Batterie ritirate: colpa dei cinesi o della tecnologia?

Nei giorni scorsi la Nokia è stata costretta a richiamare dal mercato 46 milioni di batterie a rischio di surriscaldamento, ma forse non è tutta colpa delle fabbriche cinesi che le hanno prodotte. Intervistato dal quotidiano inglese Times, il professore Masataka Wakihara dell’Istituto di tecnologia di Tokyo ricorda che aumenti di temperatura tali da far rischiare l’esplosione sono un limite tecnologico tipico di questi alimentatori. È un’opinione condivisa da un altro scienziato giapponese, Kuniaki Tatsumi dell’Istituto di scienza e tecnologia industriale. Ecco perché, come osserva Wakihara, alcuni ricercatori stanno sviluppando un nuovo tipo di batterie ai polimeri di litio: non sono infiammabili perché l’elettrolita è in un composito di polimero solido. Sono già disponibili sul mercato in alcuni modelli di computer portatili, e possono essere impiegate per alimentare i veicoli elettrici.

Negli ultimi anni i casi di ritiro dal mercato non sono stati pochi: nel 2006 la Sony ha richiamato più di 7 miloni di batterie utilizzate in computer di altri produttori e nel 2004 la Kyocera ne ritirò un milione. E appena un mese fa la Toyota ha ritardato il lancio della Prius, un veicolo ibrido alimentato a benzina ed energia elettrica, proprio per la tendenza delle batterie al litio a surriscaldarsi.

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Il 24 Agosto 2007 alle 18:21 Dopo il caso Mattel: perché controllare gli standard è molto difficile » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Si diceva una volta: un marchio che vuole dir qualità. Ma è ancora possibile fidarsi dei grandi brand dopo i casi Mattel, Nokia o Colgate? La risposta degli esperti americani interpellati da Panorama non lascia molto spazio all’ottimismo: “La Mattel o altri grandi gruppi spesso producono negli stessi capannoni da dove escono i giochi di decine di altre marche, anche molto meno rinomate” spiega Eric Johnson, che insegna economia alla Tuck school of business in New Hampshire, ed è uno dei maggiori esperti americani di outsourcing (lo spostamento all’esterno di fasi produttive). “Per questa ragione è molto probabile che presto avremo notizia di altri giocattoli al piombo come quelli della Mattel”. Per Johnson il problema è l’allungamento della catena di produzione: “Ormai bisogna controllare i fornitori dei fornitori, e tutti i materiali usati, perché anche la vernice che una volta veniva dall’Occidente ora è prodotta in Cina o Indonesia. E a rischio sono quindi anche aziende che hanno sistemi di controllo accuratissimi, o che addirittura possiedono le fabbriche di cui si avvalgono”. David Hennessy, esperto di marketing al Babson College di Wellesley, dice che il problema è la differenza negli standard di sicurezza: “Di recente un produttore di birra europeo mi raccontava di avere scoperto solo per caso che i suoi fornitori cinesi non usavano la sostanza naturale normalmente adottata per mantenere chiara la bevanda ma formaldeide, ovvero un veleno”. L’unica soluzione secondo lui è adottare gli stessi controlli in vigore nell’industria automobilistica e aeronautica: “Quando le case automobilistiche trovano anche un solo pezzo difettoso rispediscono al mittente l’intero container”. L’unica cosa che invece non si può fare è tornare al passato: “Chi in nome della sicurezza riporta in Occidente la produzione perde, perché non può competere con chi invece continua a usare i fornitori cinesi”. [...]

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