In Italia si fa ancora poca ricerca nel campo delle biotecnologie, che sono il settore dove si sperimentano le innovazioni più interessanti per la messa a punto di nuove cure. Il problema è al centro di un convegno (file Pdf) che si tiene a Padova il 13 maggio. Abbiamo chiesto il motivo di questa nostra posizione svantaggiata a Fiorenza Belussi, Docente di economia e gestione delle reti d’impresa all’Università di Padova e organizzatrice del convegno.
Come mai l’Italia resta al palo nei rami di ricerca più importanti?
Sicuramente paghiamo lo scotto degli scarsi investimenti. In Italia si investe nella ricerca solo l’1,2% del Pil, contro il 2-3% di altri Paesi europei e il 2,8% degli Stati Uniti. Questo vuol dire che si fa poca ricerca.
È solo una questione di fondi?
No, noi viviamo una doppia debolezza sia sul lato scientifico sia sul fronte produttivo. Non si sono creati negli anni quei luoghi di collegamento tra attività di ricerca e di produzione, quindi con aziende, per la creazione di nuovi brevetti utilizzabili. Al contrario della Francia, esempio con cui ci confrontiamo nel corso del convegno, dove esistono veri distretti tecnologici che fanno appunto da collante tra questi due aspetti.
Cosa servirebbe?
Un Ente di collegamento che metta insieme grande ricerca nazionale, finanziamenti universitari e nazionali, parchi scientifici e faccia il coordinamento della ricerca. Da noi questo attualmente non c’è. Inoltre in questo settore ci deve essere un ruolo forte della domanda pubblica: l’innovazione eventualmente prodotta viene utilizzata dalla sanità, perciò è la sanità che deve evidenziare quali sono le domande di innovazione. Da noi è vista solo come centro di spesa che eroga servizi ma non si preoccupa della ricerca.
Quindi pochi fondi e una mentalità sbagliata?
Assenza di iniziative nazionali, scarsità di investimenti, mancanza di sinergie e di reti globali su base locale. Mancanza di una governance attiva a livello istituzionale: le istituzioni pubbliche devono vigilare.
Esistono esempi positivi in Italia?
Un esempio positivo è costituito dalla Lombardia. Qui la Regione ha sponsorizzato iniziative ad hoc con bandi in cui si finanziava il capitale di rischio di imprese biotech innovative e questo sta muovendo il settore. Il Biopolo di Milano, è un esempio di quelle sinergie di cui parlavamo.
Anche il Piemonte è all’avanguardia, il Parco del Canavese, finanziato grazie a sovvenzioni private, offre tra le altre cose servizi per start-up aziendali e fa da interfaccia tra ricerca e imprese.
Infine l’Emilia Romagna ha investito molto sulle scienze della vita: per esempio mettendo 350 ricercatori in laboratori delle piccole imprese emiliane e originando così una serie di progetti innovativi. Un anno dopo questi stessi ricercatori sono stati chiamati a presentare i proprio progetti nelle campo delle biotecnologie, delle nanotecnologie e così via.
C’è speranza di porre un freno alla fuga di cervelli?
Gli ultimi dati dicono che in Italia esistono circa 200 imprese che operano nel settore delle biotecnologie. Sono circa la metà di quelle che troviamo in Germania o in Francia, ma due anni fa ce n’erano appena 90. Il che vuol dire che la tendenza è a mettersi al passo. E forse tra qualche anno non saremo più costretti a vedere i nostri ricercatori che partono per l’America o l’Inghilterra.
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- Giovedì 10 Maggio 2007
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Il 8 Aprile 2008 alle 22:03 Pane e cioccolata « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni ha scritto:
[...] Il film Pane e Cioccolata descrive la solitudine, la discriminazione, lo sfruttamento, i lavori umili e i traumi culturali a cui andavano incontro gli emigrati Italiani nelle citta’ Svizzere. Ad un certo punto del film, uno dei protagonisti Italiani, arrabbiato per la sua condizione, inveisce contro la propria vita, ma non ce l’ha Svizzera, bensi’ contro l’Italia che costringe i propri cittadini ad emigrare. Tuttavia per molte generazioni, le citta’ di Milano, Firenze, Bologna e le grandi reti di citta’ e cittadine che si sovrappongono l’una con l’altra hanno saputo attrarre un gran numero di emigrati meridionali e Siciliani che cercavano di sfuggire alla poverta’ delle loro terre e hanno fornito loro delle opportunita’ che non avevano nelle loro terre. [...]
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