Archivio di Ottobre, 2007

Dal Pacifico meridionale emigra la balena satellitare

Greenpeace, Grace
Non sarà emozionante come le spedizioni di attivisti di Greenpeace che si lanciano col gommone tra gli arpioni delle baleniere, ma il sito Great whale trail è ciò che ci può far sentire più vicini alle megattere. Gli scienziati del “Center for Cetacean Research” e della “Opération Cétacés” hanno applicato trasmettitori satellitari ad alcuni esemplari di megattera a Roratonga e in Nuova Caledonia. Così è possibile seguire su una mappa, quasi in tempo reale, la rotta migratoria di questi mammiferi che dalle acque tropicali del Pacifico meridionale, dove si riproducono, vanno a nutrirsi nel Santuario delle Balene, fin nell’Oceano Antartico. In realtà il segnale di localizzazione sul sito web è stato ritardato appositamente, per impedire alle flotte baleniere di sfruttare il segnale per la loro caccia scientifica. Secondo l’associazione ambientalista Greenpeace “in Giappone la carne di balena resta invenduta, mentre molti Stati insulari del Pacifico hanno sviluppato un’industria del whale watching che vale milioni di dollari”. Il Giappone avrebbe un programma di “ricerca” che mette in conto per quest’anno l’uccisione di 935 balenottere minori, 50 megattere e 50 balenottere comuni in Antartide, senza poter distinguere a priori se si sta per arpionare un esemplare raro, come è il caso della megattera. Il programma Great whale trail vuole proprio dimostrare che , grazie al satellite, si possono non solo tracciare le rotte ma anche ottenere informazioni preziose sull’uso dell’habitat e la struttura delle popolazioni. Chi va a curiosare sulla mappa scoprirà anche che non tutte le balene “spiate” hanno un nome. E che si può partecipare al concorso per sceglierne uno. Non si vincono premi, ma ammettetelo: non capita tutti i giorni di dare un nome a un bebè di due tonnellate.

È arrivato Leopard, il sistema operativo con cui Apple vuol tornare a ruggire


C’era un vecchio spot degli anni Ottanta in cui una nota compagnia petrolifera invitava gli automobilisti a mettere una tigre nel motore. Un consiglio che quelli della Apple hanno seguito alla lettera, spingendosi pure oltre, visto nel motore ora ci hanno messo addirittura un leopardo. Dopo Tiger, infatti, Leopard è da venerdì sera il nuovo “motore” dei computer della Mela. Un’uscita molto attesa per tutta la community Mac che aspettava da due anni il sistema operativo. Più di 300 le novità annunciate da Apple, ma è un numero destinato a salire visto che la società di Cupertino si è tenuta qualche cartuccia di riserva da “sparare” nelle prossime settimane.

La prima impressione è che Steve Jobs e soci abbiano cercato di rendere più facile la vita degli utenti, soprattutto di quelli più disordinati, facendo tesoro di tutta l’esperienza accumulata con iTunes, il sistema per scaricare e ascoltare musica e video. Sono user friendly molte delle nuove risorse per l’organizzazione delle applicazioni e dei contenuti, dalla coreografica iChat alla nuova barra degli strumenti (il cosiddetto dock) tridimensionale, fino al pratico sistema di raggruppamento per “stacks” che permette di accorpare tutte le icone sparse sul desktop attraverso un unico clic. Decisamente utente-centrica anche la scelta di adottare un’anteprima rapida per guardare dentro al contenuto di un file di qualsiasi natura (anche video) senza bisogno di aprire l’applicazione, nonché l’innesto di veri spazi virtuali per raggruppare a piacere le attività aperte in modo da ordinare razionalmente le finestre attive, una funzione che tornerà utile soprattutto agli utenti che dispongono di uno schermo di grandi dimensioni.
Ma la novità forse più rilevante è forse quella denominata Time Machine, un sistema che consente di guardare nel passato del computer per recuperare anche a distanza di tempo qualsiasi cosa sia transitata sul Mac; una sorta di memoria a lungo termine che permetterà agli utenti di dormire sonni più tranquilli anche in caso di perdita dei dati.


Basterà tutto questo per rosicchiare quote di mercato a Windows, ancora saldamente in testa alle percentuali di vendita con più dell’85 percento del mercato? È sicuramente presto per dirlo, anche se sul web sono già scattati i raffronti fra i sistemi operativi di punta delle due case. Va detto che l’integrazione nativa per Windows prevista da Leopard potrebbe invogliare molti più utenti rispetto al passato ad entrare nel mondo della Mela. Di fatto, chi proprio non può separarsi da quelle applicazioni che girano solo su sistemi Microsoft può comunque acquistare una macchina Apple e chiederle di operare in ambiente Windows.

Una curiosità: all’interno di Leopard i pc con Windows sono stati disegnati con il cosiddetto “blue screen of death”, l’inquietante schermata blu che accompagna ogni errore di sistema dei sistemi operativi Microsoft. Ebbene, ironia della sorte, pare proprio che alcuni utenti Mac abbiano segnalato la presenza di un’analoga schermata che sarebbe comparsa a seguito dell’installazione di Leopard. Un difetto ammesso dalla stessa Apple che ha già fornito i consigli per correre ai ripari. Chi di schermata blu ferisce…

Aids: il virus Hiv arrivò negli Usa da Haiti. Era il 1969

Il virus dell’Aids potrebbe aver fatto il suo ingresso negli Stati Uniti, via Haiti, probabilmente arrivando da una sola persona intorno al 1969. Molto prima quindi del cosiddetto “Paziente zero” atterrato dal Canada in Usa negli anni ‘80.
Il viaggio del virus assassino dall’isola del Centro America agli Usa è stato ricostruito attraverso l’analisi genetica dei ceppi virali in un lavoro pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) da Michael Worobey del dipartimento di Ecologia e Biologia dell’Evoluzione, dell’Universita’ dell’Arizona, a Tucson.

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Il fisico Freeman Dyson al Festival della scienza. L’eresia dell’ottimismo

ufficio stampa festival
Ha concluso la sua conferenza al Festival della Scienza di Genova di fronte a un foltissimo pubblico con un inno ai giovani: “il futuro non è predeterminato, le regole cambiano in modi imprevedibili e i nostri dogmi di oggi saranno obsoleti domani, così come probabilmente le mie eresie”.
Ottantaquattro anni, nato nel 1923 in Inghilterra e per una vita professore di fisica a Princeton, negli Stati Uniti, Freeman Dyson è venuto a parlare di come vede il futuro, presentando sei teorie che cozzano con quello che la scienza oggi ci dice, ma non per questo devono per forza essere folli. “Abbiamo la fortuna di vivere in un’epoca in cui chi contraddice il dogma dominante non finisce più sul rogo”, ha detto introducendo le sue eresie. E il dogma di oggi nella società occidentale è quello supportato da una comunità scientifica che basa le proprie certezze su teorie che in qualche caso possono essere confutate.
Tra le sei eresie di Dyson le più interessanti, perché toccano timori radicati anche nel pubblico di profani, sono quelle che riguardano il riscaldamento globale, che per Dyson è frutto di un’esagerazione, e le biotecnologie, che secondo lui aprono la strada a una “biologia Open source”.
Sul clima: “Il riscaldamento si fa sentire molto di più nei posti freddi del pianeta che in quelli caldi. C’è una ragione fisica per questo: l’anidride carbonica nell’aria è poco importante quando c’è molto vapore acqueo, il vapore è un un gas serra assai più forte. Quindi è solo nei posti con clima molto secco che la presenza di anidride carbonica fa la differenza. I posti con clima più secco sono anche i più freddi. E’ anche vero che gli effetti del riscaldamento si fanno sentire maggiormente d’inverno che d’estate, e di notte più che di giorno. Perciò su tutti e tre i fronti, (latitudine, stagione e orario), si può dire che le temperature stanno diventando più omogenee. Non è tanto una questione di riscaldamento globale quanto di mitigazione degli estremi”.
foto di Guido Castagnoli
Sulla biologia Open Source Dyson fa un discorso molto interessante. “Quando è nata l’evoluzione darwiniana? Ovvero quando è cominciata la competizione per la sopravvivenza? A quanto pare di capire non con le prime forme di vita. All’inizio l’evoluzione funzionava prevalentemente grazie alla condivisione di geni fra specie non correlate. In questa età dell’oro la vita si evolveva all’interno di una comunità di cellule di vari tipi che grazie ai virus si scambiavano geni. In questo modo il progresso di una cellula era il progresso di tutte: un sistema efficiente e rapido di evolversi. Un giorno una cellula si è trovata un passo avanti alle altre e, anticipando Bill Gates di un bel po’, ha deciso di non condividere il proprio progresso. Poi un’altra cellula ha fatto lo stesso e un’altra ancora fino alla formazione di specie completamente diverse che non avevano più niente in comune. Dopo 3 miliardi di anni l’interludio darwiniano, e quindi la lotta per la sopravvivenza del più forte, è finito 10.000 anni fa con il dominio dell’Homo Sapiens. L’evoluzione culturale ha rimpiazzato quella biologica, va più veloce e funziona orizzontalmente proprio come l’Open Source nel mondo del software. Negli ultimi 30 anni, grazie alle biotecnologie, abbiamo poi imparato a muovere geni da una specie all’altra e ci dirigiamo perciò rapidamente verso un’era post-darwiniana”.
La scienza secondo Dyson può far sperare, l’importante è non dare mai niente per scontato.
Leggi anche: Intervista a Freeman Dyson: la medicina è l’unica scienza che ha deluso e Festival della Scienza: dal 25 ottobre i curiosi si incontrano a Genova

Intervista a Freeman Dyson: la medicina è l’unica scienza che ha deluso

foto di Guido Castagnoli
Nel suo libro Il sole, il Genoma e Internet, pubblicato nel 1999, lei sosteneva che l’esplorazione spaziale, la mappatura del genoma umano e la rete erano i tre campi della scienza da tenere d’occhio per il 21° secolo. E’ ancora di quella opinione?
Ovviamente non era una lista completa, sicuramente possiamo aspettarci anche delle sorprese, però ho ravvisato che da quei tre rami potessimo aspettarci cose interessanti. Una delle cose che avremo fatto nei prossimi 10 anni sarà probabilmente il sequenziamento del genoma di tutte le più importanti specie della biosfera. Questo sarò molto importante perché capiremo quello che abbiamo sul pianeta.
Lei è considerato uno scienziato ottimista. Pensa che la scienza migliorerà sempre la nostra vita?
No, può anche peggiorare le cose, è una questione di politica, di cosa la gente fa con la scienza. Quello che dico è che mettendo tutto insieme e facendo un bilancio di positivo e negativo, nel complesso il buono che viene dalla scienza sopravanza il cattivo.
In che modo Internet ha influenzato la sua vita di scienziato?
Internet è stata un’incredibile rivoluzione. Non so come facessimo a vivere senza Google. Ha fatto una grande differenza come scienziato e nella mia vita privata ancora di più. Ho amici in tutto il mondo e non rischio di perderli. Al momento uno degli svantaggi è che solo i ricchi hanno internet e i poveri no, ma questo gap verrà colmato, la tecnologia diventerà sicuramente più accessibile ed economica.
Che cosa vorrebbe che la scienza risolvesse da qui a 10 anni?
La cura del cancro è una delle grandi promesse che non è stata mantenuta. La medicina negli ultimi 20 anni è stata una scienza deludente, non ha fatto grandi cose. Io sono nato negli anni Venti e nella mia vita ho assistito a moltissime cose straordinarie, si sono messi a punto farmaci importantissimi, si sono trovate cure per molte malattie. Per cinquant’anni abbiamo avuto molti miracoli medici. Negli ultimi 20, invece, non ne abbiamo visto nessuno, ma sono fiducioso che ce ne sia qualcuno in serbo.

Chi ha paura della nimesulide

Nel 2006 gli italiani hanno acquistato oltre 25 milioni di confenziioni di nimesulide
Di Gianna Milano

Il tam-tam sulla nimesulide, principio attivo alla base di un’ampia famiglia di antinfiammatori, fra cui l’Aulin, iniziò nel 2002. La vicenda, uno dei tanti fatti di cronaca con protagonista un farmaco, partì in Finlandia (qui è in vendita dal ‘98), dove sono state segnalate un centinaio di reazioni avverse: tra queste 66 di tipo epatotossico, a danno del fegato. In due casi le alterazioni furono così gravi da richiedere il trapianto, in un altro ci fu un decesso sospetto. Ciò spinse le autorità sanitarie finlandesi a sospenderne distribuzione e vendita.
A ruota, anche la Spagna ha preso la stessa decisione. Poi l’Irlanda. L’Agenzia del farmaco irlandese lo ha fatto il maggio scorso: sei i casi di insufficienza epatica che hanno richiesto il trapianto di fegato. La stessa Agenzia ha anche richiesto al Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp) dell’Emea di rivedere il profilo di sicurezza dei farmaci a base di nimesulide. Cosa che già fece per la epatossicità nel 2002, concludendo che il rapporto rischio/beneficio restava favorevole purché si modificassero le raccomandazioni d’uso: la nimesulide era controindicata nei casi di insufficienza epatica.
Due anni dopo la nota informativa fu aggiornata e per le tre condizioni indicate (dolore acuto, osteoartrite dolorosa e dismenorrea) l’uso della nimesulide fu limitato a una dose massima giornaliera di 100 mg, due volte al giorno.

In Italia? Da noi i prodotti a base di nimesulide sono in commercio dal 1985 con 48 specialità medicinali autorizzate. In Europa ne siamo tra i maggiori consumatori, con oltre 25 milioni di confezioni nel 2006. “Si usa la nimesulide per un’ampia gamma di condizioni. Troppo ampia, forse. Gli eventi avversi? Senz’altro ne sono stati segnalati, in un paio di casi gravi, ma con il sistema di segnalazioni spontanee è difficile fare un bilancio” dice Maurizio Bonati, epidemiologo al Mario Negri di Milano.
La Commissione tecnico-scientifica dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, in una riunione di questo ottobre ha stabilito un’ulteriore limitazione al suo uso: occorre una ricetta del medico che può essere utilizzata solo una volta, poi la ritira il farmacista. Inoltre, poiché gli effetti indesiderati epatici possono insorgere dopo due settimane di trattamento, la terapia non deve durare oltre 15 giorni.
Precauzioni o esagerazioni? “Non si deve fare terrorismo ma neanche sottovalutare il problema” risponde l’epidemiologo Alessandro Nobili. “Non esistono antinfiammatori privi di effetti collaterali. Le alternative appropriate vanno valutate con il proprio medico. Altre molecole potrebbero comportare altri rischi, gastrointestinali e cardiovascolari”. Una cosa è certa: ogni volta che si prende un farmaco si accetta un compromesso tra benefici e rischi.
“Qualsiasi medicinale può causare oltre all’azione terapeutica effetti collaterali magari pericolosi. Non ne esiste uno sicuro al 100 per cento” ricorda Maria Font del Servizio farmaceutico della Azienda ulss 20 di Verona e vicedirettore di Dialogo sui farmaci. “Detto ciò, visto che l’Italia detiene il primato per il consumo di nimesulide, e considerati gli anni che è in circolazione, si dovrebbero avere più informazioni. Non è così. Sono passati cinque anni dal caso Finlandia e ora si stabiliscono solo nuove limitazioni. Ma non sono pubblici i dati che hanno portato l’Emea a prenderle”. La mentalità da combattere è prendere una pillola al minimo sintomo. “Un abuso che fa aumentare potenziali rischi” conclude Nobili.

Mal di testa: ecco dove si accende il dolore

Ricercatori italiano hanno individuato un ricettore che si attiva prima dell'attacco
Di Luca Sciortino

Così diffusa eppure così misteriosa, l’emicrania colpisce, almeno una volta nella vita, il 90 per cento delle persone. Ma sui meccanismi che la generano non c’è ancora piena chiarezza. In assenza di rimedi risolutivi, circa il 15 per cento della popolazione soffre di attacchi di mal di testa cronici, accompagnati da nausea e fastidio alla luce, con una frequenza che può raggiungere i 60 attacchi dolorosi al mese.
La corsa per svelare i meccanismi tuttavia è già partita. E grazie ai progressi della biologia molecolare e alle tecniche di visualizzazione del cervello, nei laboratori si stanno raggiungendo risultati importanti. L’ultimo arriva in uno studio pubblicato su The Journal of Neuroscience, firmato da un gruppo di scienziati della Sissa (Scuola superiore di studi avanzati di Trieste). Una ricerca che potrebbe aprire la strada a nuove applicazioni terapeutiche.
La scoperta riguarda una particolare area del cervello. Sembra che nei neuroni del ganglio trigeminale, un centro da cui partono i nervi che raggiungono naso, meningi e mandibole, vi sia un particolare recettore (P2X3) attivato da sostanze chimiche locali. Saremmo alle origini del dolore emicranico, in gran parte sconosciuto perché sono poche le ricerche che lo studiano a livello periferico.
Finora si sapeva che nei pazienti con emicrania una disfunzione o ipereccitabilità di alcuni circuiti neuronali della corteccia cerebrale si riflette proprio a livello del ganglio trigeminale e delle meningi, il tessuto che avvolge il cervello. Il punto è capire, nel dettaglio, come avviene questo passaggio dalla corteccia alle meningi prima che scoppi il mal di testa.
«Abbiamo dimostrato che esiste un recettore dei neuroni del ganglio trigeminale che aumenta rapidamente la sua attività» dice Elsa Fabbretti, autrice della ricerca. «Ad accendere il recettore sono particolari sostanze delle famiglie delle neurotrofine e dei neuropeptidi». I ricercatori hanno scoperto che questo recettore alla lunga cambia la sua struttura. Un fatto che spiegherebbe l’intensificarsi del dolore con il passare del tempo.
Il punto, ora, è come sfruttare queste nuove conoscenze. «L’idea è bloccare solo temporaneamente l’attività del recettore, ossia durante il periodo dell’attacco» riferisce Andrea Nistri, coordinatore dello studio. «Avere identificato, oltre al recettore, le molecole che determinano la soglia del dolore apre la strada alla possibilità di farmaci selettivi».
È di qualche giorno fa l’annuncio di un altro studio italo-americano in fase di valutazione sulla rivista Nature. In questo caso i ricercatori hanno individuato un gene che pare coinvolto in modo significativo nei meccanismi dell’emicrania.
Anche questa scoperta potrebbe avere in prospettiva ricadute terapeutiche. Tenendo presente, in ogni caso, che l’emicrania, per cui c’è una predisposizione genetica, è un disturbo multifattoriale, che coinvolge cioè diversi geni e fattori ambientali scatenanti. E questo rende un po’ più complicata la ricerca di rimedi.

L’oracolo diventa elettronico: prevederà guerre e disastri

http://www.flickr.com/photos/72213316@N00/342599828/
Prevedere l’imprevedibile. E’ questo lo scopo di un progetto di ricerca finanziato con oltre due milioni di dollari dall’Università dell’Arizona. In ballo non ci sono maghi, astrologi e fattucchieri, ma la realizzazione di un programma in grado di analizzare situazioni politiche e militari estremamente caotiche. “Il software - è spiegato sul sito dell’Università - predirà le azioni di gruppi paramilitari, fazioni etniche, terroristi e gruppi criminali. Al tempo stesso aiuterà a individuare strategie per aiutare a stabilizzare le aree prima, durante e dopo le guerre”. Tra le promesse degli sviluppatori, anche la possibilità di prevedere gli attentati e di risolvere i conflitti senza l’intervento armato.
Asymmetric Threat Response and Analysis Project (ATRAP) il nome del progetto, basato su un complesso insieme di algoritmi che processano velocemente milioni di dati: variabili geografiche, culturali, militari, ma anche l’influenza dei media in determinati contesti. L’oracolo elettronico (così è stato battezzato da Punto Informatico) potrà essere utilizzato anche in ambito civile per coordinare le attività in caso di disastri naturali o per comprendere meglio la diffusione di un’epidemia. “Il computer potrà anticipare scenari che difficilmente potremmo intuire con analisi condotte da esseri umani”, spiega Brian Ten Eyck, project manager di ATRAP.

Microsoft si compra una fetta di Facebook

Logo del sito
Alla fine l’ha spuntata ancora lui, Bill Gates. Battendo in volata competitor agguerritissimi (e anche decisamente più dotati in termini di web-appeal) come Google e Yahoo, lo zio Paperone d’America e la sua Microsoft si sono accaparrati un fetta, anzi una fettina, di Facebook, probabilmente il social network più popolare del momento. Circa 240 milioni di dollari la cifra sborsata dalla casa di Redmond per portarsi a casa l’1,6 percento delle azioni del sito fondato nel 2004 dal giovane Mark Zuckerberg, allora studente di Harvard. Una valutazione astronomica, così la definisce il New York Times, ma che eppure fa capire quanta convinzione c’è in Microsoft sulle potenzialità di questo modello di web sociale.

Ad attirare le attenzioni della software house più grande del mondo c’è in primo luogo l’enorme popolarità di Facebook: a soli 3 anni dalla sua fondazione, infatti, il servizio conta già su 42 milioni di utenti, e c’è da pensare che grazie al meccanismo contagioso del web condiviso saranno presto molti di più. Ma, si sa, le visite da sole non generano redditi, e a Redmond lo sanno bene. A stuzzicare l’appetito del gigante americano ci sono infatti ben altre “golosità”. Le opportunità per la crescita delle applicazioni, per esempio, soprattutto da quando (a maggio di quest’anno), Facebook ha deciso di aprire le porte agli sviluppatori; già più di 4000 le applicazioni, come giochi o strumenti di music sharing, che sono state sviluppate per il sito. Infine, e qui viene il bello (soprattutto per Microsoft) c’è tutto il discorso advertising; si da’ il caso, infatti, che oltre alla partecipazione azionaria, la società di Bill Gates si sia aggiudicata l’esclusiva per la vendita di spazi pubblicitari su Facebook, anche fuori dagli Stati Uniti.

A questo punto Microsoft entra di diritto nello scacchiere del social network, dove finora aveva assunto un atteggiamento non troppo aggressivo; dovrà vedersela naturalmente con la concorrenza dell’onnipresente Google, che proprio lo scorso anno ha siglato un accordo per la distribuzione pubblicitaria su MySpace, probabilmente il rivale numero uno di Facebook.

Il curriculum vincente? Fatelo su YouTube

http://www.flickr.com/photos/ezalis/77430740/
All’inizio c’era spazio solo per i video amatoriali e per qualche breve spezzone televisivo; poi il popolo di Internet ci ha preso gusto e così YouTube ha cominciato a riempirsi di tutto e di più: notiziari, sit-com, canali tematici e pubblicità aziendali. Ora per il mega contenitore digitale di Google è arrivato il momento di confrontarsi con un mondo tutto nuovo: quella dei curriculum, anzi, dei video-curriculum. Il principio è semplice: l’aspirante lavoratore si filma mentre racconta le proprie esperienze, professionali e non. Poi mette il tutto su YouTube e il gioco è fatto.

Negli States il video curriculum è un fenomeno di gran moda, soprattutto da quando, lo scorso febbraio, il Time ha raccontato la storia di Benjamin Hampton, un neolaureato che ha trovato lavoro proprio grazie a un clip autobiografico di cinque minuti. Ma il fenomeno si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il mondo, anche sfruttando piattaforme diverse; nel nostro Paese, per esempio, il portale LinkLavoro.it ha da poco lanciato una sezione, denominata MediaCurriculum.com, che permette ai cerca-lavoro di registrare e visualizzare gratuitamente curriculum vitae in formato digitale.
I vantaggi del video-curriculum rispetto al gemello cartaceo sono essenzialmente due. Innanzitutto è più immediato, e ha più probabilità di arrivare a destinazione (anziché finire sulla fatidica pila di fogli che si accatasta sulle scrivanie dei responsabili delle risorse umane). Per chi fa selezione è infatti più agevole guardare un filmato di un paio di minuti, piuttosto che leggere la cronaca scritta di una carriera, soprattutto se lunga e articolata. In secondo luogo, e questo è forse l’aspetto più importante, è più efficace: se i curriculum tradizionali si sono ormai omologati su alcuni formati standard, i video-curriculum appaiono decisamente più personali. Basta mettere il naso fra gli oltre duemila video presenti su YouTube per rendersi conto che è praticamente impossibile trovare un curriculum uguale all’altro. Insomma non sarà una macchina della verità, ma è certo un modo più realistico per presentarsi e vendersi.
Ma quali sono le caratteristiche che deve avere un video-curriculum con le carte, o meglio, i fotogrammi in regola? Alcune società di recruiting – è il caso per esempio dell’americana Vault – hanno fissato alcune linee guida per aumentare le proprie chences di successo. Poche ma essenziali le regole da tenere presenti: scegliere un contesto di ripresa il più neutro possibile che sia in grado di far risaltare la propria figura, evitare di leggere ma cercare di essere spontanei, parlare lentamente e in modo chiaro, meglio ancora se in modo sorridente e spigliato. Il resto è lasciato alla creatività del singolo, proprio come ha fatto questo giovane aspirante reporter di Madrid:

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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