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reportage

Un corridore calpestato da un toro | San Firmino in effigie (AP Photo/Alvaro Barrientos)
Sono ogni anno centinaia di migliaia le persone - fra cui molti turisti stranieri, in particolare anglosassoni- che assistono alle celeberrime corse dei tori di Pamplona. La Fiesta di San Firmino, resa celebre dal romanzo Fiesta di Ernest Hemingway (su bol.it con uno sconto speciale), anima l’estate della cittadina spagnola fin dal 1911.
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Il via alla festa nella piazza principale di Pamplona (AP Photo/Alvaro Barrientos)
Patrono delle confraternite di barcaioli, vinai e fornai, San Firmino viene celebrato con una festa non-stop che dura 204 ore: dalle 12 in punto del 6 luglio, ininterrottamente, fino alla mezzanotte del 14 luglio, la città resta sveglia per 8 giorni e 1/2 . Al centro della grande festa, le corse dei tori - gli encierros che, accompagnati da un’orda di spagnoli e turisti esteri che si divertono a scappare dalla furia degli animali, attraversano le antiche strade della millenaria cittadina lungo una pista di 848,6 metri. Il percorso conduce i tori - ogni giorno di un differente allevamento storico della Navarra - nell’arena di Pamplona, dove sono poi protagonisti delle corride.

Il matador Juan Jose Padilla prima di una corrida (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)
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Dal 1911 si contano 15 “valorosi” morti sul campo, schiacciati o incornati dai tori durante gli encierros: l’ultimo caduto risale al 2009, quando venne ucciso un giovane spagnolo di 27 anni, colpito al collo da un’incornata.
In questo foto-reportage da Pamplona, le foto più belle della Festa di san Firmino edizione 2011, dall’euforia collettiva lungo gli encierros alla crudeltà e al fascino delle corride; sopra tutto domina il rosso: dei fazzoletti, del sangue, del vino, della passione…
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La folla in piazza per il lancio del Chupinazo, che dà il via alla festa
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Il lancio del chupinazo (razzo) dal balcone del consiglio della città a mezzogiorno del 6 luglio dà il via alla festa
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La folla radunata nella piazza attende l’inizio ufficiale della festa
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La folla mostra i tradizionali fazzoletti rossi durante il Chupinazo
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Il lancio di un coraggioso dalla fontana Navarra sulla folla
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La festa nella piazza principale di Pamplona
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Il lancio di un coraggioso dalla fontana Navarra sulla folla
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Acrobazie
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Spunta il seno nudo di una ragazza tra la folla
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Fiumi di vino rosso
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Caldo, vino e allegria
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Acqua dai balconi sul popolo della festa
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I tori dell’allevamento Cebada Gago in corsa
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La corsa dei tori in Calle Estafeta | Un bue-guida dei tori si prende una pausa
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Un toro alle calcagna
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Le foto di una turista da un balcone in Calle Estafeta
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Un toro dell’allevamento Fuente Ymbro in corsa
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Un corridore calpestato da un tori dell’allevamento Torrestrellas | Lo sguardo di un fotografo da dietro una porta che ritrae l’effige di San Firmino
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Spettatori dai balconi osservano la corsa dei tori
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La corsa dei tori dell’allevamento Miura in Calle Estafeta
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Un toro dell’allevamento Victoriano del Rio Cortes a terra in Calle Estafeta
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Il toro per le corna
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Un bacio prima del passaggio dei tori
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Bacio sul balcone nel giorno del Chupinazo
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San Firmino in processione per le vie di Pamplona
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Un Kiliki “colpisce” una suora durante la Comparsa de Gigantes y cabezudos
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L’arrivo di un giovane toro nell’arena dopo la corsa per il centro della città
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Il “novillero” Jimenez Fortes nell’arena: sopraffatto dal toro, resta incolume
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Un toro dell’allevamento Cebada Gago nell’arena
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Il torero David Mora punta la spada contro un toro nell’arena
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L’orecchio del toro, trofeo del matador David Mora
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Il matador Joselillo si prepara all’arena
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Il torero Joselillo all’angolo
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Il torero Joselillo alza la spada insanguinata in segno di trionfo
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Il torero Joselillo nell’arena contro un toro dell’allevamento Dolores Aguirre Ybarra
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Il torero Joselillo prima di entrare nell’arena e alla fine della sua corrida con l’orecchio del toro in mano
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Il torero Cesar Jimenez in attesa di entrare nell’arena
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Il matador Juan Jose Padilla prima di una corrida
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Una banderilla infilzata nel toro
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Il sangue sul dorso di un toro dell’allevamento Fuente Ymbro ferito nell’arena
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Il matador Arturo Saldivar, caduto a terra, si copre la testa dalle carica del toro
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Il torero Ivan Fandino contro un toro dell’allevamento Fuente Ymbro
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L’assistente di un torero in attesa del rito di ingresso, il Paseillo
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Un toro dell’allevamento Torrestrella nell’Arena
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Il torero Alberto Aguilar nell’arena contro un toro dell’allevamento di Dolores Aguirre Ybarra
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Il torero Alberto Aguilar nell’arena contro un toro dell’allevamento di Dolores Aguirre Ybarra
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Il torero Alberto Aguilar nell’arena contro un toro dell’allevamento di Dolores Aguirre Ybarra
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Il torero Rafaelillo nell’arena di Pamplona
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Un toro dell’allevamento Miura ucciso durante la corrida viene trascinato fuori dall’arena
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Giochi di fuoco intorno alla sagoma di un toro in Plaza del Castillo
PRIMO GIORNO 7 LUGLIO
AL VIA IL PRIMO ENCIERRO - Una corsa ”pulita e rapida”, secondo gli specialisti, il primo encierro dell’anno: di poco più di due minuti, senza feriti da cornata. Centinaia di persone hanno corso per le strade del centro della capitale della Navarra con i sei giovani tori dell‘allevamento di Torrestrella, fino alla storica Plaza de l’Ayuntamento. Ci sono stati solo due feriti leggeri, con contusioni.
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Festa tra il vino dopo il lancio del Chupinazo (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)
SECONDO GIORNO 8 LUGLIO
AUSTRALIANO IMPRUDENTE INCORNATO DA UN TORO. Guai per un imprudente australiano, incornato dai tori di Pamplona nella seconda tornata della festa: il giovane di 24 anni ha riportato una fastidiosa ferita alla coscia destra. Stando alle immagini della tv spagnola Tve, l’australiano è corso incontro, con pericolosa audacia, a uno degli infuriati tori che venivano spinti nel recinto: l’animale ha usato le sue corna senza esitare, ma fortunatamente senza infierire troppo. Il giovane si è rialzato da solo, e zoppicando ha raggiunto il vicino ospedale. L’arteria era un po’ intaccata, ma il danno non è stato preoccupante. ”È stato imprudente, è una cosa pericolosa, non si dovrebbe fare così”, ha detto comunque un indignato portavoce dell’organizzazione. Oggi altri tre corridori di nazionalità ignota si sono ’scontrati’ con i tori in modo non grave, con semplici contusioni. I sei animali dell’allevamento Cebada Gago, che in serata hanno preso parte alla per loro ben più impegnativa corrida, hanno corso sulle strade dell’encierro per i rituali 848,8 metri, in tre minuti e 10 secondi.
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I tori dell'allevamento Cebada Gago in corsa (AP Photo/Ivan Aguinaga)
TERZO GIORNO 9 LUGLIO
FRANCESE INCORNATO ALLA COSCIA DA UN TORO. Altro doloroso incontro fra un turista e un toro infuriato. Un francese di 24 anni è stato incornato alla coscia destra, ed è finito in ospedale. I sei tori e sei buoi dell’allevamento Dolores Aguirre hanno battuto stamane il solito tempo di 3 minuti e 50 secondi con un sorprendente arrivo in 2 minuti e 60 secondi.
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L'arrivo di un giovane toro nell'arena dopo la corsa per il centro della città (AP Photo/Ivan Aguinaga)
QUARTO GIORNO 10 LUGLIO
DIECI FERITI A PAMPLONA Almeno 10 persone, tutte di nazionalità spagnola, rimaste ferite nella quarta giornata degli encierros. A differenza di quanto accaduto nei giorni scorsi, i feriti di oggi sono stati ricoverati in ospedale per avere riportato traumi non gravi, probabilmente in una caduta. Secondo la Tv spagnola all’encierro di oggi hanno partecipato almeno 3mila persone. Stando all’emittente diverse di loro sono cadute durante la corsa con i tori e alcune sono state calpestate dagli animali ma senza conseguenze.
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Il "novillero" Jimenez Fortes sopraffatto dal toro, resta incolume (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)
SESTO GIORNO 12 LUGLIO
DUE INCORNATI E CINQUE CONTUSI NEL SESTO ENCIERRO Due giovani sono stati feriti dalle cornate dei tori a Pamplona nel sesto e terzultimo encierro della festa di San Firmino. Uno è stato colpito al petto, l’altro al braccio destro. Un migliaio i partecipanti alla corsa che ha lasciato a terra anche cinque contusi, con tagli, escoriazioni e in qualche caso fratture, tra quanti sfidavano sei tori e sei vitelli lungo 800 metri di strade strade tortuose percorse in appena due minuti e 16 secondi.
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L'orecchio del toro, trofeo per il matador David Mora (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)
SETTIMO GIORNO 13 LUGLIO
SETTE FERITI NEL PENULTIMO “ENCIERRO” È di sette feriti il bilancio del penultimo encierro. Un toro si è staccato dagli altri e ha colpito un uomo alla schiena per poi sollevarlo da un braccio con le corna. Nessuno dei feriti è in gravi condizioni.
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Il sangue sul dorso di un toro dell'allevamento Fuente Ymbro ferito nell'arena (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

Rishi sul fondo del pozzo (Epa/Narendra Shrestha)
La popolazione di Kathmandu è in crescita: secondo il censimento del 2010, circa un milione di persone vive oggi su una superficie totale di 50,67 chilometri quadrati. Questo aumento del numero degli abitanti, insieme ai cambiamenti climatici, negli ultimi anni ha messo la valle di Kathmandu, nel Nepal centrale, di fronte a una grave crisi idrica, con una cospicua diminuzione del livello dell’acqua nei fiumi dell’area e nel sottosuolo.
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In queste fotografie di Narendra Shrestha, le immagini e la storia di Rishi Dev Yadav, scavatore di pozzi a Khatmandu.
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Rishi Dev Yadav è un operaio nepalese originario del distretto orientale di Inarwa, che ha dovuto migrare nella capitale in cerca di lavoro
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Rishi ha lasciato la moglie e i due figli in cerca di fortuna per la sua famiglia
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Rishi ha 28 anni compiuti e gli ultimi tre li a trascorsi a Khatmandu scavando pozzi
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Il suo salario mensile è di 2.500 rupie nepalesi (circa 24.5 EURO), appena sufficiente per sopravvivere
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Talvolta, per raggiungere l’acqua, è necessario scendere oltre i 15 metri di profondità, il che può provocare incidenti
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Nonostante i seri rischi, nella valle di Kathmandu sono centinaia gli operai impegnati attualmente in simili lavori di scavo
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Il governo ha vietato gli scavi di pozzi, rendendoli illegali
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A causa della grave crisi idrica nella valle di Khatmandu, lo scavo di nuovi pozzi è però oggi l’unico modo per rifornisi di acqua
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Il bisogno di sopravvivere spinge così molte persone come Rishi a sfidare la legge e a rischiare la vita
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Abdulsalam si lava i denti mentre un soldato canadese conduce una delle ultime operazioni del I Battaglione 22° Reggimento Reale (AP Photo/David Goldman)
I primi contingenti di truppe canadesi arrivarono in Afghanistan agli inizi del 2002. Dal 2006 il ruolo di Ottawa è diventato ancora più importante nel martoriato Paese asiatico con una nuova assegnazione di truppe nella provincia di Kandahar. Ma dopo anni di “Enduring Freedom” e 157 soldati morti (più un giornalista e un diplomatico) per la liberazione dalla dittatura talebana e la riconversione democratica, il Canada pone fine a questa “guerra per la democrazia” e inizia il ritiro delle truppe.

Felici a bordo dell'elicottero su cui inizia il viaggio di ritorno a casa (AP Photo/David Goldman)
L’impegno effettivo del Canada nella guerra afgana è venuto ufficialmente meno quando il 22º Reggimento ha formalmente passato il comando delle operazioni alle truppe americane. Il rientro in patria dei 2.800 soldati canadesi, previsto in toto entro il 2011, è già iniziato. Anche se altri Paesi hanno annunciato ritiri di truppe, il Canada è il primo ad avviarlo quest’anno tra quelli ad aver maggiormente contribuito alla missione.
In queste foto il rito di passaggio di consegne tra canadesi e statunitensi, nel distretto di Panjwaii, le ultime operazioni del soldati canadesi, i loro ultimi momenti di relax nella base militare afgana, i brindisi per festeggiare il rientro, i primi imbarchi verso casa…
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L’afgano Abdulsalam si lava i denti mentre un soldato canadese conduce una delle ultime operazioni del I Battaglione 22° Reggimento Reale
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Un brindisi con birra non alcolica al completamento dell’operazione conclusiva della missione in Afghanistan
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Felici a bordo dell’elicottero su cui inizia il viaggio di ritorno a casa
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Hussein Shah, bimbo afgano di un anno, e i soldati canadesi nell’ultima operazione nella zona
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Sharif Ullah guarda un soldato canadese cercare nella sua abitazione nell’operazione conclusiva in Afghanistan del I Battaglione 22° Reggimento Reale
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Il caporale canadese Mathieu Caron perlustra una stanza di un compound nell’operazione finale
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Il sergente Mathieu Pelletier e il master corporal Kevin Lomelin controllano la posizione sulla mappa nella loro ultima operazione in Afghanistan
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Nel sud dell’Afghanistan le operazioni di combattimento canadesi si concluderanno entro luglio
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Il caporale Joel Carriere in un campo di hashish
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Il soldato Marc Savard tra teste di papaveri
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Gli abitanti del villaggio guardano i soldati del I Battaglione 22° Reggimento Reale in azione
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Kandahar, nel giorno di festa nazionale canadese il caporale Laurier Chabot di Montreal dà due calci al pallone: l’ultima festività passata nel campo militare
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Il soldato Maxeme Jauvin, 22 anni, perlustra un compound nell’operazione finale del suo Battaglione
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Il soldato canadese Jonathan Chalifoux si ripara da una deflagrazione controllata
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Il caporale Francois Lemieux accolto dal sergente Mathieu Pelletier al termine della loro operazione finale
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Il soldato Kevin Tessier è festeggiato dai commilitoni dopo aver ricevuto una medaglia
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Soldati canadesi giocano a hockey nella Forward Operating Base di Sperwan Ghar
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Il soldato Richard Boutet sfonda una porta per ispezionare un compound
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La base di Masum Ghar passa agli USA: il tenente colonnello Michel Henri St-Louis firma i documenti del passaggio
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Per il caporale Frederic Bouchard del Quebec e i suoi commilitoni inizia il viaggio di ritorno a casa
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Un soldato afgano di guardia durante la cerimonia di passaggio di consegne della base di Masum Ghar dai canadesi agli americani
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Kandahar, il tenente colonnello canadese Henri Michel-St-Louis prende commiato dal governatore del distretto Panjwaii
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Soldati canadesi del I Battaglione, 22° Reggimento reale, alla cerimonia di consegna della base di Masum Ghar agli americani
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Perlustrando un compound nell’operazione finale della missione in Afghanistan per il I Battaglione, 22° Reggimento Reale
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Soldati canadesi del I Battaglione, 22° Reggimento Reale, tornano alla base dopo la loro operazione finale in Afghanistan
Le operazioni di combattimento per le truppe canadesi si concluderanno nel mese di luglio. L’addio all’Afghanistan però non sarà immediato. Ci sarà una fase di transizione verso un ruolo di non-combattimento con non più di 950 soldati e uno staff di supporto per l’addestramento di soldati e poliziotti afgani nelle aree settentrionali, occidentali e a Kabul.

Il soldato Marc Savard tra teste di papaveri (AP Photo/David Goldman)
VEDI anche: FOTO REPORTAGE - AFGHANISTAN: SCENE DI GUERRA

Il soldato canadese Jonathan Chalifoux si ripara da una deflagrazione controllata (AP Photo/David Goldman)

La parata militare a Nanjiing (AP Photo)
“Senza il PCC non c’è la Nuova Cina” è un motto che ricompare frequentemente nei vari speciali che i media cinesi stanno dedicando al novantesimo anniversario della fondazione del Partito comunista cinese. Come un solo megafono, gli organi mediatici della Repubblica ripetono da giorni gli stessi mantra: “il Partito ha fatto il bene della Cina“, “il Partito promuove la lotta alla corruzione“, “la Cina deve proseguire nel principio socialista con caratteristiche cinesi sotto la guida del Pcc“, “il mondo religioso cinese continua a volere la guida del Pcc”.
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La parata militare a Nanjiing
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Un gigantesco simbolo del Partito Comunista Cinese in piazza Tiananmen
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La parata della polizia paramilitare a Suining
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Bambini in posa davanti al Museo del Partito comunista cinese a Shanghai
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Canzoni rosse per le strade di Yan’an
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Yan’an, Lavoratori in cravatta rossa
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Yan’an, Turisti vestiti da soldati dell’Armata rossa in posa per una foto
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Rievocazione della battaglia per la difesa di Yan’an
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Bandiera rossa
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Canzoni rosse a Yan’an
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Sventola bandierina rossa
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In posa per una foto in ricordo del primo congresso del PCC
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Foto ricordo con la bandiera del PCC
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Si festeggia anche il 14esimo anniversario della “riconsegna” di Hong Kong
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Bandiere rosse in parata per i campionati di nuoto FINA
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Pubblicazioni celebrative in una libreria di Pechino
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Foto ricordo di fronte a una scultura del leader comunista Mao Zedong a Yan’an
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In posa con Mao a Yan’an
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PIazza Tiananmen pronta per le celebrazioni
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Foto con falce e martello a PIazza Tiananmen
Sono solo pochi esempi degli articoli apparsi sugli organi di stampa nazionale, ma lo stesso discorso vale per le forme d’intrattenimento pop come le Canzoni Rosse, inni alla maestà del comunismo cinese e di Mao Zedong, vecchi di almeno quarant’anni, ma ancora orgogliosamente cantati a squarciagola dalle masse. Per non parlare poi del kolossal propagandistico “L’inizio della grande rinascita” proiettato nei cinema di tutta la nazione - previo boicottaggio delle pellicole hollywoodiane e organizzazione di gite di lavoro coatte per spedire dipendenti statali e scolaresche nelle sale - o delle miniserie televisive dedicate al Pcc che seguono un filo narrativo dissimile rispetto alla normale programmazione, ricca di fiction su comunisti contro nazionalisti o cinesi contro giapponesi.

Un gigantesco simbolo del Partito Comunista Cinese in piazza Tiananmen (AP Photo)
L’estetica di questo luglio 2011 mette allo scoperto il problema centrale del Pcc: la propria attualità. Mentre la Cina da oltre 30 anni, con l’inizio della politica di riforma e apertura, si è incontrata e scontrata col resto del mondo, facendosi contagiare dalla modernità e dal progresso, sono in molti a considerare il Partito incapace di reinventarsi in chiave contemporanea, ancorato nell’esaltazione di un’epoca lontana dove i vecchi - o i morti - di oggi erano la novità, i rivoluzionari, gli artefici del cambiamento e i pionieri della Nuova Cina. Ma visto da fuori, questo spettacolare novantesimo compleanno lascerà il mondo a bocca aperta con le sue bandiere rosse, i suoi cori rivoluzionari, i suoi numeri e la sua apparente devozione alla causa.

Un rosario nella mano del caporale Blas Trevino, ferito (AP Photo/Anja Niedringhaus)
Nel giorno in cui Barack Obama comunica l’accelerazione del disimpegno USA dall’Afghanistan, che prevede un totale ritiro delle truppe combattenti dall’Afghanistan entro la fine del 2014, panorama.it vi propone un reportage realizzato dalla fotografa Anja Niedringhaus, al seguito dei velivoli di elisoccorso dell’esercito americano impegnati nella messa in salvo dei feriti sul campo di battaglia. Continua

(AP Photo/Vahid Salemi)
Il destino del lago di Urmia, il terzo più grande lago di acqua salata del pianeta, è una preoccupazione quotidiana per gli abitanti della bella omonima cittadina di Urmia - capoluogo della Regione dell’Azerbaigian occidentale, circa 600 chilometri a nord-ovest della capitale iraniana Teheran - famosa per la convivenza pacifica tra azeri, curdi, armeni, assiri, musulmani e cristiani. Il grande e popolare lago, habitat naturale di fenicotteri, pellicani e gabbiani, si è rimpicciolito del 60 per cento e, secondo gli esperti, potrebbe scomparire del tutto nel giro di tre-cinque anni.
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Il lago di Urmia è il terzo più grande lago salato del pianeta
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Un uccello morto sul sale in riva al lago
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Una famiglia iraniana in visita al lago
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Pilastri di un molo abbandonato
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Sale solidificato ai bordi del lago
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Un’imbarcazione abbandonata
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Un’imbarcazione abbandonata
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Un’imbarcazione abbandonata
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Un’imbarcazione abbandonata
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Un’imbarcazione abbandonata
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Una famiglia iraniana in visita al lago
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Una famiglia iraniana in visita al lago
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Una famiglia iraniana in visita al lago
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Una famiglia iraniana in visita al lago
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Un uccello morto sul sale in riva al lago
Il primo allarme sul restringimento del lago è arrivato alla fine degli anni ‘90, ma la mancanza di interventi per limitare i danni ha enormemente aggravato la situazione. Prosciugato da dieci anni di siccità, da errate politiche di irrigazione e dalla costruzione di 35 dighe (altre 10 sono in cantiere) lungo il corso dei fiumi che lo alimentano, oggi il lago - la cui saturazione del sale ha raggiunto i 350 milligrammi per litro (80 milligrammi nel 1970) - potrebbe andare incontro allo stesso destino del lago d’Aral, tra Kazakistan e Uzbekistan, che a causa delle deviazioni dei suoi fiumi immissari operate dall’Unione Sovietica negli anni ‘60 ha oggi dimensioni pari a un decimo di quelle originarie.

Una famiglia iraniana in visita al lago (AP Photo/Vahid Salemi)
Il calo consistente del livello dell’acqua ha fortemente indebolito le attività turistiche della zona: svariati progetti alberghieri sono stati interrotti poiché gli investitori sono riluttanti a investirvi ancora. Al di là del turismo, la morte progressiva del lago salato minaccia anche l’agricoltura nelle zone nord-occidentali dell’Iran, perché talvolta le tempeste portano il sale fin lì. Molti agricoltori sono preoccupati per il futuro delle loro terre, che per secoli sono state famose per la produzione di e mele, uva, noci, mandorle, cipolle, patate, tisane aromatiche, caramelle e gustose paste per dolci.

Sale solidificato ai bordi del lago (AP Photo/Vahid Salemi)
In aprile, il governo iraniano ha preso un impegno per salvare il lago, con un programma che prevede di aumentare artificialmente le precipitazioni nella zona, di diminuire il consumo di acqua per gli impianti di irrigazione e di immettere nel lago acque di altra origine.

Un ragazzo salta dal lungomare sulla spiaggia di Bengasi (AP Photo/Rodrigo Abd)
Tra i tanti fotoreporter che per le agenzie di stampa girano il globo raccontandoci con i loro scatti quel che accade nei suoi angoli più in subbuglio, uno tra i nostri preferiti è Rodrigo Abd.
Lo testimoniano le innumerevoli sue immagini che ogni settimana finiscono nella nostra galleria delle foto più belle e i diversi foto-reportage che abbiamo costruito con i suoi scatti, da Professione: becchino, a Guatemala City a Vita quotidiana nella periferia di Kabul a Vita da soldato a Kandahar.

(AP Photo/Rodrigo Abd)

(AP Photo/Rodrigo Abd)
L’ultima volta lo abbiamo avvistato a marzo: era in Brasile, tra le bellezze esplosive scatenate nel sambodromo di Rio De Janeiro. Dall’inizio di maggio, invece, dispensa quotidianamente i suoi scatti dalla Libia, in particolare da Bengasi, la roccaforte degli insorti anti Gheddafi nell’est del Paese, sede del Consiglio nazionale transitorio.

(AP Photo/Rodrigo Abd)
Vi proponiamo una selezione di queste sue più recenti fotografie: una serie di scatti che, ciascuno, ha la rara capacità di raccontare una storia attraverso la suggestione di un frammento, di uno sguardo. L’uno accanto all’altro, raccontano la vita quotidiana della città, le emozioni pubbliche e private dei suoi abitanti, la speranza e la paura di moltii libici: alcuni in profondo lutto per le perdite subite, altri rinvigoriti nello spirito dalla prospettiva di una nuova Libia libera e dalle speranze per il futuro, in un contesto di grande e prolungata incertezza.
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Un ragazzo salta dal lungomare sulla spiaggia di Bengasi
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Gheddafi come Adolf Hitler
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Tre bambini sventolano dal finestrino di un’auto delle bandierine libiche dell’era pre-Gheddafi
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Una bambina contempla le onde sul lungomare di Bengasi
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La bandiera libica dell’era pre-Gheddafi dipinta su una serranda
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Una famiglia sul lungomare di Bengasi
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Un ribelle a un checkpoint di Ajdabiya
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Dopo il funerale di un ribelle
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La carcassa di un cammello lungo la strada tra Bengasi e Ajdabiya
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Why Me sul lungomare di Bengasi
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Una piazza di Bengasi dopo la preghiera del venerdì
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L’uomo che fu il sarto di Gheddafi
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Condomini incompiuti
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Un murale raffigurante Gheddafi in una via di Bengasi
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Giovani uomini leggono il Corano in una madrasa di Benghazi
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Un tè al checkpoint
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Il pieno alla macchina
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Al checkpoint di Ajdabiya
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Ali Ibrahim in posa al checkpoint di Ajdabiya
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Tracce di una battaglia a fuoco sulla strada tra Bengasi e Ajdabiya
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L’artista Salhen Obaidi, autore di molti murali comparsi per le strade di Bengasi
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Un fantoccio raffigurante Gheddafi penzola impiccato durante una protesta
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Pranzo comune dopo la preghiera in una madrasa
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Una pistola di plastica nelle mani di un bambino
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In preghiera al checkpoint
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Donne in marcia durante una manifestazione anti-Gheddafi a Bengasi
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Un fantoccio raffigurante Gheddafi penzola impiccato durante una protesta
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Un uomo sventola la bandiera libica sul lungomare di Bengasi
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Una donna piange il figlio ucciso dalle forze di Gheddafi

Gru della Manciuria durante una bufera a Kushiro (Epa/Kimimasa Mayama
Il fotografo Kimimasa Mayama si è addentrato nella stagione invernale di gru della Manciuria e aquile di mare, immortalandole nel loro habitat naturale sull’isola giapponese di Hokkaido, a circa 800 km dalla prefettura di Fukushima, in un affascinante reportage di fotografia naturalistica realizzato prima del disastro causato dal terremoto di magnitudo 9.0 e dal successivo tsunami dell’11 marzo scorso. Sembra che il sisma non abbia comunque avuto effetti negativi sull’habitat di questi uccelli.
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Gru della Manciuria durante una bufera a Kushiro
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Una gru della Manciuria
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Gru della Manciuria in lotta per il controllo del territorio
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Una gru della Manciuria osserva il canto di un cigno selvatico
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Scontro tra una gru della Manciuria e un’aquila di mare a coda bianca
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Una volpe rossa del nord passa accanto a delle gru della Manciuria con una lasca in bocca
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Uno stormo di Gru della Manciuria a riposo
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Alla luce della luna che tramonta
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Dormono posate sulle acque di un fiume
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Aquile di mare di Steller
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Un’aquila di mare di Steller atterra su un blocco di ghiaccio
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Un’aquila di mare a coda bianca mentre afferra un pesce
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Un aquila di mare di Steller in volo sul ghiaccio
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Il canto di una coppia di gru della Manciuria che contende il territorio a un’altra coppia
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Un aquila di mare di Steller in procinto di atterrare sul ghiaccio
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Gru della Manciuria dormono appollaiate sulle acque del fiume
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Aquile di mare di Steller e aquile dalla coda bianca su un lago ghiacciato, mentre sullo sfondo passano dei cervi yezo (o Hokkaido)
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Combattimento tra un’aquila di mare Steller adulta e una giovane
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Lotta per il cibo tra una gru della Manciuria e un’aquila dalla coda bianca
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Gru della Manciuria si preparano a dormire sulle acque del fiume
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Canto prima della lotta tra due gru della Manciuria
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Atterraggio di un’aquila di mare Steller
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Gru della Manciuria sorvolano il fiume al mattino
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Aquile di mare Steller si contendono del pesce gettato loro da un pescatore
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Un’aquila dalla coda bianca afferra un pesce
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Gru della Manciuria in volo al tramonto
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Gru della Manciuria durante una bufera
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Un aquila di mare di Steller in volo sul ghiaccio
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Il porto di Rausu innevato
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Un’aquila di mare di Steller appollaiata su un ramo al tramonto
Le gru della Manciuria (Grus japonensis) svernano su un fiume che non ghiaccia, per proteggersi dai loro nemici naturali come volpi, donnole, corvi o aquile di mare. La loro popolazione è stimata tra i 2.000 e i 2.500 esemplari. Il loro habitat naturale si trova nel nord del Giappone, nella Cina nord-orientale, in Mongolia, nella penisola coreana e nella Russia orientale. La popolazione presente sull’isola di Hokkaido, nel nord del Giappone, è stimata in circa 1.200 uccelli.

Gru della Manciuria alla luce della luna che tramonta (Epa/Kimimasa Mayama)
L’aquila di mare di Steller - dal nome del naturalista tedesco Georg Wilhelm Steller - e l’aquila dalla coda bianca sono specie protette, riconosciute come Tesoro nazionale in Giappone.

Aquile di mare di Steller (Epa/Kimimasa Mayama)
L’aquila di mare di Steller (Haliaeetus pelagicus) vive nel nord-est della Russia, nella penisola di Kamchatka e nella zona costiera del Mare di Okhotsk, mentre durante l’inverno si sposta verso sud. In tutto il mondo si stima ne esistano tra i 5mila e i 7mila esemplari in tutto il mondo. Circa 2.000 di loro svernano nel nord del Giappone.

Un'aquila dalla coda bianca afferra un pesce (Epa/Kimimasa Mayama)
L’aquila dalla coda bianca (Haliaeetus albicilla) vive in una zona più ampia: nel nord europeo, dalla penisola nord-orientale russa di Kamchatka alla Norvegia, e nel nord dell’Asia. La popolazione di questa specie è stimata tra i 5mila e gli 8mila esemplari.

(AP Photo/Rebecca Blackwell)
Dopo le contestate elezioni dello scorso novembre, che avrebbero dovuto rilanciare la sicurezza e la stabilità nel Paese, la Costa d’Avorio è invece piombata nel caos della guerra civile: negli ultimi quattro mesi (a seguire, la cronologia dei principali avvenimenti) è andata consumandosi la lotta fra il presidente uscente Laurent Gbagbo e il suo sfidante Alassane Ouattarà.
La fotoreporter Rebecca Blackwell ha trascorso gli ultimi giorni insieme alle truppe leali a Ouattarà, immortalandone i movimenti e la vita quotidiana presso la base militare allestita presso il principale checkpoint di ingresso all’ex capitale Abidjan, dove si trova il bunker in cui si è asserragliato l’ex presidente Gbagbo.
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Soldati fedeli ad Alassane Ouattara occupano un’area nei dintorni di Youpougon
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Una donna passa accanto a un gruppo di soldati fedeli a Ouattara
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Soldati leali a Ouattarà presso un checkpoint all’ingresso della ex capitale
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Il corpo di un soldato fedele a Ouattara giace a terra
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Il soldato Issiaka Diakhite, 26 anni
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Soldati leali a Ouattarà presso un checkpoint all’ingresso della ex capitale
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Capre e soldati lungo una strada fuori Abidjan
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I corpi di alcuni uomini accusati di appartenere alle milizie di Gbagbo giacciono lungo la strada
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Un soldato leale a Ouattara cammina vicino al cadavere di un miliziano pro Gbagbo
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Munizioni al collo di un soldato pro Ouattarà
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Un gruppo di soldati fedeli a Ouattarà
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Soldati di ritorno al campo base, presso il checkpoint
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Una maschera antigas sul volto di un soldato leale a Ouattarà
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Soldati fedeli a Ouattarà pronti alla battaglia
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Soldati fedeli a Ouattarà pronti alla battaglia
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Prigionieri delle forze leali a Ouattarà in una stazione di rifornimento
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Prigionieri delle forze leali a Ouattarà in una stazione di rifornimento
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Prigionieri delle forze leali a Ouattarà
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Prigionieri delle forze leali a Ouattarà
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Prigionieri delle forze leali a Ouattarà
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Un uomo reclama la sua innocenza
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Tre donne della zona passano nei pressi del checkpoint
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Il corpo di un civile ferito dalla truppe di Gbagbo
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Militari nel mercato deserto
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Soldati pronti alla battaglia
Questi gli avvenimenti principali che hanno scosso la Costa d’Avorio negli ultimi mesi.
NOVEMBRE 2010
28. Ballottaggio alle elezioni presidenziali tra il capo di Stato uscente, Laurent Gbagbo, e l’ex primo ministro, Alassane Ouattara. I due si accusano reciprocamente di aver impedito agli elettori di andare a votare in alcune regioni.
DICEMBRE 2010
2. La Commissione elettorale indipendente annuncia la vittoria di Ouattara (54,1%); il risultato è però respinto dal Consiglio costituzionale, vicino a Gbagbo.
3. Gbagbo è proclamato vincitore (51,45%) dal Consiglio costituzionale. Il segretario generale del’Onu riconosce la vittoria di Ouattara. L’Unione europea, la Francia e gli Stati Uniti si congratulano con Ouattara e chiedono a Gbagbo di accettare il risultato.
4. Gbagbo proclamato presidente. Ouattara presta giuramento “in qualità di presidente” e conferma Guillaume Soro come primo ministro. Gbagbo, invece, nomina Gilbert Aké N’Gbo.
7. L’Ecowas ( la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) sospende la Costa d’Avorio e chiede a Gbagbo di “consegnare il potere”, seguita il 9 dall’Unione africana.
16. Marcia dei sostenitori di Ouattara verso la televisione di Stato repressa nel sangue dalle truppe leali a Gbagbo. Il Golf Hotel, quartier generale di Ouattara, viene isolato dai militari.
Costa d’Avorio: decine di morti e feriti
18. Gbagbo esige la partenza della missione dell’Onu (Unoci) e della forza francese Licorne.
Costa d’Avorio: Gbagbo mostra i muscoli, l’Onu alza la voce
24. L’Ecowas minaccia di usare la forza per cacciare Gbagbo.
Costa d’Avorio sull’orlo della guerra civile
GENNAIO 2011
Costa d’Avorio, oggi l’atto finale della diplomazia?
6. Gli Stati Uniti bloccano i beni di Gbagbo.
14. Ouattara fa appello al ricorso della forza.
L’ANALISI Costa d’Avorio in stallo. Quali gli scenari possibili?
18. L’Ecowas denuncia “i ripetuti atti d’aggressione contro le sue pattuglie”
19. L’Onu vota l’invio di un ulteriore contingente di 2.000 uomini e chiede di togliere il blocco al quartier generale di Ouattara.
28. L’Unione africana decide di creare un comitato formato da alcuni Capi di Stato sulla crisi ivoriana
FEBBRAIO 2011
2. L’Unione europea estende le sanzioni contro Gbagbo.
Costa d’Avorio: la crisi continua, l’economia annaspa, gli intellettuali si schierano
16. La Borsa di Abidjan sospende le sue attività
17. Gbagbo annuncia la nazionalizzazione delle filiali delle banche francesi Bnp Paribas e Societé Generale, chiuse dopo la destabilizzazione del sistema bancario
19. Nuove rivolte scoppiano ad Abidjan
21. Quattro presidenti del comitato dell’Unione africana - Jacob Zuma (Sudafrica), Idriss Deby Itno (Ciad), Mohamed Ould Abdel Aziz (Mauritania) et Jikaya Kikwete (Tanzania) incontrano Gbagbo e Ouattara, all’indomani di una riunione in Mauritania.
22. Combattimenti tra forze pro-Gbagbo e oppositori nel quartiere di Abobo, ad Abidjan, feudo di Ouattara. Prolungato il divieto all’esportazione di cacao da Ouattara.
25. Le violenze scoppiano anche nella capitale Yamoussoukro. Gli ex ribelli, alleati di Ouattara, si scontrano nell’ovest con le forze leali a Gbagbo.
MARZO 2011
1. L’Unione africana si dà un mese in più per tentare di risolvere la crisi.
2. La filiale della banca francese Bnp Paribas, “nazionalizzata” da Gbagbo, riapre al pubblico.
Costa d’Avorio, la repubblica del golf
3. Cinquanta persona uccise nelle violenze nel corso di una settimana, di cui 26 ad Abobo; in tutto, secondo l’Unoci, sono morte 365 persone da metà dicembre. Almeno sei donne sarebbero state uccise a colpi di arma da fuoco ad Abobo da forze leali a Gbagbo. Gli Stati Uniti denunciano “il fallimento morale” del presidente illegittimo. L’Onu teme una nuova “guerra civile”.
4. L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) sospende le sue operazioni nell’ovest della Costa d’Avorio, a causa del peggioramento della situazione nel Paese.
Costa d’Avorio e la guerra civile. Che cosa fanno Onu e Ua?
7. Gbagbo stabilisce per decreto l’assunzione del controllo da parte dello Stato dell’acquisto e dell’esportazione del cacao.
10. L’Unione africana conferma la vittoria di Ouattara alle presidenziali.
Costa d’Avorio: “cacao amaro” per Ouattara
28. Le forze di Ouattara danno il via a una vasta offensiva nel sud del Paese. In quattro giorni prendono il controllo di quasi tutta la Costa d’Avorio, fatta eccezione per Abidjan, capitale economica e feudo di Gbagbo.
31. Le forze di Ouattara entrano ad Abidjan e si scontrano con le truppe di Gbagbo. Le forze dell’Onuci, la missione dell’Onu in Costa d’Avorio, prendono il controllo dell’aeroporto.
Costa d’Avorio: Ouattara avanza. E Gbagbo prepara la guerra
APRILE 2011
1. L’entourage del presidente uscente afferma di aver respinto l’offensiva delle truppe di Ouattara contro il palazzo presidenziale e la residenza di Gbagbo, che dichiara di non avere intenzione di “abdicare”.
2. Prosegue la battaglia ad Abidjan; intanto, arrivano notizie di centinaia di vittime nell’ovest, causate dalle forze fedeli a entrambi i contendenti.
3. La missione Licorne prende il controllo dell’aeroporto di Abidjan.
4. L’Onu e la Francia attaccano le ultime roccaforti di Gbagbo ad Abidjan, colpendo le basi militari e le armi pesanti presenti nella residenza e nel Palazzo presidenziali.
Costa d’Avorio: massacro a Duekoue, 800 morti. Onu in fuga
5. Le forze di Ouattara attaccano la residenza di Gbagbo. Il suo capo dello Stato maggiore afferma di aver chiesto un cessate il fuoco. Falliscono i negoziato sulla resa di Gbagbo.
6. Le forze de Ouattara lanciano l’attacco contro il bunker di Abidjan dove si trova Gbagbo. Nuove sanzioni dell’Ue contro Gbagbo. Il procuratore della Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) si dice pronto ad avviare un inchiesta sui “massacri diffjusi o sistematici” compiuti nel Paese.
(TMNews)

Un uomo cammina al porto di Sfax (AP Photo/Emilio Morenatti)
Attraverso le foto dello spagnolo Emilio Morenatti, fotogiornalista per Associated Press, ecco un viaggio nella Tunisia che ha dato il via alle attuali rivolte nel Nord Africa e nel Medio Oriente, quella stessa Tunisia da dove in questi giorni provengono senza sosta barconi di speranza, con meta Lampedusa, carichi di immigrati in cerca di fortuna in Italia e in Europa.
Dopo il rovesciamento del potere del loro presidente autocratico Zine el-Abidine Ben Ali, dopo 23 anni di governo, il 14 gennaio scorso, i tunisini hanno avviato una difficile transizione verso la democrazia.
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Passanti visti attraverso il vetro rotto di un bar di Tunisi
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Un uomo si fa tagliare i capelli a Douz
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La reazione di manifestanti durante una protesta a Tunisi
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Una donna fa l’elemosina al centro della strada a Tunisi
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Un ufficiale fa la guardia dal suo veicolo militare mentre gli uomini pregano in una strada di Tunisi
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Un uomo cammina al porto di Sfax
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Un calzolaio lavora nel suo negozio davanti ai poster del vecchio presidente tunisino Habib Bourguiba e dell’ex presidente dell’Iraq
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Una donna guarda i vestiti di un negozio a Sfax
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Sul muro un vecchio poster con la faccia parzialmente rimossa dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali
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Ragazzini giocano a calcio nel centro di Tunisi
In questo piccolo paese di 10,5 milioni di persone molti hanno a cuore la loro nuova libertà e sono orgogliosi di aver ispirato le rivolte pro-democrazia nelle altre parti del mondo arabo. Ma avvertono anche preoccupazione per il futuro. Il malcontento è alto perché i problemi di fondo del paese, l’alto tasso di disoccupazione e la corruzione profondamente radicata, possono richiedere anni per essere risolti. Eppure molti sperano in un nuovo inizio dopo le elezioni per la nuova Assemblea Costituente, fissate per il 24 luglio.

Una donna fa l'elemosina al centro della strada a Tunisi (AP Photo/Emilio Morenatti)

Moria di tilapie nel lago Salton (Epa/Jim Lo Scalzo)
Dopo essere stato per lungo tempo una importante meta turistica nel cuore del deserto della California meridionale, oggi il Lago Salton è uno dei luoghi più inquinati degli Stati Uniti.
Questo lago salato nacque accidentalmente oltre un secolo fa, nel 1905, in seguito all’ostruirsi dei canali di irrigazione realizzati per condurre le acque del fiume Colorado nella vicina area agricola dell’Imperial Valley: per circa un anno e mezzo, quasi l’intero volume d’acqua del grande fiume si riversò nella pianura preesistente, inondando una superficie di quasi 1000 chilometri quadrati, a 65 m sotto il livello del mare.
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Moria di tilapie nel lago Salton
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Una quercia morta presso Niland, a sud del lago
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Le carcasse di quelli che furono edifici turistici
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La luna piena riflessa sul lago
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Un edificio abbandonato a Salton City
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Pesci morti
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Abbandono
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L’alba sul lago
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Tronchi di palme
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Edifici abbandonati
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I resti di una tenda gigante
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Un’area abbandonata intorno al lago
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Una roulotte abbandonata
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Una strada non terminata di Salton City
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Palme secche attraverso la finestra di un edificio abbandonato
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Un caravan corroso dal sale
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Case abbandonate presso Bombay Beach
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Palme morenti intorno al lago
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Salvation Mountain, un progetto dell’artista Leonard Knight
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The end
In breve tempo il lago, alimentato da acque di scolo agricolo, divenne un ambiente ideale per svariate specie di pesci e uccelli acquatici e lungo le sue rive spuntarono case, strutture balneari e ricreative - tra cui un prestigioso yacht club - e zone protette per l’osservazione degli uccelli acquatici: una vera e propria località di villeggiatura, frequentata anche da persone ricche e famose. A causa della salinità dei terreni sommersi, del clima particolarmente torrido e dell’assenza di emissari, le sue acque divennero via via più salate, tanto che vi si introdussero con successo specie ittiche marine.

Una quercia morta presso Niland, a sud del lago (Epa/Jim Lo Scalzo)
L’uragano Kathleen del 1976 e le piogge eccezionali dei sette anni successivi causarono un aumento rilevante del livello lago: i terreni coltivabili e le infrastrutture all’intorno vennero sommersi, i progetti turistici abbandonati. Al contempo, aumentarono significativamente gli scarichi agricoli e industriali depositati nel lago e le acque di questo “mar morto” californiano divennero via via sempre più tossiche. A partire dagli anni ‘80, i prodotti chimici e i pesticidi agricoli riversati nelle sue acque e la loro salinità crescente hanno determinato la progressiva moria della popolazione di pesci ed uccelli.
Di conseguenza, le attività turistiche e ricreative sviluppatesi all’intorno sono fallite e il lago è stato totalmente abbandonato. Secondo le autorità californiane, senza l’investimento di cospicue risorse economiche, il lago Salton - uno dei peggiori disastri ecologici degli Stati Uniti - potrebbe ridursi di un ulteriore 60 per cento nei prossimi 20 anni, esponendo il suolo contaminato da arsenico e altre sostanze chimiche cancerogene ai forti venti locali, che diffonderanno le sostanze inquinanti nell’aria, causando un ulteriore disastro ambientale.

Una strada mai terminata presso il lago (Epa/Jim Lo Scalzo)
Come mostrano queste fotografie di Jim Lo Scalzo per EPA, oggi restano solamente gli scheletri ormai incrostati dal sale delle ex strutture turistiche, acqua stagnante colma di pesci e uccelli morti e una distesa di polvere bianca che ha l’apparenza della sabbia, ma è in realtà l’insieme dei resti di animali bruciati dal sole.

(Ap Photo/Emilio Morenatti)
Dopo la Tunisia, anche l’Egitto si è sollevato contro il suo governo. La piazza insorge contro il presidente Hosni Mubarak, ormai senza remore definito “il dittatore”, responsabile della miseria dei cittadini, chiedendo libertà e democrazia.
Alta tensione per le strade egiziane e soprattutto al centro del Cairo, con manifestanti anti-governativi che sfidano il regime, tra scontri, rabbia, sangue. Oggi il Paese ha organizzato la “marcia del milione“, riempiendo le strade della capitale, di Alessandria e delle altre città egiziane.
Ripercorriamo questi giorni caldi in una fotocronaca della rivoluzione, e attraverso le analisi e i racconti dei nostri cronisti.
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25 gennaio
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25 gennaio
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25 gennaio
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25 gennaio
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25 gennaio
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26 gennaio
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27 gennaio
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29 gennaio
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30 gennaio
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1 febbraio
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1 febbraio
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ANALISI E CRONACHE:
1 febbraio
L’Egitto in rivolta: il racconto in diretta del nostro inviato
Cairo: dalla manifestazione l’ultimatum di elBaradei a Mubarak
Egitto, oggi un milione in piazza e l’esercito si schiera con loro
31 gennaio
Egitto, in piazza finché Mubarak non avrà lasciato il Paese
Egitto: la rivoluzione corre anche su Twitter
Egitto, i volti della rivoluzione
Obama ha (quasi) dato il benservito a Mubarak. Ma non sa ancora cosa fare con l’Egitto - L’ANALISI
Egitto: la posta in gioco (strategica) per l’Occidente - L’ANALISI
28 gennaio
Egitto, il giorno della paura
Egitto in fiamme, tre morti, EL Baradei agli arresti domiciliari
27 gennaio
ElBaradei può salvare l’Egitto? -L’ANALISI
Ancora caos in Egitto: altri due morti e domani nuove manifestazioni
26 gennaio
E dopo l’incendio di Tunisi, e la caduta di Ben Ali, attenti alle scintille del Cairo

(Epa/Ahmed Youssef)

Baku, Azerbaijan (AP Photo/Manoocher Deghati)
Due mesi e dieci giorni dopo la festa di fine Ramadan, nel mese lunare islamico di Dhul-Hijjah, durante il quale i fedeli assolvono l’obbligo del pellegrinaggio canonico alla Mecca, tutto il mondo musulmano celebra Eid-al-Adha, la ”Festa del sacrificio” (o “dello sgozzamento”), conosciuta anche come ”Festa Grande”.
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Baku, Azerbaijan
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Hyderabad, India
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Rafah, Striscia di Gaza
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Taguig, Filippine
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Islamabad, Pakistan
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Gaza
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Sanaa, Yemen
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Taguig, Filippine
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Islamabad, Pakistan
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Aram, Cisgiordania
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Taguig, Filippine
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Minsk, Bielorussia
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Baghdad, Iraq
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Damasco, Siria | Hebron, Cisgiordania
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Kabul, Afghanistan
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Rafah, Striscia di Gaza | Aram, Cisgiordania
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Jenin, Cisgiordania
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Lahore, Pakistan
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Suk Qiuma, Tripoli, Libia
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Chaman, al confine tra Pakistan e Afghanistan
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Sanaa, Yemen
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Peshawar, Pakistan
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Mercato di Kerdasa, Giza, Egitto
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Sanaa, Yemen
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Islamabad, Pakistan
A rivivere durante questa festa è la storia sacra del profeta Abramo che, chiamato da Dio a sacrificare il figlio, è pronto ad esaudire la sua richiesta per dar prova della sua totale sottomissione al volere divino e, quindi, della sua fede. Avuta prova della fede di Abramo, Dio indica ad Abramo un ariete da sacrificare al posto del figlio.

Hyderabad, India (AP Photo/Mahesh Kumar A.)
Secondo la sharia, l’animale (pecore, capre, bovini o cammelli) deve essere adulto e fisicamente integro e deve essere ucciso da un uomo adulto non impuro. Mediante lo sgozzamento, con la recisione della giugulare, si permette al sangue - considerato impuro, è proibito mangiarne - di defluire. Parte della carne viene mangiata subito, un’altra parte viene conservata e una terza parte viene distribuita tra i poveri.

Islamabad, Pakistan (AP Photo/Anjum Naveed)
Da un punto di vista strettamente religioso, la festa simbolizza l’immolazione dell’anima del fedele a Dio e la sua integrale sottomissione alla sua volontà. Quelli della festa del sacrificio, però, devono essere ”giorni della letizia”: diversamente da quanto avviene durante altre festività religiose, una norma islamica vieta in qualsiasi tipo di ascesi e di digiuno durante i giorni della festa. I musulmani indossano in questo giorno i loro abiti migliori, partecipano a preghiere collettive sono soliti visitare gli amici, portando loro gli auguri e dei doni.

(Epa/Adi Weda)
Il batik è una tecnica usata per colorare a mano i tessuti particolarmente diffusa in Indonesia. Mediante la copertura delle zone che non si vogliono tinte, tramite cera o altri materiali impermeabilizzanti, i tessuti vengono decorati “a riserva”. Secondo quanto riferisce Wikipedia, fu introdotto in Indonesia nel V secolo da mercanti provenienti da Ceylon e dal sud dell’India, per diffondersi maggiormente all’inizio del XIX secolo.

(Epa/Adi Weda)
In questa gallery, gli scatti del fotografo Adi Weda per l’agenzia EPA all’interno di una manifattura di Cirebo, sull’isola di Giava, in Indonesia, dove i tessuti vengono colorati con questa tecnica, secondo i metodi tradizionale. Cirebon è stato un sultanato indipendente fino all’inizio del dominio coloniale olandese nella regione, il cui sviluppo ha portato ad un aumento degli scambi commerciali con altre aree del mondo e, successivamente, ad attrarre imprenditori cinesi, che hanno lasciato il segno nello sviluppo delle tecniche di realizzazione del batik.
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Il batik è una tecnica usata per colorare a mano i tessuti particolarmente diffusa in Indonesia
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Mediante la copertura delle zone che non si vogliono tinte, tramite cera o altri materiali impermeabilizzanti, i tessuti vengono decorati “a riserva”
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Il batik fu introdotto in Indonesia nel V secolo da mercanti provenienti da Ceylon e dal sud dell’India
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La storia di quest’arte decorativa è strettamente legata allo sviluppo della vita sociale, economica, religiosa sull’isola
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Inizialmente riservato alle donne nobili, da privilegio aristocratico divenne costume nazionale, diffuso in tutto l’arcipelago indonesiano
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Una stoffa stesa ad asciugare
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Il batik Diventa il linguaggio attraverso cui si esprime la filosofia giavanese, fortemente simbolica, che ispira tutta la vita anche nei più piccoli particolari
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Il batik Viene usato come mezzo di comunicazione, negli abiti con disegni, colori e fogge specifiche per ogni uso, classe o rango
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I tessuti batik sono presenti, con forti valenze simboliche, nei riti e nei momenti salienti della vita del Paese
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Un gruppo di donne al lavoro
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Decorazioni speciali vengono preparate per il matrimonio, la circoncisione, la malattia, la procreazione…
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Stoffe decorate stese ad asciugare a Cirebon
La storia di quest’arte decorativa è “strettamente legata allo sviluppo della vita sociale, economica, religiosa sull’isola. Inizialmente riservato alle donne nobili, da privilegio aristocratico divenne costume nazionale, diffuso in tutto l’arcipelago indonesiano”.

(Epa/Adi Weda)
“Diventa il linguaggio attraverso cui si esprime la filosofia giavanese, fortemente simbolica, che ispira tutta la vita anche nei più piccoli particolari. Viene usato come mezzo di comunicazione, negli abiti con disegni, colori e fogge specifiche per ogni uso, classe o rango. I tessuti batik sono presenti, con forti valenze simboliche, nei riti e nei momenti salienti come: il matrimonio, la circoncisione, la malattia, la procreazione”.

Giovani monaci buddhisti nel campo di Mae Sot (Epa/Rungroj Yongrit)
Era il risultato programmato dal regime fin dall’inizio della ‘road map verso la democrazia’. Il nuovo Parlamento birmano sarà dominato dai fedelissimi dell’attuale giunta militare, dopo che il partito Usdp ha conquistato “circa l’80 per cento dei voti” nelle elezioni di domenica e la galassia dell’opposizione ha raccolto solo le briciole, strappando almeno una minima rappresentanza in un voto viziato da ampi brogli, e che divide la comunità internazionale: “rubato” per gli Usa, “riuscito e pacifico” per la Cina e altri Paesi asiatici.
Myanmar: dopo le elezioni, nulla è cambiato di Claudia Astarita
Birmania, i militari vincono e scatta l’esodo di massa di Anna Mazzone
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Due momenti della campagna elettorale del USDP, il partito di regime
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Il parlamento birmano nella capitale Naypyitaw
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Il dittatore Than Shwe al voto
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Un monaco legge il giornale a Yangon, all’indomani delle elezioni
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Un gruppo di monaci per le strade di Bago, nel giorno della elezioni
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Monaci al tempio di Amarapura. Nel 2007 300mila persone guidate dai monaci sfilarono contro il regime
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I due maggiori partiti democratici d’opposizione hanno ammesso la sconfitta nelle elezioni di 2 giorni fa in Birmania, accusando il partito espressione della giunta militare al governo di aver manipolato i risultati
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Le operazioni di spoglio in un seggio della capitale Naypyitaw
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Un posto di blocco a Naypyitaw, nel giorno delle elezioni
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Kim Aris, il figlio più giovane della leader nonviolenta Aung San Suu Kyi
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Una protesta a Tokyo, davanti all’ambasciata birmana
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Una donna in preghiera a Bago, nel giorno delle prime elezioni degli ultimi 20 anni
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Due momenti della campagna elettorale del USDP, il partito di regime
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Monaci di ritorno in Birmania, accompagnata dalla polizia thailandese
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Lo sguardo di un bambino rifugiato nella base della polizia thailandese di frontiera a Mae Sot
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Truppe governative durante gli scontri con i ribelli Karen nella località thailandese di confine a Mae Sot
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Nel campo di accoglienza allestito a Mae So, Thailandia
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Dalla Birmania alla Thailandia, attraverso il fiume Moei
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Di ritorno a Myawaddi: lo sbarco
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Giovani monaci buddhisti nel campo di Mae Sot
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Perentorio il messaggio di condanna delle “elezioni farsa” da parte del presidente statunitense Barack Obama e del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon
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Una bimba su un carro che riporta degli sfollati a Myawaddy, dopo che nell’area sono cessati gli scontri tra ribelli Karen e truppe del governo
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Gli scontri successivi alle elezioni hanno causato 3 morti e oltre 20 feriti
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Proteste contro il governo del Myanmar davanti all’ambasciata birmana a Giacarta, Indonesia
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Giovani monaci per le strade di Manadalay, alcuni giorni prima delle elezioni
Anche se per i risultati definitivi servirà aspettare ancora qualche giorno, il previsto “trionfo” dell’Usdp (”Partito di unione solidarietà e sviluppo”) non è piú in discussione. Due suoi alti membri hanno collocato la percentuale di seggi in palio ottenuta tra il 75 e l’80 per cento; assieme al 25 per cento di seggi già assegnato ai militari dalla Costituzione, il controllo del regime sul nuovo organo legislativo sarà totale. I partiti di opposizione hanno riconosciuto la sconfitta ricordando peró le diffuse irregolarità, specie nel voto anticipato.

Una protesta a Tokyo, davanti all'ambasciata birmana (AP Photo/Itsuo Inouye)
La “Forza democratica nazionale” (Ndf), il movimento nato da una costola del partito di Aung San Suu Kyi in polemica con il boicottaggio deciso dal premio Nobel per la Pace, ha raccolto solo 12 seggi parlamentari a Rangoon, mentre altri partiti etnici hanno ottenuto ancora meno nelle rispettive province. La possibile sorpresa del voto, quel “Partito di unità nazionale” (Nup) vicino alla giunta ma rappresentativo della “vecchia guardia”, è andato invece incontro a un fallimento: su 980 candidati presentati, finora ha raccolto solo 17 seggi in Parlamento e altri 37 nei vari Consigli regionali.
A livello diplomatico, mentre il presidente statunitense Obama ha condannato la giunta per il terzo giorno consecutivo, dal ministero degli Esteri di Pechino è invece arrivato un plauso ai generali, di cui è il principale alleato. I Paesi del sud-est asiatico (Asean), che in passato avevano abbozzato velate critiche al regime, stavolta hanno definito le elezioni “un significativo passo avanti”.

Gli scontri successivi alle elezioni hanno causato 3 morti e oltre 20 feriti (Epa/Rungroj Yongrit)
È intanto rientrata l’emergenza umanitaria scoppiata ieri al confine con la Thailandia, dove si erano riversate circa 20 mila persone in fuga dagli scontri tra una fazione di ribelli Karen e l’esercito regolare, che secondo fonti ufficiali birmane hanno causato 10 morti. Dopo che in mattinata i soldati hanno ripreso il controllo della città di Myawaddy, riportando la calma, quasi la totalità dei rifugiati hanno riattraversato il fiume che corre lungo la frontiera, facendo ritorno nelle proprie case. (ANSA)

(Epa/Farooq Khan)
Nei campi di zafferano di Pampore (25 km a sud di Srinagar), nel Kashmir indiano, si coltiva una delle qualità di zafferano migliori e più conosciute al mondo. Questa zona del Kashmir è l’unico posto in India, e uno dei pochi luoghi al mondo, in cui lo zafferano viene coltivato con successo: lo stesso non avviene in altre zone pur fertili del Paese, come le pianure alluvionali del Kashmir. La gente di Pampore attribuisce questa speciale successo alla presenza di un elemento magico nel terreno locale, che aiuta i fiori a sbocciare e gli stami a impregnarsi dell’aroma della più preziosa delle spezie.
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Nei campi di zafferano presso il villaggio di Pampore
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Lo zafferano viene coltivato consuccesso in poche zone del mondo
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Questa zona del Kashmir è l’unico posto in India, e uno dei pochi luoghi al mondo, in cui lo zafferano viene coltivato con successo
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Lo stesso non avviene in altre zone pur fertili del Paese, come le pianure alluvionali del Kashmir
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La gente di Pampore attribuisce questa speciale successo alla presenza di un elemento magico nel terreno locale
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Tale elemento magico aiuterebbe i fiori a sbocciare e gli stami a impregnarsi dell’aroma tipico di questa spezia
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Pampore è situato a 25 km a sud di Srinagar, nel Kashmir indiano
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Lo zafferano è la spezia più costosa fra tutte
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Qui si coltiva una delle qualità di zafferano migliori e più conosciute al mondo

(AP Photo/Ramon Espinosa)
La prima notizia sul diffondersi di un’epidemia di colera sull’isola caraibica di Haiti risale allo scorso 21 ottobre: la morte di almeno 19 persone, in gran parte bambini, nella regione di Artibonite e il ricovero di centinaia di persone con i sintomi tipici della malattia (vomito, diarrea e febbre alta) hanno portato le autorità a dare l’allarme.
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La prima notizia sul diffondersi di un’epidemia di colera sull’isola caraibica di Haiti risale allo scorso 21 ottobre
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A far dare l’allarme, la morte di almeno 19 persone, in gran parte bambini, nella regione di Artibonite e il ricovero di centinaia di persone con i sintomi tipici della malattia
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Da più di cento anni ad Haiti non erano segnalati casi di colera
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Le terribili condizioni igieniche seguite al sisma hanno riattivato il batterio
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I funerali di una delle vittime dell’epidemia a Drouin (Grande Saline)
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Un medico statunitense certifica la morte per colera di un uomo di Droin, Haiti
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Il batterio del colera ha trovato terreno fertile nell’acqua di pessima qualità a disposizione dei terremotati
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Ospedale di Grande-Saline, Haiti
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Il contagio è stato favorito quest’ultimo dalle piogge torrenziali delle ultime settimane
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Ormai il numero dei decessi per colera è salito a 253
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Ieri l’epidemia è arrivata nella capitale, Port-au-Prince, dove oggi cinque persone hanno evidenziato i sintomi della malattia
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I contagiati sono oltre 3.000
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I medici e le organizzazioni umanitarie privi dei supporti sanitari adeguati e non riescono a far fronte all’emergenza
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Il Governo, che per il prossimo 28 novembre ha fissato le elezioni presidenzali e legislative, cerca di minimizzare
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I controlli al confine con Santo Domingo, l’altro Stato dell’isola, sono stati rafforzati, ma la frontiera resta aperta
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Anche l’Onu sottolinea che le persone decedute a Port-au-Prince provenivano dall’interno del Paese
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Il colera è una malattia altamente contagiosa causata da un batterio
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Violenti attacchi di diarrea portano facilmente i malati a perdere in quattro ore anche il 10% del loro peso
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Se non curato subito con antibiotici e acqua purificata, il colera può portare alla morte per disidratazione anche in meno di 24 ore
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Una donna con il figlio, ricoverati all’ospedale St.Nicholas di Saint Marc, Haiti
Da più di cento anni ad Haiti non erano segnalati casi di colera, ma le terribili condizioni igieniche seguite al sisma hanno riattivato il batterio, che ha trovato nella pessima qualità dell’acqua a disposizione dei terremotati fertile terreno di prolificazione prima e di contagio poi, favorito quest’ultimo dalle piogge torrenziali delle ultime settimane che, tra l’altro, hanno anche fatto esondare in più punti in fiume Artibonite.
Ieri l’epidemia è arrivata nella capitale, Port-au-Prince, dove oggi cinque persone hanno evidenziato i sintomi della malattia e sono state messe in isolamento. Ormai il numero dei decessi per colera è salito a 253 e i contagiati sono oltre 3.000.

(AP Photo/Ramon Espinosa)
Nel Paese, già devastato dal terremoto che lo scorso 12 gennaio ha provocato più di 250.000 morti e un milione e mezzo di sfollati, i medici e le organizzazioni umanitarie privi dei supporti sanitari adeguati e non riescono a far fronte all’emergenza.
Il Governo, che per il prossimo 28 novembre ha fissato le elezioni presidenzali e legislative, cerca di minimizzare. I controlli al confine con Santo Domingo, l’altro Stato dell’isola, sono stati rafforzati, ma la frontiera resta aperta. E anche l’Onu sottolinea che le persone decedute a Port-au-Prince provenivano dall’interno del Paese.

(AP Photo/Ramon Espinosa)
Il colera è una malattia altamente contagiosa causata da un batterio. Violenti attacchi di diarrea portano facilmente i malati a perdere in quattro ore anche il 10% del loro peso e, se non è possibile intervenire subito con cure adatte (antibiotici e acqua purificata), alla morte per disidratazione anche in meno di 24 ore.

(Epa/Adrian Bradshow)
Quella kazaka è l’unica consistente minoranza etnica presente in Mongolia, nella parte occidentale di un Paese in cui predominano i Khalkh mongoli. Nel diciannovesimo secolo i pastori nomadi kazaki erano soliti spostarsi, alla ricerca dei pascoli migliori, tra le zone oggi note come Kazakistan, Xinjiang (cina occidentale), Bayan Oelgiy (Mongolia occidentale).
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Nella regione mongola di Bayan Oelgiy
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I kazaki della Mongolia sono orgogliosi delle loro tradizioni
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Le giovani generazioni si sono fatte carico di mantenere vive le tradizioni
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Quella kazaka è l’unica consistente minoranza etnica presente in Mongolia, nella parte occidentale del Paese
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La festa dell’aquila si tiene ogni anno in ottobre
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La gioia di un partecipante dopo aver vinto un premio con la sua aquila reale
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Addestrare le aquile è un compito difficilissimo ed ogni proprietario è giustamente orgoglioso di mostrare la propria agli spettatori
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Un cappello tradizionale
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Un’aquila al guinzaglio
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Ancora nel diciannovesimo secolo i kazaki erano pastori nomadi
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La religione dei kazachi è un islamismo sunnita non tradizionalista
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Prodotti di artigianato in vendita
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Mogli al seguito dei mariti
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Un’aquila in volo
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Il Kokbar, una sorta di tiro alla fune a cavallo con una pelle di volpe
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Un falcone attaccato da un’aquila reale
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Durante il festival vi sono anche gare di abilità a cavallo
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Da ogni parte della regione convergono i cacciatori nei loro abiti tradizionali
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Dalle alture i cacciatori tolgono il cappuccio all’aquila e la lanciano verso il cielo
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La gara si svolge con prove di abilità e velocità
In tempi recenti, invece, i kazaki hanno avuto la tendenza a rimanere stanziali in quelle stesse zone, muovendosi solo per visitare i parenti oltre confine. I kazaki della Mongolia sono orgogliosi delle loro tradizioni, quali l’equitazione e la caccia con l’aquila; e le generazioni più giovani si sono prese l’incarico di mantenerle e garantirne la continuità.

(Epa/Adrian Bradshow)
La minoranza di origine kazaka si differenzia dalla restante popolazione locale per la religione (islamismo sunnita non tradizionalista), per la lingua (tartaro più simile al russo che al mongolo), oltre che per il modo di vestire (costumi dai colori vivaci e ornati da gioielli).
In questa fotogallery, le foto di Adrian Bradshow per EPA, durante l’annuale Festival dell’aquila reale.

(Epa/Adrian Bradshow)

Dinah Might (Epa/Bevil Knapp)
Giunto alla seconda edizione, si è svolto a New Orleans, in Louisiana, il secondo festival annuale di Burlesque: in questa città, dal 1940 al 1960, il quartiere francese Bourbon Street ha ospitato la più grande concentrazione di club di burlesque negli Stati Uniti.

Michelle L'amour (Epa/Bevil Knapp)
Nato nella seconda metà dell’Ottocento nell’Inghilterra Vittoriana ed importato successivamente negli Stati Uniti, il Burlesque è un genere di spettacolo parodistico e provocatorio, fatto di scenette comiche, canzoni lascive, striptease, donne poco vestite e molto truccate.

Pearl Lux al make up (Epa/Bevil Knapp)
In club semibui, tra fumi illuminati da riflettori multicolori, star come Lilly Christine, the Cat Girl, Blaze Starr, Evangeline the Oyster Girl e innumerevoli altre si sono spogliate ed hanno danzato per congressisti in città, turisti e abitanti dei New Orleans. L’evento principale è stato un concorso per assegnare il titolo di Regina del Burlesque.
Ecco le immagini dal festival, realizzate dal fotografo Bevil Knapp:
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Dinah Might
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Michelle L’amour
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Dinah Might
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Lola Van Ella
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Evie Lovelle
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Zorro
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Pearl Lux al make up
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Athena
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Mistress of Cermonies, Cora Vette e The Dames D’Lish
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Preparativi nel backstage della House of Blues
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Satan’s Angel
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Il podio del concorso per La Regina del Burlesque: Renea Le Roux (3° posto) Coco Lectric (la vincitrice) e Lola Van Ella (2° posto)
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Virginia D’Vine
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Miss Indigo Blue e Amber Ray
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Coco Lectric incoronata Regina del Burlesque
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Renea Le Roux
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Satan’s Angel dà lezioni di Burlesque
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I camerini
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Foto delle star d’un tempo
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Trucco e parrucco