Archivio di Maggio, 2007

E le scimmie impararono a camminare su due zampe


Non sono stati gli ominidi a raggiungere per primi la posizione eretta: secondo uno studio pubblicato da Science le scimmie nelle foreste hanno imparato ad alzarsi su due zampe e aiutandosi con le mani allo scopo di potersi appoggiare sui rami corti e flessibili degli alberi. Introducendo così un comportamento vincente nella selezione naturale: le braccia restano libere per nutrirsi. Secondo la teoria oggi più diffusa le scimmie hanno prima abbandonato gli alberi per popolare la savana e poi hanno imparato a camminare con i pugni a terra: lo spostamento su due gambe inizierebbe con gli ominidi. Per i tre studiosi inglesi che hanno condotto le ricerche pubblicate da Science, invece, “sono state le scimmie ad innovare, e gli ominidi ad avere un comportamento conservativo”.

Per dimostrare la nuova ipotesi sull’origine della statura eretta, i ricercatori hanno analizzato per un anno gli orangotango selvaggi di Sumatra, osservando tre diversi tipi di comportamento: i movimenti a quattro zampe avvengono in presenza di supporti larghi e solidi (come un grosso ramo), la sospensione verticale è invece legata a sostegni di medie dimensioni. La postura su due zampe, infine, è fortemente associata con movimenti su basi multiple e flessibili: come piccoli rami degli alberi o corde. Gli ominidi, che popolavano le foreste tra i 2 e i 3 milioni di anni fa, avrebbero conservato l’abilità delle scimmie di camminare su due gambe. Gli spostamenti con i pugni per terra, invece, sarebbero iniziati allo scopo di passare da un albero all’altro nella foresta.

Il nuovo numero di Science, raccontato dalla redazione: ascolta l’intervista Ascolta l’intervista (in inglese) a uno dei ricercatori che hanno studiato gli orangotango selvaggi di Sumatra. Qui (in pdf) la trascrizione del podcast.

Ambiente: arriva Reach, il progetto Ue per ridurre il rischio chimico

[i](Credits: Ansa)[/i]
Più controlli in Europa sulle sostanze chimiche: dal primo giugno entra in vigore la normativa Reach che regola la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione nell’uso dei prodotti chimici (Registration, evaluation, authorization and restriction of chemicals). Per tutelare salute e ambiente in 11 anni saranno analizzate approfonditamente più di trentamila sostanze: gli studi sono a carico delle imprese che le utilizzano e le commercializzano. Si stima che il costo complessivo di Reach (qui il testo della legge) per aziende e consumatori sarà tra i 2,8 e i 5,6 miliardi di euro, ma il risparmio per una riduzione del 10 per cento delle malattie causate da prodotti chimici potrebbe arrivare a 50 miliardi di euro in 30 anni.

Secondo l’European chemical bureau è insufficiente il 99 per cento delle informazioni sulle caratteristiche, le modalità di impiego e i rischi dei materiali chimici. Una lacuna che sarà colmata in parte con Reach (che secondo le previsioni arriverà all’analisi approfondita di trentamila nuove sostanze nel 2018). La nuova normativa distingue tra vecchie e nuove sostanze: le prime sono controllate prima di arrivare ai consumatori, le informazioni relative alle seconde (cioè quelle in commercio prima del 1981) sono invece tuttora carenti. Alcuni dati finora raccolti sono accessibili dall’Esis, l’European chemical substances information system: per la ricerca è sufficiente avere il nome della sostanza (in inglese) o la sua formula.

Quali saranno gli effetti della nuova legge? “Le imprese dovranno modificare la loro capacità di utilizzare prodotti chimici: Reach impone requisiti di valutazione, registrazione e gestione di queste sostanze” sottolinea Fabio Iraldo, direttore di ricerca all’Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente alla Bocconi. “Inoltre c’è una lista per quelle non più utilizzabili” aggiunge Iraldo “e le aziende dovranno sostituirle con altre a minore impatto ambientale”. Due le principali conseguenze indirette della nuova legislazione ecologica: “È prevedibile un innalzamento dei costi di produzione per le aziende, dovuto al prezzo più alto delle sostanze meno inquinanti e ad un aumento nei costi di gestione” sottolinea lo studioso. E per il consumatore cambierà qualcosa? Osserva Iraldo: “Con Reach cresce il livello di garanzia e migliora la consapevolezza ambientale delle persone, un effetto che nel tempo potrebbe influenzare gli acquisti. Ma aumenteranno anche i prezzi dei prodotti”.

Entro quest’anno il Ministero della salute spenderà 2,1 milioni di euro per l’adeguamento a Reach: durante la prima fase di avvio della normativa sarà necessario comunicare nella scheda di sicurezza la presenza di prodotti chimici Pbt (persistenti, bioaccumulanti, tossici) e vPvB (molto persistenti, molto bioaccumulanti).

Ripple, il motore di ricerca contro la povertà

Tierecke, www.flickr.com/photos/tierecke/
Un motore di ricerca per contribuire ai progetti contro la povertà: basta collegarsi a Ripple, cercare una parola sul web e cliccare sulle inserzioni pubblicitarie che compaiono alla destra dei risultati. Ogni colpo di mouse genera un versamento da 1 a 20 centesimi destinato interamente a quattro gruppi che operano per lo sviluppo sociale ed economico nelle aree povere: l’associazione umanitaria Oxfam, Oaktree per la protezione degli ambienti rurali, Wateraid, impegnata nella gestione dell’emergenza acqua, e Grameenbank, specializzata nel microcredito.

In dieci giorni Ripple ha ricevuto 40 mila contatti e ha versato 200 dollari alle organizzazioni umanitarie. Matt Tilleard, uno dei tre giovani fondatori di Ripple, non si perde d’animo: “Se riuscissimo a catturare soltanto l’un per cento degli utenti di Myspace” ha dichiarato al quotidiano australiano The Age “otterremo circa 5 milioni di dollari l’anno da destinare alle associazioni umanitarie”.

Non c’è solo Ripple però. Con un prestito minimo di appena 25 dollari (circa 18 euro) si può per esempio aiutare un imprenditore in un paese in via di sviluppo: è l’opportunità offerta da Kiva, un gruppo che raccoglie piccole somme di denaro dai navigatori di internet e le utilizza per finanziare attività economiche nelle nazioni povere come l’apertura di un negozio di scarpe o l’acquisto di bestiame. Sommando i microprestiti di ogni donatore si riesce a raggiungere la cifra necessaria all’imprenditore, in genere di poche centinaia di dollari: il 99 per cento dei finanziamenti viene restituito a chi li ha versati. Kiva non guadagna grazie agli interessi, ma vive con donazioni spontanee dei navigatori e con fondi di venture capital. Contribuire è molto semplice: basta la registrazione e una carta di credito o prepagata (come la Postepay di Poste italiane). La sicurezza della transazione è garantita da Paypal, lo stesso sistema usato dal mercatino elettronico eBay. Si stanno moltiplicando su internet siti che offrono la possibilità di microcredito, come Zopa nel Regno Unito o Popfunding in Corea. Prosper negli Stati Uniti consente ai cittadini americani di raccogliere prestiti online che poi vengono restituti con un tasso di interesse deciso dal donatore.

L’idea del microcredito è stata lanciata dal nobel per la pace Muhammad Yunus: nel 1976 fonda in Bangladesh Grameen bank, un istituto che presta piccole cifre alle comunità rurali. Da allora la banca di Yunus ha aiutato 6 milioni di persone e ha dato in prestito 5 miliardi di dollari. In particolare il 97 per cento delle persone che hanno beneficiato di una somma di denaro da Grameen sono donne.

Peer2peer: Altronconsumo interviene a difesa degli utenti

[i](Credits: Corbis)[/i]
Guerra a colpi di raccomandate tra chi combatte il download di film e file musicali, e chi cerca di difendere i dati sulla privacy. Nelle scorse settimane Mahlknecht & Rottensteiner , uno studio legale dell’Alto Adige in nome della casa discografica Peppermint di Hannover, ha spedito 3 mila 600 lettere raccomandate ad altrettanti utenti italiani di Internet, accusati di aver scaricato e messo in condivisione in modalità Peer2Peer, alcuni file protetti da copyright. In ogni lettera si chiede un risarcimento di 330 euro per chiudere la vertenza in tempi brevi. Altrimenti si rischia di finire in tribunale. A questo punto è intervenuta l’associazione Altroconsumo che ha risposto con un’altra raffica di raccomandate, spedite prima all’ordine degli avvocati di Bolzano al quale è stato chiesto di intervenire sulla vicenda, e poi al Garante della privacy (file in pdf) affinché si pronunci sul mondo in cui sono stati individuati gli indirizzi Ip degli utenti. Il lavoro di ricerca di questi dati, infatti, sarebbe stato condotto dalla società svizzera Logistep. Altroconsumo ribadisce che è “legittima la difesa della proprietà intellettuale, uno dei pilastri della società dell’informazione”, ma sottolinea anche che “occorre garantirla nel rispetto dei diritti fondamentali degli utenti” e parla di comportamenti scorretti e lesivi dei diritti dei consumatori. Ora si attende una risposta da parte del Garante.

La prossima pandemia? Non è solo aviaria

Gli esperti sono d’accordo solo su un punto: la nuova pandemia influenzale ci sarà, e farà molte vittime. Il problema è sapere quando si verificherà, per poterne arginare gli effetti. “La scienza dispone di modelli matematici per la previsione della diffusione dei virus letali, ma si tratta di approssimazioni” spiega sulle pagine della rivista JAMA Jeffery K. Taubenberger, ricercatore dell’Armed Forces Institute of Pathology di Rockville, nel Marylan, affiliato al National Institute of Health di Bethesda, negli Stati Uniti.

Un aiuto importante viene dagli studi sulla genetica dei virus: e infatti è nata una nuova specialità quella del biologo “storico”, che analizza i resti di materiale genetico proveniente dai virus responsabili delle maggiori pandemie della storia (per esempio quella di influenza spagnola del 1918, che fece quasi 50 milioni di vittime nel mondo, infettando una persona su quattro).
Da tale analisi è possibile conoscere le modalità con cui un virus si è trasformato ed è diventato più aggressivo, dando il via alla pandemia. “Il virus del 1918 era di tipo aviario e si è combinato con un altro virus aviario, acquisendo tre nuovi geni e dando luogo a una nuova pandemia nel 1957. Un’altra epidemia importante si è avuta nel 1968, e il nuovo virus era una variante di quello del 1957, con due geni in più” spiega l’esperto statunitense. “Il nostro metodo predittivo si basa quindi sull’analisi dei virus in circolazione alla ricerca di nuove ricombinazioni genetiche potenzialmente pericolose”.

Rispetto alla prima metà del Novecento, oggi c’è una variabile in più: le persone viaggiano molto e trasportano gli agenti infettivi da un luogo all’altro con grande rapidità. Questo complica ulteriormente la faccenda, rendendo complesso il contenimento di un eventuale contagio. E infatti negli Stati Uniti l’allarme presso la popolazione è stato elevato, e il Governo, non senza contestazioni da parte degli scienziati, ha prodotto video informativi (come quello in inglese visibile su YouTube) tutt’altro che rassicuranti.

“Quel che è certo è che non possiamo concentrarci solo su un virus” conclude Taubenberger. “Negli ultimi anni tutti i riflettori sono puntati sul virus H5N1 responsabile dell’attuale diffusione dell’influenza aviaria, ma il nemico potrebbe nascondersi dietro qualsiasi forma di virus influenzale. È infatti dall’incontro di due ceppi diversi che nasce il vero pericolo: la vera sorveglianza e protezione sta nel prevedere l’imprevedibile e nell’essere pronti a reagire, sia contenendo la diffusione del virus sia mettendo rapidamente a punto un vaccino efficace”.

Europa, a rischio un mammifero su sei

jameschipmunk by Flickr
In Europa è a rischio di estinzione un mammifero su sei: la lince iberica, la volpe artica e il visone europeo sono alcuni degli esemplari più in pericolo. Lo rivela lo studio “European mammal assessment” (Ema) condotto da 150 scienziati e commentato dall’edizione online della rivista Science. Gli animali marini rischiano più di quelli terrestri: è in pericolo il 22% dei mammiferi che vivono in acqua. Nell’89% dei casi (qui i file zip) la minaccia principale è il degrado dell’ecosistema. L’Italia è il terzo paese europeo per specie di mammiferi presenti sul territorio: ne ospita 123 e secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) 12 sono a rischio.

Il recente anniversario della nascita del biologo Carlo Linneo ha alimentato una discussione in rete sulle classificazioni degli esseri viventi. Accanto al tradizionale albero della vita sul web arriverà il progetto dell’Enciclopedia della vita (Eol), finanziato con 25 milioni di dollari: l’idea è di costruire una tassonomia grazie ai contributi di appassionati ed esperti sparsi nel mondo, ma riuniti su internet. Eppure un articolo apparso sulla rivista di tecnologia Wired solleva alcuni dubbi: non sarà facile raccogliere sul web informazioni relative a ognuna delle 300 mila specie di scarafaggi.

La tv dei farmaci: le grandi industrie si preparano a sbarcare in Europa

(Credits: tonystl by flickr)
Che ne direste di una tv creata dalle grandi case farmaceutiche con l’intento di fare pubblicità ai prodotti soggetti a prescrizione medica direttamente ai potenziali consumatori? In America questo tipo di pubblicità già esiste e anzi sta prendendo piede e sembra funzionare a livello commerciale, nel senso che i pazienti chiedono effettivamente più spesso al proprio medico i farmaci di cui hanno visto lo spot.
In Europa, invece, fatta eccezione per i farmaci da banco, non è possibile indirizzare messaggi pubblicitari direttamente ai consumatori. A quanto si legge sul giornale inglese The Guardian, però, quattro colossi del settore, Johnson & Johnson, Pfizer, Novartis e Procter & Gamble, starebbero portando avanti un’azione di lobby sulla Commissione europea per far revocare il divieto. Vogliono ottenere il permesso di proporre al pubblico del vecchio continente un canale tv interattivo tutto dedicato alla pubblicità di farmaci, il cui intento dichiarato è di fare educazione alla salute. Il punto è: ci si può fidare delle informazioni fornite dall’industria farmaceutica?
In America uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno sulla rivista Annals of Family Medicine prendeva in esame 38 spot di prodotti farmaceutici trasmessi nelle ore di massimo ascolto. Ne emergono alcuni dati interessanti: solo un quarto dei messaggi spendeva qualche parola sulle cause dei disturbi per i quali era indicata la medicina in vendita, mentre l’85% delle pubblicità enfatizzavano l’importanza di poter riprendere il controllo di un certo aspetto della propria vita grazie all’uso del farmaco in questione. Più in generale lo studio, guidato da Dominick Frosch, professore di Medicina interna all’Università della California di Los Angeles, evidenziava che molti messaggi potevano spingere a chiedere la prescrizione della medicina reclamizzata anche pazienti che in realtà non ne avevano bisogno.
La richiesta di permesso per il canale digitale dedicato ai farmaci sarebbe stata indirizzata, all’interno della Commissione, alla Direzione Generale Imprese e Industria e non a quella che si occupa di Salute e tutela dei consumatori. C’è da giurare che le associazioni che proteggono gli interessi di questi ultimi saranno pronte a dare battaglia.

In ufficio (e in rete) la prevenzione fa bene alla salute

La partecipazione a programmi di educazione alla salute organizzati in Internet o sul luogo di lavoro garantisce buoni risultati sia nel controllo dell’ipertensione e del diabete sia nel cambiamento delle abitudini sedentarie. Lo dimostrano due studi americani usciti in questi giorni.

Il primo, presentato a un convegno dell’American Heart Association, ha seguito per tre anni oltre 2.100 lavoratori - impiegati presso un’azienda comunale di Jacksonville, in Florida - che hanno partecipato a corsi sul luogo di lavoro. In considerazione della prevalenza di uomini e dell’età media attorno ai 50 anni, si è posto l’accento in particolare sul cuore: “Con una forza lavoro che sta invecchiando, ci siamo posti l’obiettivo di intervenire sui fattori di rischio modificabili coinvolti nelle malattie cardiovascolari” spiega la dottoressa Sharon Clark, coordinatrice del progetto che ha coinvolto le assicurazioni sanitarie Blue Cross/Blue Shield.

Il programma ha offerto ai lavoratori - sottoposti a diversi questionari sulle abitudini di vita e sullo stato di salute - lezioni dal vivo e testi informativi, visite mediche di screening e di controllo con una serie di incentivi alla partecipazione e un servizio di counselling personalizzato. Il risultato è stato decisamente positivo, su più fronti: non solo gli incidenti sul lavoro sono calati del 70% circa, ma anche il controllo della pressione arteriosa è migliorato del 9%, il controllo del diabete del 15% e in generale la percentuale di lavoratori che dichiara di godere di una salute molto buona o eccellente è passata dal 42 al 51%.

Il secondo studio, pubblicato sull’ultimo numero degli Archives of Internal Medicine, ha messo a confronto l’efficacia di programmi di incentivazione all’attività fisica fruibili in forma di piccoli manuali e altri materiali cartacei ricevuti per posta o presentati su internet. In dettaglio, i ricercatori hanno seguito 249 persone in buona salute ma sedentarie, che hanno diviso in tre gruppi: al primo gruppo hanno recapitato per posta materiali personalizzati, ovvero selezionati dai ricercatori dopo una valutazione individuale, al secondo hanno fornito analoghi materiali personalizzati attraverso un sito internet mentre al terzo hanno genericamente indicato sei siti internet contenenti vari materiali senza fornire uno specifico percorso al loro interno. Il risultato promuove a pieni voti la rete: assai meno costosa ma altrettanto efficace nel favorire lo svolgimento regolare di esercizio fisico: in media a 6 mesi dall’inizio dello studio i partecipanti svolgevano circa due ore di attività fisica alla settimana, scese a 90 minuti circa dopo altri 6 mesi, con differenze minime tra i tre gruppi.

LEGGI ANCHE: Il sito del Progetto Cuore dell’Istituto Superiore di Sanità - I materiali sulla giornata “Move for health Day” - Esercizi per il cuore sano, introduzione al diabete e ipertensione (moduli interattivi, in inglese, a cura della National Library of Medicine americana)

Web 2.0, voce del verbo condividere: foto, video e… sogni

Cosa stai facendo? La domanda evidenziata in giallo buca lo schermo dell’home page di Twitter, il sito di social network più minimale che esista. Microblogging si chiama: una specie di via di mezzo tra sms e blog. Qui la gente non si scambia video o musica, non si esprime in lunghi post sui mali del mondo. No, sul pianeta Twitter la vita va veloce, c’è giusto il tempo di comunicare telegraficamente cosa si sta facendo in questo preciso momento. “Sto mangiando in panino”, “sto giocando col mio cellulare”, “sto lavorando”. E poi via, a guardare cosa fanno gli amici. Cinque secondi fa Kezzok malediceva quelli che raccontano gli episodi di Lost che lui non ha ancora visto, mentre 10 secondi fa Cwdaniels cercava di far funzionare il suo sito e JohnnyErnsty non stava facendo assolutamente niente. Pare che ad alte dosi tutto ciò possa dare assuefazione e che si arrivi a sviluppare un reale interesse per quello che tutti questi internauti fanno e decidono di comunicare al mondo all’istante. Questa forma di microblogging è solo l’ennesima tipologia, un po’ estrema forse, di condivisione.

Da Youtube e Flickr, dove si postano video e foto, a Myspace, dove si mette in comune un po’ tutto, condividere è la parola chiave, che però ha mille declinazioni (e a volte anche mille problemi: leggi per esempio Truppe Usa al fronte: niente blog, niente Youtube). C’è per esempio Multiply, il cui slogan è “condividi la tua vita con i tuoi amici”, che consente di scegliere con chi condividere cosa (tutti gli oltre 4 milioni e mezzo di membri, solo i propri contatti, singoli amici). Se avete del peso da perdere o siete semplicemente fanatici della palestra, potete cercare aiuto e comprensione su Gymjunkie, dove tutti i membri si scambiano consigli, opinioni e programmi di allenamento.

I viaggiatori possono trovare pane per i loro denti su Travellerspoint, un vero punto di ritrovo in cui scambiare foto, impressioni e consigli di viaggio, ma anche ritrovare amici incontrati strada facendo e poi persi di vista. Per i musicisti in erba, per quelli che cercano di sfondare, per chi ama scoprire nuovi talenti o recensire i grandi artisti c’è Mog, un sito schizzinoso a giudicare dal motto: “Perché la gran parte della rete più che altro fa schifo”. Nel grande mare del Web 2.0 è solo ovvio che gli internauti abbiano cominciato a scrivere recensioni. Su dischi, libri, film, programmi televisivi, siti internet ma ben presto su molto altro, in pratica su tutto. Per gli appassionati del genere c’è Rateitall (letteralmente, dà un voto a tutto). Qui si trovano e si danno pareri su ogni cosa: personaggi di fumetti, leggi dello Stato, sistemi operativi, negozi di abbigliamento e così via. Leggendo le altrui opinioni ci si può formare una lista di recensori affidabili, cui dar credito per le proprie scelte future. Discorso a parte meriterebbero i servizi di editoria sociale, come per esempio OkNotizie e Digg, dove si segnalano e condividono le news (leggi Quando il cittadino diventa giornalista). Esistono poi siti di social networking che hanno intenti ancora più nobili, come Takingitglobal, che accoglie i giovani disposti a battersi per le giuste cause. Devono essere in tanti visto che esistono anche singoli siti nazionali, tra cui quello italiano. Lo scopo è mettere giovani e giovanissimi al centro dell’azione, per far sì che diventino parte attiva del loro mondo.

C’è chi si spinge ancora oltre fino a condividere i propri sogni. È quello che invita a fare 43things: quali sono le 43 cose che vorresti realizzare nella tua vita? Viaggiare, essere felice, trovare un lavoro, lanciarmi col paracadute; oltre un milione di persone confida a questo sito i propri desideri e propositi. Alla nostra ultima visita il più popolare in assoluto era scrivere un libro, alla faccia di chi dice che la tecnologia ammazza la creatività. Ma in questa rete che si sta trasformando in una mondiale seduta di autocoscienza, c’è anche chi coltiva il sogno di non dover condividere tutto a tutti i costi.

Niente paura c’è Isolatr, il sito per chi non ce la fa più ad essere costantemente invitato sui siti di social networking a guardare le foto del figlio del cugino del cognato o a leggere il blog della ex moglie del collega di sei lavori fa… Ma come si fa a aderire a Isolatr ed essere finalmente lasciati in pace? Qualunque tentativo di di unirsi alla ciurma dei solitari cliccando sugli appositi banner risulta immancabilmente in un messaggio di errore. Già, che senso ha aderire a un’iniziativa che ha lo scopo di farci stare soli? Perciò non stupitevi se la risposta a tutte le Faq, le domande frequenti, è sempre la stessa. Posso invitare qualche amico ad unirsi a me su Isolatr? NO. Adoro Isolatr. Avete qualche banner che posso mettere nel mio blog per aiutare a spargere la voce? NO. Non trovo una pagina dei contatti. È un errore? NO. NO. NO!

Panorama.it su Second Life: vi aspettiamo martedi 22 alle 15

La sede Mondadori su Second Life
Tutti su Second Life. Tutti, chi? Noi, la redazione di Mondadori Online e Panorama.it, e voi, che su questi siti navigate, leggete e scrivete ogni giorno. Se ci volete raggiungere a seguire trovate tutti i dettagli. Se invece ancora non sapete esattamente cosa sia Second Life vuol dire che frequentate troppo poco questo sito. Poco male, cliccando qui trovate gli articoli che abbiamo pubblicato in materia. Buona lettura e arrivederci su Second Life.

La redazione di Mondadori On line e di Panorama.it su Second Life.
Quando: martedì 22 maggio, a partire dalle 15
Dove: su Second Life
Chi: noi, la redazione di Mondadori On Line
Cosa: inauguriamo la nostra nuova sede
Come: dopo aver lanciato il software di Second Life, cliccate su Edit->Search. Nella maschera di ricerca digitate poi Mondadori (ricordando di barrare la voce “Include parcels with mature contents“). Dopodiché premendo il pulsante “Search“, riceverete in risposta “Mondadori Digital Publishing“.
In basso a destra nella schermata troverete il bottone Teleport. Spingetelo e verrete magicamente trasportati alla nostra sede.
In alternativa: aprite il browser e nella barra indirizzi digitate: secondlife://ERE%20Pantalica/126/44/0
A partire dalle 22, ci trasferiremo tutti in discoteca. Per arrivarci basterà uscire dalla redazione e, con un breve volo, entrare nella bocca del Vulcano.
Perché: banalmente, ci piaceva l’idea di mostrarvi come saremmo (o come avremmo voluto essere) se non fossimo come siamo.

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