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Pamplona, la Festa di San Firmino: corse di tori, vino, corride e passione

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  • Tags: corrida, festa, Pamplona, reportage, San Firmino, Spagna, tradizioni
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Un corridore calpestato da un toro | L'effige di San Firmino

Un corridore calpestato da un toro | San Firmino in effigie (AP Photo/Alvaro Barrientos)

Sono ogni anno centinaia di migliaia le persone - fra cui molti turisti stranieri, in particolare anglosassoni- che assistono alle celeberrime corse dei tori di Pamplona. La Fiesta di San Firmino, resa celebre dal romanzo Fiesta di Ernest Hemingway (su bol.it con uno sconto speciale), anima l’estate della cittadina spagnola fin dal 1911.

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Il via alla festa nella piazza principale di Pamplona

Il via alla festa nella piazza principale di Pamplona (AP Photo/Alvaro Barrientos)

Patrono delle confraternite di barcaioli, vinai e fornai, San Firmino viene celebrato con una festa non-stop che dura 204 ore: dalle 12 in punto del 6 luglio, ininterrottamente, fino alla mezzanotte del 14 luglio, la città resta sveglia per 8 giorni e 1/2 . Al centro della grande festa, le corse dei tori - gli encierros che, accompagnati da un’orda di spagnoli e turisti esteri che si divertono a scappare dalla furia degli animali, attraversano le antiche strade della millenaria cittadina lungo una pista di 848,6 metri. Il percorso conduce i tori - ogni giorno di un differente allevamento storico della Navarra - nell’arena di Pamplona, dove sono poi protagonisti delle corride.

Il matador Juan Jose Padilla prima di una corrida

Il matador Juan Jose Padilla prima di una corrida (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

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Dal 1911 si contano 15 “valorosi” morti sul campo, schiacciati o incornati dai tori durante gli encierros: l’ultimo caduto risale al 2009, quando venne ucciso un giovane spagnolo di 27 anni, colpito al collo da un’incornata.

In questo foto-reportage da Pamplona, le foto più belle della Festa di san Firmino edizione 2011, dall’euforia collettiva lungo gli encierros alla crudeltà e al fascino delle corride; sopra tutto domina il rosso: dei fazzoletti, del sangue, del vino, della passione…

La folla in piazza per il lancio del Chupinazo, che dà il via alla festa
Il lancio del chupinazo (razzo) dal balcone del consiglio della città a mezzogiorno del 6 luglio dà il via alla festa
La folla radunata nella piazza attende l’inizio ufficiale della festa
La folla mostra i tradizionali fazzoletti rossi durante il Chupinazo
Il lancio di un coraggioso dalla fontana Navarra sulla folla

La festa nella piazza principale di Pamplona
Il lancio di un coraggioso dalla fontana Navarra sulla folla
Acrobazie
Spunta il seno nudo di una ragazza tra la folla
Fiumi di vino rosso

Caldo, vino e allegria
Acqua dai balconi sul popolo della festa
I tori dell’allevamento Cebada Gago in corsa
La corsa dei tori in Calle Estafeta | Un bue-guida dei tori si prende una pausa
Un toro alle calcagna

Le foto di una turista da un balcone in Calle Estafeta
Un toro dell’allevamento Fuente Ymbro in corsa
Un corridore calpestato da un tori dell’allevamento Torrestrellas | Lo sguardo di un fotografo da dietro una porta che ritrae l’effige di San Firmino
Spettatori dai balconi osservano la corsa dei tori
La corsa dei tori dell’allevamento Miura in Calle Estafeta

Un toro dell’allevamento Victoriano del Rio Cortes a terra in Calle Estafeta
Il toro per le corna
Un bacio prima del passaggio dei tori
Bacio sul balcone nel giorno del Chupinazo
San Firmino in processione per le vie di Pamplona

Un Kiliki “colpisce” una suora durante la Comparsa de Gigantes y cabezudos
L’arrivo di un giovane toro nell’arena dopo la corsa per il centro della città
Il “novillero” Jimenez Fortes nell’arena: sopraffatto dal toro, resta incolume
Un toro dell’allevamento Cebada Gago nell’arena
Il torero David Mora punta la spada contro un toro nell’arena

L’orecchio del toro, trofeo del matador David Mora
Il matador Joselillo si prepara all’arena
Il torero Joselillo all’angolo
Il torero Joselillo alza la spada insanguinata in segno di trionfo
Il torero Joselillo nell’arena contro un toro dell’allevamento Dolores Aguirre Ybarra

Il torero Joselillo prima di entrare nell’arena e alla fine della sua corrida con l’orecchio del toro in mano
Il torero Cesar Jimenez in attesa di entrare nell’arena
Il matador Juan Jose Padilla prima di una corrida
Una banderilla infilzata nel toro
Il sangue sul dorso di un toro dell’allevamento Fuente Ymbro ferito nell’arena

Il matador Arturo Saldivar, caduto a terra, si copre la testa dalle carica del toro
Il torero Ivan Fandino contro un toro dell’allevamento Fuente Ymbro
L’assistente di un torero in attesa del rito di ingresso, il Paseillo
Un toro dell’allevamento Torrestrella nell’Arena
Il torero Alberto Aguilar nell’arena contro un toro dell’allevamento di Dolores Aguirre Ybarra

Il torero Alberto Aguilar nell’arena contro un toro dell’allevamento di Dolores Aguirre Ybarra
Il torero Alberto Aguilar nell’arena contro un toro dell’allevamento di Dolores Aguirre Ybarra
Il torero Rafaelillo nell’arena di Pamplona
Un toro dell’allevamento Miura ucciso durante la corrida viene trascinato fuori dall’arena
Giochi di fuoco intorno alla sagoma di un toro in Plaza del Castillo


PRIMO GIORNO 7 LUGLIO
AL VIA IL PRIMO ENCIERRO - Una corsa ”pulita e rapida”, secondo gli specialisti, il primo encierro dell’anno: di poco più di due minuti, senza feriti da cornata. Centinaia di persone hanno corso per le strade del centro della capitale della Navarra con i sei giovani tori dell‘allevamento di Torrestrella, fino alla storica Plaza de l’Ayuntamento. Ci sono stati solo due feriti leggeri, con contusioni.

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Bando al pudore: una ragazza a seno nudo tra la folla

Festa tra il vino dopo il lancio del Chupinazo (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

SECONDO GIORNO 8 LUGLIO
AUSTRALIANO IMPRUDENTE INCORNATO DA UN TORO. Guai per un imprudente australiano, incornato dai tori di Pamplona nella seconda tornata della festa: il giovane di 24 anni ha riportato una fastidiosa ferita alla coscia destra. Stando alle immagini della tv spagnola Tve, l’australiano è corso incontro, con pericolosa audacia, a uno degli infuriati tori che venivano spinti nel recinto: l’animale ha usato le sue corna senza esitare, ma fortunatamente senza infierire troppo. Il giovane si è rialzato da solo, e zoppicando ha raggiunto il vicino ospedale. L’arteria era un po’ intaccata, ma il danno non è stato preoccupante. ”È stato imprudente, è una cosa pericolosa, non si dovrebbe fare così”, ha detto comunque un indignato portavoce dell’organizzazione. Oggi altri tre corridori di nazionalità ignota si sono ’scontrati’ con i tori in modo non grave, con semplici contusioni. I sei animali dell’allevamento Cebada Gago, che in serata hanno preso parte alla per loro ben più impegnativa corrida, hanno corso sulle strade dell’encierro per i rituali 848,8 metri, in tre minuti e 10 secondi.

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I tori dell'allevamento Cebada Gago in corsa

I tori dell'allevamento Cebada Gago in corsa (AP Photo/Ivan Aguinaga)

TERZO GIORNO 9 LUGLIO
FRANCESE INCORNATO ALLA COSCIA DA UN TORO. Altro doloroso incontro fra un turista e un toro infuriato. Un francese di 24 anni è stato incornato alla coscia destra, ed è finito in ospedale. I sei tori e sei buoi dell’allevamento Dolores Aguirre hanno battuto stamane il solito tempo di 3 minuti e 50 secondi con un sorprendente arrivo in 2 minuti e 60 secondi.

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L'arrivo di un giovane toro nell'arena dopo la corsa per il centro della città

L'arrivo di un giovane toro nell'arena dopo la corsa per il centro della città (AP Photo/Ivan Aguinaga)

QUARTO GIORNO 10 LUGLIO
DIECI FERITI A PAMPLONA Almeno 10 persone, tutte di nazionalità spagnola, rimaste ferite nella quarta giornata degli encierros. A differenza di quanto accaduto nei giorni scorsi, i feriti di oggi sono stati ricoverati in ospedale per avere riportato traumi non gravi, probabilmente in una caduta. Secondo la Tv spagnola all’encierro di oggi hanno partecipato almeno 3mila persone. Stando all’emittente diverse di loro sono cadute durante la corsa con i tori e alcune sono state calpestate dagli animali ma senza conseguenze.

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Il "novillero"  Jimenez Fortes sopraffatto dal toro, resta incolume

Il "novillero" Jimenez Fortes sopraffatto dal toro, resta incolume (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

SESTO GIORNO 12 LUGLIO
DUE INCORNATI E CINQUE CONTUSI NEL SESTO ENCIERRO Due giovani sono stati feriti dalle cornate dei tori a Pamplona nel sesto e terzultimo encierro della festa di San Firmino. Uno è stato colpito al petto, l’altro al braccio destro. Un migliaio i partecipanti alla corsa che ha lasciato a terra anche cinque contusi, con tagli, escoriazioni e in qualche caso fratture, tra quanti sfidavano sei tori e sei vitelli lungo 800 metri di strade strade tortuose percorse in appena due minuti e 16 secondi.

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L'orecchio del toro, trofeo per il matador David Mora

L'orecchio del toro, trofeo per il matador David Mora (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

SETTIMO GIORNO 13 LUGLIO
SETTE FERITI NEL PENULTIMO “ENCIERRO” È di sette feriti il bilancio del penultimo encierro. Un toro si è staccato dagli altri e ha colpito un uomo alla schiena per poi sollevarlo da un braccio con le corna. Nessuno dei feriti è in gravi condizioni.

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Il sangue sul dorso di un toro dell'allevamento Fuente Ymbro ferito nell'arena

Il sangue sul dorso di un toro dell'allevamento Fuente Ymbro ferito nell'arena (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

  • photo_department
  • Mercoledì 13 Luglio 2011

Rishi, cercatore d’acqua a Kathmandu

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  • Tags: acqua, lavoro, Narendra Shrestha, Nepal, reportage
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Rishi sul fondo del pozzo

Rishi sul fondo del pozzo (Epa/Narendra Shrestha)

La popolazione di Kathmandu è in crescita: secondo il censimento del 2010, circa un milione di persone vive oggi su una superficie totale di 50,67 chilometri quadrati. Questo aumento del numero degli abitanti, insieme ai cambiamenti climatici, negli ultimi anni ha messo la valle di Kathmandu, nel Nepal centrale, di fronte a una grave crisi idrica, con una cospicua diminuzione del livello dell’acqua nei fiumi dell’area e nel sottosuolo.

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In queste fotografie di Narendra Shrestha, le immagini e la storia di Rishi Dev Yadav, scavatore di pozzi a Khatmandu.

Rishi Dev Yadav è un operaio nepalese originario del distretto orientale di Inarwa, che ha dovuto migrare nella capitale in cerca di lavoro
Rishi ha lasciato la moglie e i due figli in cerca di fortuna per la sua famiglia
Rishi ha 28 anni compiuti e gli ultimi tre li a trascorsi a Khatmandu scavando pozzi
Il suo salario mensile è di 2.500 rupie nepalesi (circa 24.5 EURO), appena sufficiente per sopravvivere
Talvolta, per raggiungere l’acqua, è necessario scendere oltre i 15 metri di profondità, il che può provocare incidenti

Nonostante i seri rischi, nella valle di Kathmandu sono centinaia gli operai impegnati attualmente in simili lavori di scavo
Il governo ha vietato gli scavi di pozzi, rendendoli illegali
A causa della grave crisi idrica nella valle di Khatmandu, lo scavo di nuovi pozzi è però oggi l’unico modo per rifornisi di acqua
Il bisogno di sopravvivere spinge così molte persone come Rishi a sfidare la legge e a rischiare la vita

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  • lucapiva
  • Giovedì 7 Luglio 2011

Gli ultimi giorni dei soldati canadesi in Afghanistan

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  • Tags: Afghanistan, Canada, David Goldman, guerra, reportage, vita militare
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L'afgano Abdulsalam si lava i denti mentre un soldato canadese conduce una delle ultime operazioni del I Battaglione 22° Reggimento Reale

Abdulsalam si lava i denti mentre un soldato canadese conduce una delle ultime operazioni del I Battaglione 22° Reggimento Reale (AP Photo/David Goldman)

I primi contingenti di truppe canadesi arrivarono in Afghanistan agli inizi del 2002. Dal 2006 il ruolo di Ottawa è diventato ancora più importante nel martoriato Paese asiatico con una nuova assegnazione di truppe nella provincia di Kandahar. Ma dopo anni di “Enduring Freedom” e 157 soldati morti (più un giornalista e un diplomatico) per la liberazione dalla dittatura talebana e la riconversione democratica, il Canada pone fine a questa “guerra per la democrazia” e inizia il ritiro delle truppe.

Felici a bordo dell'elicottero su cui inizia il viaggio di ritorno a casa

Felici a bordo dell'elicottero su cui inizia il viaggio di ritorno a casa (AP Photo/David Goldman)

L’impegno effettivo del Canada nella guerra afgana è venuto ufficialmente meno quando il 22º Reggimento ha formalmente passato il comando delle operazioni alle truppe americane. Il rientro in patria dei 2.800 soldati canadesi, previsto in toto entro il 2011, è già iniziato. Anche se altri Paesi hanno annunciato ritiri di truppe, il Canada è il primo ad avviarlo quest’anno tra quelli ad aver maggiormente contribuito alla missione.

In queste foto il rito di passaggio di consegne tra canadesi e statunitensi, nel distretto di Panjwaii, le ultime operazioni del soldati canadesi, i loro ultimi momenti di relax nella base militare afgana, i brindisi per festeggiare il rientro, i primi imbarchi verso casa…

L’afgano Abdulsalam si lava i denti mentre un soldato canadese conduce una delle ultime operazioni del I Battaglione 22° Reggimento Reale
Un brindisi con birra non alcolica al completamento dell’operazione conclusiva della missione in Afghanistan
Felici a bordo dell’elicottero su cui inizia il viaggio di ritorno a casa
Hussein Shah, bimbo afgano di un anno, e i soldati canadesi nell’ultima operazione nella zona
Sharif Ullah guarda un soldato canadese cercare nella sua abitazione nell’operazione conclusiva in Afghanistan del I Battaglione 22° Reggimento Reale

Il caporale canadese Mathieu Caron perlustra una stanza di un compound nell’operazione finale
Il sergente Mathieu Pelletier e il master corporal Kevin Lomelin controllano la posizione sulla mappa nella loro ultima operazione in Afghanistan
Nel sud dell’Afghanistan le operazioni di combattimento canadesi si concluderanno entro luglio
Il caporale Joel Carriere in un campo di hashish
Il soldato Marc Savard tra teste di papaveri

Gli abitanti del villaggio guardano i soldati del I Battaglione 22° Reggimento Reale in azione
Kandahar, nel giorno di festa nazionale canadese il caporale Laurier Chabot di Montreal dà due calci al pallone: l’ultima festività passata nel campo militare
Il soldato Maxeme Jauvin, 22 anni, perlustra un compound nell’operazione finale del suo Battaglione
Il soldato canadese Jonathan Chalifoux si ripara da una deflagrazione controllata
Il caporale Francois Lemieux accolto dal sergente Mathieu Pelletier al termine della loro operazione finale

Il soldato Kevin Tessier è festeggiato dai commilitoni dopo aver ricevuto una medaglia
Soldati canadesi giocano a hockey nella Forward Operating Base di Sperwan Ghar
Il soldato Richard Boutet sfonda una porta per ispezionare un compound
La base di Masum Ghar passa agli USA: il tenente colonnello Michel Henri St-Louis firma i documenti del passaggio
Per il caporale Frederic Bouchard del Quebec e i suoi commilitoni inizia il viaggio di ritorno a casa

Un soldato afgano di guardia durante la cerimonia di passaggio di consegne della base di Masum Ghar dai canadesi agli americani
Kandahar, il tenente colonnello canadese Henri Michel-St-Louis prende commiato dal governatore del distretto Panjwaii
Soldati canadesi del I Battaglione, 22° Reggimento reale, alla cerimonia di consegna della base di Masum Ghar agli americani
Perlustrando un compound nell’operazione finale della missione in Afghanistan per il I Battaglione, 22° Reggimento Reale
Soldati canadesi del I Battaglione, 22° Reggimento Reale, tornano alla base dopo la loro operazione finale in Afghanistan


Le operazioni di combattimento per le truppe canadesi si concluderanno nel mese di luglio. L’addio all’Afghanistan però non sarà immediato. Ci sarà una fase di transizione verso un ruolo di non-combattimento con non più di 950 soldati e uno staff di supporto per l’addestramento di soldati e poliziotti afgani nelle aree settentrionali, occidentali e a Kabul.

Il soldato Marc Savard tra teste di papaveri

Il soldato Marc Savard tra teste di papaveri (AP Photo/David Goldman)

VEDI anche: FOTO REPORTAGE - AFGHANISTAN: SCENE DI GUERRA

Il soldato canadese Jonathan Chalifoux si ripara da una deflagrazione controllata

Il soldato canadese Jonathan Chalifoux si ripara da una deflagrazione controllata (AP Photo/David Goldman)

  • simona.santoni
  • Mercoledì 6 Luglio 2011

Il Partito comunista cinese ha 90 anni (e li dimostra)

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  • Tags: anniversari, Cina, comunismo, Partito comunista cinese, reportage
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La parata militare a Nanjiing

La parata militare a Nanjiing (AP Photo)

“Senza il PCC non c’è la Nuova Cina” è un motto che ricompare frequentemente nei vari speciali che i media cinesi stanno dedicando al novantesimo anniversario della fondazione del Partito comunista cinese. Come un solo megafono, gli organi mediatici della Repubblica ripetono da giorni gli stessi mantra: “il Partito ha fatto il bene della Cina“, “il Partito promuove la lotta alla corruzione“, “la Cina deve proseguire nel principio socialista con caratteristiche cinesi sotto la guida del Pcc“, “il mondo religioso cinese continua a volere la guida del Pcc”.

La parata militare a Nanjiing
Un gigantesco simbolo del Partito Comunista Cinese in piazza Tiananmen
La parata della polizia paramilitare a Suining
Bambini in posa davanti al Museo del Partito comunista cinese a Shanghai
Canzoni rosse per le strade di Yan’an

Yan’an, Lavoratori in cravatta rossa
Yan’an, Turisti vestiti da soldati dell’Armata rossa in posa per una foto
Rievocazione della battaglia per la difesa di Yan’an
Bandiera rossa
Canzoni rosse a Yan’an

Sventola bandierina rossa
In posa per una foto in ricordo del primo congresso del PCC
Foto ricordo con la bandiera del PCC
Si festeggia anche il 14esimo anniversario della “riconsegna” di Hong Kong
Bandiere rosse in parata per i campionati di nuoto FINA

Pubblicazioni celebrative in una libreria di Pechino
Foto ricordo di fronte a una scultura del leader comunista Mao Zedong a Yan’an
In posa con Mao a Yan’an
PIazza Tiananmen pronta per le celebrazioni
Foto con falce e martello a PIazza Tiananmen


Sono solo pochi esempi degli articoli apparsi sugli organi di stampa nazionale, ma lo stesso discorso vale per le forme d’intrattenimento pop come le Canzoni Rosse, inni alla maestà del comunismo cinese e di Mao Zedong, vecchi di almeno quarant’anni, ma ancora orgogliosamente cantati a squarciagola dalle masse. Per non parlare poi del kolossal propagandistico “L’inizio della grande rinascita” proiettato nei cinema di tutta la nazione - previo boicottaggio delle pellicole hollywoodiane e organizzazione di gite di lavoro coatte per spedire dipendenti statali e scolaresche nelle sale - o delle miniserie televisive dedicate al Pcc che seguono un filo narrativo dissimile rispetto alla normale programmazione, ricca di fiction su comunisti contro nazionalisti o cinesi contro giapponesi.

Un gigantesco simbolo del Partito Comunista Cinese in piazza Tiananmen

Un gigantesco simbolo del Partito Comunista Cinese in piazza Tiananmen (AP Photo)

L’estetica di questo luglio 2011 mette allo scoperto il problema centrale del Pcc: la propria attualità. Mentre la Cina da oltre 30 anni, con l’inizio della politica di riforma e apertura, si è incontrata e scontrata col resto del mondo, facendosi contagiare dalla modernità e dal progresso, sono in molti a considerare il Partito incapace di reinventarsi in chiave contemporanea, ancorato nell’esaltazione di un’epoca lontana dove i vecchi - o i morti - di oggi erano la novità, i rivoluzionari, gli artefici del cambiamento e i pionieri della Nuova Cina. Ma visto da fuori, questo spettacolare novantesimo compleanno lascerà il mondo a bocca aperta con le sue bandiere rosse, i suoi cori rivoluzionari, i suoi numeri e la sua apparente devozione alla causa.

  • photo_department
  • Venerdì 1 Luglio 2011

Foto Reportage - Afghanistan: scene di guerra

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  • Tags: Afghanistan, Anja Niedringhaus, foto-afghanistan, reportage, vita militare
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Afghanistan A Close Call

Un rosario nella mano del caporale Blas Trevino, ferito (AP Photo/Anja Niedringhaus)

Nel giorno in cui Barack Obama comunica l’accelerazione del disimpegno USA dall’Afghanistan, che prevede un totale ritiro delle truppe combattenti dall’Afghanistan entro la fine del 2014, panorama.it vi propone un reportage realizzato dalla fotografa Anja Niedringhaus, al seguito dei velivoli di elisoccorso dell’esercito americano impegnati nella messa in salvo dei feriti sul campo di battaglia. Continua

  • photo_department
  • Giovedì 23 Giugno 2011

Costa d’Avorio, un giorno tra gli sfollati di Duékoué

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  • Tags: Costa d'Avorio, Rebecca Blackwell, reportage
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Nel campo sfollati della missione cattolica di Duékoué

Nel campo sfollati della missione cattolica di Duékoué (AP Photo/Rebecca Blackwell)

Gli scatti della fotoreporter Rebecca Blackwell tra gli sfollati del campo di accoglienza allestito dalla missione cattolica di Duékoué, nell’ovest della Costa d’Avorio, dove da dicembre ed aprile hanno trovato rifugio oltre 27.000 persone fuggite dalle proprie case per trovare scampo dagli scontri tra le fazioni di Ouattara e di Gbagbo.

Nonostante la fase più grave della crisi politica in atto nel Paese si sia conclusa l’11 aprile scorso con l’arresto di Gbagbo, molti degli sfollati ospitati nel campo non sono ancora nelle condizioni per poter ritornare alle proprie case. La normalizzazione della situazione del Paese è ancora lontana da venire: oltre a temere la ripresa degli scontri, gli sfollati non sono in grado di far fronte autonomamente alle necessità vitali.

Due bambine sfollate preso la missione cattolica di Duékoué
Duékoué si trova nell’ovest della Costa d’Avorio
Nel campo, tra dicembre ed aprile, hanno trovato rifugio oltre 27.000 persone
Gli sfollati sono fuggiti dalle proprie case per trovare scampo dagli scontri tra le fazioni di Ouattara e di Gbagbo
La normalizzazione della situazione del Paese è ancora lontana da venire

Nonostante la fine degli scontri, molti degli sfollati non sono nelle condizioni per poter ritornare alle proprie case
Si teme la ripresa degli scontri
Gli sfollati non sono in grado di far fronte autonomamente alle necessità vitali
Alcuni rifugiati in una struttura della missione
Una neo mamma con il suo bambino

Una donna prepara da mangiare per la sua famiglia
Una bambina di quattro mesi tra gli sfollati
Un soldato marocchino dei caschi blu ONU di guardia all’ingresso della missione

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  • Martedì 31 Maggio 2011

Iran, c’era una volta il grande lago salato di Urmia

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  • Tags: Iran, lago, lago salato, reportage, siccità, Urmia
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Il lago Oroumieh

(AP Photo/Vahid Salemi)

Il destino del lago di Urmia, il terzo più grande lago di acqua salata del pianeta, è una preoccupazione quotidiana per gli abitanti della bella omonima cittadina di Urmia - capoluogo della Regione dell’Azerbaigian occidentale, circa 600 chilometri a nord-ovest della capitale iraniana Teheran - famosa per la convivenza pacifica tra azeri, curdi, armeni, assiri, musulmani e cristiani. Il grande e popolare lago, habitat naturale di fenicotteri, pellicani e gabbiani, si è rimpicciolito del 60 per cento e, secondo gli esperti, potrebbe scomparire del tutto nel giro di tre-cinque anni.

Il lago di Urmia è il terzo più grande lago salato del pianeta
Un uccello morto sul sale in riva al lago
Una famiglia iraniana in visita al lago
Pilastri di un molo abbandonato
Sale solidificato ai bordi del lago

Un’imbarcazione abbandonata
Un’imbarcazione abbandonata
Un’imbarcazione abbandonata
Un’imbarcazione abbandonata
Un’imbarcazione abbandonata

Una famiglia iraniana in visita al lago
Una famiglia iraniana in visita al lago
Una famiglia iraniana in visita al lago
Una famiglia iraniana in visita al lago
Un uccello morto sul sale in riva al lago


Il primo allarme sul restringimento del lago è arrivato alla fine degli anni ‘90, ma la mancanza di interventi per limitare i danni ha enormemente aggravato la situazione. Prosciugato da dieci anni di siccità, da errate politiche di irrigazione e dalla costruzione di 35 dighe (altre 10 sono in cantiere) lungo il corso dei fiumi che lo alimentano, oggi il lago - la cui saturazione del sale ha raggiunto i 350 milligrammi per litro (80 milligrammi nel 1970) - potrebbe andare incontro allo stesso destino del lago d’Aral, tra Kazakistan e Uzbekistan, che a causa delle deviazioni dei suoi fiumi immissari operate dall’Unione Sovietica negli anni ‘60 ha oggi dimensioni pari a un decimo di quelle originarie.

Una famiglia iraniana in visita al lago

Una famiglia iraniana in visita al lago (AP Photo/Vahid Salemi)

Il calo consistente del livello dell’acqua ha fortemente indebolito le attività turistiche della zona: svariati progetti alberghieri sono stati interrotti poiché gli investitori sono riluttanti a investirvi ancora. Al di là del turismo, la morte progressiva del lago salato minaccia anche l’agricoltura nelle zone nord-occidentali dell’Iran, perché talvolta le tempeste portano il sale fin lì. Molti agricoltori sono preoccupati per il futuro delle loro terre, che per secoli sono state famose per la produzione di e mele, uva, noci, mandorle, cipolle, patate, tisane aromatiche, caramelle e gustose paste per dolci.

Sale solidificato ai bordi del lago

Sale solidificato ai bordi del lago (AP Photo/Vahid Salemi)

In aprile, il governo iraniano ha preso un impegno per salvare il lago, con un programma che prevede di aumentare artificialmente le precipitazioni nella zona, di diminuire il consumo di acqua per gli impianti di irrigazione e di immettere nel lago acque di altra origine.

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  • Mercoledì 25 Maggio 2011

Rodrigo Abd, fotografo cantastorie a Bengasi

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  • Tags: Bengasi, Libia, reportage, Rodrigo Abd
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Un ragazzo salta dal lungomare sulla spiaggia  di Bengasi

Un ragazzo salta dal lungomare sulla spiaggia di Bengasi (AP Photo/Rodrigo Abd)

Tra i tanti fotoreporter che per le agenzie di stampa girano il globo raccontandoci con i loro scatti quel che accade nei suoi angoli più in subbuglio, uno tra i nostri preferiti è Rodrigo Abd.

Lo testimoniano le innumerevoli sue immagini che ogni settimana finiscono nella nostra galleria delle foto più belle e i diversi foto-reportage che abbiamo costruito con i suoi scatti, da Professione: becchino, a Guatemala City a Vita quotidiana nella periferia di Kabul a Vita da soldato a Kandahar.

Tre bambini sventolano dal finestrino di un auto delle bandierine libiche dell'era pre-Gheddafi

(AP Photo/Rodrigo Abd)

Una bambina contempla le onde sul lungomare di Bengasi

(AP Photo/Rodrigo Abd)

L’ultima volta lo abbiamo avvistato a marzo: era in Brasile, tra le bellezze esplosive scatenate nel sambodromo di Rio De Janeiro. Dall’inizio di maggio, invece, dispensa quotidianamente i suoi scatti dalla Libia, in particolare da Bengasi, la roccaforte degli insorti anti Gheddafi nell’est del Paese, sede del Consiglio nazionale transitorio.

Il leader anticolonialista Omar Mukhtar in un murale Salhen Obaidi

(AP Photo/Rodrigo Abd)

Vi proponiamo una selezione di queste sue più recenti fotografie: una serie di scatti che, ciascuno, ha la rara capacità di raccontare una storia attraverso la suggestione di un frammento, di uno sguardo. L’uno accanto all’altro, raccontano la vita quotidiana della città, le emozioni pubbliche e private dei suoi abitanti, la speranza e la paura di moltii libici: alcuni in profondo lutto per le perdite subite, altri rinvigoriti nello spirito dalla prospettiva di una nuova Libia libera e dalle speranze per il futuro, in un contesto di grande e prolungata incertezza.

Un ragazzo salta dal lungomare sulla spiaggia di Bengasi
Gheddafi come Adolf Hitler
Tre bambini sventolano dal finestrino di un’auto delle bandierine libiche dell’era pre-Gheddafi
Una bambina contempla le onde sul lungomare di Bengasi
La bandiera libica dell’era pre-Gheddafi dipinta su una serranda

Una famiglia sul lungomare di Bengasi
Un ribelle a un checkpoint di Ajdabiya
Dopo il funerale di un ribelle
La carcassa di un cammello lungo la strada tra Bengasi e Ajdabiya
Why Me sul lungomare di Bengasi

Una piazza di Bengasi dopo la preghiera del venerdì
L’uomo che fu il sarto di Gheddafi
Condomini incompiuti
Un murale raffigurante Gheddafi in una via di Bengasi
Giovani uomini leggono il Corano in una madrasa di Benghazi

Un tè al checkpoint
Il pieno alla macchina
Al checkpoint di Ajdabiya
Ali Ibrahim in posa al checkpoint di Ajdabiya
Tracce di una battaglia a fuoco sulla strada tra Bengasi e Ajdabiya

L’artista Salhen Obaidi, autore di molti murali comparsi per le strade di Bengasi
Un fantoccio raffigurante Gheddafi penzola impiccato durante una protesta
Pranzo comune dopo la preghiera in una madrasa
Una pistola di plastica nelle mani di un bambino

In preghiera al checkpoint
Donne in marcia durante una manifestazione anti-Gheddafi a Bengasi
Un fantoccio raffigurante Gheddafi penzola impiccato durante una protesta
Un uomo sventola la bandiera libica sul lungomare di Bengasi
Una donna piange il figlio ucciso dalle forze di Gheddafi


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  • Venerdì 20 Maggio 2011

Hokkaido, Giappone: l’inverno della fauna selvatica

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  • Tags: animali, fotografia, fotografia naturalistica, Giappone, Kimimasa Mayama, reportage
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Gru della Manciuria durante una bufera a Kushiro

Gru della Manciuria durante una bufera a Kushiro (Epa/Kimimasa Mayama

Il fotografo Kimimasa Mayama si è addentrato nella stagione invernale di gru della Manciuria e aquile di mare, immortalandole nel loro habitat naturale sull’isola giapponese di Hokkaido, a circa 800 km dalla prefettura di Fukushima, in un affascinante reportage di fotografia naturalistica realizzato prima del disastro causato dal terremoto di magnitudo 9.0 e dal successivo tsunami dell’11 marzo scorso. Sembra che il sisma non abbia comunque avuto effetti negativi sull’habitat di questi uccelli.

Gru della Manciuria durante una bufera a Kushiro
Una gru della Manciuria
Gru della Manciuria in lotta per il controllo del territorio
Una gru della Manciuria osserva il canto di un cigno selvatico
Scontro tra una gru della Manciuria e un’aquila di mare a coda bianca

Una volpe rossa del nord passa accanto a delle gru della Manciuria con una lasca in bocca
Uno stormo di Gru della Manciuria a riposo
Alla luce della luna che tramonta
Dormono posate sulle acque di un fiume
Aquile di mare di Steller

Un’aquila di mare di Steller atterra su un blocco di ghiaccio
Un’aquila di mare a coda bianca mentre afferra un pesce
Un aquila di mare di Steller in volo sul ghiaccio
Il canto di una coppia di gru della Manciuria che contende il territorio a un’altra coppia
Un aquila di mare di Steller in procinto di atterrare sul ghiaccio

Gru della Manciuria dormono appollaiate sulle acque del fiume
Aquile di mare di Steller e aquile dalla coda bianca su un lago ghiacciato, mentre sullo sfondo passano dei cervi yezo (o Hokkaido)
Combattimento tra un’aquila di mare Steller adulta e una giovane
Lotta per il cibo tra una gru della Manciuria e un’aquila dalla coda bianca
Gru della Manciuria si preparano a dormire sulle acque del fiume

Canto prima della lotta tra due gru della Manciuria
Atterraggio di un’aquila di mare Steller
Gru della Manciuria sorvolano il fiume al mattino
Aquile di mare Steller si contendono del pesce gettato loro da un pescatore
Un’aquila dalla coda bianca afferra un pesce

Gru della Manciuria in volo al tramonto
Gru della Manciuria durante una bufera
Un aquila di mare di Steller in volo sul ghiaccio
Il porto di Rausu innevato
Un’aquila di mare di Steller appollaiata su un ramo al tramonto


Le gru della Manciuria (Grus japonensis) svernano su un fiume che non ghiaccia, per proteggersi dai loro nemici naturali come volpi, donnole, corvi o aquile di mare. La loro popolazione è stimata tra i 2.000 e i 2.500 esemplari. Il loro habitat naturale si trova nel nord del Giappone, nella Cina nord-orientale, in Mongolia, nella penisola coreana e nella Russia orientale. La popolazione presente sull’isola di Hokkaido, nel nord del Giappone, è stimata in circa 1.200 uccelli.

Alla luce della luna che tramonta

Gru della Manciuria alla luce della luna che tramonta (Epa/Kimimasa Mayama)

L’aquila di mare di Steller - dal nome del naturalista tedesco Georg Wilhelm Steller - e l’aquila dalla coda bianca sono specie protette, riconosciute come Tesoro nazionale in Giappone.

Aquile di mare di Steller

Aquile di mare di Steller (Epa/Kimimasa Mayama)

L’aquila di mare di Steller (Haliaeetus pelagicus) vive nel nord-est della Russia, nella penisola di Kamchatka e nella zona costiera del Mare di Okhotsk, mentre durante l’inverno si sposta verso sud. In tutto il mondo si stima ne esistano tra i 5mila e i 7mila esemplari in tutto il mondo. Circa 2.000 di loro svernano nel nord del Giappone.

Un'aquila di mare a coda bianca mentre afferra un pesce

Un'aquila dalla coda bianca afferra un pesce (Epa/Kimimasa Mayama)

L’aquila dalla coda bianca (Haliaeetus albicilla) vive in una zona più ampia: nel nord europeo, dalla penisola nord-orientale russa di Kamchatka alla Norvegia, e nel nord dell’Asia. La popolazione di questa specie è stimata tra i 5mila e gli 8mila esemplari.

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  • Venerdì 6 Maggio 2011

Spagna, la mattanza dei tonni

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  • Tags: Emilio Morenatti, pesca, reportage, Spagna
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Pesca tonno Barbate

(AP Photo/Emilio Morenatti)

In queste foto di Emilio Morenatti per Associated Press, ecco l’apertura della stagione della pesca del tonno al largo della costa di Barbate (Cadice), nel sud della Spagna, lo scorso 27 aprile. I tonni vengono catturati con il metodo di pesca tradizionale della tonnare (chiamato Almadraba in spagnolo), usato dai pescatori della costa spagnola nelle zone andaluse vicino allo Stretto di Gibilterra, e tramandato fin dai tempi dei Fenici.

Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno

Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno

Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno
Al via la stagione della pesca del tonno

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  • Lunedì 2 Maggio 2011

Costa d’Avorio: foto dalla guerra civile, tra le truppe leali a Ouattarà

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  • Tags: Africa, guerra civile, Laurent Gbagbo, Rebecca Blackwell, reportage
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(AP Photo/Rebecca Blackwell)

Dopo le contestate elezioni dello scorso novembre, che avrebbero dovuto rilanciare la sicurezza e la stabilità nel Paese, la Costa d’Avorio è invece piombata nel caos della guerra civile: negli ultimi quattro mesi (a seguire, la cronologia dei principali avvenimenti) è andata consumandosi la lotta fra il presidente uscente Laurent Gbagbo e il suo sfidante Alassane Ouattarà.

La fotoreporter Rebecca Blackwell ha trascorso gli ultimi giorni insieme alle truppe leali a Ouattarà, immortalandone i movimenti e la vita quotidiana presso la base militare allestita presso il principale checkpoint di ingresso all’ex capitale Abidjan, dove si trova il bunker in cui si è asserragliato l’ex presidente Gbagbo.

Soldati fedeli ad Alassane Ouattara occupano un’area nei dintorni di Youpougon
Una donna passa accanto a un gruppo di soldati fedeli a Ouattara
Soldati leali a Ouattarà presso un checkpoint all’ingresso della ex capitale
Il corpo di un soldato fedele a Ouattara giace a terra
Il soldato Issiaka Diakhite, 26 anni

Soldati leali a Ouattarà presso un checkpoint all’ingresso della ex capitale
Capre e soldati lungo una strada fuori Abidjan
I corpi di alcuni uomini accusati di appartenere alle milizie di Gbagbo giacciono lungo la strada
Un soldato leale a Ouattara cammina vicino al cadavere di un miliziano pro Gbagbo
Munizioni al collo di un soldato pro Ouattarà

Un gruppo di soldati fedeli a Ouattarà
Soldati di ritorno al campo base, presso il checkpoint
Una maschera antigas sul volto di un soldato leale a Ouattarà
Soldati fedeli a Ouattarà pronti alla battaglia
Soldati fedeli a Ouattarà pronti alla battaglia

Prigionieri delle forze leali a Ouattarà in una stazione di rifornimento
Prigionieri delle forze leali a Ouattarà in una stazione di rifornimento
Prigionieri delle forze leali a Ouattarà
Prigionieri delle forze leali a Ouattarà
Prigionieri delle forze leali a Ouattarà

Un uomo reclama la sua innocenza
Tre donne della zona passano nei pressi del checkpoint
Il corpo di un civile ferito dalla truppe di Gbagbo
Militari nel mercato deserto
Soldati pronti alla battaglia


Questi gli avvenimenti principali che hanno scosso la Costa d’Avorio negli ultimi mesi.

NOVEMBRE 2010
28. Ballottaggio alle elezioni presidenziali tra il capo di Stato uscente, Laurent Gbagbo, e l’ex primo ministro, Alassane Ouattara. I due si accusano reciprocamente di aver impedito agli elettori di andare a votare in alcune regioni.

DICEMBRE 2010
2. La Commissione elettorale indipendente annuncia la vittoria di Ouattara (54,1%); il risultato è però respinto dal Consiglio costituzionale, vicino a Gbagbo.
3. Gbagbo è proclamato vincitore (51,45%) dal Consiglio costituzionale. Il segretario generale del’Onu riconosce la vittoria di Ouattara. L’Unione europea, la Francia e gli Stati Uniti si congratulano con Ouattara e chiedono a Gbagbo di accettare il risultato.
4. Gbagbo proclamato presidente. Ouattara presta giuramento “in qualità di presidente” e conferma Guillaume Soro come primo ministro. Gbagbo, invece, nomina Gilbert Aké N’Gbo.
7. L’Ecowas ( la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) sospende la Costa d’Avorio e chiede a Gbagbo di “consegnare il potere”, seguita il 9 dall’Unione africana.
16. Marcia dei sostenitori di Ouattara verso la televisione di Stato repressa nel sangue dalle truppe leali a Gbagbo. Il Golf Hotel, quartier generale di Ouattara, viene isolato dai militari.
Costa d’Avorio: decine di morti e feriti
18. Gbagbo esige la partenza della missione dell’Onu (Unoci) e della forza francese Licorne.
Costa d’Avorio: Gbagbo mostra i muscoli, l’Onu alza la voce
24. L’Ecowas minaccia di usare la forza per cacciare Gbagbo.
Costa d’Avorio sull’orlo della guerra civile

GENNAIO 2011
Costa d’Avorio, oggi l’atto finale della diplomazia?
6. Gli Stati Uniti bloccano i beni di Gbagbo.
14. Ouattara fa appello al ricorso della forza.
L’ANALISI Costa d’Avorio in stallo. Quali gli scenari possibili?
18. L’Ecowas denuncia “i ripetuti atti d’aggressione contro le sue pattuglie”
19. L’Onu vota l’invio di un ulteriore contingente di 2.000 uomini e chiede di togliere il blocco al quartier generale di Ouattara.
28. L’Unione africana decide di creare un comitato formato da alcuni Capi di Stato sulla crisi ivoriana

FEBBRAIO 2011
2. L’Unione europea estende le sanzioni contro Gbagbo.
Costa d’Avorio: la crisi continua, l’economia annaspa, gli intellettuali si schierano
16. La Borsa di Abidjan sospende le sue attività
17. Gbagbo annuncia la nazionalizzazione delle filiali delle banche francesi Bnp Paribas e Societé Generale, chiuse dopo la destabilizzazione del sistema bancario
19. Nuove rivolte scoppiano ad Abidjan
21. Quattro presidenti del comitato dell’Unione africana - Jacob Zuma (Sudafrica), Idriss Deby Itno (Ciad), Mohamed Ould Abdel Aziz (Mauritania) et Jikaya Kikwete (Tanzania) incontrano Gbagbo e Ouattara, all’indomani di una riunione in Mauritania.
22. Combattimenti tra forze pro-Gbagbo e oppositori nel quartiere di Abobo, ad Abidjan, feudo di Ouattara. Prolungato il divieto all’esportazione di cacao da Ouattara.
25. Le violenze scoppiano anche nella capitale Yamoussoukro. Gli ex ribelli, alleati di Ouattara, si scontrano nell’ovest con le forze leali a Gbagbo.

MARZO 2011
1. L’Unione africana si dà un mese in più per tentare di risolvere la crisi.
2. La filiale della banca francese Bnp Paribas, “nazionalizzata” da Gbagbo, riapre al pubblico.
Costa d’Avorio, la repubblica del golf
3. Cinquanta persona uccise nelle violenze nel corso di una settimana, di cui 26 ad Abobo; in tutto, secondo l’Unoci, sono morte 365 persone da metà dicembre. Almeno sei donne sarebbero state uccise a colpi di arma da fuoco ad Abobo da forze leali a Gbagbo. Gli Stati Uniti denunciano “il fallimento morale” del presidente illegittimo. L’Onu teme una nuova “guerra civile”.
4. L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) sospende le sue operazioni nell’ovest della Costa d’Avorio, a causa del peggioramento della situazione nel Paese.
Costa d’Avorio e la guerra civile. Che cosa fanno Onu e Ua?
7. Gbagbo stabilisce per decreto l’assunzione del controllo da parte dello Stato dell’acquisto e dell’esportazione del cacao.
10. L’Unione africana conferma la vittoria di Ouattara alle presidenziali.
Costa d’Avorio: “cacao amaro” per Ouattara
28. Le forze di Ouattara danno il via a una vasta offensiva nel sud del Paese. In quattro giorni prendono il controllo di quasi tutta la Costa d’Avorio, fatta eccezione per Abidjan, capitale economica e feudo di Gbagbo.
31. Le forze di Ouattara entrano ad Abidjan e si scontrano con le truppe di Gbagbo. Le forze dell’Onuci, la missione dell’Onu in Costa d’Avorio, prendono il controllo dell’aeroporto.
Costa d’Avorio: Ouattara avanza. E Gbagbo prepara la guerra

APRILE 2011
1. L’entourage del presidente uscente afferma di aver respinto l’offensiva delle truppe di Ouattara contro il palazzo presidenziale e la residenza di Gbagbo, che dichiara di non avere intenzione di “abdicare”.
2. Prosegue la battaglia ad Abidjan; intanto, arrivano notizie di centinaia di vittime nell’ovest, causate dalle forze fedeli a entrambi i contendenti.
3. La missione Licorne prende il controllo dell’aeroporto di Abidjan.
4. L’Onu e la Francia attaccano le ultime roccaforti di Gbagbo ad Abidjan, colpendo le basi militari e le armi pesanti presenti nella residenza e nel Palazzo presidenziali.
Costa d’Avorio: massacro a Duekoue, 800 morti. Onu in fuga
5. Le forze di Ouattara attaccano la residenza di Gbagbo. Il suo capo dello Stato maggiore afferma di aver chiesto un cessate il fuoco. Falliscono i negoziato sulla resa di Gbagbo.
6. Le forze de Ouattara lanciano l’attacco contro il bunker di Abidjan dove si trova Gbagbo. Nuove sanzioni dell’Ue contro Gbagbo. Il procuratore della Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) si dice pronto ad avviare un inchiesta sui “massacri diffjusi o sistematici” compiuti nel Paese.

(TMNews)

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  • Giovedì 7 Aprile 2011

Viaggio fotografico nella Tunisia della rivoluzione e dei barconi

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  • Tags: Emilio Morenatti, reportage, Tunisia
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Un uomo cammina al porto di Sfax

Un uomo cammina al porto di Sfax (AP Photo/Emilio Morenatti)

Attraverso le foto dello spagnolo Emilio Morenatti, fotogiornalista per Associated Press, ecco un viaggio nella Tunisia che ha dato il via alle attuali rivolte nel Nord Africa e nel Medio Oriente, quella stessa Tunisia da dove in questi giorni provengono senza sosta barconi di speranza, con meta Lampedusa, carichi di immigrati in cerca di fortuna in Italia e in Europa.
Dopo il rovesciamento del potere del loro presidente autocratico Zine el-Abidine Ben Ali, dopo 23 anni di governo, il 14 gennaio scorso, i tunisini hanno avviato una difficile transizione verso la democrazia.

Passanti visti attraverso il vetro rotto di un bar di Tunisi
Un uomo si fa tagliare i capelli a Douz
La reazione di manifestanti durante una protesta a Tunisi
Una donna fa l’elemosina al centro della strada a Tunisi
Un ufficiale fa la guardia dal suo veicolo militare mentre gli uomini pregano in una strada di Tunisi

Un uomo cammina al porto di Sfax
Un calzolaio lavora nel suo negozio davanti ai poster del vecchio presidente tunisino Habib Bourguiba e dell’ex presidente dell’Iraq
Una donna guarda i vestiti di un negozio a Sfax
Sul muro un vecchio poster con la faccia parzialmente rimossa dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali
Ragazzini giocano a calcio nel centro di Tunisi


In questo piccolo paese di 10,5 milioni di persone molti hanno a cuore la loro nuova libertà e sono orgogliosi di aver ispirato le rivolte pro-democrazia nelle altre parti del mondo arabo. Ma avvertono anche preoccupazione per il futuro. Il malcontento è alto perché i problemi di fondo del paese, l’alto tasso di disoccupazione e la corruzione profondamente radicata, possono richiedere anni per essere risolti. Eppure molti sperano in un nuovo inizio dopo le elezioni per la nuova Assemblea Costituente, fissate per il 24 luglio.

Una donna fa l'elemosina al centro della strada a Tunisi

Una donna fa l'elemosina al centro della strada a Tunisi (AP Photo/Emilio Morenatti)

  • redazione
  • Martedì 5 Aprile 2011

Giappone, alla ricerca di 15mila dispersi

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  • Tags: catastrofi naturali, Giappone, reportage, terremoto
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(AP Photo/Kyodo News)

(AP Photo/Kyodo News)

A circa 3 settimane dal sisma/tsunami che l’11 marzo ha colpito il Giappone, continua a salire il bilancio delle vittime: sono 12.157 i morti accertati e 15.496 i dispersi, secondo l’ultimo bilancio della polizia.

Continuano le operazioni di ricerca dei corpi dei dispersi, che nei giorni scorsi si sono concentrate nell’area di Ishinomaki, tra le città più colpite della prefettura di Miyagi. Oltre a uomini della polizia, della guardia costiera e vigili del fuoco giapponesi, sono stati dispiegati nella ricerca 18.000 militari nipponici e 7.000 statunitensi.

TERREMOTO E TSUNAMI IN GIAPPONE: VIDEO, IMMAGINI e CRONISTORIA

Soldati giapponesi alla ricerca di corpi nel fiume
Vigili del fuoco alla ricerca dei corpi dei dispersi
Una donna prega là dove si trovava la casa dei suoi genitori dispersi
L’esercito alla ricerca dei dispersi
Soldati giappones alla ricerca di corpi nel fiume

Una bambola tra gli oggetti recuperati durante le ricerche
Ricerche subacquee
Ricerche subacquee
L’esercito alla ricerca dei dispersi a Ishinomaki
Un monaco buddhista in preghiera, mentre nevica sulla città distrutta

Un’anziana consulta la lista dei rifugiati in un centro di evacuazione
Un buddha ritrovato nella sua posizione originaria
La devastazione a Ofunato
Ricerche degli studenti dispersi là dove sorgeva una scuola
Marines USA impegnati nelle operazioni in preghiera per le vittime

Tra le macerie di Natori
Una donna tra le macerie di Onagawa
Una bambola in mezzo alle macerie
Tra le macerie di Ishinomaki
Una donna legge i messaggi sui dispersi a Natori


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  • Lunedì 4 Aprile 2011

Salton, il lago morto della California

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  • Tags: California, inquinamento, Jim Lo Scalzo, lago, reportage, Salton, USA
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Moria di tilapie nel lago Salton

Moria di tilapie nel lago Salton (Epa/Jim Lo Scalzo)

Dopo essere stato per lungo tempo una importante meta turistica nel cuore del deserto della California meridionale, oggi il Lago Salton è uno dei luoghi più inquinati degli Stati Uniti.

Questo lago salato nacque accidentalmente oltre un secolo fa, nel 1905, in seguito all’ostruirsi dei canali di irrigazione realizzati per condurre le acque del fiume Colorado nella vicina area agricola dell’Imperial Valley: per circa un anno e mezzo, quasi l’intero volume d’acqua del grande fiume si riversò nella pianura preesistente, inondando una superficie di quasi 1000 chilometri quadrati, a 65 m sotto il livello del mare.

Moria di tilapie nel lago Salton
Una quercia morta presso Niland, a sud del lago
Le carcasse di quelli che furono edifici turistici
La luna piena riflessa sul lago
Un edificio abbandonato a Salton City

Pesci morti
Abbandono
L’alba sul lago
Tronchi di palme
Edifici abbandonati

I resti di una tenda gigante
Un’area abbandonata intorno al lago
Una roulotte abbandonata
Una strada non terminata di Salton City
Palme secche attraverso la finestra di un edificio abbandonato

Un caravan corroso dal sale
Case abbandonate presso Bombay Beach
Palme morenti intorno al lago
Salvation Mountain, un progetto dell’artista Leonard Knight
The end


In breve tempo il lago, alimentato da acque di scolo agricolo, divenne un ambiente ideale per svariate specie di pesci e uccelli acquatici e lungo le sue rive spuntarono case, strutture balneari e ricreative - tra cui un prestigioso yacht club - e zone protette per l’osservazione degli uccelli acquatici: una vera e propria località di villeggiatura, frequentata anche da persone ricche e famose. A causa della salinità dei terreni sommersi, del clima particolarmente torrido e dell’assenza di emissari, le sue acque divennero via via più salate, tanto che vi si introdussero con successo specie ittiche marine.

Una quercia morta presso Niland, a sud del lago

Una quercia morta presso Niland, a sud del lago (Epa/Jim Lo Scalzo)

L’uragano Kathleen del 1976 e le piogge eccezionali dei sette anni successivi causarono un aumento rilevante del livello lago: i terreni coltivabili e le infrastrutture all’intorno vennero sommersi, i progetti turistici abbandonati. Al contempo, aumentarono significativamente gli scarichi agricoli e industriali depositati nel lago e le acque di questo “mar morto” californiano divennero via via sempre più tossiche. A partire dagli anni ‘80, i prodotti chimici e i pesticidi agricoli riversati nelle sue acque e la loro salinità crescente hanno determinato la progressiva moria della popolazione di pesci ed uccelli.

Di conseguenza, le attività turistiche e ricreative sviluppatesi all’intorno sono fallite e il lago è stato totalmente abbandonato. Secondo le autorità californiane, senza l’investimento di cospicue risorse economiche, il lago Salton - uno dei peggiori disastri ecologici degli Stati Uniti - potrebbe ridursi di un ulteriore 60 per cento nei prossimi 20 anni, esponendo il suolo contaminato da arsenico e altre sostanze chimiche cancerogene ai forti venti locali, che diffonderanno le sostanze inquinanti nell’aria, causando un ulteriore disastro ambientale.

The end

Una strada mai terminata presso il lago (Epa/Jim Lo Scalzo)

Come mostrano queste fotografie di Jim Lo Scalzo per EPA, oggi restano solamente gli scheletri ormai incrostati dal sale delle ex strutture turistiche, acqua stagnante colma di pesci e uccelli morti e una distesa di polvere bianca che ha l’apparenza della sabbia, ma è in realtà l’insieme dei resti di animali bruciati dal sole.

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  • Giovedì 24 Marzo 2011

Professione riciclatori: vita in discarica a Rio de Janeiro

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  • Tags: Brasile, Felipe Dana, reportage, riciclo, rifiuti, Rio de Janeiro
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Waste Land

(AP Photo/Felipe Dana)

La loro vita nella più grande discarica a cielo aperto del mondo è stata raccontata da Waste Land (Terra desolata), il documentario di Lucy Walker, premiato al Sundance Film Festival 2010 e al Festival di Berlino ed ora candidato all’Oscar. Sono i catadores del Jardim Gramacho di Rio de Janeiro, che si guadagnano da vivere raccogliendo tra i rifiuti il materiale riciclabile, per poi rivenderlo.

Il fotografo Felipe Dana si  è addentrato in questa discarica della ex capitale brasiliana per raccontarci la loro quotidianità con i suoi scatti…

I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho

I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho

I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
I catadores del Jardim Gramacho
L’artista brasiliano Vik Muniz


Waste Land racconta il progetto dell’artista Vik Muniz che, per due anni, ha vissuto insieme ai “riciclatori” ed ha realizzato delle grandi opere che li ritraggono, utilizzando il materiale di riciclo proveniente dalla discarica. Le opere di Muniz sono state poi vendute e i 300.000 dollari ricavati dal progetto sono stati donati all’associazione che riunisce questi operai, in vista della chiusura del Jardim Gramacho, che sarà trasformatain un impianto di biogas.

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  • Giovedì 24 Febbraio 2011

Vita in miniera a Bokapahari, India

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  • Tags: carbone, India, Kevin Frayer, reportage
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Bokapahari India

(AP Photo/Kevin Frayer)

Questo reportage del fotografo Kevin Frayer ci conduce nella vita quotidiana del villaggio di Bokapahari, nello stato indiano orientale di Jharkhand. L’economia della comunità che vive in questa zona rurale dell’India gira intorno alle miniere di carbone a cielo aperto che si trovano nei pressi del villaggio, dove adulti e bambini lavorano illegalmente, guadagnando circa 2 dollari al giorno.

Una giovane donna inciampa mentre cerca di trasportare un grande cesto di carbone
Ceste di carbone sulla testa
Danze di una bambina
Una madre con il figlio presso la miniera
Attraverso i campi

Giovani minatori
Una donna al lavoro
Cani randagi
Un gruppo di minatori si riscalda intorno a un falò di carbone

Trasporto del carbone
Un minatore al centro della miniera a cielo aperto
Un uomo al lavoro
Bambini al lavoro
Intorno alle braci


Il grande contrasto tra la vecchia e la nuova India è qui più vivo che mai: mentre il Paese si fa sempre più borghese e ricco di comfort, questi contadinirischiano ogni giorno la vita scavando illegalmente il carbone per pochi dollari e affrontando quotidianamente grossi rischi per la proprie incolumità e la propria salute.

Altri REPORTAGE di Kevin Frayer su Panorama.it

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  • Lunedì 14 Febbraio 2011

Egitto, fotocronaca di una rivoluzione

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  • Tags: Egitto, Egitto-rivoluzione, Hosni Mubarak, reportage
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1 febbraio

(Ap Photo/Emilio Morenatti)

Dopo la Tunisia, anche l’Egitto si è sollevato contro il suo governo. La piazza insorge contro il presidente Hosni Mubarak, ormai senza remore definito “il dittatore”, responsabile della miseria dei cittadini, chiedendo libertà e democrazia.
Alta tensione per le strade egiziane e soprattutto al centro del Cairo, con manifestanti anti-governativi che sfidano il regime, tra scontri, rabbia, sangue. Oggi il Paese ha organizzato la “marcia del milione“, riempiendo le strade della capitale, di Alessandria e delle altre città egiziane.
Ripercorriamo questi giorni caldi in una fotocronaca della rivoluzione, e attraverso le analisi e i racconti dei nostri cronisti.

25 gennaio
25 gennaio
25 gennaio
25 gennaio
25 gennaio

25 gennaio
25 gennaio
26 gennaio
26 gennaio
27 gennaio

27 gennaio
27 gennaio
28 gennaio
28 gennaio
28 gennaio

28 gennaio
28 gennaio
28 gennaio
29 gennaio
29 gennaio

29 gennaio
29 gennaio
30 gennaio
30 gennaio
30 gennaio

31 gennaio
31 gennaio
31 gennaio
31 gennaio
31 gennaio

31 gennaio
31 gennaio
31 gennaio
1 febbraio
1 febbraio

1 febbraio
1 febbraio
1 febbraio
1 febbraio
1 febbraio


ANALISI E CRONACHE:
1 febbraio
L’Egitto in rivolta: il racconto in diretta del nostro inviato
Cairo: dalla manifestazione l’ultimatum di elBaradei a Mubarak
Egitto, oggi un milione in piazza e l’esercito si schiera con loro

31 gennaio
Egitto, in piazza finché Mubarak non avrà lasciato il Paese
Egitto: la rivoluzione corre anche su Twitter
Egitto, i volti della rivoluzione
Obama ha (quasi) dato il benservito a Mubarak. Ma non sa ancora cosa fare con l’Egitto - L’ANALISI
Egitto: la posta in gioco (strategica) per l’Occidente - L’ANALISI

28 gennaio
Egitto, il giorno della paura
Egitto in fiamme, tre morti, EL Baradei agli arresti domiciliari

27 gennaio
ElBaradei può salvare l’Egitto? -L’ANALISI
Ancora caos in Egitto: altri due morti e domani nuove manifestazioni

26 gennaio
E dopo l’incendio di Tunisi, e la caduta di Ben Ali, attenti alle scintille del Cairo

25 gennaio

(Epa/Ahmed Youssef)

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  • Martedì 1 Febbraio 2011

Sorvolando Marjah: foto aeree dall’Afghanistan

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  • Tags: Afghanistan, foto-afghanistan, fotografia aerea, Kevin Frayer, Marjah, reportage, vita militare
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Un pastore con la sue pecore

(AP Photo/Kevin Frayer)

A bordo di un elicottero militare di pronto soccorso della Task Force ombra statunitense Dust Off, il fotografo Kevin Frayer ha sorvolato le zone circostanti la città di Marjah, nell’instabile provincia di Helmand dell’Afghanistan meridionale, catturando queste immagini aeree di grande fascino: mandrie di pecore e cammelli, uomini tra i campi, convogli militari nel deserto, un campo di calcio, un cimitero, scorci del fiume Helmand e della sua vallata…

Un pastore con la sue pecore
Una manifattura di mattoni
Un ragazzo afghano tra i campi
Un campo di calcio
Un gruppo di cammelli condotto attraverso il deserto

Il fiume Helmand
Un cimitero
La città di Mariah
Degli uomini attraversano i campi agricoli con un risciò
Un gruppo di cammelli

Uno scorcio della Valle del fiume Helmand
Un veicolo afghano in movimento nel deserto
L’ombra dell’elicottero
Un convoglio di rifornimento della NATO attraversa una zona desertica
Uno scorcio della Valle del fiume Helmand

Una mandria di cammelli
Del fumo segnala la zona per l’atterraggio
Alcuni marine raccolti intorno a un collega ferito dall’esplosione di un ordigno improvvisato

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  • Venerdì 28 Gennaio 2011

Islam, la Festa del sacrificio (o dello sgozzamento)

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  • Tags: Eid-al-Adha, festa del sacrificio, islam, religioni, reportage
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Baku, Azerbaijan

Baku, Azerbaijan (AP Photo/Manoocher Deghati)

Due mesi e dieci giorni dopo la festa di fine Ramadan, nel mese lunare islamico di Dhul-Hijjah, durante il quale i fedeli assolvono l’obbligo del pellegrinaggio canonico alla Mecca, tutto il mondo musulmano celebra Eid-al-Adha, la ”Festa del sacrificio” (o “dello sgozzamento”), conosciuta anche come ”Festa Grande”.

Baku, Azerbaijan
Hyderabad, India
Rafah, Striscia di Gaza
Taguig, Filippine
Islamabad, Pakistan

Gaza
Sanaa, Yemen
Taguig, Filippine
Islamabad, Pakistan
Aram, Cisgiordania

Taguig, Filippine
Minsk, Bielorussia
Baghdad, Iraq
Damasco, Siria | Hebron, Cisgiordania
Kabul, Afghanistan

Rafah, Striscia di Gaza | Aram, Cisgiordania
Jenin, Cisgiordania
Lahore, Pakistan
Suk Qiuma, Tripoli, Libia
Chaman, al confine tra Pakistan e Afghanistan

Sanaa, Yemen
Peshawar, Pakistan
Mercato di Kerdasa, Giza, Egitto
Sanaa, Yemen
Islamabad, Pakistan


A rivivere durante questa festa è la storia sacra del profeta Abramo che, chiamato da Dio a sacrificare il figlio, è pronto ad esaudire la sua richiesta per dar prova della sua totale sottomissione al volere divino e, quindi, della sua fede. Avuta prova della fede di Abramo, Dio indica ad Abramo un ariete da sacrificare al posto del figlio.

Hyderabad, India

Hyderabad, India (AP Photo/Mahesh Kumar A.)

Secondo la sharia, l’animale (pecore, capre, bovini o cammelli) deve essere adulto e fisicamente integro e deve essere ucciso da un uomo adulto non impuro. Mediante lo sgozzamento, con la recisione della giugulare, si permette al sangue - considerato impuro, è proibito mangiarne - di defluire. Parte della carne viene mangiata subito, un’altra parte viene conservata e una terza parte viene distribuita tra i poveri.

Islamabad, Pakistan

Islamabad, Pakistan (AP Photo/Anjum Naveed)

Da un punto di vista strettamente religioso, la festa simbolizza l’immolazione dell’anima del fedele a Dio e la sua integrale sottomissione alla sua volontà. Quelli della festa del sacrificio, però, devono essere  ”giorni della letizia”: diversamente da quanto avviene durante altre festività religiose, una norma islamica vieta in qualsiasi tipo di ascesi e di digiuno durante i giorni della festa. I musulmani indossano in questo giorno i loro abiti migliori, partecipano a preghiere collettive sono soliti visitare gli amici, portando loro gli auguri e dei doni.

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  • Martedì 16 Novembre 2010

Cirebo, Indonesia: l’arte antica del batik

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  • Tags: Adi Weda, artigianato, batik, Cirebo, indonesia, reportage
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Una stoffa stesa ad asciugare

(Epa/Adi Weda)

Il batik è una tecnica usata per colorare a mano i tessuti particolarmente diffusa in Indonesia. Mediante la copertura delle zone che non si vogliono tinte, tramite cera o altri materiali impermeabilizzanti, i tessuti vengono decorati “a riserva”. Secondo quanto riferisce Wikipedia, fu introdotto in Indonesia nel V secolo da mercanti provenienti da Ceylon e dal sud dell’India, per diffondersi maggiormente all’inizio del XIX secolo.

INDONESIA FEATURE PACKAGE BATIK MAKERS

(Epa/Adi Weda)

In questa gallery, gli scatti del fotografo Adi Weda per l’agenzia EPA all’interno di una manifattura di Cirebo, sull’isola di Giava, in Indonesia, dove i tessuti vengono colorati con questa tecnica, secondo i metodi tradizionale. Cirebon è stato un sultanato indipendente fino all’inizio del dominio coloniale olandese nella regione, il cui sviluppo ha portato ad un aumento degli scambi commerciali con altre aree del mondo e, successivamente, ad attrarre imprenditori cinesi, che hanno lasciato il segno nello sviluppo delle tecniche di realizzazione del batik.

Il batik è una tecnica usata per colorare a mano i tessuti particolarmente diffusa in Indonesia
Mediante la copertura delle zone che non si vogliono tinte, tramite cera o altri materiali impermeabilizzanti, i tessuti vengono decorati “a riserva”
Il batik fu introdotto in Indonesia nel V secolo da mercanti provenienti da Ceylon e dal sud dell’India
La storia di quest’arte decorativa è strettamente legata allo sviluppo della vita sociale, economica, religiosa sull’isola
Inizialmente riservato alle donne nobili, da privilegio aristocratico divenne costume nazionale, diffuso in tutto l’arcipelago indonesiano

Una stoffa stesa ad asciugare
Il batik Diventa il linguaggio attraverso cui si esprime la filosofia giavanese, fortemente simbolica, che ispira tutta la vita anche nei più piccoli particolari
Il batik Viene usato come mezzo di comunicazione, negli abiti con disegni, colori e fogge specifiche per ogni uso, classe o rango
I tessuti batik sono presenti, con forti valenze simboliche, nei riti e nei momenti salienti della vita del Paese
Un gruppo di donne al lavoro

Decorazioni speciali vengono preparate per il matrimonio, la circoncisione, la malattia, la procreazione…
Stoffe decorate stese ad asciugare a Cirebon

La storia di quest’arte decorativa è “strettamente legata allo sviluppo della vita sociale, economica, religiosa sull’isola. Inizialmente riservato alle donne nobili, da privilegio aristocratico divenne costume nazionale, diffuso in tutto l’arcipelago indonesiano”.

Stoffe decorate stese ad asciugare a Cirebon

(Epa/Adi Weda)

“Diventa il linguaggio attraverso cui si esprime la filosofia giavanese, fortemente simbolica, che ispira tutta la vita anche nei più piccoli particolari. Viene usato come mezzo di comunicazione, negli abiti con disegni, colori e fogge specifiche per ogni uso, classe o rango. I tessuti batik sono presenti, con forti valenze simboliche, nei riti e nei momenti salienti come: il matrimonio, la circoncisione, la malattia, la procreazione”.

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  • Lunedì 15 Novembre 2010

Reportage: la Birmania offesa di Aung San Suu Kyi

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  • Tags: Aung San Suu Kyi, Birmania, reportage
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Giovani monaci buddhisti nel campo di Mae Sot

Giovani monaci buddhisti nel campo di Mae Sot (Epa/Rungroj Yongrit)

Era il risultato programmato dal regime fin dall’inizio della ‘road map verso la democrazia’. Il nuovo Parlamento birmano sarà dominato dai fedelissimi dell’attuale giunta militare, dopo che il partito Usdp ha conquistato “circa l’80 per cento dei voti” nelle elezioni di domenica e la galassia dell’opposizione ha raccolto solo le briciole, strappando almeno una minima rappresentanza in un voto viziato da ampi brogli, e che divide la comunità internazionale: “rubato” per gli Usa, “riuscito e pacifico” per la Cina e altri Paesi asiatici.

Myanmar: dopo le elezioni, nulla è cambiato di Claudia Astarita

Birmania, i militari vincono e scatta l’esodo di massa di Anna Mazzone

Due momenti della campagna elettorale del USDP, il partito di regime
Il parlamento birmano nella capitale Naypyitaw
Il dittatore Than Shwe al voto
Un monaco legge il giornale a Yangon, all’indomani delle elezioni
Un gruppo di monaci per le strade di Bago, nel giorno della elezioni

Monaci al tempio di Amarapura. Nel 2007 300mila persone guidate dai monaci sfilarono contro il regime
I due maggiori partiti democratici d’opposizione hanno ammesso la sconfitta nelle elezioni di 2 giorni fa in Birmania, accusando il partito espressione della giunta militare al governo di aver manipolato i risultati
Le operazioni di spoglio in un seggio della capitale Naypyitaw
Un posto di blocco a Naypyitaw, nel giorno delle elezioni
Kim Aris, il figlio più giovane della leader nonviolenta Aung San Suu Kyi

Una protesta a Tokyo, davanti all’ambasciata birmana
Una donna in preghiera a Bago, nel giorno delle prime elezioni degli ultimi 20 anni
Due momenti della campagna elettorale del USDP, il partito di regime
Monaci di ritorno in Birmania, accompagnata dalla polizia thailandese
Lo sguardo di un bambino rifugiato nella base della polizia thailandese di frontiera a Mae Sot

Truppe governative durante gli scontri con i ribelli Karen nella località thailandese di confine a Mae Sot
Nel campo di accoglienza allestito a Mae So, Thailandia
Dalla Birmania alla Thailandia, attraverso il fiume Moei
Di ritorno a Myawaddi: lo sbarco
Giovani monaci buddhisti nel campo di Mae Sot

Perentorio il messaggio di condanna delle “elezioni farsa” da parte del presidente statunitense Barack Obama e del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon
Una bimba su un carro che riporta degli sfollati a Myawaddy, dopo che nell’area sono cessati gli scontri tra ribelli Karen e truppe del governo
Gli scontri successivi alle elezioni hanno causato 3 morti e oltre 20 feriti
Proteste contro il governo del Myanmar davanti all’ambasciata birmana a Giacarta, Indonesia
Giovani monaci per le strade di Manadalay, alcuni giorni prima delle elezioni


Anche se per i risultati definitivi servirà aspettare ancora qualche giorno, il previsto “trionfo” dell’Usdp (”Partito di unione solidarietà e sviluppo”) non è piú in discussione. Due suoi alti membri hanno collocato la percentuale di seggi in palio ottenuta tra il 75 e l’80 per cento; assieme al 25 per cento di seggi già assegnato ai militari dalla Costituzione, il controllo del regime sul nuovo organo legislativo sarà totale. I partiti di opposizione hanno riconosciuto la sconfitta ricordando peró le diffuse irregolarità, specie nel voto anticipato.

Una protesta a Tokyo, davanti all'ambasciata birmana

Una protesta a Tokyo, davanti all'ambasciata birmana (AP Photo/Itsuo Inouye)

La “Forza democratica nazionale” (Ndf), il movimento nato da una costola del partito di Aung San Suu Kyi in polemica con il boicottaggio deciso dal premio Nobel per la Pace, ha raccolto solo 12 seggi parlamentari a Rangoon, mentre altri partiti etnici hanno ottenuto ancora meno nelle rispettive province. La possibile sorpresa del voto, quel “Partito di unità nazionale” (Nup) vicino alla giunta ma rappresentativo della “vecchia guardia”, è andato invece incontro a un fallimento: su 980 candidati presentati, finora ha raccolto solo 17 seggi in Parlamento e altri 37 nei vari Consigli regionali.

A livello diplomatico, mentre il presidente statunitense Obama ha condannato la giunta per il terzo giorno consecutivo, dal ministero degli Esteri di Pechino è invece arrivato un plauso ai generali, di cui è il principale alleato. I Paesi del sud-est asiatico (Asean), che in passato avevano abbozzato velate critiche al regime, stavolta hanno definito le elezioni “un significativo passo avanti”.

Gli scontri successivi alle elezioni hanno causato 3 morti e oltre 20 feriti

Gli scontri successivi alle elezioni hanno causato 3 morti e oltre 20 feriti (Epa/Rungroj Yongrit)

È intanto rientrata l’emergenza umanitaria scoppiata ieri al confine con la Thailandia, dove si erano riversate circa 20 mila persone in fuga dagli scontri tra una fazione di ribelli Karen e l’esercito regolare, che secondo fonti ufficiali birmane hanno causato 10 morti. Dopo che in mattinata i soldati hanno ripreso il controllo della città di Myawaddy, riportando la calma, quasi la totalità dei rifugiati hanno riattraversato il fiume che corre lungo la frontiera, facendo ritorno nelle proprie case. (ANSA)

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  • Mercoledì 10 Novembre 2010

Kashmir, la raccolta dello zafferano

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  • Tags: agricoltura, Farooq Khan, India, reportage, zafferano
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Nei campi di zafferano presso il villaggio di Pampore

(Epa/Farooq Khan)

Nei campi di zafferano di Pampore (25 km a sud di Srinagar), nel Kashmir indiano, si coltiva una delle qualità di zafferano migliori e più conosciute al mondo. Questa zona del Kashmir è l’unico posto in India, e uno dei pochi luoghi al mondo, in cui lo zafferano viene coltivato con successo: lo stesso non avviene in altre zone pur fertili del Paese, come le pianure alluvionali del Kashmir. La gente di Pampore attribuisce questa speciale successo alla presenza di un elemento magico nel terreno locale, che aiuta i fiori a sbocciare e gli stami a impregnarsi dell’aroma della più preziosa delle spezie.

Nei campi di zafferano presso il villaggio di Pampore
Lo zafferano viene coltivato consuccesso in poche zone del mondo
Questa zona del Kashmir è l’unico posto in India, e uno dei pochi luoghi al mondo, in cui lo zafferano viene coltivato con successo
Lo stesso non avviene in altre zone pur fertili del Paese, come le pianure alluvionali del Kashmir
La gente di Pampore attribuisce questa speciale successo alla presenza di un elemento magico nel terreno locale

Tale elemento magico aiuterebbe i fiori a sbocciare e gli stami a impregnarsi dell’aroma tipico di questa spezia
Pampore è situato a 25 km a sud di Srinagar, nel Kashmir indiano
Lo zafferano è la spezia più costosa fra tutte
Qui si coltiva una delle qualità di zafferano migliori e più conosciute al mondo

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  • Giovedì 4 Novembre 2010

L’epidemia di colera nel paradiso perduto di Haiti

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  • Tags: colera, epidemia, Haiti, reportage
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Un medico statunitense certifica la morte per colera di un uomo di Droin, Haiti

(AP Photo/Ramon Espinosa)

La prima notizia sul diffondersi di un’epidemia di colera sull’isola caraibica di Haiti risale allo scorso 21 ottobre: la morte di almeno 19 persone, in gran parte bambini, nella regione di Artibonite e il ricovero di centinaia di persone con i sintomi tipici della malattia (vomito, diarrea e febbre alta) hanno portato le autorità a dare l’allarme.

La prima notizia sul diffondersi di un’epidemia di colera sull’isola caraibica di Haiti risale allo scorso 21 ottobre
A far dare l’allarme, la morte di almeno 19 persone, in gran parte bambini, nella regione di Artibonite e il ricovero di centinaia di persone con i sintomi tipici della malattia
Da più di cento anni ad Haiti non erano segnalati casi di colera
Le terribili condizioni igieniche seguite al sisma hanno riattivato il batterio
I funerali di una delle vittime dell’epidemia a Drouin (Grande Saline)

Un medico statunitense certifica la morte per colera di un uomo di Droin, Haiti
Il batterio del colera ha trovato terreno fertile nell’acqua di pessima qualità a disposizione dei terremotati
Ospedale di Grande-Saline, Haiti
Il contagio è stato favorito quest’ultimo dalle piogge torrenziali delle ultime settimane
Ormai il numero dei decessi per colera è salito a 253

Ieri l’epidemia è arrivata nella capitale, Port-au-Prince, dove oggi cinque persone hanno evidenziato i sintomi della malattia
I contagiati sono oltre 3.000
I medici e le organizzazioni umanitarie privi dei supporti sanitari adeguati e non riescono a far fronte all’emergenza
Il Governo, che per il prossimo 28 novembre ha fissato le elezioni presidenzali e legislative, cerca di minimizzare
I controlli al confine con Santo Domingo, l’altro Stato dell’isola, sono stati rafforzati, ma la frontiera resta aperta

Anche l’Onu sottolinea che le persone decedute a Port-au-Prince provenivano dall’interno del Paese
Il colera è una malattia altamente contagiosa causata da un batterio
Violenti attacchi di diarrea portano facilmente i malati a perdere in quattro ore anche il 10% del loro peso
Se non curato subito con antibiotici e acqua purificata, il colera può portare alla morte per disidratazione anche in meno di 24 ore
Una donna con il figlio, ricoverati all’ospedale St.Nicholas di Saint Marc, Haiti


Da più di cento anni ad Haiti non erano segnalati casi di colera, ma le terribili condizioni igieniche seguite al sisma hanno riattivato il batterio, che ha trovato nella pessima qualità dell’acqua a disposizione dei terremotati fertile terreno di prolificazione prima e di contagio poi, favorito quest’ultimo dalle piogge torrenziali delle ultime settimane che, tra l’altro, hanno anche fatto esondare in più punti in fiume Artibonite.

Ieri l’epidemia è arrivata nella capitale, Port-au-Prince, dove oggi cinque persone hanno evidenziato i sintomi della malattia e sono state messe in isolamento. Ormai il numero dei decessi per colera è salito a 253 e i contagiati sono oltre 3.000.

Ospedale di Grande-Saline, Haiti

(AP Photo/Ramon Espinosa)

Nel Paese, già devastato dal terremoto che lo scorso 12 gennaio ha provocato più di 250.000 morti e un milione e mezzo di sfollati, i medici e le organizzazioni umanitarie privi dei supporti sanitari adeguati e non riescono a far fronte all’emergenza.

Il Governo, che per il prossimo 28 novembre ha fissato le elezioni presidenzali e legislative, cerca di minimizzare. I controlli al confine con Santo Domingo, l’altro Stato dell’isola, sono stati rafforzati, ma la frontiera resta aperta. E anche l’Onu sottolinea che le persone decedute a Port-au-Prince provenivano dall’interno del Paese.

I medici e le organizzazioni umanitarie privi dei supporti sanitari adeguati e non riescono a far fronte all’emergenza

(AP Photo/Ramon Espinosa)

Il colera è una malattia altamente contagiosa causata da un batterio. Violenti attacchi di diarrea portano facilmente i malati a perdere in quattro ore anche il 10% del loro peso e, se non è possibile intervenire subito con cure adatte (antibiotici e acqua purificata), alla morte per disidratazione anche in meno di 24 ore.

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  • Lunedì 25 Ottobre 2010

Tradizioni kazake in Mongolia: la caccia con l’aquila reale

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  • Tags: Adrian Bradshow, aquila, Bayan Oelgiy, caccia, kazaki, Mongolia, reportage
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Addestrare le aquile è un compito difficilissimo ed ogni proprietario è giustamente orgoglioso di mostrare la propria agli spettatori

(Epa/Adrian Bradshow)

Quella kazaka è l’unica consistente minoranza etnica presente in Mongolia, nella parte occidentale di un Paese in cui predominano i Khalkh mongoli. Nel diciannovesimo secolo i pastori nomadi kazaki erano soliti spostarsi, alla ricerca dei pascoli migliori, tra le zone oggi note come Kazakistan, Xinjiang (cina occidentale), Bayan Oelgiy (Mongolia occidentale).

Nella regione mongola di Bayan Oelgiy
I kazaki della Mongolia sono orgogliosi delle loro tradizioni
Le giovani generazioni si sono fatte carico di mantenere vive le tradizioni
Quella kazaka è l’unica consistente minoranza etnica presente in Mongolia, nella parte occidentale del Paese
La festa dell’aquila si tiene ogni anno in ottobre

La gioia di un partecipante dopo aver vinto un premio con la sua aquila reale
Addestrare le aquile è un compito difficilissimo ed ogni proprietario è giustamente orgoglioso di mostrare la propria agli spettatori
Un cappello tradizionale
Un’aquila al guinzaglio
Ancora nel diciannovesimo secolo i kazaki erano pastori nomadi

La religione dei kazachi è un islamismo sunnita non tradizionalista
Prodotti di artigianato in vendita
Mogli al seguito dei mariti
Un’aquila in volo
Il Kokbar, una sorta di tiro alla fune a cavallo con una pelle di volpe

Un falcone attaccato da un’aquila reale
Durante il festival vi sono anche gare di abilità a cavallo
Da ogni parte della regione convergono i cacciatori nei loro abiti tradizionali
Dalle alture i cacciatori tolgono il cappuccio all’aquila e la lanciano verso il cielo
La gara si svolge con prove di abilità e velocità


In tempi recenti, invece, i kazaki hanno avuto la tendenza a rimanere stanziali in quelle stesse zone, muovendosi solo per visitare i parenti oltre confine. I kazaki della Mongolia sono orgogliosi delle loro tradizioni, quali l’equitazione e la caccia con l’aquila; e le generazioni più giovani si sono prese l’incarico di mantenerle e garantirne la continuità.

Dalle alture i cacciatori tolgono il cappuccio all'aquila e la lanciano verso il cielo

(Epa/Adrian Bradshow)

La minoranza di origine kazaka si differenzia dalla restante popolazione locale per la religione (islamismo sunnita non tradizionalista), per la lingua (tartaro più simile al russo che al mongolo), oltre che per il modo di vestire (costumi dai colori vivaci e ornati da gioielli).

In questa fotogallery, le foto di Adrian Bradshow per EPA, durante l’annuale Festival dell’aquila reale.

La gioia di un partecipante dopo aver vinto un premio con la sua aquila reale

(Epa/Adrian Bradshow)

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  • Martedì 19 Ottobre 2010

Vita da recluta a Yaroslavl, Russia

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  • Tags: esercito, naja, Pavel Golovkin, reportage, Russia, vita militare
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Corsa

Il fotografo Pavel Golovkin ha trascorso nella caserma di Yaroslavl, 240 chilometri a nord-est di Mosca, le settimane precedenti il congedo di un battaglioni di reclute dell’aeronautica, fotografando le loro giornate, fatte di dura preparazione fisica, formazione teorica in classe ed esercitazioni belliche.

AllenamentiLa mattina del giuramento

Il servizio militare in Russia è noto per la sua durezza, per la crudeltà degli ufficiali e per le condizioni difficili della vita in caserma.

Allenamenti
In classe per la formazione teorica
A lezione di armi: come si impugna un fucile AK-74M
Allenamenti
Corsa

In cucina
Un cadetto cuce il colletto della sua uniforme
In classe: un momento di pausa durante la formazione teorica
Riposo in caserma
Sull’edificio una scritta del passato recente: “Gloria all’esercito sovietico”

La mattina del giuramento
Scarpe lucide per il giorno del giuramento
Il giorno del giuramento
Esercitazioni mattutine

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  • Giovedì 7 Ottobre 2010

Spogliarelli d’antan al festival del Burlesque di New Orleans

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  • Tags: Burlesque, festival, New Orleans, reportage
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Dinah Might

Dinah Might (Epa/Bevil Knapp)

Giunto alla seconda edizione, si è svolto a New Orleans, in Louisiana, il secondo festival annuale di Burlesque: in questa città, dal 1940 al 1960, il quartiere francese Bourbon Street ha ospitato la più grande concentrazione di club di burlesque negli Stati Uniti.

Michelle L'amour

Michelle L'amour (Epa/Bevil Knapp)

Nato nella seconda metà dell’Ottocento nell’Inghilterra Vittoriana ed importato successivamente negli Stati Uniti, il Burlesque è un genere di spettacolo parodistico e provocatorio, fatto di scenette comiche, canzoni lascive, striptease, donne poco vestite e molto truccate.

Pearl Lux al make up

Pearl Lux al make up (Epa/Bevil Knapp)

In club semibui, tra fumi illuminati da riflettori multicolori, star come Lilly Christine, the Cat Girl, Blaze Starr, Evangeline the Oyster Girl e innumerevoli altre si sono spogliate ed hanno danzato per congressisti in città, turisti e abitanti dei New Orleans. L’evento principale è stato un concorso per assegnare il titolo di Regina del Burlesque.

Ecco le immagini dal festival, realizzate dal fotografo Bevil Knapp:

Dinah Might
Michelle L’amour
Dinah Might
Lola Van Ella
Evie Lovelle

Zorro
Pearl Lux al make up
Athena
Mistress of Cermonies, Cora Vette e The Dames D’Lish
Preparativi nel backstage della House of Blues

Satan’s Angel
Il podio del concorso per La Regina del Burlesque: Renea Le Roux (3° posto) Coco Lectric (la vincitrice) e Lola Van Ella (2° posto)
Virginia D’Vine
Miss Indigo Blue e Amber Ray
Coco Lectric incoronata Regina del Burlesque

Renea Le Roux
Satan’s Angel dà lezioni di Burlesque
I camerini
Foto delle star d’un tempo
Trucco e parrucco


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  • Martedì 28 Settembre 2010
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