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Google prova ancora una volta a rassicurare l’industria del cinema e della televisione, preoccupata dall’avanzata della pirateria tra i tanti contenuti condivisi dal basso.
Ieri l’annuncio di YouTube Video Identification, tecnologia di filtraggio messa a punto nei laboratori di Mountain View per porre un freno alla fin troppo facile condivisione di immagini protette da copyright e, al tempo stesso, evitarsi ulteriori grane giudiziarie (come l’ultima da 1 miliardo di dollari intentata da Viacom).
Sul lungo termine, lo scopo è duplice: da una parte “addomesticare” con le buone una community cresciuta in completa libertà; dall’altra dar vita a una piattaforma di ridistribuzione dei contenuti, economicamente virtuosa sia per le major sia per Google (che ha investito 1,65 miliardi di dollari su YouTube).
La nuova tecnologia si basa su un sofisticato sistema di scansione e comparazione tra le immagini protette da copyright e quelle caricate dagli utenti. Affinché il meccanismo funzioni, le media-company dovranno inviare a Google tutti i contenuti che vogliono proteggere. Mountain View si preoccuperà di estrarre una “impronta digitale” per ogni filmato e conservarla in un archivio. Ogni volta che un utente condividerà un video, scatterà un confronto con le “impronte” conservate nel database. In caso di corrispondenza, il video sarà eliminato nel giro di qualche minuto.
Attualmente il sistema è in fase di test con nove colossi dell’entertainment (tra cui Disney, Time Warner, Viacom), ma presto dovrebbe essere esteso a tutti i produttori di contenuti che chiederanno di aderire.
Al di là della buona accoglienza tra le media company, restano ancora molti dubbi sull’efficacia della tecnologia. Lo stesso Eric Schmidt, Ceo di Google, ha spiegato al New York Times che il sistema non è infallibile: “Il punto è se riusciremo a raggiungere l’80% o il 90%”. Potrebbe non funzionare, ad esempio, con immagini a bassa risoluzione o molto trattate (si pensi ai mash-up).
Altrettanto problematica è la questione del database: per salvaguardarsi, le compagnie si vedono costrette a consegnare anche le immagini che non intendono pubblicare online; da parte sua, Google si troverebbe tra le mani un gigantesco archivio di contenuti.
C’è poi chi, come la Electronic Frontier Foundation, solleva la questione del fair use: il sistema sarà in grado di distinguere tra violazione del copyright e giusto utilizzo (come nel caso di citazioni in documentari, servizi giornalistici, etc)?
- Martedì 16 Ottobre 2007
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Il 16 Ottobre 2007 alle 20:10 Video Drive Blog » Google mette la museruola a You Tube: basta video sgraffignati da … ha scritto:
[...] rss@youtube.com (matteocam): [...]
Il 21 Novembre 2007 alle 15:37 Con Attributor più difficile rubare contenuti online » Panorama.it - Hitech e Scienza ha scritto:
[...] Tempi duri per chi copia e incolla testi o immagini online senza citare la fonte o, peggio, senza essere autorizzato. Dopo la tecnologia di Video Identification messa a punto da YouTube, arriva ora un altro software in grado di generare una “impronta digitale” dei contenuti protetti da copyright e poi incastrare gli eventuali “scrocconi”. Sviluppato da Attributor, una piccola start-up americana, il servizio ha già attirato l’interesse di colossi come Reuters e Associated Press, il cui business si regge sul modello delle licenze a pagamento. A fronte di migliaia di news pubblicate ogni giorno, è umanamente impossibile per le due agenzie tenere sotto controllo l’intero world wide web. I motori di Attributor, invece, riescono a scandagliare velocemente milioni di pagine online. Quando si imbattono in un contenuto sospetto, inviano una mail al proprietario del sito chiedendo la rimozione, una condivisione dei guadagni generati con la pubblicità o la citazione della fonte. Al di là dell’efficacia del sistema (ci saranno sempre utenti furbi in grado di raggirare il software), i big dell’informazione sperano se non altro di educare al riconoscimento della fonte originaria. E così, almeno, far aumentare il traffico in ingresso verso i propri siti. [...]
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