Stiamo diventando tutti inglesi, il cui argomento preferito di conversazione, come si sa, è il tempo. C’è una ragione per cui gli inglesi parlano spesso di che tempo fa: l’estrema imprevedibilità delle condizioni meteorologiche nelle isole britanniche. Una situazione che sembra essersi estesa a buona parte del pianeta, che ci sorprende con le margherite a Central Park in dicembre e i freddi autunnali in pieno agosto. Ma, se le chiacchiere sul tempo hanno sempre fatto parte del cicaleccio quotidiano, questa volta paiono nobilitate da una causa più grande, che aleggia sui nostri destini in modo un po’ oscuro: l’effetto serra.
Confuso nel linguaggio quotidiano con tutto il vocabolario che l’immaginario ecologico ha rovesciato nelle nostre teste: buco nell’ozono, inquinamento, polveri sottili… Siamo diventati tutti meteorologi e climatologi, confondiamo un temporale estivo con un uragano tropicale e una gelata primaverile con la fine della Corrente del Golfo. Per di più non sappiamo se ci aspetta una Siberia mondiale o un Sahara a perdita d’occhio. Nel frattempo corriamo il rischio di cominciare a puzzare seguendo i consigli di Fulco Pratesi che ci sconsiglia di fare la doccia tutti i giorni, per risparmiare acqua.
Eppure, la faccenda è tremendamente seria e come tale va presa evitando, se possibile, isterie e semplificazioni. Cominciamo con il dire che essa riguarda il clima e non la meteorologia. La seconda ci può indicare forse, occupandosi del breve periodo, che tempo farà domani. E già è una bella fatica, con possibilità di successo del 50 per cento circa. Il che ne fa una scienza molto democratica e praticamente alla portata di tutti. La prima, invece, si occupa delle evoluzioni del clima sul lungo periodo: come minimo centinaia di anni, ma anche migliaia, milioni e miliardi.
Per fare un esempio di come clima e meteorologia possano anche non andare d’accordo, si può citare il 2005: l’anno più caldo a livello globale e il più freddo in Italia, da quando esistono misurazioni continue. La domanda che si fanno i climatologi di tutto il mondo è se si stia modificando in maniera stabile il clima del nostro pianeta; e con quali conseguenze per la specie umana. La risposta non è semplice. Perché una variazione climatica duratura può essere influenzata da una tale quantità di fattori che, messi insieme, rendono l’impresa titanica. Inoltre il pianeta possiede una sua intelligenza: a fenomeni di crescita lineare si accompagnano meccanismi di feed-back, cioè di retroazione, che ricreano situazioni di equilibrio o equilibri completamente nuovi.
Gli scienziati del clima sono però, quasi unanimemente, pervenuti a una conclusione. Innanzitutto l’osservazione ripetuta ci conferma che effettivamente la temperatura del pianeta è aumentata e sta aumentando: è aumentata di 0,6 gradi negli ultimi 150 anni e aumenta a un tasso sempre più elevato. Se il tasso medio di crescita è stato di 0,06 gradi per decennio, negli ultimi 25 anni è stato invece di 0,17 gradi per decennio. Come un’automobile che continua ad accelerare.
La seconda conclusione è che, esclusi per vari e ragionati motivi tutti gli altri fattori che possono modificare il clima, dalla forma dell’orbita terrestre all’inclinazione dell’asse del pianeta, dalla forza dell’attività solare all’attività vulcanica e altri ancora, ne rimane uno solo da indicare come colpevole: il famoso effetto serra. Vale a dire la capacità dell’atmosfera terrestre di trattenere il calore inviato sulla Terra dal Sole. Come avviene in una serra per coltivazioni, al cui interno la temperatura è più alta che all’esterno.
Non tutti i gas che compongono l’atmosfera svolgono questa funzione. Anzi, l’azoto e l’ossigeno, che insieme fanno il 99 per cento circa di tutta l’atmosfera, sono completamente innocenti. Pochi altri gas hanno questa capacità di trattenere il calore. E il più importante è, dopo il vapore acqueo, l’anidride carbonica (CO2). All’inizio del 1800 l’anidride carbonica pesava per 280 parti per milione, lo 0,028 per cento; oggi pesa per 380 ppm. Il dato più alto da 20 milioni di anni fa. E anche qui il tasso medio di aumento accelera sempre più.
C’è di che preoccuparsi? Certamente sì, ma preferibilmente senza indulgere al catastrofismo, cui la specie umana, almeno in questa parte del mondo, dal momento che in altre parti si è impegnati a fare altre cose, sembra indulgere. Certo, a leggere i rapporti dell’Onu non c’è da stare tranquilli. Arrestare la crescita della CO2 è praticamente impossibile. Si può solo ridurne la crescita. Brutta notizia, sembra. E questo perché, a seconda di quanta CO2 continueremo a emettere, la variazione di temperatura potrebbe essere compresa fra 1,5 e 5 gradi, con conseguenti scenari che vanno dalla diminuzione della quantità d’acqua disponibile all’aumento dei casi di malaria, dalla riduzione delle terre fertili fino al completo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari. Ma dobbiamo tenere conto che l’aumento di CO2 è da associare alla crescita economica e all’uscita dalla povertà di circa 3 miliardi di persone. Quelle che vivono nel continente asiatico, Cina e India innanzitutto, e in molti altri luoghi del mondo con uno sviluppo economico insufficiente. Produrre anidride carbonica servirà loro, possiamo dire così, anche se è politicamente poco corretto, per potere disporre di energia, trasporti e consumi un po’migliori, seppure ancora lontani dai nostri.
In sostanza occorrerà vedere come sapremo conciliare una contraddizione che è tutta nei numeri di questo nostro mondo. Che, non ci si stupisca, non è mai apparso così ospitale. Lo dicono i dati della stessa organizzazione dell’Onu, che ci dice che la temperatura aumenta. La popolazione umana è cresciuta raggiungendo il suo massimo storico e non sembra flettere. Dai 2 miliardi e mezzo del 1950 siamo saliti a circa 6 miliardi e dovremmo essere circa 9 nel 2050.
Non solo: aumentano l’età media e l’aspettativa di vita. A molti potrà non piacere l’affollamento, ma è difficile stabilire chi ha diritto di stare a bordo e chi no. E comunque se ci fosse un vero e duraturo peggioramento delle condizioni ambientali dovremmo attenderci un’analoga riduzione della popolazione come avviene in tutti gli ecosistemi. Seconda contraddizione. Il mondo sta conoscendo la fase di più lunga crescita economica della sua storia. Per di più non limitata, come era accaduto nel passato al mondo occidentale, ma estesa sino a comprendere miliardi di nuovi individui.
Anche in questo caso se ci fosse stato o ci fosse un peggioramento complessivo dell’ecosistema globale dovremmo registrare un fenomeno contrario. Nessuna popolazione aumenta di consistenza se l’ecosistema si degrada. Fa parte dei meccanismi di feedback che costituiscono l’intelligenza del nostro pianeta. Lo ha spiegato bene Barry Commoner nel libro The closing circle di 40 anni fa. Le linci mangiano i conigli. Se le linci sono tante, i conigli diminuiscono; ma se calano i conigli, le linci restano senza cibo e quindi anche loro diminuiscono; ma se si riduce la popolazione delle linci, può aumentare la popolazione dei conigli e così via. Lo stesso esempio si può fare per i conigli e l’erba, che è il loro cibo, per l’erba e la pioggia… in un’infinità di cerchi ecologici che si sostengono e si correggono l’uno con l’altro. Questo non vuol dire che siccome le cose sono andate bene nel passato debbano andare bene nel futuro. Sarebbe sciocco basarsi su una simile stupida fiducia, peraltro contraddetta da molti avvenimenti del passato. Guerre, catastrofi, carestie fanno parte della storia umana. E pure i cambiamenti climatici della storia del pianeta. Inoltre, occorre ricordare che fenomeni di crescita lineare, come un graduale aumento di temperatura, possono precipitare in una crisi improvvisa: la famosa goccia che trasforma un bicchiere che si riempie in un bicchiere che trabocca.
Tutto dipende dalla velocità con cui questo accade. Il rapporto della specie umana con l’ecosfera non è passivo. Più di qualsiasi altra specie, quella umana reagisce agli stimoli ambientali grazie a due potentissime leve che sono solo sue: cultura e tecnologia. Capacità di apprendere, ricordare e progettare, immaginando il futuro. E capacità di costruire, inventare, modificare se stesso e l’ambiente circostante.
Se l’aumento di temperatura si manifestasse con gradualità, avremmo il tempo per adattarci, sia riducendo il nostro impatto sull’atmosfera sia mitigando le conseguenze negative. Vincenzo Ferrara e Alessandro Farruggia in un recente e ottimo libro di impronta ambientalista (Clima, istruzioni per l’uso, Edizioni Ambiente) scrivono: «I cambiamenti del clima possono infatti produrre anche benefici effetti, sia per gli esseri umani che per gli ecosistemi. Se il cambiamento è lento e graduale, il rischio clima può non essere associato a un concetto di danno rilevante…».
Se invece il cambiamento fosse rapido e improvviso, ne pagheremmo conseguenze molto più dure. è bene ricordare che le conseguenze negative non riguarderebbero il pianeta, ma la specie umana. Ciò che è in discussione non è l’Equilibrio Ecologico con le E maiuscole. Il pianeta è stato freddo, poi caldo e tornerà a essere freddo non per colpa dell’uomo, ma per fatti astronomici sui cui non abbiamo alcuna influenza, fra circa 40 mila anni. Tanti per noi, niente per la Terra. Ma è questo equilibrio ecologico, quello di oggi, che consente a 7 miliardi di persone di vivere sulla Terra, che può modificarsi sostanzialmente. E paradossalmente più siamo, più i danni causati dalla transizione verso un altro stato di equilibrio potrebbero essere grandi. Non per la Terra, ma per noi.
Ma il tempo c’è, se agiamo. E la buona notizia è che la maggior parte delle cose che si dovrebbero fare si possono fare, e in molti casi comportano anche un miglioramento dei nostri conti e della qualità della nostra vita. Ancora una volta la soluzione sta nelle tecnologie. Innanzitutto in quelle che ci possono consentire di usare l’energia in modo più efficiente, nelle fonti alternative, nell’uso dell’energia nucleare, nel miglioramento dei consumi e dei combustibili nei trasporti.
Se ne è convinto anche George W. Bush che propone di ridurre del 10 per cento il consumo di combustibili fossili negli Stati Uniti. L’Unione Europea ha preso impegni importanti. L’industria sembra avere capito che si è aperta una nuova era, anche per gli affari. Ce la possiamo cavare.
Chicco Testa, bergamasco, 55 anni, presidente della società Roma metropolitane, è stato anche presidente nazionale di Legambiente e dal 1996 al 2002 presidente di Enel
- Giovedì 17 Maggio 2007

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Il 24 Maggio 2007 alle 14:28 Toto gioca a nascondino e precipita l’Intesa per Alitalia » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] Ci sono segni di sfilacciamento nella cordata tra Air One e Banca Intesa per l’acquisto di Alitalia. A quanto risulta a Panorama.it alla Deloitte che per conto di Banca Intesa avrebbe voluto effettuare una verifica sui conti della società di Carlo Toto lo stesso Toto ha opposto un sostanziale diniego. In pratica, alla società di consulenza è stato negato l’accesso richiesto alla documentazione della Ap holding, la società costituita qualche mese fa e proprietaria della compagnia Air One. Al posto del consenso alla visione delle carte contabili, ai responsabili Deloitte sarebbero stati consegnati documenti considerati incompleti ed insufficienti. Il valore della Ap holding sulla base del quale la società di Toto ha chiesto l’appoggio di Banca Intesa e i finanziamenti in vista dell’operazione Alitalia è certificato da una perizia effettuata da un tecnico nominato dal tribunale di Chieti, la città di origine dello stesso Toto. Tramite la Deloitte, Banca Intesa avrebbe voluto approfondire gli aspetti finanziari e contabili di quella valutazione. L’imprevista frizione tra Air One e Banca Intesa arriva proprio nel momento in cui la vicenda della vendita Alitalia entra nel vivo e il giorno successivo a quello in cui il consiglio di amministrazione della compagnia di proprietà dello Stato ha deciso di svalutare il valore della flotta e ha fissato le perdite di esercizio a 626 milioni di euro. Una mossa che, in pratica, suona come un avviso al ministero dell’Economia che implicitamente viene invitato dal presidente Alitalia, Berardino Libonati, di rinunciare all’idea di fare cassa con la vendita della società aerea. A questo punto si rafforza la posizione di Texas Pacific Group (Tpg), il fondo americano in lizza per l’Alitalia che nei giorni passati ha ribadito la sua intenzione di comprare d’intesa con British Airways anche la compagnia Iberia. Secondo numerose indiscrezioni Tpg potrebbe allearsi anche alla cordata Air One Banca Intesa a patto che vengano risolti gli screzi sorti con Toto. Come amministratore della nuova compagnia aerea è circolato il nome di Franco Bernabè, ex numero uno dell’Eni, ma circola anche la candidatura di Chicco Testa, ex esponente dei Verdi e presidente dell’Enel. [...]
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