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fotografia

1920, George Eastman e Thomas Edison (AP Photo)
Icona della fotografia, dopo 131 anni avendo immortalato la storia, la quotidianità e anche la sua poesia, la Eastman Kodak Company, più semplicemente nota come Kodak, getta la spugna.
Da questa mattina è in amministrazione controllata. Dopo decenni di difficoltà nel passare dalla pellicola al digitale, il gigante americano della fotografia ha presentato intorno alla mezzanotte istanza di bancarotta in tribunale a New York.
George Eastman, fondatore dell’azienda, scelse il nome ora mondialmente noto “Kodak” senza che avesse un significato particolare, ma solo “perché era un nome breve, vigoroso, facile da pronunciare e, per soddisfare le leggi sui marchi depositati, non significava nulla”.
Oggi Kodak ha perso vigore, ma il suo nome resta inscalfibile nella memoria e pregno di significato.
LA STORIA DEL FALLIMENTO
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1920, George Eastman e Thomas Edison
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Sede Kodak di Rochester
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Prototipo di macchina fotografica digitale accanto alle EasyShare One
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Una macchina fotografica Kodak folding
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Vecchie diapositive Kodachrome
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Lavorazione di pellicole di medio formato
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Negativo in bianco e nero di un rullino Kodak
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Rullimo Kodachrome e schede di memoria a confronto
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Il George Eastman Memorial a Rochester
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Sensori di immagine incorporati su una lastra di silicio

Occhi della guerra
Oltre 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo nella mostra “Gli occhi della guerra” di Fausto Biloslavo, Gian Micalessin, Almerigo Grilz e Fabio Polenghi: le guerre al crocevia dell’Asia, i crepuscoli del Vietnam, l’Africa rosso sangue, la guerra alle porte di casa, il Medio Oriente senza pace.
Promossa da Provincia di Milano e Associazione LiveEurope, inaugurata il 25 novembre, fino all’11 dicembre è visibile a Milano, a Palazzo Isimbardi (Cortile d’Onore, Corso Monforte 35). Si tratta però di un’esposizione particolare, che non si pone come mostra fotografica bensì come documento giornalistico della memoria.
Alcune immagini riflettono guerre dimenticate, sopite o concluse, altre sono state inserite per il loro valore storico. Nella sezione dedicata all’Africa molte fotografie sono state scattate da Almerigo Grilz, giornalista, ucciso in Mozambico durante un reportage il 19 maggio del 1987 al seguito della Renamo. L’anno precedente, scriveva sul suo diario dal Mozambico:
“Mi sporgo fuori per filmarli: non è facile occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano dappertutto… alzare troppo la testa può essere fatale”.
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Occhi della guerra
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Occhi della guerra, Almerigo Grilz
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Occhi della guerra, Kashmir
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Occhi della guerra: Afghanistan 1989, ritiro delle colonne sovietiche
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Occhi della guerra, Romania
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Occhi della guerra, Iran
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Occhi della guerra, Fausto Biloslavo
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Occhi della guerra: Etiopia, ribelli Oromo
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Occhi della guerra, Birmania
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Occhi della guerra: Afghanistan, Ahmad Massoud
Alcune immagini della mostra sono di Lord Michael Cecil, Carlo Imbimbo, Stefano Rossi e Mauro Scrobogna. L’editing è di emme&emme.
La guerra è crudele e non guardarla negli occhi non basta ad eliminarla. Lo sapevano bene anche i fotografi milanesi Fabio Polenghi - ucciso il 19 maggio 2010 a Bangkok, in Thailandia, mentre documentava l’assalto finale dell’esercito all’accampamento delle Camicie rosse - e Raffaele Ciriello - ucciso il 13 marzo 2002 a Ramallah, Palestina, mentre fotografava gli scontri tra israeliani e palestinesi.
Le immagini in mostra ritraggono le orbite rossastre di un bimbo soldato che ha già visto troppo, lo sguardo terrorizzato di un prigioniero che attende il plotone di esecuzione, l’ultimo rigagnolo di vita nelle pupille di un ferito. Sono gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea.
Ma per occhi della guerra si intendono anche quelli dei giornalisti, fotografi, cineoperatori attratti per passione professionale e umana da conflitti sia lontani che alle porte di casa.

Occhi della guerra, Kashmir
“Grazie a questa mostra di rara intensità contenutistica che ospitiamo nella prestigiosa sede di Palazzo Isimbardi” ha detto il vice presidente e assessore alla Cultura della Provincia di Milano, Novo Umberto Maerna, “ricordiamo anzitutto Almerigo Grilz, primo giornalista italiano morto in un contesto di guerra dopo il 1945, la cui memoria è stata per molti anni rimossa. Assieme a Grilz la Provincia di Milano ha ricordato, con una stele apposta nel cortile d’onore di Palazzo Isimbardi nel novembre 2010, tutti i giornalisti italiani morti in guerra. E ricordiamo anche Fabio Polenghi, il fotoreporter milanese morto il 19 maggio 2010, lo stesso giorno, per incredibile ed amara ironia della sorte, in cui morì Almerigo Grilz nel 1987. La mostra offre inoltre, grazie al lavoro di due tra i più importanti inviati italiani in contesti bellici, Gian Micalessin e Fausto Biloslavo, una panoramica ad ampio raggio del giornalismo di guerra: una definizione, oggi spesso abusata, che cela in realtà radici professionali ed umane ormai dimenticate e profondamente affascinanti”.

Occhi della guerra: Etiopia, ribelli Oromo

Calendario Lavazza 2011, Martine Franck e Richard Kalvar
Esporre i propri scatti accanto a quelli di grandi fotografi come Helmut Newton, David LaChapelle, Elliott Erwitt, può diventare un sogno realizzabile per nuovi talenti della fotografia di tutto il mondo. L’opportunità è offerta da Lavazza, che è alla ricerca di freschi sguardi da mettere in mostra accanto ai maestri che hanno firmato i 20 anni del suo Calendario.
Lavazza promuove infatti un photo scouting in occasione del 20° anniversario del suo Calendario, per festeggiare una data importante coinvolgendo tutti gli appassionati dell’ottava arte.
Viaggio e Seduzione sono alcuni dei temi che Lavazza propone come fonte di ispirazione per il photo scouting: percorsi artistici ideali in cui cimentarsi in totale libertà, dove Passione, Follia, Ispirazione e Sperimentazione fotografica trovano, attraverso le immagini, la loro massima espressione, proprio come da 20 anni accade nei Calendari Lavazza.
In questa gallery le foto che hanno distinto gli annuari artistici Lavazza.
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Calendario Lavazza 2004, Thierry Le Gouès
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Calendario Lavazza 2003, Jean-Baptiste Mondino
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Calendario Lavazza 2002, David LaChapelle
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Calendario Lavazza 2011, Martine Franck e Richard Kalvar
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Calendario Lavazza 2000, Elliott Erwitt
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Calendario Lavazza 1999, Magnum Photos
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Calendario Lavazza 1998, Marino Parisotto
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Calendario Lavazza 1997, Albert Watson
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Calendario 1996, Ferdinando Scianna
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Calendario Lavazza 1995, Ellen Von Unwerth
I fotografi e gli appassionati che raccoglieranno la sfida, potranno pubblicare, fino al 25 settembre, un massimo di 20 fotografie esclusivamente in formato Jpeg, direttamente sul sito http://20calendars.lavazza.com o tramite l’APP per iPhone/iPod Touch Lavazza 20 Calendars, dedicata al progetto e scaricabile gratuitamente da I-Tunes store. La grandezza massima delle foto è di 1200×1200 pixel.
A fine settembre una giuria d’eccellenza, che tra i componenti avrà Francesca Lavazza (Direttore Corporate Image del Gruppo Lavazza) e il fotografo Steve McCurry, autore di numerosi reportage di fama internazionale raccontati dalla recente personale a Milano, selezionerà tre foto tra tutte quelle postate sul sito: in palio per le tre immagini vincitrici l’esposizione in Triennale prevista in autunno, insieme alle foto che hanno caratterizzato 20 anni di fotografia d’autore attraverso il Calendario, incluse le immagini dell’edizione 2012 che saranno presentate all’inaugurazione della mostra.
Una straordinaria occasione che permetterà a tre nuovi talenti di affiancare in una mostra fotografi del calibro di Helmut Newton, Elliott Erwitt, Annie Leibovitz, Marino Parisotto, Ellen von Unwerth, David LaChapelle, i maestri della fotografia che, dal 1993 ad oggi, hanno contribuito a rendere celebre il Calendario Lavazza. La mostra in Triennale sarà curata dal designer Fabio Novembre e darà la possibilità di mostrare al pubblico tutte le immagini dei grandi autori che si sono cimentati nel corso degli anni nei Calendari Lavazza.
I tre fotografi vincitori avranno, inoltre, la possibilità di conoscere i fotografi dei Calendari Lavazza partecipando alla serata di gala in onore del lancio del Calendario Lavazza 2012, che si svolgerà in Triennale il 12 ottobre 2011.

Le fils de l'homme, di René Magritte, 1964 (KIKA/Andy Alcala)
Andres Alcala ha 20 anni, è nato a Chicago (Illinois) e studia al College of Liberal Arts & Sciences dell’Università di Iowa. Su Flickr, il suo nick è Mr Puma: è li che ha iniziato a postare le sue fotografie nel maggio del 2008.
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Le fils de l’homme, di René Magritte, 1964
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L’urlo di Edvard Munch, 1893
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Notte stellata di Vincent Van Gogh, 1889
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Trans Flux di Kenneth Noland, 1963
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#6 (poi “Untitled 1975″) di Jasper Johns, 1976
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Girl with Balloon di Banksy, 2004
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Campbell’s Soup Can di Andy Warhol, 1962
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Composizione II in Rosso blu e giallo di Piet Mondrian, 1930
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No. 14 di Mark Rothko, 1960
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One: No. 31 di Jackson Pollock, 1950
I suoi ultimi lavori assomigliano a una riflessione su impressioni, durata e grandi maestri: dando vita a degli autoritratti promettentisi, è fotografato su sfondo nero dopo essersi dipinto sul volto una dopo l’altra, come fosse una tela, dieci tra le più note opere di altri grandi nomi della storia dell’arte moderna e contemporanea, da Vincent Van Gogh a Andy Warhol, da Jackson Pollock a Bansky. Può darsi che sentiremo parlare ancora di Andy Alcala.

L'urlo di Edvard Munch, 1893 (KIKA/Andy Alcala)

Nube a mo' di bocca di balena nel sudest del Nebraska
Mike Hollingshead, 35enne del Nebraska, ha una passione particolare: “catturare” tempeste.
È uno storm chaser, un cacciatore di tempeste, che ha scelto la fotografia come mezzo perché i video non rendevano giustizia alle sue “prede”. E dal 1999 ha iniziato a inseguire temporali, cicloni, tornado, aurore boreali, tempeste magnetiche, munito della sua fotocamera.

Arco di nebbia in un campo dello Iowa occidentale
Normalmente Mike guida per 20.000 miglia all’anno unicamente a caccia di tempeste, dal Texas al Nord Dakota, dal Colorado all’Indiana. “Anche se sono sempre più soddisfatto da Sud Dakota, Oklahoma, Colorado, Iowa” racconta.

Scie stellari in una notte innevata nello Iowa occidentale
Sul suo sito, che non poteva che chiamarsi Extreme Instability, ha raccolto centinaia di scatti che lasciano con il fiato sospeso, stregati dalla meraviglia che può generare un agente atmosferico intenso e poderoso, nella sterminatezza della natura.
Noi abbiamo selezionato solo 30 delle sue fotografie, che parlano da sole.
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Supercelle di tornado nei pressi di Bartlett, Nebraska
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Scie stellari in una notte innevata nello Iowa occidentale
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Tempesta con allarme tornado a Sand Hills, Nebraska
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Aurore luminose nel Nebraska orientale
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Tempesta di primavera, nord Nebraska
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Tempesta con fulmini al crepuscolo a York, Nebraska
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Nuvole “mammarie” dopo forti tempeste in Dakota del Sud
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Nuvole “mammarie” dopo una serie di temporali nel Nebraska orientale
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Oche delle nevi migrano allo Squaw Creek National Wildlife Refuge
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Tornado a Bradshaw, Nebraska
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Supercella a nord di Grand Island producendo grandine e fulmini
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Arco di nebbia in un campo dello Iowa occidentale
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Fulmini in prossimità delle torri della Omah TV
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Tempesta con raffiche di vento e grandine nel sud-est del Nebraska
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Tempesta a supercella a Sand Hills, Nebraska
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Supercella striata appena a nord di Grand Island, Nebraska
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Fulmini si sollevano dalle torri tv dell’Omaha TV, Nebraska
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Tempesta di ghiaccio devasta il Springdale Arkansas Cemetery
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Arco di nebbia nei pressi di un lago nello Iowa
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Tempesta dalle precipitazioni molto intense a Sand Hills, Nebraska
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La migrazione delle oche delle nevi, Squaw Creek
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Tempesta geomagnetica genera aurore luminose in Nebraska
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Brina e ghiaccio su un paesaggio dello Iowa occidentale
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Fumo dietro a uno stormo di oche delle nevi allo Squaw Creek National Wildlife Refuge
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Oche nell’acqua allo Squaw Creek National Wildlife Refuge
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Sole miraggio sopra un nebbioso paesaggio del Nebraska orientale
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Pennacchi di fuoco dietro a uno stormo di oche delle nevi
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Nube a mo’ di bocca di balena nel sudest del Nebraska
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Cani del sole in una fredda mattinata lungo il fiume Missouri
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A pesca in un lago nebbioso, Iowa occidentale
Accanto all’amore principale per le tempeste, Mike ama ogni altro tipo di condizione atmosferica. “Mi piace testimoniare ogni genere di tempo strano ed evoluzioni di cielo, come fenomeni ottici atmosferici, giochi di nebbia, tempeste di ghiaccio, bufere di neve, e persino migrazioni massicce di oche, di oltre un milione di esemplari in un solo luogo”.

Tempesta a supercella a Sand Hills, Nebraska
Dal 2004, sebbene non lo avesse progettato, catturare tempeste è diventato il suo solo reddito.
Ma prima di tutto resta sempre e soprattutto la sua grande passione. Di cui, grazie a queste immagini, anche noi possiamo godere.

Aurore luminose nel Nebraska orientale

Supercelle di tornado nei pressi di Bartlett, Nebraska

Nuvole mammarie dopo una serie di temporali nel Nebraska orientale

Paola Pansini, Introspezione
Da Berenice Abbott a Piergiorgio Branzi, da Laurence Demaison a Gilbert Garcin, e poi Max Huber, Mario Lasalandra, Arno Rafael Minkkinen, Ferdinando Scianna, Arthur Tress e tanti altri ancora.
A Mantova fino al 31 luglio è possibile un viaggio nella fotografia del ‘900, dalle avanguardie al Neorealismo, dal Pop al Postmoderno. Circa 100 fotografie della collezione Gibelli compongono la mostra Il dubbio della bellezza, nelle sale delle Fruttiere a Palazzo Te.
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Gianni Berengo Gardin, Polesine
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Paola Pansini, Introspezione
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Paul Horn, Senza titolo
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Mario Lasalandra, San Francisco
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Maurizio Galimberti, Doppio ritratto
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Arthur Tress, Spinal tap
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Martin Schoeller, Angelina Jolie
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Denis Darzacq, La chute N°1
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Luca Steiner, Autoritratto nel cerchione di una ruota di automobile, sono in viaggio vi ricordo sempre
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Piergiorgio Branzi, Burano Piazza grande
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Walter Hirsch, Senza titolo
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Francesco Sprocatti, Brusa la vecia
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Roberto Bianchi, Parigi
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Giuseppe Mastromatteo, Triennale Bovisa
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Roberto Kusterle, Difesa della luce
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Dominique Laugé, Pitone albino
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Mario Lasalandra, Gemelle
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Patrick Taberna, Mèmoire morte
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Ferdinando Scianna, Razze Catania
Pier Luigi Gibelli è collezionista da 15 anni ma prima di tutto è ricercatore ostinato dell’estetica, nel suo lavoro quotidiano da chirurgo, come nel suo coltivare l’arte della fotografia. La sua raccolta di opere fotografiche dà la sensazione di essere stata organizzata seguendo l’anarchia del desiderio. Non pare esserci altra logica se non quella di soddisfare il piacere estetico.
Ed ora ecco che questa raccolta si mostra alla città di Mantova, lasciando emergere la caratteristica fondamentale della ricerca fotografica nel Novecento, il suo continuo incrocio con altre discipline artistiche, fino alla scienza, il giornalismo, la pubblicità e il design.
“La fotografia è quella che mi da più piacere. Grazie alla molteplicità dei suoi significati le fotografie sono inviti inesauribili alla fantasia. In un periodo in cui l’invasione dei media rende tutto contemporaneo e ci illude che tutto sia stato scoperto, un dejà vu, la fotografia ha ancora il grande potere di farci stupire; permette di catturare il reale e al tempo stesso si appropria dell’immaginario. Annulla la distinzione tra realtà e sogno. Non a caso la fotografia è stata definita la più surrealista tra le arti mimetiche”.
(tratto dall’intervista realizzata al collezionista Pier Luigi Gibelli)

Gianni Berengo Gardin, Polesine
Nella mostra prevalgono immagini di ritratto e della natura, anche se i soggetti delle opere sono la forma del visibile: emerge spesso l’elemento primo del disegno, dell’ordine, della bellezza delle cose che si fermano di fronte alla macchina. Le proporzioni, l’armonia, l’eleganza delle apparenze sono sempre al centro dell’obiettivo dei fotografi. Questo è il filo rosso che accomuna la selezione di queste opere realizzata da Denis Curti, curatore della mostra.
Il dubbio della bellezza è inserita nel programma di “Mantova Creativa“, appuntamento estivo della città, che per il mese di luglio, ogni giovedì propone incontri, talk, portfolio night e proiezioni legati al mondo della fotografia.

Paul Horn, Senza titolo

L'incendio dei pozzi petroliferi. Abadan, Iran, 1980 (© Henri Bureau/Sygma)
Novanta grandi icone della fotografia internazionale riunite per offrire al pubblico una meditazione ragionata sul significato e il potere simbolico delle immagini. E per stimolare reazioni e richiamare l’attenzione sulla follia della guerra, in un percorso visivo doloroso.
Questo è Ombre di guerra, la grande mostra che il 28 giugno viene inaugurata alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi e sarà visibile fino al 25 settembre 2011.
A cura di Alessandra Mauro e Denis Curti per Contrasto, è proposta dalla Fondazione Veronesi in collaborazione con la Maison Européenne de la Photographie nell’ambito delle iniziative legate alla terza Conferenza internazionale Science for Peace (che si terrà a Milano, il 19 e il 20 novembre 2011).
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L’incendio dei pozzi petroliferi. Abadan, Iran, 1980
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La Valle di Kodori, controllata dai miliziani abkazi. Abkhazia, ottobre 2008
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Il muro israeliano vicino al campo profughi di Beit Jala. Palestina, Cisgiordania, 2005
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Soldati dell’Esercito Sudanese di Liberazione sorpresi da una tempesta di sabbia. Darfur, Sudan, 2004
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Fronte Polisario, Sahara Occidentale, 1976
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Una serie di pallottole ed un tulipano di carta decorano un ufficio a Quetta, Pakistan. Dicembre 2001
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Dopo un bombardamento aereo Israeliano. Beirut, Libano, 2006
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Sud della zona smilitarizzata. Nui Cay Tri, Vietnam, 1966
Il soldato che stringe il fucile, traumatizzato dalle bombe in Vietnam, nello scatto di Don McCullin; la veglia funebre in Kosovo di Merillon; la bandiera americana piantata su Iwo Jima nella Seconda Guerra Mondiale; il miliziano ripreso da Robert Capa colpito a morte nella guerra civile spagnola, le fosse comuni della Bosnia nelle foto di Gilles Press, la guerra nel Libano di Paolo Pellegrin. Sono solo alcune delle immagini che, vere icone del nostro tempo, raccontano una dopo l’altra le guerre più recenti, dalla Spagna del 1936 al Libano del 2006: settanta anni di storia della iconografia del dolore. Novanta grandi immagini di altrettanti famosi fotografi; ognuna è una proposta per meditare sul senso della nostra tradizione visiva e sociale. Sul significato e la follia di una pratica insensata e dolorosa come è la guerra.
“Queste fotografie vogliono essere un invito alla riflessione e poi al dibattito su come dire basta alla violenza. Per questo la mostra fa parte delle iniziative promosse da Science for Peace, il progetto che ho voluto creare per promuovere la cultura della non violenza e della tolleranza” afferma il Prof. Umberto Veronesi.

Una serie di pallottole ed un tulipano di carta decorano un ufficio a Quetta, Pakistan. Dicembre 2001 (© Alexandra Boulat/VII)
La fotografia di guerra diventa un modo per parlare consapevolmente di civiltà attraverso la sua negazione. Mostrandoci un mondo inospitale, i fotografi ci costringono a immaginare come potrebbe essere un mondo migliore, o per lo meno un mondo meno peggiore e le fotografie rappresentano un punto di partenza per una riflessione di tipo etico.
Come ha scritto Cornell Capa: “le immagini, al loro massimo di passione e verità, possiedono lo stesso potere delle parole. Se non possono apportare cambiamenti possono, almeno, fornire uno specchio non distorto delle azioni umane e quindi dare una forma alla consapevolezza umana e risvegliare le coscienze”.

La Valle di Kodori, controllata dai miliziani abkazi. Abkhazia, ottobre 2008 (© Davide Monteleone/Contrasto)
I fotografi in mostra sono: Abbas, Eddie Adams, Lynsey Addario, Dimitri Baltermants, Micha Bar-Am, Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Werner Bishof, Phili Blnkinsop, Jean-Marc Bouju, Alexandra Boulat, Margaret Bourke-White, Henri Bureau, Larry Burrows, Romano Cagnoni, Robert Capa, Gilles Caron, Francesco Cito, Mario De Biasi, Corinna Dufka, Thomas Dworzak, Stuart Franklin, Leonard Freed, Mauro Galligani, Marc Garanger, Jean Gaumy, Ashley Gilbertson, Stanley Greene, Philip Jones-Griffith, Ron Haviv, Tim Hetherington, Henri Huet, Yevgeni Khaldei, Josef Koudelka, Alex Majoli, Eiichi Matsumoto, Don McCullin, Susan Meiselas, Georges Merillon, Davide Monteleone, James Nachtwey, Paolo Pellegrin, Gilles Peress, Joe Rosenthal, Sebastião Salgado, David “Chim” Seymour, Crhistiane Spengler, Tom Stoddart, Anthony Suau, Gerda Taro, David Turnley, Nick Ut, Peter van Agtmael, Riccardo Venturi, W. Eugene Smith, George Steinmeyer, Laurent Van der Stockt, Francesco Zizola.
Durante la serata d’inaugurazione sarà ricordato con una menzione speciale il fotografo Tim Hetherington, caduto il 20 aprile 2011 in missione a Misurata (Libia).
VEDI: Omaggio a Hondros e Hetherington, i due fotoreporter uccisi in Libia

Anni ruggenti (Foto Vittorugo Contino - Per gentile concessione di Centro Cinema Città di Cesena)
A Castiglioncello, località toscana da sempre meta prediletta dei nomi più prestigiosi della storia del cinema italiano, dal 15 al 19 giugno va di scena la settima edizione di “Parlare di cinema“, rassegna diretta da Paolo Mereghetti che vuole mostrare film e incontrare gli attori e i registi che raccontano il loro fare cinema.
In seno alla rassegna si inaugura la mostra fotografica Viaggi in Italia 2 – set del cinema italiano 1960-1989, che vuole essere l’ideale prosecuzione della precedente esposizione Viaggi in Italia – set del cinema italiano 1941- 1959, in attesa della terza e conclusiva selezione che racconterà gli anni tra il 1990 e il 2010.
La mostra si muove tra i set del nostro cinema tra il 1960 e il 1989. Se nella prima edizione erano visibili i segni dell’immediato dopoguerra, in questa seconda sono documentate anche le trasformazioni urbane e sociali nel frattempo intervenute. Così nelle città e nei paesi scelti come location viene resa evidente la varietà produttiva del cinema italiano, con i suoi tanti generi, i nuovi autori e i protagonisti che in questi trent’anni si sono affacciati. Si rende così conto dell’ampio girovagare del nostro cinema.
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Anni ruggenti
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Padre padrone
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Novecento
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La congiuntura
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Uccellacci e uccellini
La mostra, a cura di Antonio Maraldi e Simona Pera, si tiene al Centro per l’arte Diego Martelli (”Virgola”), in piazza della Vittoria. È realizzata con le foto del ricco fondo fotografico del Centro Cinema Città di Cesena, a cui si sono aggiunte quelle provenienti da altri archivi sia pubblici che privati.
Tra i set visitati: 1960 L’Avventura di Michelangelo Antonioni, La Dolce Vita di Federico Fellini, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti; 1961 La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini, Romolo e Remo di Sergio Corbucci, Tiro al piccione di Giuliano Montaldo, Una vita difficile di Dino Risi; 1962 Anni ruggenti di Luigi Zampa, Il sorpasso di Dino Risi; 1963 I compagni di Mario Monicelli; 1964 La congiuntura di Ettore Scola; 1965 Vaghe stelle dell’Orsa di Luchino Visconti; 1966 Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini, Signore & Signori di Pietro Germi; 1968 Banditi a Milano di Carlo Lizzani; 1970 Uomini contro di Francesco Rosi; 1975 Amici miei di Mario Monicelli; Profondo Rosso di Dario Argento; 1979 Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi; 1982 In Viaggio con papà di Alberto Sordi; 1983 La Chiave di Tinto Brass; 1984 Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi; 1985 La messa è finita di Nanni Moretti; 1988 Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore; 1989 Francesco di Liliana Cavani.
Le fotografie sono firmate tra gli altri da Enrico Appetito, Alfonso Avincola, Cesare Bastelli, Deborah Imogen Beer, Franco Bellomo, Tonino Benetti, Luca Biamonte, Roberto Biciocchi, Sandro Borni, Donatello Brogioni, Bruno Bruni, Mimmo Cattarinich, Divo Cavicchioli, Vittorugo Contino, Umberto Montiroli, Angelo Novi, Angelo Pennoni, Huguette Ronald, Paul Ronald, Sergio Strizzi, Mario Tursi, Franco Vitale.
L’ingresso è libero.

Uccellacci e uccellini (Foto di Divo Cavicchioli - Per gentile concessione di Centro Cinema Città di Cesena)

Indian Stills (Carlo Bevilacqua)
Un Paese in forte espansione economica ma segnato da profonde privazioni e ingiustizie, dove donne e bambini sono le vittime più vulnerabili. Questo è il volto nuovo e antico dell’India, al di là di solite rappresentazioni folcloristiche, raccontato dalle foto di Carlo Bevilacqua, che rappresentano la verità della realtà più intima del popolo indiano e di una dimensione di vita fatta non solo di atmosfere magiche, ma anche di povertà e di degrado.
Bevilacqua, artista di foto e video di grande forza espressiva, in un suo viaggio in India ha catturato volti e sguardi, in immagini a colori o in bianco e nero, che ora danno vita alla mostra fotografica Indian Stills, abbinata a un aperitivo di beneficenza. Giovedì 26 maggio, a partire dalle 18.30 presso l’ATM Bar di Milano (Bastioni di Porta Volta 18/a), si terrà infatti un aperitivo benefico abbinato alla mostra, dietro l’organizzazione di CINI Italia Onlus (la consumazione avrà un prezzo simbolico di 10 euro, la cui metà verrà devoluta a CINI). In occasione dell’evento, al quale saranno presenti alcuni speaker e DJ di RTL 102.5, sarà presentato il progetto “Adotta una mamma” a sostegno delle donne indiane prive di un supporto famigliare.
In questa gallery vi offriamo una piccola anteprima degli scatti dell’India secondo Bevilacqua.
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Indian Stills
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Indian Stills
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Indian Stills
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Indian Stills
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Indian Stills
“In un Paese che si prepara a conquistare il rango di potenza mondiale, al punto da sfidare la stessa Cina,” afferma Eliana Riggio, funzionario italiano dell’Onu e presidente di CINI Italia Onlus “è sconcertante come le donne siano ancora pesantemente vittima di violenze e tabù, di come l’analfabetismo femminile raggiunga ben il 60% (quello maschile si ferma al 40%) mentre il tasso di malnutrizione per i bambini fino a 3 anni tocchi addirittura il 44%”.
“Il riscatto culturale e sociale delle donne indiane, spesso prive di un adeguato sostegno famigliare soprattutto nei mesi critici della gravidanza può essere promosso anche da questa mostra fotografica che intende immortalare, oltre alla loro grazia e dignità, la loro sofferenza e solitudine. Ci auguriamo” conclude il presidente di CINI Italia Onlus, “che questa iniziativa riesca a far riflettere e a sensibilizzare sui temi che ancora oggi interrogano la nostra coscienza: malnutrizione, diritti dei bambini e gli stessi diritti dell’uomo e della donna”.
Durante la serata, a cui parteciperanno anche il fondatore di CINI India, Samir Chaudhuri, e la stessa Riggio, sarà possibile acquistare monili e sete indiani oltre alle foto di Bevilacqua, parte del cui ricavato sarà devoluto a CINI. Le fotografie rimarranno esposte fino a metà giugno.

Il lago di giada (Domitilla Asquer)
Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare.
Andrej Arsen’evič Tarkovskij, Tempo di viaggio, 1983
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Un membro della tribù dei Masai Turkana
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Il lago di giada
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Ermafrodito
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Villaggio
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Un pazzo
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Un occhio nel cielo
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Immondizia
“Questo è il mio viaggio, il racconto della terra dove si dice nasca il vento. Una distesa vulcanica con una perla di giada. Il lago Turkana.” Attraverso le sue fotografie di volti e paesaggi di un mondo e una cultura minacciati, la cui storia è cadenzata dal ciclo delle stagioni, dalle orme degli animali selvaggi, dalla forza della gente che lo popola, l’architetto e autore indipendente Domitilla Asquer (Milano, 1969) ha raccontato TURKANA, il mare di giada, luogo lontano dell’Africa centro-orientale, tra Kenya ed Etiopia.

Un membro della tribù dei Masai Turkana (Domitilla Asquer)
Secondo i curatori, ”le sue fotografie sono la dichiarazione di un forte sentimento. Volti e paesaggi, due impressioni della stessa emozione. Vertigine, straniamento. Il confronto è con se stessi, un viaggio infinito che muta le prospettive. Che misura in noi la compassione. La nostra capacità di contenere tutta quella insostenibile bellezza. E mostrare tutta la dignità di un altro mondo.“
Il suo lavoro fotografico è da oggi - e fino al 22 maggio - in mostra presso il nuovo spazio milanese dedicato all’arte e al design, l’atelier /A (slash a), dell’imprenditrice toscana Fiammetta Vanelli. L’esposizione, curata da Alessandro Turci e Davide Campi, inaugura in contemporanea con MIA Milan Image Art Fair.

Gru della Manciuria durante una bufera a Kushiro (Epa/Kimimasa Mayama
Il fotografo Kimimasa Mayama si è addentrato nella stagione invernale di gru della Manciuria e aquile di mare, immortalandole nel loro habitat naturale sull’isola giapponese di Hokkaido, a circa 800 km dalla prefettura di Fukushima, in un affascinante reportage di fotografia naturalistica realizzato prima del disastro causato dal terremoto di magnitudo 9.0 e dal successivo tsunami dell’11 marzo scorso. Sembra che il sisma non abbia comunque avuto effetti negativi sull’habitat di questi uccelli.
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Gru della Manciuria durante una bufera a Kushiro
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Una gru della Manciuria
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Gru della Manciuria in lotta per il controllo del territorio
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Una gru della Manciuria osserva il canto di un cigno selvatico
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Scontro tra una gru della Manciuria e un’aquila di mare a coda bianca
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Una volpe rossa del nord passa accanto a delle gru della Manciuria con una lasca in bocca
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Uno stormo di Gru della Manciuria a riposo
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Alla luce della luna che tramonta
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Dormono posate sulle acque di un fiume
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Aquile di mare di Steller
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Un’aquila di mare di Steller atterra su un blocco di ghiaccio
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Un’aquila di mare a coda bianca mentre afferra un pesce
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Un aquila di mare di Steller in volo sul ghiaccio
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Il canto di una coppia di gru della Manciuria che contende il territorio a un’altra coppia
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Un aquila di mare di Steller in procinto di atterrare sul ghiaccio
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Gru della Manciuria dormono appollaiate sulle acque del fiume
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Aquile di mare di Steller e aquile dalla coda bianca su un lago ghiacciato, mentre sullo sfondo passano dei cervi yezo (o Hokkaido)
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Combattimento tra un’aquila di mare Steller adulta e una giovane
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Lotta per il cibo tra una gru della Manciuria e un’aquila dalla coda bianca
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Gru della Manciuria si preparano a dormire sulle acque del fiume
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Canto prima della lotta tra due gru della Manciuria
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Atterraggio di un’aquila di mare Steller
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Gru della Manciuria sorvolano il fiume al mattino
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Aquile di mare Steller si contendono del pesce gettato loro da un pescatore
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Un’aquila dalla coda bianca afferra un pesce
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Gru della Manciuria in volo al tramonto
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Gru della Manciuria durante una bufera
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Un aquila di mare di Steller in volo sul ghiaccio
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Il porto di Rausu innevato
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Un’aquila di mare di Steller appollaiata su un ramo al tramonto
Le gru della Manciuria (Grus japonensis) svernano su un fiume che non ghiaccia, per proteggersi dai loro nemici naturali come volpi, donnole, corvi o aquile di mare. La loro popolazione è stimata tra i 2.000 e i 2.500 esemplari. Il loro habitat naturale si trova nel nord del Giappone, nella Cina nord-orientale, in Mongolia, nella penisola coreana e nella Russia orientale. La popolazione presente sull’isola di Hokkaido, nel nord del Giappone, è stimata in circa 1.200 uccelli.

Gru della Manciuria alla luce della luna che tramonta (Epa/Kimimasa Mayama)
L’aquila di mare di Steller - dal nome del naturalista tedesco Georg Wilhelm Steller - e l’aquila dalla coda bianca sono specie protette, riconosciute come Tesoro nazionale in Giappone.

Aquile di mare di Steller (Epa/Kimimasa Mayama)
L’aquila di mare di Steller (Haliaeetus pelagicus) vive nel nord-est della Russia, nella penisola di Kamchatka e nella zona costiera del Mare di Okhotsk, mentre durante l’inverno si sposta verso sud. In tutto il mondo si stima ne esistano tra i 5mila e i 7mila esemplari in tutto il mondo. Circa 2.000 di loro svernano nel nord del Giappone.

Un'aquila dalla coda bianca afferra un pesce (Epa/Kimimasa Mayama)
L’aquila dalla coda bianca (Haliaeetus albicilla) vive in una zona più ampia: nel nord europeo, dalla penisola nord-orientale russa di Kamchatka alla Norvegia, e nel nord dell’Asia. La popolazione di questa specie è stimata tra i 5mila e gli 8mila esemplari.

Ansel Adams, Merced river
Montagne come cupole verso il cielo, guglie di roccia, aneliti verso il divino… Ecco così la mostra fotografica Omaggio ad Ansel Adams - Cattedrali di pietra - Cattedrali dell’anima, sul tema della montagna, che dal 7 maggio al 25 giugno è ospitata alla Galleria Repetto di Acqui Terme. Saranno esposte circa 30 opere del grande maestro americano e altri lavori storici di Minor White, Vittorio Sella, Albert Steiner (Cattedrali di pietra); per addentrarsi poi, in una diversa e complementare poetica, introspettiva e concettuale, attraverso le opere di Luigi Ghirri, Richard Long ed Hamish Fulton, (Cattedrali dell’anima).
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Ansel Adams, Merced river
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Ansel Adams, mezza volta, nube di tuono
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Minor White, Cascata, Vermont (1970)
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Vittorio Sella, il lato settentrionale del monte Jannu, Nepal (1899)
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Ansel Adams, Schiarita dopo una tempesta invernale (1944)
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Ansel Adams, Alberi e neve (1960)
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Ansel Adams, Alberi e scogliere
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Ansel Adams, Sierra Juniper
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Olafur Eliasson, Jökulsgilskvisl (2003)
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Luigi Ghirri, Rifugio Grostè (1984)
Immagini, simboli espressioni che dialogano e si intersecano, fino ad arrivare ai contemporanei Luca Andreoni, Olivo Barbieri, Luca Campigotto, Olafur Eliasson, Thomas Joshua Cooper, Daniele De Lonti, Ishikawa, Walter Niedermayr, Bernard Plossu, Darren Almond.
Il magico occhio della fotografia che indaga la natura come luogo divino. La montagna come un’epifania o manifestazione del sacro. Le rocce, il cielo, le nuvole, la luna, i ghiacci, i laghi, gli alberi, i prati, l’immenso orizzonte come segni di una divinità pervasiva e nascosta, presente e misteriosa. Gli arabeschi delle pietre, i geroglifici di una corteccia, le pagine dei campi; le infinite lettere dell’universo in una simbologia senza tempo; l’immenso libro dell’aria dove le pietre e le nuvole appaiono come una scrittura semplice e indecifrabile.
La montagna come ascesa al punto più alto, fuori e dentro di noi.

Vittorio Sella, il lato settentrionale del monte Jannu, Nepal (1899)

Quando il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon mise in piedi la Environmental Protection Agency (EPA, Agenzia per la protezione ambientale), il Paese iniziava appena a sviluppare la sua coscienza ecologica. Era il 1970. Facendo fronte alle prime preoccupazioni ambientali - portate sulla scena pubblica soprattutto dal movimento hippy - circa l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e sulle conseguenze dell’urbanizzazione selvaggia, il governo varò il progetto Documerica.
Cento fotografi indipendenti vennero spediti ai quattro angoli degli Stati Uniti, con il compito di documentare i problemi ambientali del Paese, le sue bellezze naturali e la vita quotidiana della popolazione. All’opera dal 1971 al 1977, questi fotografi hanno realizzato oltre 15mila scatti, che oggi gli Archivi nazionali USA hanno digitalizzato e reso disponibili per intero, attraverso Flickr.
Un viaggio straordinario attraverso gli States dei primi anni ‘70, di cui in questa fotogallery vi offriamo un assaggio:
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Gas a prezzo ribassato in una zona disabitata della contea di Harrison, Texas (Giugno 1972)
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Campeggiatori nel Garner State Park a San Antonio, Contea di Bexar, Texas (Luglio 1972)
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Tosatura delle pecore in un ranch nei pressi di Leakey, Texas (Maggio 1973)
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A Leakey, Contea di Real, Texas, il signor Woodrow Wilson, qui seduto sul suo Pickup, è uno dei “personaggi” locali: non lavora mai e passa le sue giornate a guardare il fiume, dalle sette del mattino fino al tramonto
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Graffiti nella metropolitana di New York (Maggio 1973)
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Un’auto abbandonata nella Jamaica Bay a New York (Giugno 1973) | Un cartello recita “Niente gas oggi” a Lincoln City, Oregon (Ottobre 1973)
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Un minatore della Virginia Company in attesa di iniziare il turno di notte nella miniera Pocahontas # 4 vicino a Richlands, Virginia (Aprile 1974)
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Il signor Edward Austin, 64 anni, vive nella parte nera di Fireco, una piccola cittadina vicino a Beckley, nella contea di Raleigh, West Virginia. Dopo aver lavorato in miniera dal 1925 al 1956, è poi andato in pensione. Ha 20 figli
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Il primo pic-nic annuale organizzato dalla compagnia mineraria Tennessee Coal Company per i propri operai, tra Jasper e Chattanooga, Tennessee (Agosto 1974)
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Uno scoiattolo osserva il suo regno sulla riva del fiume a Franklin Bluffs, Alaska (Agosto 1973)
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Un uomo a cavallo con la bandiera USA durante una parata per il rodeo cittadino lungo la via principale di Cottonwood Falls, Kansas (Giugno 1974)
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Un impianto chimico al confine con un prato a pascolo a Marshall, Texas (Giugno 1973)
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Manhattan, New York: il World Trade Center appena costruito (Maggio 1973)
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Curiosi intorno a una Exide Battery Sundance, una tra le prime auto elettriche sperimentali presentata al Primo Simposio sullo sviluppo di sistemi energetici a basso tasso di inquinamento ad Ann Arbor, Michigan (Ottobre 1973)
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Minatori della Virginia Company in fila per entrare in una miniera di carbone vicino a Richlands, Virginia (Aprile 1974)
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Corso di ginnastica acquatica presso la casa di riposo Villaggio Century a West Palm Beach, Florida | Un aereo di linea sorvola una zona vicina all’aeroporto Logan International di Boston. (Maggio 1973)
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Eliminazione di batterie per automobili esauste: una nube nera esce dalle ciminiere di Houston, Texas (Luglio 1972)
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La signora Mary Workman mostra un bicchiere contente acqua non potabile estratta da un pozzo fuori dalla sua casa, vicino a una miniera di carbone a Steubenville, Ohio (Ottobre 1973)
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Un autostoppista con il suo cane Tripper lungo la US 66, vicino a Topock, Arizona (Maggio 1972)
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15mila fotografie scattate su tutto il territorio USA tra il 1971 e il 1977

Foto dal servizio di Barbara Davidson per il Los Angeles Times sulle vittime innocenti del fuoco incrociato tra gang (Ansa/ EPA/Los Angeles Times/Barbara Davidson)
È uno scandalo sulla corruzione dei funzionari pubblici di una piccola città della provincia californiana che ha fatto quest’anno guadagnare il premio Pulitzer, il più prestigioso riconoscimento giornalistico negli Usa, al Los Angeles Times. Una storia sconvolgente di disonestà dei funzionari di Bell, città di circa 37mila abitanti, che alzavano le tasse per aumentare a dismisura i propri stipendi. Gli articoli del giornale hanno portato alla scoperta e all’arresto di molti dei leader politici locali, e hanno fatto ottenere al giornale il premio più ambito, quello del “Servizio pubblico”.

Foto di Nikki Kahn per The Washington Post sul terremoto di Haiti

Foto di Carol Guzy per The Washington Post sul terremoto di Haiti
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I riconoscimenti 2011, che si tradurranno per i vincitori in 10mila dollari, hanno anche quest’anno dato valore a un’altra delle grandi testate americane, habitué della cerimonia dopo i tre Pulitzer nel 2010 e i cinque ottenuti nel 2009, il New York Times, che ha incassato due premi: uno a firma dei giornalisti Clifford Levy ed Ellen Barry sull’inattendibilità’ del sistema giudiziario russo, e uno per un editoriale di David Leonhardt sulla crisi economica in Usa per le sue “spiegazioni chiarificatrici” sulle questioni più complesse, il bilancio federale e la riforma sanitaria. Premiata anche l’informazione online di ProPublica per i reportage di Jesse Eisinger e Jake Bernestein su Wall Street che hanno dimostrato come le banche americane si sono arricchite a spese dei cittadini americani peggiorando la crisi finanziaria. Mentre il Washington Post ha guadagnato un premio per per le foto ‘breaking news’ su Haiti di Carol Guzy, Nikki Kahn e Ricky Carioti nella categoria Foto di attualità.
Un altro riconoscimento per la fotografia è andato al Los Angeles Times per un servizio sulla violenza delle gang nella città americana, nel servizio fotografico di Barbara Davidson.
In questa galleria fotografica le foto sulla violenza delle gang di Barbara Davidson e sul terremoto di Haiti di Carol Guzy, Nikki Kahn e Ricky Carioti.
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Foto dal servizio di Barbara Davidson per il Los Angeles Times sulle vittime innocenti del fuoco incrociato tra gang
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Il servizio di Barbara Davidson per il Los Angeles Times: Rashaun Williams piange ritornando a casa dopo esser stato ferito in una sparatoria
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Il servizio di Barbara Davidson per il Los Angeles Times: quattro figli condividono il letto con la loro madre
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Il servizio di Barbara Davidson per il Los Angeles Times: colomba rilasciata alla commemorazione dei 5 anni della morte di Aaron Jerel Shannon Jr., colpito alla testa da un proiettile vagante
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Il servizio di Barbara Davidson per il Los Angeles Times: colpita da un proiettile quando era incinta, Rose è rimasta paralizzata alle gambe ma sua figlia è nata e ora si chiama Miracolo
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Il servizio di Barbara Davidson per il Los Angeles Times: il funerale del figlio di Jamiel Shaw senior, ammazzato da una baby-gang
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Foto di Carol Guzy per The Washington Post sul terremoto di Haiti: un uomo sta cercando di salvare un’insegnante intrappolata viva tra macerie
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Foto di Nikki Kahn per The Washington Post sul terremoto di Haiti: Idamise Pierre si appoggia a un albero mentre aspetta di fare il bagno nella dimora comunale per anziani
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Foto di Nikki Kahn per The Washington Post sul terremoto di Haiti: il volto malconcio di un bambino
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Foto di Carol Guzy per The Washington Post sul terremoto di Haiti: “Il tempo si è fermato”
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Foto di Ricky Carioti per The Washington Post sul terremoto di Haiti: un ragazzo si lava nell’acqua sporca
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Foto di Carol Guzy per The Washington Post sul terremoto di Haiti: Cidy Tersme si butta tra le macerie della scuola gridando e cercando il fratello
Assegnati anche i premi per la letteratura e per le arti.
Per la narrativa e’ stato premiato “A visit from the Goon Squad di Jennifer Egan, per la drammaturgia “Clybourne Park” di Bruce Norris, per la storia “The Fiery Trial: Abraham Lincoln and American Slavery” di Eric Foner. Tra le autobiografie riconoscimento a “Washington;: A life” di Ron Chernow, per la poesia “The best of it: new and selected poems” di Kay Ryan, per la saggistica “The Emperor of all maladies: a biography of cancer” di Siddartha Mukherjee e per la musica “Madame White Snake” di Zhou Long”. (AGI)

Giunchiglie coperte da neve a Klosters, Svizzera (AP Photo/Keystone, Arno Balzarini)
Con un giorno di anticipo rispetto al solito, il 20 marzo si è verificato l’equinozio di primavera, dando il via ufficialmente alla nuova stagione. L’emisfero settentrionale inizia a inclinarsi verso il sole portando a un clima più mite: la natura, gli animali e gli uomini si svegliano dal torpore dell’inverno.

Ragazzine si dondolano su altalene al tramonto a Skopje, Macedonia (Ansa/EPA/GEORGI LICOVSKI)

Una pecora e due agnelli nel sole del mattino a Schluettsiel, Germania (Ansa/ EPA/CARSTEN REHDER)
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Si scorgono fioriture, momenti di relax nel verde, api in impollinazione, bimbi sull’altalena e ancora qua e là temporali…
Ecco alcuni scorci di primavera dal mondo.
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Un’ape raccoglie polline da un dente di leone a Biessenhofen, Germania
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Piantagione di asparagi ad Allersberg, Germania
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Ragazzine si dondolano su altalene al tramonto a Skopje, Macedonia
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Strada ricoperta di petali di rosa stesi a essiccare a Lahore, Pakistan
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Bambino si gode il sole sulla spiaggia di Brighton, Inghilterra
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Una pecora e due agnelli nel sole del mattino a Schluettsiel, Germania
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Un’ape attorno a fiori al parco Forlanini di Milano
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Un guardiano bagna il suo cavallo nel mar Arabico in un caldo giorno a Mumbai
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Bambini sull’altalena a Francoforte, Germania
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Gregge sotto a ciliegi in fiore a Ebringen, Germania
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Giunchiglie coperte da neve a Klosters, Svizzera
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Un ragazzo nelle acque del lago di Ginevra, con le Alpi e Losanna sullo sfondo
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Relax in un caldo giorno primaverile a Hampstead Heath, Londra
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In parapendio godendosi il bel tempo sul lago Leman vicino Sonchaux, Svizzera
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Un passero becca i petali dei fiori di ciliegio a Yasukuni Shrine, Tokyo
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Case contornate dalle acque del Red River nel Nord Dakota
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Un’anatra mandarina si imbatte in dei pesci nell’acqua del palazzo Changgyeong di Seul
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Campo di senape in piena fioritura a Srinagar, capitale estiva del Kashmir indiano
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Uomo si riposa al sole sul lungomare di Hove, Inghilterra
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Gocce di pioggia in una pozzanghera a Lipsia, Germania
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Contadini indiani portano cetrioli da vendere lungo il Gange ad Allahabad
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Il Thomas Jefferson Memorial visto dietro a rami di ciliegio in fiore, Washington
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Un tornado ha spezzato gli alberi a Pulaski, Virginia
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Il Red River ha allagato la Highway 29 e altre strade a nord di Fargo, Nord Dakota
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Un’ape vola attorno a un croco a Varsavia, Polonia
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Un uomo fotografa i fiori al Luisenpark di Mannheim, Germania
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La tour Eiffel dietro a rami in fiore di ciliegio giapponese, Parigi
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Uomo rema vicino a un cigno nel lago di Ginevra, Svizzera
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Una ragazza si rilassa al sole al Parco Forlanini di Milano
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In barca sotto i rami fioriti di ciliegi nel fossato del Palazzo Imperiale, Tokyo

Uomo si riposa al sole sul lungomare di Hove, Inghilterra (AP Photo/Harry Hamburg)

Rocco e i suoi fratelli, foto di Paul Ronald
Luchino Visconti di Modrone, conte di Lonate, racconta la Milano del boom economico attraverso gli occhi vividi e un po’ stupiti degli emigranti meridionali, apparentemente così lontani dal suo mondo. Sullo sfondo una Milano cantieristica e nebbiosa, dipinta nel drammatico bianco e nero di Giuseppe Rotunno e con l’ausilio delle musiche di Nino Rota.
Uscito nel 1960 e ispirato al libro di racconti Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, Rocco e i suoi fratelli riuscì ad aggiudicarsi il gran premio della giuria al Festival di Venezia, ottenendo uno straordinario successo di pubblico, nonostante le censure e le critiche dei benpensanti.
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Alain Delon e Annie Girardot in “Rocco e i suoi fratelli”
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Rocco e i suoi fratelli
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Katina Paxinou in “Rocco e i suoi fratelli”
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Rocco e i suoi fratelli
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Casa di ringhiera tipica milanese in “Rocco e i suoi fratelli”
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Rocco e i suoi fratelli
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Alain Delon in “Rocco e i suoi fratelli”
Per onorare il capolavoro di Visconti e la città di Milano, Giovanni Raspini ha voluto organizzare una mostra nella Boutique di corso Garibaldi di Milano (dal 14 aprile al 22 maggio, dalle 10 alle 19), con le autentiche fotografie dell’epoca (stampe vintage in bianco/nero), scattate dal fotografo di fiducia del regista, il francese Paul Ronald e realizzare un gioiello in argento limited edition “Omaggio a Milano” che verrà prodotto ed esposto per l’occasione.
Le 27 foto in mostra fanno parte della collezione privata di Giovanni Raspini e rappresentano un omaggio sincero alla bravura e sensibilità di uno dei fotografi di scena più richiesti dal cinema italiano di quegli anni. Paul Ronald era tra i pochi fotografi di scena che pretendevano di leggere il copione prima di scattare le foto, non accontentandosi dell’aspetto estetico o reportagistico, ma cercando sempre il senso e il significato più profondo di ogni immagine. Egli spesso scattava con un taglio diverso dal “punto macchina” del regista, e solo ad alcuni fotografi di scena veniva permesso di essere davvero “autori”.
Sia nei ritratti più intensi e drammatici che nelle foto ambientate - oppure nei campi lunghi ove si intravedono le architetture della città - c’è sempre uno spiccato senso della composizione e una forza espressiva non comune che richiama il fluire dei fotogrammi cinematografici. Anche quando vengono realizzati scorci non di primo piano, la documentazione risulta personale e di altissimo livello. Come, ad esempio, la foto della casa di ringhiera: è straordinaria, uno spaccato di vita, un vero e proprio microcosmo della Milano popolare di quegli anni. O la madre Rosaria Parondi (l’attrice greca Katina Paxinou) davanti all’edicola, mentre ammira le copertine dei rotocalchi settimanali, appese come panni stesi. Per non parlare dell’immagine ove Alain Delon e Annie Girardot stanno per baciarsi accompagnati dalla fuga prospettica delle guglie del Duomo.
Immagini significative più di un trattato di antropologia.

(Foto di Russell James)
Sulla paradisiaca Necker Island, un’isola privata situata nell’oceano Pacifico, di proprietà del fondatore di Virgin, Richard Branson, tra la vegetazione lussureggiante, il mare azzurro e le spiagge infinite di sabbia bianca, il celebre fotografo di moda Russell James - le cui fotografie appaiono regolarmente su riviste come Vogue, W, American Photo e GQ - ha ritratto 8 tra le donne più belle del mondo: Brooklyn Decker, Miranda Kerr, Candice Swanepoel, Erin Heatherton, Emanuela de Paula, Jarah Mariano, Rosie Huntington-Whiteley e Lindsay Ellingson.
Sono le protagoniste della serie V2, dal prossimo 2 aprile in mostra presso la galleria Camera Work di Berlino, insieme ad altre opere del fotografo, tra cui scatti inediti dal backstage del leggendario Victoria’s Secret Show e immagini del suo progetto artistico Nomad – Two Worlds, sviluppato in collaborazione con altri artisti australiani.
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Russel James ospite della Galleria Camera Work di Berlino
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Adriana Smoking
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Flashdance
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Rosie
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Brooklyn
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Heidi Portrait
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Faith Nashville
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Emanuela

Les Krims, Nude holding weather baloon
Dal 26 marzo all’11 settembre 2011 al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano) è in scena Il corpo come linguaggio. Anni Sessanta e Settanta, ovvero una mostra dedicata al tema del corpo attraverso fotografie di importanti autori italiani e stranieri scelte dalle collezioni del Museo. Sono esposte le fotografie di Gabriele Basilico, David Bailey, Günter Brus, Maurizio Buscarino, Eugenio Carmi, Carla Cerati, Paolo Gioli, Guido Guidi, Les Krims, Paola Mattioli, Floris Neusüss, Christian Vogt.
Tra anni Sessanta e Settanta il corpo diventa infatti un tema assolutamente centrale nell’ambito della società, del costume, della comunicazione, dell’arte. Sono anni di grande cambiamento storico e culturale, gli anni della cultura hippie, del desiderio di pace e libertà, della liberazione sessuale, del movimento femminista, e poi della contestazione studentesca, delle lotte operaie, delle utopie per la costruzione di una nuova società nella quale la sfera del pubblico e quella del privato possano coerentemente coincidere. È il tempo dei grandi concerti di Woodstock e dell’Isola di Wight, del living theatre, del teatro di Grotowsky, dell’Odin Teatret. In arte, è la stagione degli happening di Fluxus, della Body Art, della performance, azioni artistiche per le quali la corporeità diventa il territorio privilegiato della ricerca dell’identità, sia sul piano esistenziale che sociale.
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Les Krims, Nude holding weather baloon
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Maurizio Buscarino, Francisco Copello
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Guido Guidi, Uomo che prende il sole
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Christian Vogt, Nudo femminile
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Günter Brus, Ana
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Gabriele Basilico, dalla serie In pieno sole
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Floris Neususs, Korperfotogramm
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David Bailey, Hawaii
Anche nel campo della fotografia le ricerche sul corpo si intensificano, dando il via a una vasta produzione di immagini spesso inedite dal punto di vista linguistico. Il corpo, diventato vero e proprio linguaggio per gli artisti (secondo l’espressione utilizzata da Lea Vergine nel noto libro Body Art e storie simili. Il corpo come linguaggio), per la fotografia funziona da punto di partenza per la nascita di nuovi soluzioni espressive e narrative. La presa di coscienza sul corpo coincide spesso con la presa di coscienza sulle potenzialità della fotografia stessa.
La mostra, a cura di Roberta Valtorta e ad ingresso gratuito, propone al pubblico dodici artisti italiani e stranieri presenti nelle collezioni del Museo che utilizzano modalità diverse per indagare il tema della soggettività, della fisicità, degli immaginari del corpo sia femminile che maschile.
Günter Brus vive la fotografia come gesto finale che fissa il dramma del corpo coinvolto in azioni fortemente espressive; Maurizio Buscarino racconta e quasi disegna attraverso il mezzo fotografico le performance teatrali di Francisco Copello; Gabriele Basilico, a noi più conosciuto come fotografo di architettura e paesaggio, affronta, non senza ironia e senso del grottesco, il corpo abbronzato come oggetto plastico, quasi finto; Guido Guidi in alcune sue prime poco note ricerche presenta in modo semplice la nudità nell’immediatezza della quotidianità; David Bailey guarda ai tatuaggi non solo come scritture ma come veri e propri mondi che nascono sulla superficie del corpo; per Eugenio Carmi il corpo femminile diventa schermo sul quale proiettare le colorate forme astratte che stanno al centro della sua ricerca pittorica; surreale e onirica è invece la dimensione nella quale si muove Leslie Krims nelle sue piccole messe in scena cariche di stupore pop; Christian Vogt allestisce brevi storie intorno al corpo attraverso dittici e sequenze; Floris Neusüss realizza fotogrammi del corpo a dimensioni naturali, facendo coincidere performance e impressione fotografica; per Paolo Gioli il corpo è terreno di una profonda sperimentazione e di verifica delle caratteristiche materiche del materiale Polaroid; Carla Cerati applica lo sguardo di una donna alle forme del corpo femminile, in contrasto con una tradizione che vuole che la donna sia oggetto dello sguardo maschile; per Paola Mattioli il corpo è luogo ideale per dar vita alla forma dell’autoritratto, momento di coscienza di sé e insieme dell’uso dello strumento fotografico.
Le opere in mostra compongono un universo complesso, molto ricco dal punto di vista delle narrazioni e dei linguaggi. La fotografia si mette alla prova a più livelli, che toccano la dimensione teatrale, letteraria, psicologica, anche sociale, e che rivelano una volta di più quanto la ricerca fotografica tra anni Sessanta e Settanta si colleghi strettamente alle istanze vivacemente portate avanti dalle neoavanguardie, prima fra tutte la Body Art.

Himalaya
“Tiziano Terzani. Clic! 30 anni d’Asia. La mostra” raccoglie un centinaio di foto scattate nei Paesi dell’Asia dove Terzani ha vissuto e viaggiato: il Vietnam, la Cina di una volta, le Filippine, il Giappone, l’India. Il percorso seguito da Terzani corrisponde anche allo sviluppo delle sue idee e del suo modo d’essere. Un percorso raccolto in fotografie che vengono ora esposte, dal 23 marzo al 29 maggio 2011, al Palazzo Incontro (via dei Prefetti 22) a Roma.
L’Oriente misterioso e la voglia di immergersi in questo mondo. Conoscerlo ma anche possederlo. Nel quotidiano e spiritualmente. Tutta la vita Tiziano Terzani ha viaggiato con un piccolo taccuino per gli appunti in tasca e una macchina fotografica al collo per poter accompagnare i suoi reportage con le proprie foto. Uno sguardo e un punto di vista inediti sul mondo. Il suo mondo. Soprattutto l’Asia, che ci ha fatto conoscere in decenni di giornalismo e di fotografia. “Ci andai anzitutto perché era lontana, perché mi dava l’impressione di una terra in cui c’era ancora qualcosa da scoprire. Ci andai in cerca dell’altro, di tutto quello che non conoscevo, all’inseguimento di idee, di uomini, di storie di cui avevo letto”. Era questa la sua natura e il suo spirito profondo, un tutt’uno tra stile e filosofia di vita: “Io sono qui alla ricerca di una cultura che sia in grado di resistere alla modernità di tipo occidentale. Sono curioso di vedere come funziona un mondo non ancora retto esclusivamente dai criteri dell’economia. Questo è il mio interesse al momento”.
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Terzani davanti a uno stupa nel regno del Mustang
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Bambine a spasso sull’altopiano del Mustang
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Terzani ospite del re del Mustang
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Bambine, uno stupa e il palazzo del re del Mustang
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L’amji, o astrologo-erborista, nella sua casa a Lo Mantang
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Terzani a cavallo sull’altopiano del Mustang
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L’amji medico tradizionale del re e della popolazione del Mustgang
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Il re del Mustang passeggia a cavallo col suo unico aiutante
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Donne del Mustang alla sorgente fuori le mura di Lo Mantang
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Piccolo stupa solitario ornato di frasche votive nel regno del Mustang
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Lo Mantang, Tashi Chusang amji del re
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Cina
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Primavera nel regno del Mustang
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Russia
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Vietnam
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Tibet
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India
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Himalaya
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Giappone
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Asia
L’esposizione, curata dal figlio Folco Terzani, è promossa dalla Provincia di Roma-Progetto ABC, organizzata da Civita in collaborazione con Fandango.
Di questa selezione di immagini, ventidue foto inedite sono dedicate allo sconosciuto regno del Mustang, una delle regioni più isolate dell’Himalaya, una specie di Shangri-la dove davanti agli occhi si dispiega “un grandissimo niente”.

Il re del Mustang passeggia a cavallo col suo unico aiutante

Lo Mantang, Tashi Chusang amji del re
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Nel 1995 il Mustang lo aveva attratto perché quella piccola parte di mondo si era aperta solo da poco ad un limitato turismo occidentale. Un posto di cui in pochissimi conoscevano anche solo l’esistenza. Proprio questo aveva protetto il regno.
Le foto del Mustang saranno raccolte in una pubblicazione edita da Fandango Libri.
Nel silenzio lunare del Mustang, Tiziano Terzani si trovò finalmente col tempo necessario per buttarsi nella sua altra passione, la fotografia. E in Mustang poté permettersi quello che fino a quel momento non aveva avuto l’agio di fare: fermarsi, aspettare. Per cogliere non solo il soggetto ma anche l’attimo in cui si trova nella luce perfetta, come nel famoso ritratto di Amchi, il medico-mago che attraversa una fascia di sole sotto gli occhi di una delle sue sorridenti maschere. Ma più spesso nelle sequenze del Mustang, quello della macchina fotografica di Terzani è un obiettivo puntato verso il vuoto del paesaggio.
La mostra si svolge in concomitanza con l’uscita del film La fine è il mio inizio, tratto dal bestseller di Tiziano Terzani edito in Italia da Longanesi, regia di Jo Baier con Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvart, in sala dal 1° aprile distribuito da Fandango.

Quanto Ti Vuoi Bene? (Copyright© Jacqui James)
Inaugurato alla Triennale di Milano in occasione della Festa della donna, Quanto Ti Vuoi Bene? è un percorso artistico-culturale nato dall’idea della fotografa e giornalista australiana Jacqui James, visitabile fino al 27 marzo con ingresso libero.
Si tratta di un’indagine sociologica e fotografica promossa da futuro@lfemminile – il progetto di responsabilità sociale di Microsoft Italia e Acer – in collaborazione con Dove, che coinvolge le giovanissime di età compresa tra i 9 e i 16 anni, offrendo uno spaccato sorprendente sulle nostre ragazze in merito all’immagine che hanno di loro stesse e al ruolo della tecnologia quale strumento di espressione e relazione con i coetanei.
Il valore sociale dell’iniziativa è stato colto dal Comune di Milano che, collaborando alla realizzazione della mostra grazie al sostegno dell’Assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali Mariolina Moioli, testimonia l’impegno a comprendere il mondo dei giovani, per attuare in maniera concreta politiche in loro favore. Il supporto delle istituzioni al progetto, inoltre, è avvalorato dai patrocini del Ministero della Gioventù e del Ministero per le Pari Opportunità.
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Quanto Ti Vuoi Bene? – Una selezione di foto
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13 anni: Io sono bella perché penso di avere un bel carattere, fantasia e sono molto sportiva
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14 anni: Non sono bella perché ho tanti brufoli e sono bassa
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13 anni: Non sono bella perché non ho una bella pelle
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13 anni: Sono bella perché cerco di sorridere il più possibile
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16 anni: Io sono bella? Sì. Perché sono simpatica!
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11 anni: Sono bella perché molte persone mi fanno i complimenti e mi piaccio
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15 anni: Non sono bella perché non ho una corporatura femminile
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16 anni: Io sono bella perché ho fiducia in me stessa
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15 anni: Mi piaccio perché riesco a divertirmi
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12 anni: Io sono bella perché sono sorridente
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12 anni: Io sono bella perché sono come sono, e sono vivace
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9 anni: Io mi piaccio perché sono bella, intelligente e ho talento
La fotografa australiana Jacqui James dà voce ad abitudini, sogni e aspirazioni delle ragazze di oggi, svelandone l’identità in oltre 90 scatti d’autore.
Quanto Ti Vuoi Bene? intende sondare il livello di autostima presso le giovanissime e il ruolo ricoperto dalla tecnologia nel loro vivere quotidiano, quale strumento di espressione e relazione con il mondo esterno.
L’iniziativa ha previsto due fasi principali. La prima, ha visto le ragazze partecipare a un sondaggio online sul portale MSN.it dove sono stati raccolti circa 3200 questionari; nella seconda, l’analisi delle risposte elaborata dalla psicologa Maria Rita Parsi, Presidente Fondazione Movimento Bambino, ha permesso di tracciare diversi profili caratteriali per fasce d’età.
Quelli ritenuti più significativi sono stati selezionati dalla fotografa, che ha incontrato le protagoniste nelle principali città d’Italia per farsi raccontare “quanto si vogliono bene” e catturare il loro essere attraverso l’obiettivo.
La mostra – inaugurata simbolicamente l’8 marzo – è molto più di una galleria di ritratti; a partire dalle frasi più evocative con cui ogni ragazza ci parla del suo mondo, dalla propria idea di bellezza al rapporto con la tecnologia, Quanto Ti Vuoi Bene? si propone come spunto di riflessione sull’importanza della consapevolezza di sé, delle proprie risorse e delle opportunità offerte dai nuovi strumenti digitali, per una crescita equilibrata delle “piccole donne” di oggi.

Miami Beach di Borgo Piave, Latina (Stefano Cerio)
Aquapark, la mostra allestita dalla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano, racconta il viaggio fuori stagione compiuto dal fotografo Stefano Cerio nei piccoli templi del divertimento estivo di massa. I suoi scatti - immagini a colori, in grande formato - perlustrano i numerosi parchi acquatici presenti sull’italico suolo nel desolato abbandono dei mesi invernali, quando, calato il sipario su frescura, divertimento, onde addomesticate, piccoli e innocui brividi e tinte sgargianti, restano solamente le loro bizzarre architetture, a rivelarne il surreale rapporto con il paesaggio e la natura di scheletri silenziosi, lasciati a rivelare il vuoto e il non senso del divertimento forzato.
Stefano Cerio vive e lavora tra Roma e Parigi. Inizia la carriera di fotografo a 18 anni, collaborando con L’Espresso. Dal 2001 si interessa di fotografia di ricerca e video.
Inaugurata lo scorso 17 febbraio, contestualmente alla retrospettiva su Paolo Pellegrin, la mostra di Cerio sarà visitabile fino al prossimo 15 maggio.
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Miami Beach di Borgo Piave (Latina)
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Hydromania di Roma
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Magic World di Giugliano (Napoli)
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Aquapiper di Guidonia (Roma)
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Aquapiper di Guidonia (Roma)
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Aquapark di Giugliano (Napoli)
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Aquafan di Riccione (Rimini)
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Acqua Joss di Conselice (Ravenna)
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Acqua Joss di Conselice (Ravenna)
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Acqua Joss di Conselice (Ravenna)

(Paolo Pellegrin/Magnum Photos)
La guerra, la prigionia, il dolore, i disastri ambientali: in oltre 200 immagini la prima grande retrospettiva dedicata al lavoro di Paolo Pellegrin dalla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano, dal titolo Dies Irae. Fotogiornalista, classe 1964, membro di Magnum Photos dal 1995, la carriera di Pellegrin è costellata da innumerevoli riconoscimenti internazionali, tra cui numerosi premi assegnatigli dal World Press Photo.
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Una madre piange il suo bambino ucciso durante un’incursione delle IDF a Jenin, Palestina, 2002
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Membri della Brigata dei Martiri di al-Aqsa a Gaza, Palestina, 2004
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Un palestinese viene arrestato e bendato durante un’operazione militare israeliana vicino a Jenin, Palestina, 2002
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Phanna, 24 anni, malata di Aids, nella sua casa a Phnom Penh, Cambogia 1998
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La città di Bassora in fiamme durante l’invasione americana in Iraq, 2003
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Un gruppo di donne nel cimitero dei martiri di Behesht Zahra a Teheran, Iran, 2009
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La casa di Cura St. Rita a Chalmette, nella Parrocchia di St. Bernard, a est di New Orleans, Louisiana, 2005
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Un gruppo di profughi kosovari in arrivo a Kukes, Albania, 1999
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Un elicottero usato dalla Drug Enforcement Administration e dalle truppe afghane atterra a Kabul dopo aver portato a termine una missione. Afghanistan, 2006
“Il mio ruolo – la mia responsabilità – è di creare un archivio della nostra memoria collettiva”, dichiara Pellegrin che, parlando del suo lavoro, usa spesso una metafora: la fotografia per lui è come una lingua lontana e misteriosa, magari di un ceppo sconosciuto, tutta da imparare poco a poco, che permette a chi l’adopera, il fotografo, di usarla per raccontare storie.
La mostra, inaugurata lo scorso 17 febbraio, rimarrà aperta fino al 15 maggio.

1936: re Giorgio VI e la regina Elisabetta con le figlie Elisabetta e Margaret (Ansa/EPA/The Royal Collection)
L’attuale regina del Regno Unito, Elisabetta II, ancora bebè sulle gambe di Alberto duca di York, ovvero re Giorgio VI (il protagonista dell’applauditissimo film ora in sala Il discorso del re). Ancora lei, la regina, quattordicenne e con un volto serio, o a tredici anni abbracciata a sua sorella minore Margaret, o ormai donna con attorno il principe Carlo ancora bambino…
Sono solo alcune delle foto in mostra dal 25 febbraio al 5 giugno 2011 a The Queen’s Gallery di Edimburgo, nell’esposizione - che è anche libro - Marcus Adams: Royal Photographer.
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1936: re Giorgio VI e la regina Elisabetta con le loro figlie, principesse Elisabetta e Margaret
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Alberto duca di York (re Giorgio VI) e sua figlia la principessa Elisabetta (l’attuale regina)
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La regina Elisabetta II con i suoi figli il principe Carlo e la principessa Anna
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1927, la principessa Elisabetta (l’attuale regina Elisabetta II) a 11 mesi d’età
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1940, la principessa Elisabetta a 14 anni (l’attuale regina Elisabetta II)
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1931, Elisabetta duchessa di York e sua figlia Margaret
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1939, le principesse Elisabetta e Margaret rispettivamente a 13 e 9 anni
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1927: Alberto ed Elisabetta, duchi di York, e loro figlia Elisabetta (l’attuale regina Elisabetta II)
Marcus Adams fu il fotografo reale dal 1926 al 1956 e durante quel periodo immortalò due generazioni di infanti reali, presentando, con il suo stile, una nuova e più rilassata immagine della famiglia reale.
Ora i suoi scatti - più di cento - ci fanno rivivere il fascino della vita di corte, tra contegno e quotidianità, soprattutto nelle immagini della principessa Elisabetta (oggi regina Elisabetta II) e di sua sorella, la principessa Margaret, ritratte tra gli anni Venti e Trenta.

Fotografia di Enzo Nocera
Il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Mi) partecipa alla 2^ edizione di Memorandum - Festival della Fotografia Storica con la mostra “Bambini d’altri tempi“, a cura di Roberta Valtorta e Arianna Bianchi, dal 19 febbraio al 27 marzo 2011.
Presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino esposte fotografie di Gabriele Basilico, Maurizio Berlincioni, Carlo Bevilacqua, Mario Cattaneo, Mario Dondero, Guido Guidi, Mimmo Jodice, Enzo Nocera, Tino Petrelli, Francesco Radino, scelte dalle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea.
Questa mostra parla di bambini. Si tratta inoltre di “bambini d’altri tempi”, poiché le fotografie qui presentate, selezionate dalle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea, datano dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Ottanta del Novecento: dunque mostrano figure di bambini che poco o nulla hanno a che vedere con i bambini d’oggi, e dunque ancora più “attraenti”, anche emozionanti, forse commoventi, poiché perse in un tempo lontano, certamente legate a contesti sociali, economici, estetici molto diversi da quelli della nostra contemporaneità.
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Enzo Nocera
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Mario Cattaneo
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Gabriele Basilico
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Mimmo Jodice
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Mario Dondero
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Guido Guidi
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Francesco Radino
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Tino Petrelli
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Maurizio Berlincioni
“Anche questo anno il Museo di Fotografia Contemporanea ha accolto l’invito a partecipare al Festival della Fotografia Storica Memorandum - dichiara Daniela Gasparini, Presidente della Fondazione Museo di Fotografia Contemporanea e Sindaco di Cinisello Balsamo - presentando in anteprima una mostra dalle proprie collezioni. Per il Museo è ormai una piacevole abitudine aprire i propri archivi e presentare parte delle collezioni in altre sedi. Questo perché siamo coscienti dell’importanza che riveste il lavoro sul territorio, che svolgiamo assiduamente da sei anni nella città di Cinisello Balsamo, ma desideriamo anche far conoscere il patrimonio culturale inestimabile che il Museo conserva portandolo verso pubblici più lontani. Per il Festival Memorandum abbiamo scelto di concentrarci sul tema dell’infanzia, per mostrare quanto i bambini di oggi siano profondamente diversi da quelli di ieri. Si tratta di un soggetto spesso usato strumentalmente dalla comunicazione massmediale, dalla pubblicità, dall’immagine televisiva di svago e di consumo, che abbiamo voluto riportare invece ad una dimensione più intima, umana, riflessiva”.

Fotografia di Tino Petrelli

Fotografia di Gabriele Basilico
Nelle fotografie dei grandi autori della fotografia italiana del Novecento non c’è nulla di retorico, c’è invece, sempre e sicuramente, qualcosa di vero. Alcuni di questi fotografi appartengono alla tradizione del grande reportage di impegno sociale (Mario Dondero e Tino Petrelli), di cronaca o di costume (Maurizio Berlincioni, Carlo Bevilacqua, Mario Cattaneo), e hanno affrontato il tema del bambino all’interno di ampie narrazioni riguardanti la vita quotidiana, il lavoro, le condizioni di vita delle classi popolari, la miseria, l’arretratezza, specie nel Sud del paese. Altri sono distanti dal reportage: Enzo Nocera ha dedicato anni di appassionato lavoro al ritratto, spesso proprio studiando il volto e l’atteggiamento dei bambini; Francesco Radino ha lavorato a tutto tondo su molti temi, volentieri includendo figure umane nelle sue narrazioni, anche le figure dei piccoli; Mimmo Jodice ha offerto rappresentazioni simboliche del disagio sociale a Napoli, di cui certamente i bambini sono stati figure centrali; Gabriele Basilico, maestro del paesaggio contemporaneo, agli inizi della sua carriera è stato un sorprendente ritrattista, e allo stesso modo Guido Guidi, indagatore dei luoghi e delle solitudini della contemporaneità, ha saputo ritrarre teneramente i bambini, anche ironicamente riflettendo sulle costrizioni che il ritratto fotografico loro impone: emblematica e simpaticissima, a questo proposito, la sua Bambina costretta a farsi fotografare, del 1975.
Nei toni mesti, gravi, anche drammatici, di Petrelli, nel racconto più sereno di Dondero, Berlincioni, Bevilacqua, Cattaneo, nelle ricerche sociali degli altri autori di cui si diceva sopra, non legati al reportage e già in cerca di linguaggi non solo di tipo narrativo ma già di tono autoriflessivo, l’immagine in bianco e nero dei bambini che ci giunge da queste fotografie provoca in noi una sensazione di grande distanza storica: gli abiti, i corpi, le pose, le espressioni dei volti, degli occhi, di questi piccoli appartengono a un altro mondo, ad altre nostre culture non ancora toccate dalla veloce società del mercato, della tecnologia, della comunicazione; portano il segno profondo di culture ancora tanto vicine alla terra, alla vita contadina, alla fabbrica, alle antiche periferie delle città. Questi bambini, fotografati negli anni Cinquanta come negli anni Settanta, sono in qualche caso i nonni, prevalentemente i padri e le madri dei giovani d’oggi e dei bambini d’oggi.

Rosso 1 - Melissa Farlow, Meraviglie d'autunno
Un’altra grande mostra fotografica organizzata da National Geographic Italia si apre al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 12 febbraio al 1 maggio. Quest’anno il focus è su “I Colori del Mondo“.
Le novantacinque immagini, inedite per il magazine e di grande impatto visivo ed emotivo, sono infatti declinate attraverso quattro colori. Rosso, colore della terra, del fuoco, delle comunità, degli usi e costumi, delle donne, dei bambini, degli uomini. È il colore del cuore, del sangue, della passione.
Verde: il mondo green in tutte le sue espressioni, il green come colore dell’oggi e del domani, il verde della speranza. È il colore della natura, della vegetazione, dell’esistenza stessa.
Bianco: l’immacolato dei luoghi colpiti dal riscaldamento globale, degli animali a rischio di sopravvivenza, dell’innocenza, della purezza. Azzurro: il colore dell’acqua e del cielo, dei mari e dei suoi “abitanti”, della gioia di esistere e della tranquillità.
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Rosso 1 - Melissa Farlow, Meraviglie d’autunno
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Verde 1 - Lynsey Addario, Siccità
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Verde 2 - Pascal Maitre, Gli altissimi alberi
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Verde 3 - Jim Richardson, Fortezza
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Azzurro 2 - Joel Sartore, In volo
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Bianco 1 - Tomasz Tomaszewski, Giochi di bambini
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Bianco 2 - Sam Abell, La chiesa e il taxi
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Bianco 3 - Stephen Alvarez, L’attesa del lemure
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Bianco 4 - Paul Nicklen, Gabbiano ghiacciato
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Peter Essick, Pezzi di ricambio
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Chris Johns, Caccia grossa
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Brian J. Skerry, A me gli occhi
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Paul Nicklen, Il re dei pinguini
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Randy Olson
Quattro colori per descrivere, tra contrasti e suggestioni, il presente e il futuro del mondo, la forza e la debolezza della natura e degli animali, l’umiltà, l’orgoglio, il dolore e la felicità degli esseri umani.
Un affascinante viaggio fotografico realizzato con gli scatti dei più grandi fotografi che lavorano e collaborano con il magazine a livello internazionale e nazionale.

Azzurro 2 - Joel Sartore, In volo
“La mostra nasce dal desiderio di illustrare come i fotografi National Geographic sono riusciti, e riescono, a interpretare la vita sul nostro pianeta facendone risaltare i colori”, spiega Guglielmo Pepe, curatore della mostra ed editorialista di National Geographic Italia. “Attraverso i colori capiamo come vivono donne, bambini, uomini in tanti paesi vicini e lontani da noi; qual è la condizione dell’esistenza per chi deve combattere contro fame, povertà, guerra, malattia; come gli animali riescono a resistere alle trasformazioni del loro habitat; che cosa succede all’ambiente sotto i colpi dei cambiamenti climatici. Ma vediamo anche la Terra nella sua unicità, le persone in momenti felici, le altre specie nella loro fantastica diversità, la natura e la sua straordinaria bellezza”.
Quarantotto i fotografi in mostra, tra cui quattro italiani: Sam Abell, Lynsey Addario, William Albert Allard, Stephen Alvarez, Ira Block, Robert Clark, Jodi Cobb, Bill Curtsinger, Peter Essick, Melissa Farlow, Alessandro Gandolfi, George Grall, David Alan Harvey, Chris Johns, Sarah Leen, Gerd Ludwig, Michael Nichols, Paul Nicklen, Politano, Reza, Jim Richardson, Sandro Santioli, Joel Sartore, Shaul Schwarz, Stephanie Sinclair, Brian J. Skerry, James L. Stanfield, Toensing, Tomasz Tomaszewski, Stefano Unterthiner, Cary Wolinsky, Michael S.Yamashita, Lynn Johnson, Ed Kashi, Karen Kasmauski, Tim Laman, Brian Lanker, Pascal Maitre, Manoocher, Steve McCurry, James Nachtwey.