Archivio di Luglio, 2007

Eurotariffe: adesso telefonare dall’estero costa meno

Si riducono i costi del roaming in Europa
State andando in vacanza all’estero e pensate di poter già godere delle nuove Eurotariffe? Forse prima di “alzare” la cornetta vi converrebbe allora informarvi sui costi del vostro operatore al di fuori dei confini nazionali. Non tutte le compagnie di telecomunicazioni hanno infatti recepito allo stesso modo la direttiva dalla Commissione Europea che, come noto, ha fissato i nuovi tetti per le telefonate dall’estero: 49 centesimi di euro Iva esclusa (che diventeranno 43 nell’estate 2009) per le chiamate effettuate con il proprio cellulare in terra straniera, e non più di 24 centesimi di euro (Iva esclusa) per quelle ricevute. Il regolamento prevede una fase transitoria verso le Eurotariffe, che dovranno essere applicate obbligatoriamente a partire dall’inizio di settembre. “Nel frattempo - ha ricordato il portavoce della Commissione, Martin Selmayr - gli operatori hanno l’obbligo già ora di offrire ai propri clienti la possibilità di optare per l’eurotariffa, e di applicarla un mese dopo aver ricevuto l’accettazione da parte degli stessi clienti”.

In Italia, per il momento solo Vodafone e Wind hanno già recepito il provvedimento in maniera pressoché definitiva: la prima ha iniziato a offrire l’Eurotariffa dal 29 luglio, attraverso un’attivazione dal numero gratuito 42070, la seconda (in maniera automatica) dal giorno dopo. Diversa la posizione scelta da Tim, che consentirà ai propri utenti di chiedere la prenotazione per l’eurotariffa dal 30 luglio fino al 30 settembre, riservandosi di rilasciarla entro 30 giorni. Solo dal primo ottobre la nuova tariffazione sarà disponibile per tutti i clienti (purché naturalmente non abbiano già scelto una diversa opzione di roaming) senza prenotazione e attivazione. Va detto che l’operatore proporrà in aggiunta, dal 6 agosto, un’offerta a pagamento (10 euro per i privati, 19 per gli utenti business) denominata Tim Senza Confini che permetterà di non pagare per un mese le chiamate ricevute nei 27 paesi membri dell’Unione e di sfruttare l’Eurotariffa (49 centesimi) per quelle effettuate. Quanto a Tre, non è stata ancora rilasciata alcuna comunicazione ufficiale. I clienti dell’operatore per il momento dovranno dunque accontentarsi dell’offerta All’estero come a casa, attivabile automaticamente senza costi aggiuntivi, per chiamare in tutti i paesi coperti direttamente dall’operatore (Svezia, Regno Unito, Austria, Danimarca, Irlanda, Australia e Hong Kong) al costo della tariffa nazionale più lo scatto alla risposta (50 centesimi di euro).

Per aiutare i clienti a orientarsi fra le nuove tariffe scontate, la Commissione Europea ha deciso di attivare un sito, a partire dai primi di agosto: qui verranno segnalate le compagnie che si sono adeguate entro i termini prestabiliti dal regolamento comunitario e quelle che ancora non lo hanno fatto. “Sarà un sito con i nomi di tutti gli operatori europei” ha riferito a Bruxelles lo stesso Selmayr, “per dire se ognuno di essi ha o non ha applicato le Eurotariffe, o se applica tariffe ancora meno care”.

Terapia ormonale e cancro al seno: legame confermato

http://www.flickr.com/photos/merfam/
La terapia ormonale sostitutiva ha il pregio di aiutare le donne che stanno entrando in menopausa ad alleviarne i sintomi, ma da anni si sospetta che possa innalzare il rischio di infarto, stroke e cancro al seno. Nel 2002, Women’s Health Initiative, un programma di ricerca durato 15 anni e volto a stabilire le più comuni cause di morte, malattie e scarsa qualità della vita nelle donne dopo la menopausa, sembrava non lasciare dubbi in proposito.
Da allora è assai diminuita, in America ma anche in Italia, la prescrizione di terapia ormonale e negli anni immediatamente successivi si è registrata una diminuzione dei casi di cancro al seno. Pura coincidenza? C’è chi sosteneva che poteva trattarsi semplicemente di un effetto perverso: niente terapia ormonale, meno controlli ed esami (come la mammografia), quindi meno diagnosi.
Ora uno studio pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute, condotto da ricercatori di Kaiser Permanente Northwest, organizzazione sanitaria americana, rivela che invece il legame tra ormoni e cancro c’è eccome. Analizzando i dati relativi a migliaia di donne dal 1980 al 2006 e focalizzando l’attenzione su quelle che hanno continuato a sottoporsi regolarmente alla mammografia, Kaiser Permanente Northwest ha potuto eliminare questa variabile dal quadro e tracciare l’andamento delle diagnosi di cancro in parallelo alla somministrazione di ormoni. Mentre fino a qualche anno fa i casi di cancro al seno aumentavano di pari passo con la somministrazione della terapia ormonale, dal 2003 in poi l’uso della terapia ha conosciuto un crollo (-75 per cento), e le diagnosi di cancro al seno sono diminuite del 18 per cento.

L’omosessualità è contro natura? Chiedetelo agli animali

Secondo il Museo di storia naturale di Oslo, che ha allestito la prima mostra sugli animali omosessuali, una coppia su cinque di pinguini reali che vivono negli zoo è gay.<br /> Credits: Per E. Aas, Natural History Museum, University of Oslo, Norway.
Avete ancora tempo fino al 19 agosto per vedere la prima mostra sugli animali omosessuali. Non si tratta di fotografia, né di fumetto underground, ma piuttosto di etologia, la scienza del comportamento animale. L’esposizione è al Museo di Storia naturale di Oslo, che non cela le sue motivazioni per aver scelto una materia così controversa. I curatori devono avere diversi amici e parenti “gay-scettici” che sfoderano ogni volta il loro argomento preferito, ovvero la convinzione che l’omosessualità sia contro natura. Tanto che hanno pensato di confutarlo, una volta per tutte, con una mostra apposita. Si dicono infatti fiduciosi che una maggiore conoscenza di quanto le tendenze gay siano comuni tra gli animali (guarda il video di di National Geographic) dovrebbe aiutare a fare piazza pulita dei luoghi comuni sull’omosessualità tra persone.
Quali sono gli animali gay? L’omosessualità è stata osservata in 1500 specie, dal più piccolo insetto fino all’enorme capodoglio. Negli zoo una coppia su cinque di pinguini reali è omosessuale. Il record, però, lo detengono i pappagalli arancioni in cattività: una coppia su due è dello stesso sesso.
Il primo corollario che si deduce da queste osservazioni è che l’evoluzione non ne risente. Insomma, il mondo non finirà mai perché maschi e femmine smettono di copulare tra loro. Ad esempio, ci sono coppie stabili di fenicotteri rosa maschi che si “tradiscono” una sola volta pur di avere un piccolo da allevare. Il secondo corollario è che gli animali fanno sesso anche senza scopi riproduttivi, al di fuori della stagione dell’accoppiamento: per puro piacere, insomma. O addirittura, come le affascinanti scimmie bonobo, che sembrano aver adottato lo slogan “fate l’amore, non fate la guerra”: non appena si presenta il rischio di una competizione, ad esempio per il cibo, scatta un invito sessuale. E una volta assecondate le pulsioni erotico- aggressive, condividono volentieri anche il pranzo.

 

Daily Tube, la selezione dei migliori filmati di Internet


Potrebbe essere considerato come una sorta di “Blob” di Internet, solo che qui non ci sono gli spezzoni televisivi ma i videoclip trasmessi da YouTube, e al posto di Enrico Ghezzi e soci c’è uno staff di 25 specialisti della rete capaci di mettere al settaccio ogni 24 ore l’intero video-universo del web. Questo è in sintesi The Daily Tube, il nuovo sito realizzato dall’americana Condé Nast che si propone di radunare tutto il meglio dei principali servizi di video-sharing: YouTube, dunque, ma anche MetaCafe, iFilm e Revver.
Rispetto agli altri aggregatori video presenti in rete – è il caso di WeShow, Aggrega, uVouch, VodPod, Pikspot, e Feedbeat, The Daily Tube punta su una divisione per categorie, (si può scegliere fra video giornalieri, musicali, umoristici, celebrità, fino ai cosiddetti “late night” delle tv americane) e permette di ricevere via email i contenuti selezionati dagli editor del portale.

Anche se non può essere considerato un servizio di social network (tant’è che non è nemmeno richiesta la registrazione), The Daily Tube permette comunque agli utenti di segnalare i propri video, nonché di votare e commentare quelli più interessanti. In questo modo è possibile avere una graduatoria aggiornata dei migliori spezzoni apparsi ogni settimana, ogni mese e ogni anno; c’è pure una classifica con le clip più cliccate di ogni tempo. Un modo come un altro per rivedere i video che hanno fatto la storia di Internet. Come questo:

Motori di ricerca: l’affidabilità è solo un fatto di marketing

Sul web ormai si contano oltre 4.000 motori di ricerca, ma perché la maggior parte di noi continua ad usare solo Google, Yahoo! e Msn Live Search? Perché sono migliori degli altri? No, la risposta è un’altra e molto più semplice: perché ci fidiamo del marchio. Per dirla con il linguaggio del marketing, anche qui è tutta una questione di brand. Questa almeno la conclusione di un esperimento davvero singolare condotto nei laboratori della Penn State University (Usa) (qui un abstract e qui il paper completo in .pdf).
I ricercatori hanno effettuato alcune interrogazioni su Google e poi hanno integrato i risultati in pagine in cui compariva il logo di altri motori di ricerca. Hanno sottoposto il tutto a un panel di 25 studenti, chiedendo di giudicare la pertinenza di ciascun motore. Bene, i tester hanno giudicato la performance di Google e Yahoo! migliore rispetto a quella degli altri motori, nonostante si trattasse degli stessi risultati. Guarda caso proprio i due leader incontrastati del settore. Secondo l’istituto di ricerca Comscore, infatti, il 50 per cento delle ricerche sono effettuate su Google, circa il 25 per cento su Yahoo! e il 13 per cento su Msn Live Search.
I primi ad essere sorpresi sono stati proprio i ricercatori della Penn University: “Dal momento che non c’era alcuna differenza tra i risultati sottoposti, tutti i motori di ricerca avrebbero dovuto ottenere lo stesso punteggio” spiega Jim Jansen, docente al College of Information Sciences and Technologies “Evidententemente” conclude “anche qui interviene il fattore emozionale del branding”.

Banda larga quanto mi costi? L’Ocse promuove il Giappone e boccia l’Italia

http://www.flickr.com/photos/robbyt/
Internet non viaggia alla stessa velocità in tutto il mondo. E nemmeno all’interno dei 30 paesi più avanzati, quelli che fanno parte dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). L’ultimo rapporto sulla comunicazione pubblicato dall’OCSE mette in luce differenze anche notevoli in termini di prezzi e velocità.
Dal rapporto emerge che il 60 per cento dei 256 milioni di abbonati naviga con la banda larga, e i Paesi che hanno optato decisamente per la fibra ottica sono quelli in grado di garantire le migliori velocità ai prezzi più bassi. In Giappone, ad esempio, sono disponibili linee a 100Mbps: una velocità 10 volte maggiore della media dei Paesi OCSE. E il prezzo per megabit al secondo in Giappone è in assoluto il più basso, pari a 0,22 dollari (0,16 euro), mentre il più alto è in Turchia (la bellezza di 81,13 dollari). Grazie alla fibra ottica gli utenti giapponesi non solo risparmiano, ma possono caricare dati alla stessa velocità con cui li scaricano: upload e download viaggiano allo stesso passo, cosa per definizione impossibile con l’Adsl.
Nel rapporto (qui una sintesi in italiano, in pdf), si legge anche: “Il calo dei prezzi e il miglioramento dei servizi sono stati più accentuati sui mercati caratterizzati da una intensa concorrenza”. E un buon metro di paragone sono le tariffe mensili dei con tratti flat, nei quali è la Svezia il Paese che offre il contratto base meno caro (10,79 dollari), seguita da Danimarca (11,11$), Svizzera (12,53$) e Stati Uniti (15,93$). L’Italia si piazza all’ottavo posto tra i Paesi Ocse, con il contratto mensile più economico pari a 17,63 dollari, pari a quasi 13 euro.

Ecco il nuovo Razr di Motorola, il cellulare più venduto al mondo


Con circa 100 milioni di modelli venduti in 3 anni è stato il telefono più venduto al mondo, nonché il più scopiazzato, visto l’altissimo numero di cloni ultrapiatti che si sono susseguiti dopo la sua uscita. Ora il Razr va in pensione per dare spazio al suo erede naturale, il Razr2, un telefono tutto nuovo che se da un lato punta a raccogliere l’eredità stilistica del primo rasoio, dall’altro intende aprire un capitolo a sé stante. Valerio Camardella, Country Manager Mobile Devices Business di Motorola Italia, non ha dubbi: “Vogliamo rilanciare una nuova sfida ai nostri competitor, che spesso e volentieri hanno copiato il nostro telefono. Per questo non abbiamo puntato solo sull’idea di fornire un cellulare sottile, ma ci siamo concentrati anche sulla parte funzionale”.

Sotto questo profilo il nuovo rasoio si presenta con un’interfaccia tutta nuova basata su Linux/Java e integra un generosissimo display esterno a touch screen che permette l’utilizzo - anche a terminale chiuso - delle funzioni più ricorrenti, come il lettore mp3 o il menu dei messaggi. Cambia anche il processore, che secondo quanto dichiarato dalla casa è ora in grado di offrire velocità 10 volte maggiori, mentre sul versante prettamente telefonico è da registrare l’innesto di un nuovo sistema di regolazione dell’audio appositamente studiato per migliorare la qualità di comunicazione negli ambienti rumorosi.

Il nuovo Razr verrà commercializzato a partire dalle prossime settimane nella versione V8 (Gsm/Edge) a un prezzo consigliato di 499 euro; per le versioni di terza e quarta generazione bisognerà attendere invece la fine dell’anno. Fra i concorrenti del nuovo ultrapiatto di Motorola ci sarà naturalmente anche Apple con il suo iPhone, “un competitor molto serio” sottolinea Camardella “che a differenza di molti concorrenti orientali che sbragano sui prezzi, sta provando a mettere in piedi un modello di business completamente diverso, basato – oltre che sul prezzo di acquisto del terminale – anche sulle revenue sharing fornite dagli operatori”. Tanto che se la società di Cupertino riuscisse a portare la stessa filosofia anche in Europa, conclude Camardella, tutti, Motorola compresa, ne sarebbero avvantaggiati, “perché ciò significherebbe aprire nuove strade che portano a sfruttare non solo il pezzo di ferro che viene venduto, ma anche il traffico che questo è capace di generare”.

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Nokia si compra Twango e apre al social-network da cellulare


Costruirsi in casa una piattaforma per organizzare, condividere e pubblicare i file multimediali? Meglio comprarsela già pronta. A questo devono aver pensato i vertici di Nokia prima di decidere di acquistare Twango, il social network che assomiglia un po’ a Flickr e un po’ a Youtube, visto che permette di caricare, scaricare e gestire le foto, i video e i clip audio, compresi quelli scattati o registrati con il cellulare.

È facile pensare che per la società finlandese si sia trattato di una mossa dettata dalla rapida evoluzione dei dispositivi portatili di ultima generazione: se fino a qualche tempo fa la vera rivoluzione la facevano le fotocamere a bordo dei telefonini, ora la vera frontiera è rappresentata dalla possibilità di gestire i contenuti direttamente dal proprio device mobile, creando album multimediali condivisi o pescando dagli archivi di altri utenti. Del resto, solo nel 2006 Nokia ha venduto circa 140 milioni di cameraphone; un numero di per sé sufficiente a giustificare la necessità di dotarsi di un servizio come quello offerto Twango, che con ogni probabilità verrà presto integrato all’interno dei telefonini che usciranno dagli stabilimenti di Helsinki.

Per gli utenti Nokia, ciò si tradurrà nella possibilità di sfruttare un contenitore virtuale, già precaricato nel telefonino, su cui depositare gli scatti, i video o le registrazioni audio, o nel quale “frugare” fra gli archivi degli altri utenti registrati. Allo stato attuale Twango permette di effettuare l’upload e il download di contenuti multimediali, di editarli e di etichettarli mediante tag identificativi. Oltre al classico caricamento da pc, il servizio propone già una modalità di inserimento dei file da telefono cellulare, attraverso una procedura (in verità piuttosto elaborata) via mms o email. Naturalmente, l’integrazione nativa del software di Twango all’interno dei telefonini Nokia potrebbe portare a snellire l’operazione, rendendola più intuitiva e automatica. Una notizia che di certo farà piacere agli operatori di telecomunicazioni, che proprio sul traffico generato dai servizi legati al mondo multimediale stanno cercando di costruire il business del futuro.

Guardare ma non toccare: ecco i telefonini più cari del mondo


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Per la telefonia cellulare è un momento d’oro, nel vero senso della parola. Basta infatti fare un giro sulla Rete per rendersi conto che quello dei cellulari di lusso non è più un semplice vezzo per nababbi, ma un vero e proprio mercato sul quale anche i grandi produttori hanno cominciato a mettere gli occhi. Cellulari parzialmente o completamente rivestiti d’oro, tempestati di diamanti, rubini e di altre pietre preziose: ce n’è naturalmente per tutti i gusti, ma non naturalmente per tutte le tasche. Solo i più facoltosi, infatti, possono permettersi il lusso di possedere oggetti come questi. Insomma, cellulari di nome, gioielli di fatto.

La palma del telefonino più costoso del mondo spetta, secondo il Guinness dei Primati, al GoldVish Le Million, cellulare presentato lo scorso anno alla fiera del Milionario di Mosca e venduto per la modica cifra di 1,3 milioni di dollari. Cosa giustifichi un prezzo così spropositato è presto detto: il telefono è infatti interamente rivestito un oro bianco a 18 carati e ricoperto da ben 120 carati di diamanti. Sborsando più o meno la stessa cifra, ci si può portare a casa il Diamond Crypto Smartphone, telefonino realizzato dal gioielliere austriaco Peter Aloisson, probabilmente il più noto creatore di telefoni per milionari. Anche in questo caso non si è lesinato sui particolari sfarzosi: il cellulare, progettato in collaborazione con l’azienda russa Jsc Ancort Company, si presenta infatti con una scintillante scocca in oro bianco e rosa, impreziosita da 50 diamanti fra cui 10 di rarissimi diamanti blu. Chi volesse spendere qualcosina di meno, può sempre “ripiegare” sul Signature Cobra, un cellulare prodotto dalla Vertu (una divisione di Nokia specializzata proprio nella produzione di cellulari di lusso), in collaborazione con Boucheron. Particolarità di questo apparecchio è la presenza di una scultura a forma di serpente completamente ricoperta di rubini (oltre 400 pietre preziose) per un totale di 21 carati. Il prezzo? Circa 310 mila dollari, spicciolo in più spiciolo in meno. La stessa Vertu ha in listino altri preziosi modelli da mille e una notte, come il Diamond, un cellulare in platino e diamanti disponibile in appena 200 esemplari a 88 mila dollari, e il Signature, altro gioiello da quasi mille diamanti acquistabile per poco più di 80 mila dollari.

Sarebbe assurdo parlare di modelli di fascia bassa, ma si può comunque annotare la presenza di device più economici, molto spesso derivati da produzioni di serie. È il caso del V3i firmato Peter Aloisson, riedizione in oro e diamanti del celebre Razr di Motorola, proposto a 7.400 euro (esiste anche una versione più “economica”, in acciaio e diamanti, dal costo di circa 3 mila euro), o del Nokia 8800 Sirocco Gold, una versione placcata oro del telefono in acciaio e vetro zaffiro lanciato lo scorso anno dalla casa finlandese.

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Tv-mobile: l’Europa si butta sul Dvb-h


La svolta potrebbe essere paragonata a quella che, negli anni Ottanta, sancì l’adozione del Gsm come standard europeo per la telefonia cellulare. Solo che questa volta di mezzo non c’è il futuro delle comunicazioni vocali, ma quello delle trasmissioni televisive. L’Unione Europea ha infatti deciso di candidare il Dvb-h come standard unico per la diffusione dei contenuti televisivi sui device mobili (la “tv mobile“). La Commissione Europea incoraggerà gli stati membri, nonché i produttori, ad adottare e sviluppare lo standard, con la facoltà, in caso di reticenza, di rendere la norma obbligatoria a partire dal 2008. Con questa presa di posizione, l’Ue si propone di accelerare lo sviluppo di un’area – quella della tv-mobile – che secondo il Commissario ai Media Viviane Reding varrà 20 miliardi di euro entro il 2011, interessando 500 milioni di telespettatori nel mondo. Sulla decisione dell’organismo europeo pesa inoltre la volontà di scoraggiare un’eccessiva frammentazione del mercato per ciò che riguarda l’utilizzo di sistemi eterogenei di trasmissione del segnale. Lanciato un anno fa in occasione dei Mondiali di calcio, il Dvb-h, lo ricordiamo, è la versione “portatile” del digitale terrestre, una tecnologia che non ha ancora incontrato una vera e propria diffusione di massa all’interno del Vecchio Continente, al contrario di quanto accade nei paesi orientali dove invece risulta già ben consolidata.

Resta ora da capire quale sarà la posizione di tutti quei produttori (è il caso per esempio di Samsung, Lg e Panasonic) che hanno puntato su sistemi alternativi, primo fra tutti il Dmb, lo standard delle radio digitali basato su tecnologia Dab. Ma la questione riguarda da vicino anche tutta l’area dei media. Proprio qualche giorno fa la Rai, ha rivelato di non voler più trasmettere in Dvb-h, una scelta motivata soprattutto dagli eccessivi costi di implementazione della tecnologia. Secondo quanto dichiarato dai vertici di viale Mazzini, infatti, una rete Dvb-h che sia in grado di coprire almeno l’85 per cento del territorio richiede un investimento pari a circa 300 milioni di euro, mentre per avere lo stesso risultato con la tecnologia Dmb ne sarebbero sufficienti otto.

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