Archivio di Settembre, 2007

Di Eleonora Voltolina
Api addestrate che volano sopra campi minati e individuano in modo esatto i punti dove si nascondono mine antiuomo. È il risultato ottenuto da un gruppo di ricerca dell’Università di Zagabria, in Croazia, guidato da Nikola Kezic. In quel paese ci sono ancora 250 mila ordigni inesplosi nel terreno, eredità della guerra nei Balcani tra il 1991 e il 1995.
“L’esplosivo più usato nelle mine è il trinitrotoluene, il tnt. Abbiamo circondato di tnt le ciotoline che contengono il cibo: quando le api vanno a mangiare, imparano ad associare i due odori” spiega a Panorama. “Poi le liberiamo nei campi appena sminati, seguendole con telecamere a infrarossi: se si concentrano su un punto, capiamo che lì sotto si cela una mina sfuggita al controllo”.
L’addestramento dura tre, quattro giorni, ma l’associazione tnt cibo va poi costantemente ripetuta affinché le api non la dimentichino. “I risultati delle prime prove sono stati incoraggianti” continua Kezic. “In autunno riprenderemo con altri test”
Rispetto ai cani antimine, le api hanno un grande vantaggio: la leggerezza. Non arrivando nemmeno al grammo di peso, non rischiano di far esplodere le bombe.
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“Walled garden”, ovvero giardini murati. È ciò che stanno diventando gran parte dei servizi della nuova ondata “social” del web 2.0 (tipo MySpace, YouTube, Flickr). Bravissimi ad attirare utenti e aprire spazi personali su cui poter pubblicare e condividere risorse di ogni tipo. Ma anche attenti a blindare i nostri dati per costringerci a svolgere qualsiasi attività all’interno del loro recinto. Giardini, appunto, ma con alte muraglie per impedire agli utenti di scappare e andare a generare traffico sui siti dei concorrenti. È così che, se per qualsiasi motivo ci si vuole trasferire su un altro network sociale, tutti i dati, le relazioni e le risorse create andranno perdute. Altro che condivisione!
Dagli Stati Uniti arriva ora la proposta di un “Bill of rights” per iniziare ad abbattere questi steccati e ridare agli utenti quanto gli spetta. E cioè, una carta dei diritti che, come la più famosa Costituzione americana del 1791, stabilisce i principi fondamentali della cittadinanza digitale nell’era del web 2.0. Le parole-chiave sono possesso, portabilità e libertà di movimento per le informazioni personali (profili, liste di persone con cui si è in contatto, flussi di attività e contenuti creati). In altre parole, gli utenti dovranno avere la possibilità, in qualsiasi momento, di disporre dei propri dati su siti terzi certificati e, cioè, non commerciali.
“The machine is Us/ing us”
Al di là del successo a cui andrà incontro l’iniziativa, il Bill of Rights for the Open Social Web solleva un problema destinato a diventare cruciale nei prossimi anni: l’emergere di una nuova arena sociale impone una ridefinizione dei diritti fondamentali degli utenti-cittadini. A patto, però, di affrontare la questione a livello globale, e non con i tentativi (spesso di censura ex-post e, quindi, per nulla incisivi) delle singole legislazioni nazionali. In questa direzione va anche la richiesta fatta nei giorni scorsi da Google dal palco dell’Unesco: il tema è quello ancora più scottante della privacy, per la quale Mountain View si dice pronta a portare avanti una crociata internazionale “per creare standard globali minimi, in parte decretati dalle leggi e in parte da auto-regolamentazioni”. Una prima risposta alle tante critiche piovute sul colosso di Mountain View?

Di Alessandro Calderoni
È una falena ma di tipo speciale: è il primo insetto cyborg, un po’ organismo vivente un po’ macchina. Nata come esperimento accademico alla Cornell University, oggi è un progetto di ricerca finanziato dal Pentagono. L’insetto (la Manduca sexta), modificato grazie a tecniche di nanotecnologia, potrebbe diventare infatti un’ottima spia al servizio dell’intelligence elettronica, trasmettendo immagini e rilevando sostanze perfettamente mimetizzato nell’ambiente.
A modificare la falena del tabacco è stato il gruppo di David Erickson, scienziato che si occupa di nanotecnologie «fluide», cioè che fondono componenti elettroniche e organiche. Inserite nella larva di farfalla, permettono un collegamento elettrochimico tra il sistema nervoso dell’insetto e i componenti elettronici applicati in seguito, sensori o microcamere.
Da anni si studia la realizzazione di insetti-robot «spioni» come ragni o libellule, ma i costi sono alti, l’autonomia limitata e la maggior parte delle risorse viene impiegata per far muovere le creature elettromeccaniche come esseri viventi. In Medio Oriente si dotano scoiattoli e roditori di apparecchiature spia, in Cina lo si fa con i piccioni, ma in questi casi il controllo è assente o relegato all’addestramento dell’animale. Un cyberinsetto ha invece un doppio vantaggio: funziona di per sé, perché è vivo, e in più possiede alcune caratteristiche artificiali implementabili, come la teleguida e l’inserimento di sensori.
L’agenzia di ricerca del Pentagono, la Darpa, ha stanziato 2 milioni di dollari per avere entro il 2010 una falena ibrida: l’insetto dovrà essere portato via gps nei pressi di un obiettivo, probabilmente militare, con un margine massimo di errore di 5 metri. E da lì inizierà a inviare dati e informazioni.
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La tv, intesa nel senso più tradizionale del termine, è destinata a morire? Lo si dice da anni, e alla fine non è mai successo. In ogni caso, è certamente presto per recitare il de profundis a un oggetto che a tutt’oggi rimane ancora saldamente attaccato al suo vecchio antennone nei salotti di mezzo mondo. Qualcosa però sta cambiando. Colpa o merito della IpTv, la televisione che viaggia sulla banda larga di Internet proposta dai provider delle telecomunicazioni. L’IpTv non può essere più considerata la televisione del futuro, perché sta già vivendo il suo presente. Almeno questo è ciò che dice Peter White, fondatore e primo analista di Rethink Research Associates, secondo cui il numero di utenti IpTv è destinato ad aumentare nei prossimi cinque anni dagli attuali tre milioni a più di 50 milioni, grazie all’interesse suscitato dai servizi aggiuntivi resi possibili dalla comunicazione via Internet.
Un mercato che anche in Italia si sta muovendo, anche se attualmente le uniche proposte di tv via Internet arrivano da Telecom e da Fastweb. La prima ha nel suo carniere l’offerta Alice Home tv adsl proposta a 41,90 euro al mese in abbinamento con un collegamento adsl da 20 megabyte, un decoder e un modem Wi-fi; la seconda ha invece appena rinfrescato la sua IpTv proponendola anche come servizio stand alone (sganciato cioè da qualsiasi offerta di banda larga) a un prezzo di 20 euro al mese. Ma il panorama è destinato ad aprirsi ben presto con l’arrivo di nuovi operatori. Tiscali e Wind sono già pronte a fare il loro ingresso sul mercato, poi si vedrà. In materia, poi, i prezzi di Telecom della cosiddetta banda metropolitana potrebbero fare la differenza. Si vedrà.
Il fermento è forte non solo fra gli operatori delle telecom, ma anche fra tutti quegli attori che in un modo e nell’altro possono contribuire a far volare le quotazioni della tv su protocollo Ip. È il caso di Microsoft per esempio, che prima dell’estate ha rilanciato la sua piattaforma di sviluppo per gli operatori che fanno o faranno IpTv. Mediaroom, questo il nome della tecnologia sviluppata dalla casa di Bill Gates, aggiunge ai tradizionali elementi della tv a banda larga - come i programmi in diretta e i cosidetti video on demand - la possibilità di sviluppare servizi evoluti di tv interattiva, portali dinamici e giochi, e offre alle telecom l’opportunità di fare “Personal media sharing” che tradotto in soldoni significa poter trasferire i contenuti multimediali – come le foto e i file mp3 – dal pc al televisore di casa. Anche Motorola sta investendo fior di quattrini nel settore, come dimostra l’acquisizione di Kreatel Communications, specializzata in decoder e alcune startup del settore come Modulus Video e Tut Systems, mentre Samsung ha annunciato la nascita di un consorzio con sette compagnie di gaming coreane per la creazione di una personalissima gamma di box interattivi con videogiochi già preinstallati. Insomma, si sperimenta. Anche in Italia, per esempio, come dimostra N3tv.
Tutto farebbe presagire dunque a un futuro dalle tinte davvero rosee. Ma la strada per l’affermazione dell’IpTv potrebbe non essere così in discesa. Qualcuno sostiene che l’attuale strategia degli operatori sia troppo orientata sulle prestazioni più che i sui contenuti e sui servizi. Ma la minaccia maggiore per l’IpTv potrebbe arrivare da Internet stesso, o meglio dalla Web-tv, la tv che si vede sul computer attraverso il peer to peer e che per alcuni è la vera erede del tubo catodico. La Web-tv sembra una normale trasposizione del televisore sul pc, ma in realtà è qualcosa di più: può contare su una quantità di canali decisamente più vasta e contenuti on demand come in una tv via cavo, e per di più gratis. Il tutto condito da tutti quegli strumenti tipici del mondo di Internet che portano gli utenti a interagire fra loro. Gli esempi più maturi di questa frontiera di trasmissione si chiamano Joost e Babelgum, due televisioni peer to peer che possono essere visualizzate tramite due semplici programmini. La prima, partorita dai fondatori di Skype vanta già accordi di primissimo piano con alcuni big del mondo mediatico, da Viacom (la grande rivale di YouTube) a Cbs alla Warner Bros. Analogo il discorso per Babelgum, nata da un’idea di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb, e che rispetto alla prima è più orientata verso le produzioni di qualità. E lo scacchiere si sta rinfoltendo di giorno in giorno con l’arrivo di nuove realtà, come per esempio VeohTV, Miro, Zattoo, Bbtv, Jalipo, senza contare l’ultimo affondo dell’onnipresente Microsoft, che con LiveStation vuole dire la sua anche su questo versante. Comunque vada a finire una cosa è certa: nel futuro della televisione ci sarà sempre più Internet.

Tre occhi vedono meglio di due. Il principio è vecchio come il cucco, ma finora nessuno aveva mai pensato di applicarlo su un apparecchio fotografico destinato al largo consumo. Lo ha fatto Franziska Faoro, una giovane ragazza tedesca di 28 anni, dalla cui creatività è scaturito questo nuovo prototipo di macchina digitale che si propone di rivoluzionare il modo di fare fotografia. Triops, questo il nome dell’apparecchio presentato in occasione del Braun Prize, si presenta come una curiosa palla in plastica anti-urto che integra al suo interno tre obiettivi capaci di funzionare in modo simultaneo. In questo modo, la fotocamera può scattare panoramiche a 360°, combinando le immagini dei tre obiettivi, e può essere lanciata in aria per immortalare vedute dall’alto.

Ma c’è di più. Triops può essere infatti azionata attraverso il classico otturatore o essere impostata per realizzare scatti in modo casuale o in risposta a suoni o movimenti. Le immagini possono essere quindi trasmesse e visualizzate attraverso un collegamento senza fili su un’unità separata che funge anche da caricabatterie. Il risultato potrebbe per certi versi simile a quello ottenuto da Google Street View grazie all’aiuto di Immersive Media. Una tecnologia da tenere d’occhio, insomma, anzi da tre.

La lista rossa si allunga inesorabilmente. Ogni anno sempre più specie animali e vegetali rischiano l’estinzione, così come aumentano quelle già scomparse dalla faccia della terra. Il report dell’Unione mondiale della conservazione - la più grande rete protezionista mondiale che unisce 83 stati, 110 agenzie governative, 800 organizzazioni non governative e 10 mila esperti di 181 paesi - mostra che nel 2007 sulle 41.415 specie esistenti, 16.306 sono a rischio (rispetto alle 16.118 dell’anno scorso), 785 si sono estinte e altre 65 sopravvivono solo in cattività o negli allevamenti (vedi tutti i dati). Insomma, la situazione è ormai sfuggita di mano: un mammifero su quattro, un uccello su otto, un anfibio su tre e il 70% delle piante catalogate sono in pericolo.
Il grande colpevole, come prevedibile, è l’uomo che con la sua attività minaccia il 98% delle specie. Secondo Julia Marton-Lefèvre, direttore generale della World conservation union (Iucn), “la lista rossa di quest’anno mostra che gli inestimabili sforzi fino ad ora fatti per proteggere le specie non sono sufficienti. Il tasso di perdita di biodiversità sta aumentando, dobbiamo agire subito per bloccare la catastrofe mondiale dell’estinzione. È un risultato che possiamo raggiungere, ma solo con uno sforzo coordinato a tutti i livelli della società”.
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Oggi l’attenzione è puntata su grandi scimmie, coralli, avvoltoi e delfini. E il quadro che emerge è a dir poco desolante. I gorilla sono stati decimati dal commercio delle carni e dal virus Ebola: negli ultimi 20-25 anni la popolazione si è ridotta di oltre il 60% e in 15 anni un terzo degli esemplari che vivevano in aree protette è morto di malattia o è stato massacrato dai bracconieri. Un destino condiviso con il delfino del fiume cinese Yangtze. Classificato come “in pericolo critico” (ma probabilmente estinto) è salito alla ribalta della cronaca estiva per un possibile avvistamento, non ancora verificato dagli scienziati cinesi. Dighe, progetti d’irrigazione, prelievo di sabbia e argini artificiali ne hanno distrutto l’habitat, riducendone l’estensione al 2% di quella originale.
E i volatili non se la passano meglio: quelli inseriti nella lista sono 9.956, di cui 1.217 segnalati come in pericolo. Il rapido declino degli ultimi otto anni è causato soprattutto dal diclofenaco (un farmaco usato per curare il bestiame), ma anche dalla perdita di habitat, dalla collisione con le linee elettriche e dall’avvelenamento. In Africa e Asia gli allevatori cospargono le carcasse di pesticidi per uccidere i predatori di bestiame (iene, sciacalli, e grossi felini), ammazzando così anche i volatili. Ultimi ammessi alla red list sono, invece, i coralli: monitorati per la prima volta nel 2007, contano oltre dieci specie in pericolo di estinzione, minacciate dall’aumento della temperatura dell’oceano legato a El Niño.
Il problema quindi è sempre più pressante, ma spesso non viene affrontato nel modo giusto: “Questa lista - spiega Fabrizio Bulgarini, responsabile del programma biodiversità per il Wwf - serve più che altro per sensibilizzare l’opinione pubblica, la situazione è molto complessa e spesso mancano progetti specifici”. In una realtà come quella italiana, ricca di ambienti diversi, la posta in gioco è molto alta. “Nel nostro Paese vivono molte specie endemiche - continua Bulgarini - e tutte sono minacciate. Penso per esempio al carpione del Fibreno o del Garda, ai geotritoni del Supramonte e del Gennargentu, alla lepre degli Appennini. Abitano solo piccole porzioni di territorio. Quando spariranno da qui saranno definitivamente estinti”.
In questo quadro a tinte fosche c’è un’unica nota di colore. Il Parrocchetto Echo (Psittacula eques), che 15 anni fa era uno dei pappagalli più rari al mondo, è passato a una categoria di pericolo più bassa grazie a una costante azione di salvaguardia. Un risultato apprezzabile, ma certo insufficiente. E l’obiettivo di ridurre entro il 2010 il tasso di perdita di biodiversità, sottoscritto da molti governi su scala mondiale, sembra sempre più lontano.
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Addio mito del latin lover. L’amante focoso ha la bellezza algida degli austriaci e non ha più i modi e la passione dei mediterranei. Già, perché per il 52% degli italiani il sesso non è eccitante, manca di varietà e non è frequente quanto si vorrebbe.
Peggio di noi i francesi (sono i meno soddisfatti in Europa, col 36%), mentre i giapponesi si trovano all’ultimo posto nel mondo (10%). A denunciare il calo di soddisfazione dei nostri machi e la focosità dei vicini amanti austriaci è la Sexual Wellbeing Global Survey di Durex, condotta su più di 26mila persone di 26 diversi Paesi del mondo con l’obiettivo di definire il benessere sessuale.
Gli italiani dicono di cambiare partner solo la metà delle volte di quanto riveli un austriaco, e sono molto meno propensi di altri a sperimentare in tema di sessualità. Gli amanti più esperti sono proprio gli austriaci, con 29 partner per ciascun uomo (la media mondiale è 13) e 17 per ogni donna (media mondiale 7). I peggiori sono però i cinesi, con una media di 4 per gli uomini e 2 per le donne.
Secondo l’indagine, meno di sei persone su dieci nel mondo (58%) si trovano a proprio agio nel confidare al partner cosa vorrebbero fare a letto. I più sicuri sono i messicani (80%), mentre gli inglesi (49%) sono i più riservati d’Europa e i giapponesi (21%) i più timidi. In media, il 67% degli adulti ha almeno un rapporto alla settimana. I più attivi sono i greci (24%) che fanno sesso cinque volte alla settimana o più, rispetto al 10% nel mondo. Eppure, sebbene l’81% degli italiani abbia almeno un rapporto a settimana (con un 36% che lo fa almeno tre volte in sette giorni) questo non è sufficiente per il 59% degli intervistati, che vorrebbero una frequenza maggiore di rapporti.
Per quanto riguarda i “giochi” praticati dalle coppie per aumentare il desiderio, si scopre che in cima alla preferenze degli italiani c’è il sesso orale, apprezzato per tre quarti di noi (75%), mentre il 73% predilige le fantasie sessuali e due terzi (65%) utilizzano i massaggi sensuali.
Alla domanda su cosa potrebbe migliorare la propria vita sessuale, la maggioranza degli italiani ha detto che condurre vite meno stressanti (60%) e riuscire a trascorrere più tempo con il partner (44%) sono le due priorità.
Ma chi non utilizza ancora prodotti per migliorare la propria vita sessuale (di Viagra, sul mercato dal 1998, nell’ultimo anno sono stati venduti 172 milioni di pillole, 6,6 milioni solo in Italia) è disposto a sperimentarli: il 18% vorrebbe provare un gel che favorisca l’orgasmo, il 14% prenderebbe in considerazione afrodisiaci o feromoni e l’11% sarebbe interessato a uno spray per ritardare l’orgasmo maschile.
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Il Viagra ha dieci anni: fu brevettato dalla Pfizer e commercializzato nel 1998. Oggi quel medicinale non è più soltanto un farmaco ma un vero stile di vita. Nell’ultimo anno sono stati venduti 172 milioni di pillole azzurre: 6,6 milioni solo in Italia. Se a questo dato si sommano le cifre degli altri due farmaci di settore – tadalafil (Cialis prodotto da Lilly, circa 5,5 milioni di dosi all’anno in Italia) e vardenafil (Levitra prodotto da Bayer, 2,5 all’anno) – si calcola che nel nostro Paese più di 14 milioni di amplessi ogni 12 mesi si consumano su base farmacologica, al prezzo di 150 milioni di euro.
Ad andare forte oggi, però, è tutto il sommerso, cioè i farmaci comprati via internet dai paesi nei quali il principio attivo della pillola blu (il sildenafil citrato) non è coperto da brevetto, come India o Singapore.
Secondo gli ultimi rilevamenti sul traffico globale di email, la pubblicità degli integratori sessuali copre il 40 per cento dello spamming totale. Online una compressa a base di sildenafil costa meno di 3 dollari e viene venduta come “viagra generico” oppure ribattezzata con i nomi più disparati, come Kamagra, Zenegra, Vigrex. Al di là delle questioni di brevetto, per l’utente finale i maggiori rischi sono le frodi telematiche e la composizione chimica dei prodotti: non si sa cosa arriva né se arriva (dogana permettendo). Inoltre l’incessante battage pubblicitario ha ottenuto un generale innalzamento dell’attenzione verso gli afrodisiaci. Polonia e Olanda sono i paesi con il mercato di settore più ampio.

A far sospettare che alcuni prodotti contengano principi attivi da laboratorio sono i prezzi: i cocktail vegetali (poco efficaci secondo le opinioni lette su forum e gruppi di discussione) costano fino a 30 euro per una ventina di capsule. Altri (ritenuti più efficaci) arrivano a 50 euro circa per 4-5 capsule. Di molti prodotti esiste anche una versione femminile, con gli stessi ingredienti: lo scopo è sempre il miglioramento dell’irrorazione sanguigna dei genitali.
Ma al di là dei numeri ciò che preoccupa è la rivoluzione culturale in atto. Con il passare degli anni la lettura sociale del Viagra è profondamente mutata: a parte l’utilizzo dedicato al paziente realmente impotente, oggi è considerato da molti una lifestyle drug, una specie di integratore alimentare per giovanissimi in cerca di sesso prestazionale e competitivo.
Senza bisogno di interpretazioni sono, invece, le pubblicità dei falsi viagra su internet: “Per soddisfare queste due caldissime ragazze ti basta una sola pillola blu” tanto per citarne una. E non è certo secondaria la diffusione in discoteca, a partire dal Nord Europa, di cocktail di sostanze come ecstasy più Viagra (detto Sexstasy o Head-hammering, cioè martellate nella testa) o cocaina più Viagra, o popper più Viagra.
“Quello dei giovanissimi che prendono il Viagra è un fenomeno complesso”, riflette Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento dipendenze asl Città di Milano: “Se è diventato culturalmente quasi normale che uno si dopi per ottenere un risultato sportivo, perché non doparsi per ottenere una prestazione sessuale olimpica?”

L’anoressia, che letteralmente significa mancanza di appetito, è un disturbo del comportamento alimentare, insieme a bulimia (fame da bue) e obesità. Si tratta di malattie complesse, determinate da condizioni di disagio psicologico ed emotivo, che quindi richiedono un trattamento sia del problema alimentare in sé che della sua natura psichica. Di solito inizia con una dieta al fine di migliorare la propria immagine. La persona anoressica non si sente mai magra abbastanza. colpisce duramente il corpo, lo attacca nelle sue funzioni vitali e può condurre a gravissime conseguenze fisiche quali insufficienza renale, osteoporosi, alterazioni cardiovascolari, perdita dei denti e dei capelli. Negli ultimi anni, secondo recenti indagini, questi disturbi sono in allarmante crescita.
Secondo un’indagine condotta su un campione di 3.894 pazienti dall’Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia, l’obesità e i disordini alimentari (Aba), sono le donne il 96,8% dei soggetti colpiti, contro un 3,2% di uomini; il 68% ha un diploma di scuola superiore ed è laureato il 12%. In poco meno di un caso su tre (28,5%) lo status socio-economico della famiglia di provenienza e’ alto, e medio nel 56% dei casi. Solo il 15,3% di chi soffre di disturbi alimentari proviene da una famiglia di ceto poco abbiente.
Ad ammalarsi di anoressia, oggi, sono anche i bambini, già a partire dagli otto anni, (studio Andid, Associazione nazionale dietisti), mentre l’incidenza del disturbo tra le adolescenti (nella fascia 12-25 anni) è di 3-5 casi ogni mille ragazze. Negli ultimi anni a soffrire di anoressia e bulimia anche le over-40, spesso il disturbo è legato alla paura di invecchiare.
La persona che soffre di bulimia ha una bassissima stima di sé, è portata ad ingerire enormi quantità di cibo. Il senso di colpa che ne deriva, costringe ad escogitare pericolose condotte eliminatorie quali vomito autoindotto, abuso di lassativi e diuretici. Si instaura con il cibo una vera e propria dipendenza paragonabile a quella che lega il tossicodipendente alla droga. Tra le giovanissime si fa sempre più strada la bulimia, soprattutto nelle grandi città: nella fascia 12-25 anni ne soffre l’1% delle donne, contro lo 0,5% di chi ha un problema di anoressia (Andid).
Per approfondimenti: Aba - Andid - Anoressia-bulimia.it - Il sito di Chiarasole, una ragazza che ce l’ha fatta - Il blog Bricioledipane - Il boom dei siti pro-Ana: un’inchiesta, un articolo sul Corriere della Sera - Il blog di Isabelle Caro, protagonista della pubblicità choc di Toscani

C’era un tempo, e nemmeno troppo lontano, in cui Nokia faceva telefonini ed Apple costruiva computer e lettori mp3. Non c’era molto in comune fra le due società, se non il fatto che entrambe detenevano due fra i più fiorenti regni del mercato tecnologico. Nessuno avrebbe mai pensato che due colossi di questa portata si sarebbero trovati qualche tempo dopo a farsi la guerra su un terreno di conquista situato proprio a metà strada dai rispettivi “orticelli”. Sì, perché ora (miracoli della convergenza digitale), ora Apple fa iPod travestiti da telefoni, mentre Nokia ha trasformato i suoi cellulari in qualcosa di ben più corposo, con dentro di tutto di più, musica compresa. Difficile dire chi abbia iniziato. C’è chi sostiene che la prima ad aver “sconfinato” sia stata Nokia, con la commercializzazione dei primi modelli della serie XpressMusic, la famiglia di terminali un po’ cellulari e un po’ lettori mp3 espressamente concepita per gli appassionati di musica. È però più facile credere che sia stata l’uscita dell’iPhone ad aver ufficilamente aperto le ostilità. Con la commercializzazione del suo primo telefonino, infatti, Apple ha scoperto le carte in tavola, facendo capire che dopo la frontiera del computing e dopo quella della musica portatile, l’obiettivo è ora quello di accaparrarsi un’altra fetta pesante di mercato, quella della connettività in movimento.
La risposta di Nokia non si è fatta attendere e si è concretizzata in modo lampante a fine agosto, nel corso della convention londinese Go Play. In quell’occasione, la casa finlandese ha mostrato al mondo la sua nuova creatura, l’N81, da molti considerato il primo vero telefonino anti iPhone. Ma soprattutto ha annunciato Ovi, il suo nuovissimo super-portale per la distribuzione di contenuti e servizi multimediali: “Una proposta per fondere in un’unica soluzione Internet e mobilità”, così l’ha definita Olli Pekka Kallasvuo, Presidente e Ceo di Nokia, che ha fra le proprie frecce un vero e proprio negozio di musica online (il Nokia Music Store) dal quale gli utenti (fissi e mobili) possono scaricare a pagamento i propri brani preferiti. Qualcosa di molto simile, insomma, a ciò che Apple fa già da tempo con iTunes. Ma non finisce qui. In un video dimostrativo la società finlandese ha fatto capire a chiare lettere quali sono le sue intenzioni per il futuro, mostrando in anteprima un terminale touch-screen che sembra la copia smaccata dell’iPhone. Guardare per credere:
Lo stesso Anssi Vanjoki, vice presidente esecutivo e direttore generale della divisione Multimedia di Nokia ha ammesso che “se c’è qualcosa di buono nel mondo, allora Nokia lo copia con orgoglio”.
Come finirà? È troppo presto per dirlo. A parte qualche sfottò reciproco su Internet, le due società non si sono ancora fronteggiate a muso duro. A far pendere la bilancia, da una parte o dall’altra, potrebbero essere gli operatori, sempre più decisivi nel determinare le scelte strategiche dei produttori di tecnologia. Di certo si può dire che Apple dovrà sudare qualche camicia in più rispetto a quanto non abbia fatto sei anni fa per conquistare lo scettro della musica in movimento (che prima dell’iPod era una frontiera pressoché inesplorata); il settore della telefonia e dei servizi mobili è infatti molto più presidiato e c’è da credere che tutte le mobile company, non solo Nokia, venderanno cara la pelle. Dal canto suo, Nokia ha ormai capito che un atteggiamento troppo sornione e conservativo potrebbe non bastare a garantirgli la leadership nel mercato della mobilità; la creatività e l’innovazione messa in campo dalla Apple e dal suo iPhone hanno sicuramente scosso il colosso finlandese da un certo torpore tecnologico.
Nel mezzo potrebbe esserci spazio per l’arrivo di un terzo incomodo, chiamato – guarda un po’ chi si rivede - Google. Si fanno sempre più insistenti, infatti, le voci della possibile commercializzazione di un telefonino Linux a basso costo con il marchio dalla casa di Mountain View. Il G-Phone, come qualcuno l’ha già soprannominato, sarebbe compatibile con tutti i servizi offerti dalla grande G, dalle mappe, a Gmail a Google Talks. Ma soprattutto rappresenterebbe una piattaforma di appoggio per la conquista dell’advertising mobile, mercato che secondo eMarketer potrebbe valere almeno 14 miliardi di dollari entro i prossimi quattro anni, e che secondo il Wall Street Journal sarebbe il vero oggetto dei desideri della multinazionale americana.