Archivio di Novembre, 2007

Sono nate 10 mesi fa, sono sane e vivono in Basilicata. La loro mamma aveva congelato degli ovociti prima dell’asportazione delle ovaie, resasi necessaria nel 2002 in seguito a un cancro. Al Sant’Orsola di Bologna si è realizzato un sogno che sembrava impossibile, ed è il primo caso di parto di una donna sterile al mondo. La notizia è stata data all’apertura del secondo Congresso mondiale sulla crioconservazione che si tiene dal 30 novembre al 2 dicembre proprio a Bologna. La crioconservazione degli ovociti è una pratica assolutamente legale anche in Italia (la nostra legge vieta invece il congelamento degli embrioni) che serve a dare la speranza della maternità alle donne che a causa del cancro vanno incontro alla perdita della fertilità.
“Si può stimare - spiega la dottoressa Eleonora Porcu, ricercatrice dell’Università di Bologna - che il cancro in generale renda sterili ogni anno 3.500 donne in Italia e alcune centinaia di migliaia nel mondo. Può infatti rendere necessaria, come in questo caso, l’asportazione delle ovaie, o più spesso una chemioterapia che nel 30 per cento delle pazienti distrugge definitivamente gli ovociti”.
Nel caso delle gemelline, la fecondazione e l’impianto degli ovociti sono avvenuti quattro anni dopo il congelamento. «Secondo gli ultimi studi - ricorda Porcu - in Europa nascono dai 2,5 ai 3 bambini ogni cento ovuli impiegati, più o meno lo stesso risultato che si ottiene congelando gli embrioni».
“Nel giugno del 2006″, racconta a Panorama la dottoressa Porcu “dei 7 ovociti congelati ne abbiamo scongelati e inseminati tre in osservanza della legge 40. Se ne sono impiantati due, dando luogo a una gravidanza priva di problemi nonostante fosse gemellare. La signora ha partorito quasi a termine con un cesareo, ormai di routine nei parti gemellari. Le due bimbe sono sane e paffute”. La signora aveva 26 anni quando ha deciso di sottoporsi a questo trattamento ed era già sposata, quindi aveva già chiara l’idea di voler fare famiglia. “Questo tipo di tumore”, commenta Porcu, “è più frequente nelle donne giovani e noi abbiamo tantissime pazienti giovani che congelano gli ovociti come mossa preventiva, pur non avendo ancora formato una famiglia”. La crioconservazione degli ovociti a Bologna è stata fatto fino ad oggi su un centinaio di pazienti oncologiche. “Ovviamente i tempi sono lunghi perché la donna deve prima di tutto guarire. Perciò devono passare quattro, cinque o anche sei anni prima che si possa procedere con lo scongelamento, la fecondazione e l’impianto”, conclude Porcu. La nascita delle gemelle dà a tutte una concreta speranza.

di Marco De Martino
Nel 1995 i suoi colleghi erano talmente certi che David Sanford sarebbe morto che il direttore del Wall Street Journal aveva mandato a tutti un memo che iniziava così: «Unitevi a me nel dimostrare rispetto e solidarietà per David». Lui, che era malato di aids, aveva prenotato un’ultima vacanza in Messico con il fidanzato Lewis, ma prima di lasciare la redazione aveva scritto per sicurezza il proprio necrologio.
Mai Sanford, 65 anni, avrebbe sospettato che 2 anni dopo avrebbe vinto il premio Pulitzer per avere raccontato sulla prima pagina del Wall Street Journal come un nuovo cocktail di medicine aveva salvato lui e milioni di altri malati, trasformando l’Aids da condanna mortale in malattia cronica. E mai avrebbe potuto prevedere che 12 anni dopo sarebbe stato ancora bene, e che seduto in un ristorante di Manhattan avrebbe descritto con un misto di gratitudine e fastidio a un giornalista di Panorama le quattro pillole che gli permettono di non morire.
La prima si chiama Norvir ed è bianca e cicciottella: «Una volta di queste ne dovevi prendere sei e ti davano la nausea, ora ne basta una e non ha grandi controindicazioni, solo bisogna ricordarsi di tenerla sempre in frigo perché altrimenti perde il suo effetto, e quando viaggi è un problema». Poi ci sono una pillola bianca e blu, che si chiama Emtriva, e una blu, Reyataz, che va presa due volte al giorno: «Di queste so solo che permettono di diminuire il dosaggio del Norvir, e che senza di loro il cocktail magico non funzionerebbe».
Infine c’è una pillola color salmone, lo Zerit: «Questa è la peggiore, ti toglie il senso del tatto dalla punta delle dita di mani e piedi, ti fa accumulare grasso sulle spalle e la pancia ma rende scheletriche la faccia, le gambe e le braccia. Però il dottore sostiene che è una medicina incredibile, e se ho imparato una cosa in questi anni è proprio credere a quello che mi dice il medico».
I farmaci sono gli inibitori della proteasi e compito dei medici è trovare la giusta combinazione tra i 22 composti in commercio, poi cambiarla quando il virus si adatta alla nuova formula. Il costo della cura è circa 20 mila dollari l’anno, una cifra che la rende fuori dalla portata delle popolazioni africane, le più colpite dall’epidemia. Per quelli che invece si possono permettere un’assicurazione sanitaria, la terapia è diventata sempre meno laboriosa.
Dieci anni fa Sanford doveva prendere 17 pillole e per ricordarsene girava con due orologi da polso, mentre a casa teneva sul comodino una doppia sveglia per alzarsi e prendere le dosi notturne. La riduzione del numero di pillole non è l’unico miglioramento. Ora sono state eliminate anche medicine come lo Ziagen, che in caso di reazione allergica poteva provocare la morte immediata.
Ma che la cura non sia ancora del tutto sicura il giornalista americano lo ha scoperto sulla propria pelle circa 2 anni fa. All’inizio Sanford pensava di avere il raffreddore e non ha neppure chiamato il dottore. Né lo ha fatto quando la sua condizione è peggiorata: «Pensavo solo di avere una brutta influenza» racconta. Solo quando ha cominciato a vomitare, dopo che aveva preso le pillole, si è finalmente rivolto al medico: il giorno dopo era nel reparto terapia intensiva dell’ospedale. Prima gli venne diagnosticata una polmonite, poi smisero di funzionare fegato e reni, infine arrivò una setticemia: «Non funzionava più nulla, venni messo in dialisi. Ci volle un mese perché i reni ricominciassero a funzionare e 50 giorni per uscire dall’ospedale».
Secondo il medico, a provocare la crisi era stata una delle medicine del cocktail, che probabilmente per disidratazione aveva provocato una reazione tossica nel suo corpo. Di sicuro durante il periodo in cui, per precauzione, Sanford ha interrotto le pillole la carica virale nel sangue si è alzata tantissimo, mentre il numero dei linfociti T4 che combattono il virus è precipitato.
«Le pillole tengono sotto controllo la malattia, al punto che il virus non è più misurabile nel sangue. Non possono però eliminare l’infezione. Devi continuare a prendere il cocktail per tutta la vita» dice. «Ma si tratta di un piccolo sacrificio che ha salvato un’intera generazione di americani: prima che questa terapia fosse approvata ero circondato da amici che morivano».
Le medicine non hanno segnato la fine dell’epidemia, come aveva previsto sul New York Times il giornalista Andrew Sullivan. Ma sebbene ogni anno oltre 40 mila americani siano contagiati dal virus, le pillole permettono di continuare a vivere normalmente.
Ogni giorno Sanford lavora alla scrivania di caporedattore: il suo lavoro, da oltre 2 decenni, è editare la storia più importante sulla prima pagina del quotidiano. Da ancora più tempo il giornalista vive a Brooklyn con il suo compagno Lewis, un insegnante, sieronegativo.
Se non fosse per quelle quattro pillole da prendere ogni giorno Sanford si dimenticherebbe persino di essere malato: «Per anni, dopo la diagnosi, mi sono alzato ogni mattina sperando di potere riportare indietro il tempo, per evitare di essere contagiato. Ora quando ci penso è solo perché vorrei avere di nuovo vent’anni».

Duro lavoro di mente ed autori optimi, ammoniva Quintiliano duemila anni fa nella sua rigidissima Institutio Oratoria.
Mutati i tempi, l’Università Federico II di Napoli ha ora deciso di aggiornare il vecchio motto latino.
Dopo i primi corsi di storia formato iPod tenute da una docente dell’Ateneo di Pisa, è nata così Federica, che dovrebbe - secondo le intenzioni dei curatori – “cambiare il modo di insegnare nel nuovo millennio”.
Da questo mese, sul sito dell’Università partenopea, sono infatti disponibili migliaia di immagini, podcast, file audio e video, che fungono da autentiche lezioni, in grado di integrare e spesso di sostituire quelle tradizionali. Senza la necessità di pagare e di registrarsi: “Non porre limiti all’iscrizione ai nostri corsi è un motivo di grande soddisfazione – dice il rettore dell’Università, Guido Trombetti - Essendo un Ateneo pubblico, non avremmo potuto tollerare un e-learning a gettoni”.
Si parte con 52 corsi interattivi, che riguarderanno 7 delle 13 facoltà dell’Ateneo, ma l’impegno è quello di “completare la sperimentazione su tutte le facoltà della Federico II”, fino a organizzare almeno tre corsi di laurea integralmente on-line.
Un investimento di poco più di 3 milioni di euro, destinato a crescere nel tempo per un bacino di utenti ancora difficilmente calcolabile. Se gli studenti iscritti ai corsi di “laurea virtuali” sono infatti poco più di 1.300, “la vera scommessa è quella di coinvolgere più fruitori possibili, avvicinandoli alle strutture e alla didattica universitaria”.
Cambia il modo di insegnare, ma non la valutazione: “gli esami – tiene a precisare il rettore - saranno ovviamente svolti in modo tradizionale”. In questo, almeno fino ad oggi, la lezione del vecchio Quintiliano resta insuperata.

Confesso: ho barato. Perché quando ho fatto il test di Maschio Femmina per conoscere il sesso di mio figlio, essendo già al settimo mese sapevo già da tempo di aspettare una bambina. Però, dopo due giorni, mi è arrivata al risposta, e ci ha azzeccato: “E’ in arrivo una femminuccia”.
D’accordo, c’era il 50% di probabilità. Ma il sito dichiara di azzeccarci nell’85% dei casi, e in tre giorni al massimo. In caso contrario, rimborserà i 20 € richiesti per emettere il vaticinio sul sesso del nascituro. Ma quali informazioni richiede? Non molte, a dire la verità: si risponde in pochi minuti. Data di nascita della madre, ultima mestruazione, durata media del ciclo e, se la si conosce, data del concepimento. Inoltre, le preferenze alimentari della madre, da scegliere fra un elenco di cibi “maschili” e “femminili”.
Un metodo basato su ricerche scientifiche? Assolutamente no: piuttosto, su osservazioni e dati empirici, come spiega Maddalena Floridia, che lo ha inventato: “Negli anni, vivendo il baby boom di amiche e conoscenti ma anche il concepimento dei miei due bambini, ho creato un database di casi e ho iniziato a verificare se ci fossero analogie e dati statistici da estrapolare. Così ho elaborato questo test che, come dichiaro, permette di indovinare all’85% il sesso del futuro nato già dopo 4 settimane di gravidanza”. Lanciato ad agosto, il servizio finora ha elaborato un centinaio di questionari: la percentuale di risposte giuste ha raggiunto l’87%, addirittura superiore a quello promesso. E molti acquistano il servizio per fare un regalo a un’amica che freme dalla voglia di acquistare vestitini e lenzuola ma non sa se scegliere il rosa o l’azzurro (normalmente, il sesso del bambino si scopre intorno al quinto mese di gestazione).

Quali sono i parametri più efficaci per determinarlo? “Conoscere a grandi linee il giorno del concepimento è fondamentale; ho notato che solitamente se avviene molto lontano dall’ovulazione, le probabilità che sia femmina si alzano: viceversa se si concepisce vicino all’ovulazione. Ma questi dati vanno anche incrociati con l’età della madre e con i cibi che predilige. Sottolineo però che il mio metodo non ha alcuna valenza scientifica; la mia ginecologa, ad esempio non crede a una parola di ciò che sostengo! E’ nato come un gioco, e tale rimane”. Un gioco con qualche probabilità in più che indovinare il sesso con vari metodi quasi stregoneschi oppure dalla forma della pancia, molto in voga tra le nostre nonne ma smentito decisamente dalla realtà scientifica. L’unica limitazione riguarda le gravidanza gemellari, che non possono essere prese in considerazione per il test. E se invece qualcosa non funziona e la bimba tanto attesa si rivela un bel maschietto? “Conservate la fattura: rimborsiamo i 20 € su presentazione, entro 30 giorni dal parto, del certificato di nascita”, spiega Floridia.

Microsoft è sempre più affamata di servizi di web 2.0. Dopo essere entrata in Facebook, la casa di Redmond si starebbe infatti preparando a sferrare l’affondo in un altro settore strategico del web di nuova generazione, quello delle foto e del video-sharing. Lo confermerebbe un recente annuncio di lavoro pubblicato sulle pagine del proprio sito finalizzato alla ricerca di un product manager da destinare proprio a un servizio per la condivisione di foto e video: “Mai sentito parlare di Flickr, YouTube, o .Mac?”, si legge nel messaggio, “la figura che cerchiamo lavorerà all’interno della divisione Windows Live con i team di Spaces, SkyDrive, Messenger e Hotmail per creare una strategia vincente nell’area del photo e del video sharing”.
Microsoft, che attualmente già dispone di un servizio per la raccolta delle foto collegato a Live Spaces potrebbe dunque concentrare i propri sforzi per migliorare la sua attuale proposta nell’ambito del web condiviso, puntando su una maggiore apertura dei propri applicativi con l’aggiunta di una componente per la condivisione dei video sullo stile di YouTube. Il tutto in una piattaforma completamente integrata che sappia magari combinarsi con gli altri mondi creati da Redmond, come la Xbox o il Media Center.

Il paziente muore sotto i ferri: dove ha sbagliato il chirurgo? Basta andare indietro la simulazione e trovare l’errore per salvargli la vita. Così poi al momento dell’intervento vero il medico sarà pronto a ogni evenienza. Non succederà domani, ma non è un’utopia la possibilità di creare un doppio virtuale del paziente da operare e permettere così al chirurgo di esercitarsi prima dell’intervento. Non per una banale appendicectomia ovviamente, ma in vista di operazioni particolarmente complicate o svolte solo di rado. E, perché no, anche per aiutare gli studenti a fare pratica. La promessa viene da un giovane docente di matematica della UCLA di Los Angeles, che sta lavorando alacremente per mettere gli algoritmi al servizio della scienza medica. Joseph Teran, 30 anni, spiega così il senso della sue ricerche: “La simulazione chirurgica sta per diventare realtà, non ci sono dubbi in merito. E’ un’alternativa economica ai cadaveri e un’alternativa più sicura per i pazienti”.
Come realizzare però il doppio virtuale che servirà ai chirurghi per fare pratica? Con una scansione tridimensionale del paziente da operare fatta al momento del ricovero. “In futuro”, sostiene Teran, “basterà un addetto che ci impiegherà pochi minuti. Oggi il fattore limitante è la complessità della geometria coinvolta”, ed è su questo che il matematico è al lavoro, sviluppando algoritmi che risolvono equazioni. I progressi fatti da lui e da altri scienziati nella geometria computazionale e nelle equazioni differenziali alle derivate parziali stanno accelerando l’arrivo della chirurgia virtuale. “Il doppio virtuale non può essere un cartone animato, deve essere biologicamente accurato. Metterlo a punto oggi è tecnicamente possibile, ma serve il lavoro di 20 persone per un tempo compreso tra sei e nove mesi”. Problemi, sfide e prospettive della chirurgia virtuale saranno al centro di un workshop, qui il programma in pdf, organizzato da Teran, che si terrà all’Istituto di matematica pura e applicata dell’Ucla dal 7 all’11 gennaio.

Chi scarica musica o film in modo illegale rischia di essere “radiato” da Internet. È questa in sintesi la proposta di legge preparata dal governo francese per bloccare alla nascita i tentativi di violazione del diritto d’autore attraverso il peer-to-peer. Per sostenerla si è mosso addirittura il presidente francese Nicolas Sarkozy in persona che ha usato parole dure, anzi durissime, contro il file sharing selvaggio: “Corriamo il rischio di essere testimoni di una massiccia distruzione della cultura”, ha dichiarato il numero uno dell’Eliseo, aggiungendo: “Internet non deve diventare un Far West high-tech, una zona senza regole dove i fuorilegge possono saccheggiare o peggio trafficare i prodotti nella più totale impunità”.
Le nuove misure nascono da un accordo dalle larghe intese che coinvolge un po’ tutti i portatori di interesse del mercato: oltre agli organi istituzionali ci sono le etichette discografiche, gli studi cinematografici e i provider Internet. Proprio il consenso di questi ultimi costituirebbe un fattore decisivo nelle nuove norme per la caccia ai pirati. Finora, infatti, i fornitori di servizi Internet avevano evitato di intromettersi nelle beghe legali dei propri abbonati. Il giro di vite degli operatori d’Oltralpe dimostrerebbe però che i tempi sono cambiati e che nelle nuova strategia anti-pirateria c’è sempre più spesso il controllo attuato da chi fornisce e gestisce gli accessi a Internet.
L’accordo, che è stato messo a punto da una commissione capeggiata da Denis Olivennes, direttore generale di Fnac, uno dei più grandi rivenditori francesi di musica e film, si fonda su due livelli di sanzione. Chi verrà colto con le mani nel sacco, o meglio nella rete p2p, verrà prima ammonito e poi espulso; in pratica al primo “sgarro” l’utente riceverà un semplice messaggio di avvertimento da parte dell’Authority di competenza tramite il provider Internet; alla seconda e alle successive infrazioni scatteranno le punizioni più severe, come la sospensione dell’accesso a Internet o la revoca dell’abbonamento di accesso.
A fronte di questa nuova politica di controllo e repressione della pirateria, le major cinematografiche si impegneranno ad aumentare l’archivio di contenuti on demand disponibili a pagamento, mentre l’industria discografica si è dichiarata pronta ad abbattere il Drm per il download della musica dagli archivi online francesi.
Euforici i commenti dell’industria discografica per voce di John Kennedy, presidente della Ifpi, la Federazione Internazionale dei Fonografici, secondo cui questa è la più importante iniziativa che si è fin qui vista per vincere la guerra contro la pirateria online. Decisamente gelida invece l’accoglienza riservata all’accordo da parte delle associazioni dei consumatori: “Il provvedimento è liberticida, antieconomico e contro la storia digitale”, ha commentato Que Choisir dell’associazione consumatori Ufc.

Mentre anche le università italiane iniziano a muovere i primi passi nei mondi virtuali (presto due studenti della Sapienza discuteranno la tesi di laurea su Second Life), arriva un studio che smentisce molti timori che circondano il metaverso più chiacchierato (e criticato) del momento. Alla base della ricerca c’è il tentativo di spiegare perché mai SL piace tanto. In fondo non c’è nessun mostro da uccidere, scopo da raggiungere o punteggio da accumulare. Certo, c’è molto sesso virtuale e gioco d’azzardo. Ma non sembra essere questa la principale motivazione a spingere i residenti a fare log-in ogni giorno. Dal sondaggio condotto da due ricercatori tra oltre 650 residenti è emerso piuttosto che le attività più coinvolgenti sono lo shopping e la socializzazione. Solo il 13,6% dei residenti ha dichiarato di praticare “spesso” o “sempre” cyber-sesso; mentre una risicata minoranza (2,2%) frequenta regolarmente i casino. Nella maggior parte dei casi, invece, i residenti sono per lo più interessati a fare nuove amicizie, teletrasportarsi insieme per scoprire nuovi angoli e isole, al limite flirtare un po’. Molto gettonato anche lo shopping, per personalizzare e rendere più attraente l’avatar personale. E così aumentare le chance di socializzazione, senza per forza voler andare oltre.

Dice di essere il numero “uno”, ma nella recente classifica dei più potenti supercomputer del mondo è arrivato in quarta posizione: Eka, questo il nome del megacervello elettronico in questione, significa “uno” in sanscrito, l’antica lingua dell’India. In realtà un record lo ha battuto: è il primo supercomputer indiano a entrare nella “top ten” globale. E anche il primo tra i 42 asiatici in lista. Gli scienziati lo usano per simulare la dinamica dei fluidi e i crash test dei veicoli, per progettare nuove molecole, per le nanotecnologie. Costato 30 milioni di dollari, fa parte dei Laboratori di ricerca computazionale (Crt) della multinazionale indiana Tata, che ha stretto di recente accordi commerciali con la Fiat. Il centro di ricerca è a Pune, definita “Oxford dell’India” per l’elevata concentrazione di istituzioni accademiche. Un’area dove sono presenti impianti di giganti dell’informatica, dell’agroalimentare, dei trasporti.
Nella “top ten” la medaglia d’oro spetta al Blue Gene/L dell’Ibm installato nel laboratorio Lawrence Livermore negli Stati Uniti, che gestisce la sicurezza delle testate nucleari nazionali. L’Italia è in quarantottesima posizione con il supercomputer del Cineca, il Consorzio interuniversitario per il calcolo automatico.

800.000 computer sparsi ai quattro angoli del pianeta sono stati messi in rete per provare a sconfiggere il cancro. Potenza del network o, meglio, del grid-computing, il sistema distribuito di computer domestici che mettono a disposizione la loro potenza per risolvere calcoli complicati. “Help Conquer Cancer” è il nome dell’iniziativa lanciata da alcuni ricercatori canadesi e supportata dal “World Community Grid“, la più vasta griglia di calcolatori esistente, sviluppata da IBM per scopi benefici e già utilizzata per studiare i cambiamenti climatici in Africa o il virus dell’Hiv.
L’Università di Toronto spera in questo modo di dare un’accelerata alla ricerca sul cancro, analizzando in meno di due anni una mole immensa di dati a disposizione: oltre 86 milioni di immagini di proteine spesso ricollegate alla nascita dei tumori. Per un normale laboratorio sarebbe necessario un lavoro di circa 160 anni, spiegano i ricercatori per dare il senso dell’iniziativa. “Sappiamo che la maggior parte dei tumori sono causati da proteine difettose, ma abbiamo bisogno di capire meglio la funzione specifica di queste proteine e come interagiscono con il corpo”, sottolinea Igor Jurisica dell’Ontario Cancer Institute. “Dobbiamo inoltre scoprire quali sono le proteine che ci permettono di diagnosticare il cancro prima che appaiono i sintomi. Solo in questo modo avremo la possibilità di curare la malattia e, in potenza, bloccarla del tutto”.
Ad ogni modo, chiunque può contribuire al progetto mettendo a disposizione la potenza del proprio computer domestico. Per aderire all’iniziativa basta diventare membri del World Community Grid, magari dopo aver prima dato un’occhiata alle FAQ.