di Luca Sciortino
Se da qui ai prossimi sei mesi troverete su Panorama articoli che non vi piacciono, incluso quello che state leggendo, almeno non potrete dire che è uno spreco di carta. E nemmeno, se possedete qualche rudimento di chimica, che abbiamo immesso anidride carbonica nell’ambiente senza che ne sia valsa la pena. Infatti, tutto il processo di produzione del giornale che avete davanti, carta, colle e inchiostro compresi, sarà a impatto zero. Significa che per sei mesi non contribuiremo con il nostro consumo di energia all’effetto serra, dal momento che ci impegniamo a far piantare in Costa Rica un numero di alberi tale da assorbire la stessa quantità di anidride carbonica (6.826.656 kg) emessa: in totale, quasi 3 milioni di metri quadrati di foresta.
Per l’esattezza, Panorama aderisce al progetto di una piattaforma che si chiama Lifegate, nata per promuovere uno stile di vita in cui convivono profitti e rispetto per l’ambiente: se un’azienda vuole ridurre il suo impatto sulla natura senza rinunciare a consumi di energia e guadagni, può affidare a consulenti il compito di bilanciare con la riforestazione le sue emissioni.
La nostra richiesta era: una ragionevole certezza che gli alberi piantati venissero salvaguardati nel lungo periodo da inquinamento, incendi e attacchi parassitari. Non solo, pure che servissero a ricostituire ecosistemi con un alto grado di biodiversità. In seguito ad alcuni sopralluoghi nella penisola di Nicoya, in Costa Rica, condotti da una squadra di esperti guidata da Simone Molteni, direttore del programma Impatto Zero, sono state individuate due aree ideali: la riserva Amistad Caribe e la Karen Mogensen.
La fisionomia e la natura di questi luoghi e una serie di altre circostanze favorevoli sembravano rispondere alle nostre esigenze: il Costa Rica ha governi stabili che stanno sviluppando politiche incentrate sulla tutela della biodiversità; nella zona dove Panorama sta piantando alberi vivono 10 mila specie di piante superiori e almeno 45 specie di animali a rischio di estinzione che trarranno vantaggi da una riforestazione. In base ai calcoli, l’area coperta dai nuovi alberi coprirà una superficie di 2.963.196 mq. Così questo terreno prima adibito all’allevamento brado di vacche tornerà ricco di alberi e arbusti i cui nomi, dati dagli indigeni, sono: Indio desnudo, Garrocho, Cedro, Aguacatillo, Gallinazo, Platanillo, Lengua de vaca. E se le cose andranno secondo i programmi, presto il sottobosco si ripopolerà di felci, muschi e orchidee.
Gli alberi che stiamo piantando, ottenuti in vivaio a partire da semi raccolti da alberi autoctoni, hanno età tra i 3 e i 5 anni. Sono cioè in forte accrescimento nella massa arborea, dettaglio tutt’altro che irrilevante. Infatti la capacità di assorbire anidride carbonica da parte di un bosco varia a seconda di molti fattori: le specie, la loro età, la stagione, l’intervento umano sul terreno. Un albero giovane e in forte crescita assorbe molta anidride carbonica per formare, attraverso la fotosintesi, zuccheri che diverranno biomassa. Per questo l’anidride carbonica assorbita durante il giorno è maggiore di quella emessa durante la notte: insomma, ci aiutano a diminuire l’effetto serra.
Per boschi molto vecchi invece il bilancio è all’incirca in pareggio: molte foglie cadono sul terreno e, decomponendosi, rilasciano anidride carbonica. Inoltre, osserva Antonio Raschi, ricercatore del Cnr-Ibimet che con esperimenti pionieristici ha studiato l’effetto dell’anidride carbonica sulla flora, quando gli alberi sono vecchi e dunque alti, l’acqua viene pompata a fatica nelle foglie superiori: queste allora chiudono gli stomi per ridurre l’evaporazione e dunque assorbono meno CO2. “Nel complesso, però, riforestare è sempre positivo” precisa Raschi “un vecchio bosco è una sorta di serbatoio di CO2″.
Gli alberi piantati bilanciano 5.595.620 chilogrammi di carta consumata in sei mesi, oltre a colla, inchiostro, graffette, lastre d’alluminio, trasporto. Mancherebbero, in questo conto, gli sprechi di carta dentro la redazione. A guardare la facilità con cui si stampano documenti e pagine da internet, sembra che dovremmo aggiungere qualche altro ettaro di foresta. Ma chissà che questa iniziativa non insegni qualcosa anche a noi.
Leggi anche Impatto Zero: cinque regole facili per cominciare subito. Intervista a Simone Molteni e l’intervista a Pecoraro Scanio: “Avete preso la strada giusta”
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- Lunedì 18 Giugno 2007

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Commenti
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Il 4 Luglio 2007 alle 15:05 Non è la cravatta che fa il deputato. Rivoluzione Eni anche in Parlamento? » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Complici la moda e l’afa. Ma, soprattutto, gli esempi che arrivano dall’estero, a cominciare da Spagna (dove un’azienda importante come Acciona ha raccomandato ai suoi 4.000 dipendenti un abbigliamento informale, mentre lo stesso governo di Josè Zapatero ha annunciato di lavorare a un pacchetto di misure di risparmio energetico da proporre a tutti gli spagnoli), Giappone (dove la campagna “cool biz” - gioco di parole tratto da cool e business che significa fare affari sia al fresco che alla moda - è stata lanciata in prima persona dall’allora premier Koizumi che nel 2005 ha inaugurato il nuovo corso per i dipendenti pubblici, costretti a seguire il suo esempio e a presentarsi in ufficio con la camicia hawaiana, un po’ stile Beach Boys) e Cina. Oltre alla nuova, e sempre più diffusa, sensibilità ambientale. [...]
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