor, realizzata nel “Millenium park” di Chicago
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Un dettaglio della scultura di Kapoor, realizzata nel “Millenium park” di Chicago
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Un dettaglio della scultura di Kapoor, realizzata nel “Millenium park” di Chicago
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Un dettaglio della scultura di Kapoor, realizzata nel “Millenium park” di Chicago
La ‘ArcelorMittal Orbit‘, questo il nome dell’opera, consistera’ in una struttura di acciaio tubulare posta all’ingresso del Parco Olimpico e superera’ di 22 metri la Statua della Liberta’ di New York. Il pubblico potra’ salirvi e ammirare la vista panoramica sull’area dei giochi e sull’intera capitale britannica. L’opera sarà realizzata ad un costo di 19,1 milioni di sterline, 16 dei quali saranno finanziati dalla ArcelorMittal e il resto dalla London Development Agency, che si occupa della costruzione delle strutture per i Giochi Olimpici.
Il progetto di Kapoor - celebre per la sua scultura al Millenium Park di Chicago e per la sua recente mostra alla Royal Academy di Londra, che ha battuto tutti i record di incassi per in artista contemporaneo nella capitale - è stato scelto tra una serie di candidati da una commissione di esperti di arte e design nominata dal sindaco Johnson e dal sottosegretario ai Giochi Olimpici Tessa Jowell. Commentando la scelta, il sindaco di Londra ha definito la scultura ”uno spettacolo magnifico” che anche dopo la fine dei Giochi resterà un simbolo riconoscibile in tutto il mondo. (ANSA)

Una scultura dell
Quasi 900 artisti, 141 gallerie, centinaia di opere in mostra e in vendita, dai primi del ‘900 ai giorni nostri, e un volume d’affari stimato l’anno scorso in otto milioni di euro. Con questi numeri ha aperto ieri a Fieramilanocity la 15/a edizione del salone MiArt, che proseguirà fino al 29 marzo.
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Una scultura dell’italiano Matteo Pugliese
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Una scultura di Patrick Hughes
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Una scultura di Igor Mitoraj
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Una scultura dell’italiana Paola Pezzi
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Un’opera esposta a MiArt
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Un’opera di Arman Pierre Fernandez
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Un’opera di Arman Pierre Fernandez
Ogni anno sono oltre 40 mila i visitatori che arrivano alla manifestazione, la cui offerta, come di consueto, spazia dai maestri del Novecento come Picasso, De Chirico, Fontana fino ai contemporanei come Damien Hirst, Jan Fabre e molti altri. Si va dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alle installazioni, dal disegno alla video art e alle performance. Previsti eventi speciali ed esposizioni dentro e fuori il salone.
”MiArt - spiega l’ad di Fiera Milano, Enrico Pazzali - prosegue il suo percorso verso la ricerca della qualità, forte del ruolo di Milano quale capitale del mercato italiano dell’arte: qui si concentra l’80% del business artistico italiano, è fra le prime tre città al mondo per volume d’affari e la città italiana con il maggior numero di gallerie e collezionisti”.
Una Milano che guarda con sempre maggiore interesse al salone, assicura l’assessore comunale alla Cultura, Massimiliano Finazzer Flory, secondo il quale ”in città cresce la voglia di organizzare iniziative parallele alla manifestazione”. (ANSA)

VB66 di Vanessa Beecroft (Foto Ansa)
Occhi e sensi curiosi all’interno del Mercato Ittico di Napoli. Il 15 febbraio è infatti andata in scena nella struttura disegnata da Luigi Cosenza la performance multisensoriale di Vanessa Beecroft “VB66″, sigla sintetica che sta a indicare il numero di simili performance realizzate dall’artista anglo-italiana.
All’ingresso del palazzo Palazzo Cosenza, costruito negli anni ‘20 come sede del mercato del pesce, nella zona del porto, la sensazione è stata quella di trovarsi davvero nel pieno delle attività ittiche: odore forte di pesce nell’aria, suoni di montacarichi e al centro un’enorme bancone di marmo. Ma la merce esposta era rappresentata da quaranta donne, i cui corpi nudi e dipinti di nero si muovevano lentissimamente, mescolate a calchi in gesso a grandezza naturale e frammenti di volti, arti, busti.
La mostra della Beecroft, per niente nuova a simili installazioni che sono trionfo sensuale per vista, olfatto e udito, è stata e curata dalla galleria Lia Rumma.
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VB66
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VB66
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VB66
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VB66
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Seoul, 2007
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Sydney, 1999
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Genova, 2001
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Firenze, 2005

Gli stencil, attribuibili all'artista di Bristol, comparsi a Park City
Al Sundance Film Festival, Banksy, il celeberrimo ed anonimo street-artist, ancora non si è fatto vedere. La notizia dei giorni scorsi, secondo cui avrebbe presentato durante il Festival il suo primo lavoro da regista Exit through the gift shop, col passare del tempo assomiglia sempre più a una bufala o a una burla.
Benché Banksy non sia ancora comparso, a Park City - sede del Sundance -, a Salt Lake City e in altre località dello Utah è spuntata una serie di stencil che sembra proprio opera dell’artista di Bristol: un cameraman che fotografa una rosa mentre la sradica è comparso sulla facciata del bar Java coffee Cow, mentre altrove sono stati avvistati un topo con indosso degli occhiali 3D e una scimmia nera…
Saranno realmente opera di Banksy o ci sarà lo zampino di qualche imitatore?
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Gli stencil, attribuibili all’artista di Bristol, comparsi a Park City
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Gli stencil, attribuibili all’artista di Bristol, comparsi a Park City
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Gli stencil, attribuibili all’artista di Bristol, comparsi a Park City
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Gli stencil, attribuibili all’artista di Bristol, comparsi a Park City
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Gli stencil, attribuibili all’artista di Bristol, comparsi a Park City
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Gli stencil, attribuibili all’artista di Bristol, comparsi a Park City
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Nella via principale di Park City

Una copia esatta di quello conservato presso Xi'an (EPA/OLIVER WEIKEN)
In vista della mostra interamente dedicata al
meraviglioso mondo del cioccolato -
Chocolate Wonderland - che aprirà i battenti a
Pechino alla fine di gennaio, e per 72 giorni, un artista cinese ha realizzato con il cioccolato una copia esatta dell’
esercito di terracotta fatto costruire dal
primo imperatore cinese Qin Shi Huang e da lui messo a guardia della propria tomba, oggi conservato in un
sito archeologico nella provincia dello Shaanxi.
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Una copia esatta di quello conservato presso Xi’an
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Una copia esatta di quello conservato presso Xi’an
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Una copia esatta di quello conservato presso Xi’an
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Una copia esatta di quello conservato presso Xi’an
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Una copia esatta di quello conservato presso Xi’an
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Una copia esatta di quello conservato presso Xi’an
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Una copia esatta di quello conservato presso Xi’an
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