Archivio di Dicembre, 2007

Vaccino: tutti i rischi della libera scelta

Di Gianna Milano

Mentre cresce l’allarme meningite e aumenta la pressione affinché nel nuovo Piano nazionale vaccini 2008-10 sia prevista “l’offerta universale attiva e gratuita” per le vaccinazioni antipneumococco e meningococco C, batteri responsabili della temibile infezione, la Regione Veneto imbocca la strada della libera scelta. E da gennaio 2008, grazie a una delibera, cancella l’obbligo per quattro vaccinazioni: difterite, tetano, polio ed epatite B. L’iniziativa veneta parte con il beneplacito del ministero della Salute, cui spetta valutare se e come estendere la libera scelta in tutto il Paese.
“L’abolizione dell’obbligo è un tema di civiltà e di impegno” sostiene Donato Greco, direttore generale per la prevenzione sanitaria al ministero della Salute. “Difficile oggi la coesistenza tra vaccinazioni obbligatorie e raccomandate, la prevenzione è partecipazione e non obbligo, e genitori e medici sono pronti”. Ma esistono davvero oggi in Italia i presupposti per annullare l’obbligo di una pratica preventiva che ha permesso di eradicare nell’emisfero occidentale patologie gravi come polio e vaiolo?
“I vaccini sono un atto medico complesso, rivolto al singolo ma finalizzato a un risultato di salute per l’intera comunità. La libera scelta, seppur dovuta, pone in contrasto i diritti del singolo e della comunità” avverte Luisella Grandori, responsabile per la prevenzione vaccinale dell’Associazione culturale pediatri (Acp).
L’obbligatorietà nacque in un contesto storico lontano in cui lo Stato si sentiva in dovere di decidere sulla salute dei cittadini senza consultarli, con il loro tacito assenso. Quanto è eticamente condivisibile oggi il traguardo della libera scelta?
“Il percorso verso la libera adesione alle vaccinazioni iniziò alla fine degli anni 90, quando lo Stato sancì il diritto alla frequenza scolastica ai bambini non vaccinati, ma la forte disomogeneità sul territorio nazionale della copertura vaccinale richiede cautela” sostiene Grandori. Se nel Veneto per i vaccini obbligatori è stata negli ultimi due anni del 95 per cento (soglia critica stabilita dall’Oms), non altrettanto in altre regioni. Secondo stime del ministero della Salute, in base a riepiloghi inviati da regioni e province autonome, nel 2005 la copertura vaccinale è stata in media del 94 per cento, con forti differenze tra una regione e l’altra. Se in Valle d’Aosta ha raggiunto il 98 per cento, in Calabria è stata dell’84 e ancora più bassa nella provincia autonoma di Bolzano, l’80 per cento.
“L’eliminazione del vincolo per le vaccinazioni previste dalla legge per l’iscrizione a scuola ha di fatto attenuato l’impegno a non permettere evasioni; e nelle situazioni di maggiore degrado sociale e istituzionale ha fornito un alibi all’incapacità di offerta attiva della profilassi vaccinale, a scapito delle comunità più emarginate” dice Michele Grandolfo dell’Istituto superiore della sanità (Iss). “Senza contare che l’abolizione dell’obbligo rischia di mettere allo stesso livello vaccini di provata efficacia con altri la cui efficacia è da dimostrare, rendendoli tutti uguali e facilitando le pressioni del mercato”.
Dove è rarefatta l’organizzazione dei servizi vaccinali, come al Sud, e il diritto-dovere alla vaccinazione non è garantito, i rischi di salute pubblica si amplificano. “Certe asl non hanno gli strumenti per raggiungere i più disagiati, che neppure sanno di doversi vaccinare” ricorda Rosario Cavallo, pediatra di famiglia a Lecce. “Per essere liberi di esercitare con convinzione il proprio diritto a essere vaccinati occorrono servizi efficienti e politiche vaccinali ineccepibili su tutto il territorio”.
Ma in alcune aree del Sud lo stato dei servizi vaccinali è carente e l’offerta attiva ha grandi falle. «L’obbligo deve essere innanzitutto dei servizi» precisa Grandolfo.
L’abolizione del vincolo se mancano requisiti organizzativi potrebbe essere prematura e compromettere i livelli di salute raggiunti. “Finora solo il 72 per cento delle asl ha un’anagrafe informatizzata indispensabile per rintracciare i bambini non vaccinati, rilevare le vaccinazioni effettuate e sorvegliare sia le malattie prevenibili con vaccini sia gli eventi avversi” sottolinea Marta Ciofi dell’Iss. Un buon monitoraggio è indispensabile per evitare brutte sorprese. Cosa succederebbe se ci fosse un drastico calo di alcune vaccinazioni, obbligatorie e non?
È il caso del vaccino per il morbillo, malattia esantematica che può causare l’encefalite. La media nazionale di copertura è dell’89 per cento: troppo bassa. La percentuale va dal 58 per cento di Bolzano al 78 della Calabria, al 93 per cento dell’Umbria. Comunque sotto la soglia di sicurezza del 95 per cento. Il piano sanitario nazionale partito nel 2003 prevedeva l’eliminazione della malattia nel 2010. Ma ancora oggi si segnalano focolai dell’infezione: l’ultimo è di questi giorni in Piemonte con 132 casi conclamati, tra cui uno mortale.
Secondo l’ufficio malattie infettive del ministero della Salute, la copertura delle vaccinazioni obbligatorie ha registrato un lieve calo nel 2005, invertendo la tendenza degli anni precedenti. “Probabilmente anche per ideali naturalistici, biologici, new age condivisi da genitori e pediatri” dice Maria Grazia Pompa, che dirige l’ufficio del ministero. Sovente, come segnala l’indagine Icona dell’Iss sul territorio nazionale, la mancata o ritardata esecuzione sia delle vaccinazioni facoltative, come il morbillo, sia delle obbligatorie dipende dalla carenza di un’informazione esauriente da parte dei medici.
“Le paure e i pregiudizi si superano passando dal paternalismo all’alleanza terapeutica” afferma Michele Gangemi, presidente dell’Acp. “I genitori che decidono di non vaccinare i figli non possono essere definiti sbrigativamente oppositori, ma richiedono una maggiore capacità di ascolto”.
Informare significa spiegare correttamente il rapporto rischio/beneficio. “Per scegliere in libertà, sapendo che i vaccini come tutti i farmaci hanno effetti collaterali. Invece spesso i genitori si trovano nelle mani brochure informative di chi li produce” lamenta Eugenio Serravalle, pediatra omeopata di Pisa.
Se si è disposti, pur di stare meglio, a prendere farmaci di cui si sanno gli effetti collaterali, “nel caso dei vaccini siamo meno propensi ad accettare una scommessa sul futuro” dice Fabrizio Pregliasco, virologo all’Università di Milano. “L’efficacia stessa delle campagne vaccinali riduce la percezione della pericolosità delle patologie che esse prevengono”.
Tenendo conto dei milioni di dosi somministrate, quanto sono giustificati i timori di possibili danni dovuti ai vaccini? Nel 2006 le segnalazioni di reazioni avverse al servizio di farmacovigilanza dell’Aifa sono state 1.500, tra gravi (per fortuna rare), non gravi e indefinite. E sempre nel 2006 “è stata registrata una riduzione del numero di segnalazioni” si legge nel Bollettino di informazione sul farmaco dell’Aifa (n. 1/2007). Un segnale che si sta abbassando il livello di guardia sul monitoraggio della sicurezza d’uso dei vaccini? La sorveglianza è l’unico strumento per migliorare la risorsa che essi rappresentano. “È necessario segnalare anche le reazioni minime per poter identificare, per esempio, problemi di lotto o errori in qualsiasi fase del programma di immunizzazione” si legge nel bollettino.
L’offerta di vaccini in età pediatrica è diventata sempre più vasta e le pressioni del mercato forti. “I vari polivalenti rendono difficoltoso oggi vaccinare contro alcune malattie invece che contro tutte le sei con cui si vaccina con l’esavalente, che ormai usano in tutta Italia. Se l’antitetanica singola è disponibile, meno facile è in alcune aree del Paese trovare l’antidifterica da sola perché la si importa dalla Danimarca” informa Serravalle.
Anche le dosi per il vaccino contro la rosolia, non combinata con parotite e morbillo, devono essere espressamente richieste e quelle disponibili sono poche. “E le somministrazioni contemporanee provocano reazioni che sono la somma degli eventi avversi previsti per ogni singolo vaccino. Spesso non viene detto ai genitori” si rammarica Serravalle.
E mentre si parla di superare l’obbligo, ci sono associazioni di categoria, e le istituzioni gli vanno appresso senza opporre resistenza, che spingono per i vaccini contro meningite da meningococco C e pneumococco (Streptococcus pneumoniae). Si fanno pressioni perché nel Piano nazionale vaccini 2008-10 entrino nei livelli essenziali di assistenza (Lea). Ora il braccio di ferro è tra Stato e regioni che dovranno decidere a chi spetterà l’onere economico di distribuire, somministrare e gestire eventuali campagne vaccinali.
Sono dieci le regioni (da poco si è aggiunta la Lombardia) che in modo autonomo hanno introdotto la vaccinazione gratuita antipneumococco e anti-meningococco C: nelle altre lo è solo per i bambini a rischio. Ma quanto serve una campagna di vaccinazione di massa? Gli italiani colpiti sono 4 su 1 milione e l’incidenza è stabile: sui 900 casi l’anno. “Esistono circa 90 ceppi di pneumococco, una ventina quelli patogeni: il vaccino ne copre solo sette che non sappiamo quanto circolino in Italia. Il rischio è favorire una pressione selettiva dei ceppi non contenuti e oltretutto resistenti agli antibiotici” avverte Maurizio Bonati del Mario Negri di Milano, che fa parte della commissione sui vaccini.
Per questo l’Oms richiede ai paesi che avviano la vaccinazione di attivare contemporaneamente un idoneo sistema di sorveglianza. In Italia, tranne il Piemonte, non c’è, sebbene il vaccino sia disponibile dal 2001. I dati sull’incidenza delle infezioni causate dal batterio sono raccolti dall’Iss (e disponibili online), ma parziali e inadeguati quelli sui vari sierotipi.
Il vaccino non offre comunque una copertura totale per la meningite. Esistono altre due forme, da meningococco C e B (il vaccino copre solo il C) e da Haemophilus influenzae, che colpisce soprattutto nei primi 4 anni di età, e il cui vaccino è già offerto attivamente a oltre il 95 per cento dei nuovi nati.
“Difficile orientarsi, per pediatri e genitori. E, ancor di più, districare le vere emergenze sanitarie dalle pressioni del mercato. Nel 2015-19 è previsto il nuovo vaccino sierotipo indipendente, valido per tutti i ceppi di pneumococco. Prima di allora, a meno di non avviare un piano di sorveglianza, avranno gioco solo i venditori di speranza” conclude Grandori.
(ha collaborato Nunzia Bonifati)

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Le ragioni dei genitori che si oppongono

Di Gianna Milano

“Di vaccini è meglio non abusare”. È la posizione dei vari movimenti di obiezione alle vaccinazioni. “Se è stato utile vaccinare quando malattie serie, come difterite e poliomielite, erano diffuse in Europa, quando esse si azzerano il dato di fatto è che restano gli eventi avversi” dice Andrea Valeri, responsabile per la ricerca clinica per la Società italiana di medicina omeopatica a Verona.
Tornerebbero se la copertura vaccinale si abbassasse? “Non vi sono dati certi sulla copertura vacinale minima”. In Germania, racconta, anche quando la copertura vaccinale è scesa sotto l’80 per cento non c’è stato un ritorno.
Fra i motivi all’obiezione a un alto numero di vaccini il sito della Federazione del Comilva (Coordinamento del movimento italiano per la libertà delle vaccinazioni) elenca gli effetti collaterali più comuni: un aumento di patologie allergiche (un bimbo su 10 è oggi asmatico) e una maggiore frequenza di malattie infettive delle vie aeree superiori. “Curate poi con antibiotici che predispongono alle allergie: un circolo vizioso” avverte Valeri. “Lo vedo nella pratica quotidiana: i bambini che hanno fatto 8-9 vaccinazioni e che hanno preso antibiotici si ammalano più degli altri. Vi sono pochi studi studi che mettono a confronto la salute di chi fa un certo numero di vaccini con chi non li fa. Sono più sani? Non si sa”. E mancano, sempre secondo i movimenti di obiezione, studi nel lungo termine che valutino sulla distanza gli eventuali eventi avversi.
E il vaccino per l’influenza? Invece di farlo per sollecitare una risposta antigenica, meglio stimolare il sistema immunitario in modo naturale, specie nei più piccoli. In questa direzione vanno anche le raccomandazioni della medicina ufficiale: sotto i 2 anni questo vaccino è del tutto inefficace, come indica una metaanalisi pubblicata sul British Medical Journal.

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Nokia, con il 2008 il cellulare si trasforma in consolle

Di Guido Castellano

Il 2008 si aprirà con una sorpresa per gli appassionati di videogiochi e cellulari. Con un piccolo software gratuito che si scaricherà da internet, dal sito www.n-gage.com, si potranno trasformare tutti i cellulari Nokia di nuova generazione in altrettante console per videogiochi portatili. E non per i soliti giochetti dalla grafica scalettata e le musiche luna park, ma per veri e propri videogame. Quelli che girano sulle console tipo la Playstation portatile.
La filosofia del primo produttore di cellulari al mondo è quella che ha già fatto la fortuna della Apple con l’iPod. Ossia creare un mondo di servizi via internet che semplifichino e migliorino la vita dell’utente che acquista un oggetto hardware (in questo caso un cellulare, nel caso della Apple un iPod). Servizi a pagamento che permettono di mantenere un contatto con il cliente anche dopo l’acquisto del telefonino.
Il colosso finlandese aveva già provato alcuni anni fa a entrare nel mondo dei videogiochi con un cellulare chiamato N-Gage. Ma il successo era stato modesto. L’innovazione del 2008 è che tutti i nuovi telefonini potranno trasformarsi in console e i giochi si potranno scaricare da internet direttamente sul telefonino. Hanno fiutato il business già tutti i più grandi produttori, tanto che per il lancio della nuova piattaforma, nei primi mesi del 2008, saranno disponibili titoli come Fifa 2008 della canadese Electronic arts, il gioco del calcio più venduto al mondo, o The Sims (sempre della Electronic arts), il simulatore di vita reale più giocato al mondo.
Rispetto ai titoli per console i prezzi saranno più bassi. Un gioco scaricato dal web costerà tra 6 e 10 euro. La piattaforma Nokia offrirà un altro vantaggio ai suoi utenti: grazie all’offerta Try e buy si potranno acquistare licenze di gioco giornaliere o settimanali a prezzi scontati e provare gratuitamente tutti i giochi prima dell’acquisto.

Ambiente: per questi rami passa la storia

Di Luca Sciortino

Se gli alberi potessero parlare… Da oltre 1.600 anni un ulivo se ne stava placidamente nella campagna di Napoli, chissà quante ne aveva viste, dalle intemperie alle ondate di calore. Questa però gli mancava: due settimane fa, ecco arrivare alcuni uomini con carri e ruspe per sradicarlo e portarlo altrove. Lo hanno salvato alcuni agenti della guardia forestale: altrimenti, per 30 mila euro, quell’albero millenario sarebbe stato trapiantato in una villa privata di Viterbo.
Fosse un fatto isolato, poco male. Ma solo negli ultimi mesi sono stati 70 gli alberi d’ulivo sequestrati in quella zona; e reati simili sono ormai frequenti in molte regioni.
In Italia ci sono 22 mila alberi considerati dal Corpo forestale, per l’età millenaria, “di forte interesse”. Tra questi 2 mila sono di “fortissimo interesse” per la loro longevità, e 150 “di eccezionale valore monumentale” perché testimoni di fatti storici o perché legati a personaggi illustri. Per loro la vita non è facile: alle sfide del clima si aggiungono ora i tentativi di furto, i danni delle scolaresche, i graffiti, i tagli illegali.
Dal 2008 questi “fuoriclasse” della natura sono tutelati da una nuova legge: il ministero delle Politiche agricole presenta al primo Consiglio dei ministri dell’anno un disegno di legge a tutela degli alberi monumentali, nato su suggerimento del Corpo forestale dello Stato.
Il ministro Paolo De Castro racconta a Panorama le novità previste nella bozza: “Vogliamo tutelare il patrimonio arboreo là dove le normative regionali non prevedono né misure di conservazione né sanzioni”. Primo obiettivo, definire un assetto giuridico unitario su tutto il territorio nazionale. Secondo, far diventare il danno a uno di questi monumenti naturali un reato penale. “Applicheremo l’articolo 635 del Codice di procedura penale: reclusione fino a un anno o multa fino a 309 euro per danneggiamento di cose altrui”.
Il provvedimento istituisce anche l’Inventario degli alberi monumentali, compilato attraverso il Sim (Sistema informativo della montagna). Basta dare un’occhiata al censimento per capire che possediamo un patrimonio verde straordinario. Qualche esempio. L’albero più grande d’Italia è il “castagno dei Cento cavalli” nel Comune di Sant’Alfio, Catania, con un tronco di oltre 20 metri di circonferenza e un’età stimata di 2 mila anni.
Si contendono il primato dell’albero più alto, circa 60 metri, un liriodendro, una sequoia e alcuni abeti douglas. Il primo si trova nel parco di Villa Besana, in provincia di Como, il secondo in quello di Burcina di Pollone vicino a Biella, mentre gli abeti vivono sull’Appennino centrale.
L’albero più vecchio è forse un oleastro di oltre 2 mila anni a S. Baltolu di Luras (Sassari): largo 12 metri e alto 15.
Anche se non detengono particolari primati, altri alberi sono un’attrazione turistica per la loro bellezza: “Come la “quercia delle Streghe” a Capannori, Lucca” ricorda Nicolò Giordano, vicequestore del Corpo forestale. “Alcuni larici in Val d’Ultimo, uno al confine con il Parco dello Stelvio; il cerro di Sant’Angelo ad Amatrice, nell’Alta Valle del Tronto”. Giusto per citarne alcuni, visto che ogni provincia possiede una decina di alberi centenari.
La sfida più difficile, per i monumenti verdi è quella delle piogge acide. Dagli anni 60, industrie, impianti di riscaldamento e auto hanno riversato anidride solforosa e ossidi di azoto. Queste sostanze, reagendo con il vapore acqueo, hanno dato luogo ad acido solforico e acido nitrico. Con conseguenze disastrose.
“Le piogge, già acide per l’anidride carbonica, lo sono diventate ancora di più: il loro ph è sceso sotto 5, arrivando a 2″ avverte Dario Sonetti, biologo e coordinatore di Gev Modena-Foreste per sempre. “Le gocce di pioggia attraverso gli stomi si diffondono nella foglia in concentrazioni tossiche tali da portare alla distruzione completa delle cellule”.
A questi danni si aggiungono quelli indiretti: “Gli acidi liberano ioni di alluminio e calcio, che impediscono l’assorbimento delle sostanze nutritive da parte delle radici”. La situazione ora è migliorata: “Le piogge acide si sono ridotte a causa dell’abbattimento del 70-80 per cento delle emissioni di anidride solforosa e ossidi di azoto” dice Bruno Petriccione, biologo e coordinatore del programma Conecofor (Controllo ecosistemi forestali). “Oggi le foreste ammontano a un terzo della superficie del Paese”.
Sono solo alcune delle battaglie che i vecchi alberi hanno affrontato e vinto. Altre non le immaginiamo nemmeno. Noi assistiamo solo allo spettacolo di una vita che è più intima e più discreta della nostra. Una vita che si svolge in silenzio.

Numeri da giganti
• L’Italia vanta 22 mila alberi di pregio: di cui 2 mila considerati “di notevole interesse”, e 150 di “eccezionale valore storico o monumentale”, per longevità biologica e struttura gigantesca.
• Un terzo della superficie del Paese è coperto di verde: 10.467.522 ettari.
• Questi boschi trattengono oltre 486 milioni di tonnellate di carbonio, pari a circa 1 miliardo e 782 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Vuoi conoscere tutto il tuo dna? Costa 350mila dollari

http://www.flickr.com/photos/jurvetson/
L’intero codice genetico di una persona per 350mila dollari. È la mappa di tutte le informazioni che contiene il dna di un individuo: una società americana, la Knome, è stata la prima a proporre per il pubblico il sequenziamento di tutta la doppia elica. A guidare il progetto è George Church, genetista dell’università di Stanford, che ha lanciato anche un’iniziativa a scopi scientifici, il Personal Genome Project. L’idea è quella di coinvolgere 100mila persone nel sequenziamento del loro intero patrimonio genetico e di capire quali sono le questioni legate alla diffusione e alla comprensione di questi dati tra i partecipanti dell’esperimento. L’inizio della ricerca è previsto nei primi mesi del 2008.

L’era della genetica personalizzata è appena agli inizi. Nelle scorse settimane la giornalista del New York Times Amy Harmon ha letto alcune caratteristiche del suo dna legate a possibili rischi per la salute, dopo aver inviato campioni del suo codice genetico al sito di 23andme, una società privata che sta sperimentando l’analisi di sequenze di geni per mille dollari. E ha sollevato i primi dubbi etici. Altre aziende seguono la stessa strada, come l’islandese deCode e la californiana Navigenics. La X Prize Foundation mette in palio un premio di 10 milioni di dollari per la prima azienda privata che riuscirà a sequenziare il genoma di 100 individui in dieci giorni. La competizione avrebbe lo scopo di stimolare la ricerca nel campo della medicina preventiva.

Il video della X Prize Foundation

Molto meglio il miele degli sciroppi antitosse

Influenza, tosse, bronchiti di stagione: dopo l’allarme su sciroppi e sedativi della tosse pericolosi per i più piccoli (la Food and drug administration americana ne ha vietato l’uso sotto i 6 anni, e lo sconsiglia fino ai 12, altrettanto fa l’Aifa in Italia), che cosa dare ai bambini in caso di necessità? Da uno studio della Penn State college of medicine emerge che il rimedio migliore (forse la nonna lo sapeva già) è il miele: una piccola quantità data la sera prima di dormire allevia i sintomi e riduce la frequenza e l’intensità delle infezioni respiratorie. Non solo, ha dimostrato di avere anche un effetto positivo sulla qualità del sonno. I risultati vengono da un’indagine in cui il miele naturale è stato messo a confronto con un finto miele contenente destrometorfano (sostanza presente in molti prodotti da banco antitosse) e nessuna terapia. Le conclusioni? Lo sciroppo con destrometorfano si è rivelato inefficace al pari del placebo. Non così il miele.

Venere, gemello finito all’inferno

Un'immagine di Venere
Di Luca Dello Iacovo
Come gemelli divisi alla nascita: Venere e la Terra sono molto simili per massa, orbita, densità. Entrambi condividono una distanza analoga dal Sole. La quantità complessiva di anidride carbonica non è molto differente. Venere, poi, è il pianeta che più si avvicina alla Terra durante la sua orbita, giungendo a 40 milioni di chilometri da noi.
Il loro destino, però, è stato molto diverso: una nuova ipotesi per capire le vite parallele dei due pianeti arriva dai dati raccolti recentemente dalla sonda Venus Express, prima missione dell’Agenzia spaziale europea (Esa) verso questo pianeta, lanciata due anni fa. I cui risultati vengono ora pubblicati sulla rivista Nature.
Sulla Terra gli oceani hanno assorbito l’anidride carbonica dell’atmosfera, convertendola in rocce ricche di carbonati. Su Venere le cose andarono altrimenti. Il vapore acqueo sarebbe stato scomposto in ioni di ossigeno e idrogeno dal vento solare, una corrente di particelle ad alta energia proveniente dal Sole: sul pianeta non incontra alcuna resistenza naturale perché il campo elettromagnetico è assente. E gli ioni sarebbero fuggiti verso lo spazio, favorendo la riduzione progressiva degli oceani venusiani e un incontrollabile effetto serra.
Se sulla Terra l’anidride carbonica viene assorbita, oltre che dagli oceani, anche dal suolo e dalle biomasse, su Venere questo gas ora forma il 96 per cento dell’atmosfera. Rendendo il pianeta una sorta di inferno invivibile: la temperatura arriva di giorno a 457 gradi centigradi e di notte scende (si fa per dire) a 240 gradi.
La pressione atmosferica è 92 volte quella terrestre, peso equivalente a quello esercitato sul corpo di un subacqueo che nuota a 1 chilometro di profondità.
L’analisi dei dati raccolti negli ultimi mesi svela altre caratteristiche inaspettate di Venere. Sotto le sue nubi di acido solforico gli strumenti della sonda hanno osservato vortici rotanti grandi quanto l’Europa e più intensi di quelli terrestri e onde radio a bassissima frequenza (whistler), in genere associate ai fulmini: un fenomeno finora ritenuto impossibile nell’atmosfera venusiana.
Certo, con un clima così burrascoso, stupisce che gli antichi popoli del Mediterraneo abbiano chiamato il pianeta blu con il nome della dea dell’amore Venere. O forse era saggezza?

Un orgasmo globale salverà la Terra?

Flickr by TheAlieness GiselaGiardino²³
Conflitti senza soluzione, effetto serra sempre più incombente, corsa agli armamenti, violenza, ingiustizie. In un mondo così problematico di cosa c’è davvero bisogno? Ma dell’amore, è ovvio.
Che impegni avete per le 7,08 del mattino di sabato 22 dicembre? Speriamo nessuno perché per salvare la terra, sconfiggere i cambiamenti climatici e portare la pace in ogni angolo del pianeta c’è bisogno dello sforzo congiunto di tutti noi. Solo che per una volta potrebbe trattarsi di uno sforzo piacevole. Non ci viene chiesto di separare i rifiuti, far attraversare le vecchiette e porgere l’altra guancia, ma di fare sesso. L’unico sacrificio consiste nel doverlo fare a un orario stabilito, in modo che l’energia di questo amore universale possa concentrarsi in un unico momento catartico ed essere davvero efficace.
Per quelli che abitano nel fuso orario italiano l’ora X scatta poco dopo le 7, che non è il massimo della comodità, ma non possiamo lamentarci: al Brasile tocca alle 4 di notte.
A proporre, molto seriamente, l’orgasmo globale come soluzione ai mali del mondo è una coppia di pacifisti americani, Donna Sheehan e Paul Reffel, fondatori dell’organizzazione Baring Witness, che raccoglie attivisti di tutto il mondo disposti a prestare il proprio corpo alla causa della pace: foto aeree ritraggono grandi scritte e simboli di pace composti da corpi , spesso nudi.
Sul sito dell’iniziativa Donna e Paul spiegano che la prima edizione del Global Orgasm, nel 2006, era incentrata sulla tensione montante tra il governo Usa e l’Iran, e a un anno di distanza c’è ancora bisogno dell’impegno di tutti per evitare quello ed altri conflitti. La “scienza” dietro all’operazione consiste nell’aver riscontrato che la consapevolezza simultanea e globale in determinate situazioni (crollo del World Trade center, manifestaziooni pacifiste di massa, catastrofi naturali) ha effetti misurabili, anche se non si capisce quali siano questi effetti, chi li abbia misurati e soprattutto con quale metro.
Pensare all’amore, alla fratellanza, alla pace prima e dopo quest’orgasmo mondiale influirà potentemente sul campo energetico della Terra, sprigionando un’ondata di energie positive, potenziate dal fatto che il tutto si svolge in concomitanza del solstizio: la notte più lunga dell’anno nell’emisfero nord e il giorno più lungo nell’emisfero sud. Come questo possa portare la pace è difficile a dirsi, ma ancora più oscuro è il ruolo dell’attività sessuale simultanea nella lotta al riscaldamento globale. Si direbbe semmai che un evento del genere possa solo contribuire a far alzare la temperatura del pianeta. La ricetta degli organizzatori è semplice: più sesso felice e meno consumi di roba inutile che inquina quando viene prodotta, quando viene utilizzata e anche quando è gettata via.
Attenzione però, ogni bambino che nasce è un consumatore-inquinatore in più, e di sovrappopolare il pianeta non c’è davvero bisogno. Sicché per fare meno figli e vivere in un mondo migliore, sabato mattina l’uso di un particolare prodotto, usa e getta per eccellenza, Donna e Paul lo consigliano eccome.

Mario testimonial per Greenpeace contro le console che inquinano

http://www.flickr.com/photos/oscarmota/1155248969/
I protagonisti dei videogame sono sempre impegnati a salvare il mondo. Peccato che le console che utilizziamo per farli entrare in azione contengano una gran quantità di sostanze tossiche, come ritardanti di fiamma bromurati e PVC, che il mondo contribuiscono a mandarlo in rovina. Per questo Greenpeace ha arruolato tre beniamini dei videogiocatori di tutto il mondo (Kratos, Master Chief e Mario) che hanno il difficile ruolo di convincere gli utenti delle rispettive console (PlayStation, Xbox e Wii) a fare pressioni perché i produttori, Sony, Microsoft e Nintendo eliminino dai loro prodotti le sostanze nocive e pericolose per l’ambiente.
Greenpeace ha creato un sito apposito, Clash of the consoles in cui per ciascuna console si trovano i dati riguardanti la politica dell’azienda rispetto alle materie tossiche, i consumi energetici, ma anche il livello delle forze del bene, sotto forma di numero di mail inviate dai consumatori al produttore per richiedere più rispetto per l’ambiente.
Il mercato delle console di videogiochi ha conosciuto negli ultimi anni una crescita esponenziale che ha pochi paragoni con quella di altri prodotti hi-tech: 62,7 milioni di unità vendute nel 2006, con una crescita del 15% sull’anno precedente. E c’è da giurare che venderanno molto bene anche questo Natale. Ma stando alla Ecoguida di Greenpeace, che nell’edizione più recente comprende per la prima volta anche le console, le aziende che le costruiscono sono molto indietro sul fronte del rispetto ambientale al confronto di chi produce altri articoli tecnologici, come cellulari o computer.
Riusciranno i nostri eroi, protagonisti di uno spiritoso video, a smuovere le coscienze e creare una pressione sufficiente sui produttori al fine di spingerli a fare la cosa giusta?

Il video di Greenpeace

Raccontare cura: finalmente qualcuno ascolta

A volte, ad aggravare le condizioni dei pezienti, c'è la mancanza di qualcuno che li ascolti. Credit: SuperFantastic by Flickr
Sui media, la medicina è qualcosa che ha a che fare nella migliore delle ipotesi con qualche sensazionale scoperta scientifica. Nella peggiore, con casi eclatanti di malasanità. Nel mezzo, però, c’è molto altro. È il mondo delle persone che convivono con la malattia, le cui vite ne sono state sconvolte, che hanno imparato ad affrontare la paura, che devono dedicare alle cure la maggior parte del proprio tempo e delle proprie energie. Sono storie che nessuno racconta mai. Sicuramente non i giornali, e quasi mai nemmeno i pazienti stessi, perché non saprebbero a quale interlocutore rivolgersi.
Ma se raccontare facesse parte della cura? È quanto hanno scoperto, quasi per caso, alla Fondazione Giancarlo Quarta, attiva dal 2004 nel campo della salute e del sostegno ai malati. “Abbiamo iniziato una ricerca qualitativa per capire quali
fossero i problemi più importanti per i pazienti nel rapporto con i medici” racconta Germano Calvi, specializzato in psicologia, responsabile del progetto UCare. “Abbiamo registrato interviste con persone affette da malattie neurologiche, cardiologiche o oncologiche. Le persone dopo questo racconto erano contente e ammettevano di non aver mai potuto raccontare a nessuno tutta la loro storia”. Con i medici è difficile parlare di ciò che non riguarda l’aspetto strettamente organico della malattia. In famiglia si tocca una mutua sensibilità: non vuoi angosciare i parenti e loro non ne parlano perché pensano sia doloroso. “Noi”, spiega Calvi, “abbiamo trovato un nostro luogo per far raccontare che cosa accade nel momento in cui ci si ammala”.
Il luogo in realtà sono tanti luoghi diversi. “Corsi di scrittura autobiografica, in cui i malati si avvicinano alla scrittura godendo dell’esperienza, e dove nascono amicizie e fioriscono altre iniziative. Poi c’è la formazione all’ascolto in cui alcune persone, in qualche caso i pazienti stessi, raccolgono le storie altrui, e infine c’è il sito, UCare, che è un contenitore di tutte queste iniziative, dove è possibile leggere le storie degli altri e raccontare la propria”. E c’è anche un libro, Quello che i medici non sanno, che contiene dieci testimonianze emblematiche, e può essere scaricato gratuitamente in formato pdf.

Quali sono i fatti cruciali che emergono dai racconti dei malati? “La prima cosa che colpisce”, racconta Calvi, è il momento di diagnosi. Il medico racconta in tempi strettissimi una serie di cose molto importanti di cui però il paziente di solito non capisce nulla: gli è appena caduta una tegola in testa, tutto avviene troppo velocemente. Quello è il momento in cui dovrebbe prendere decisioni, aderire alla terapia, ma non è in grado di farlo. Bisogna lavorare su questo momento, riuscire a rassicurare la persona e saper dire che, per quanto grave sia la malattia, c’è sempre un progetto”. Un altro elemento importante è che, soprattutto nel settore pubblico, manca una figura unica che segua il paziente dall’inizio nel suo percorso. “Si ha a che fare ogni volta con un medico diverso, a cui bisogna raccontare tutto da capo, in tempi sempre strettissimi. Ci vorrebbe un medico-Virgilio che accompagna il paziente. Al momento è un’ipotesi utopistica, ma bisogna lavorarci”.
Però, dai racconti dei malati emergono anche alcune perle di bravura da parte dei medici, casi esemplari positivi di eccellenza nello stabilire una relazione con il malato e di grande umanità. E poi ci sono i disastri: “Tutti possono fare i medici e non c’è una selezione. L’umanità non è un criterio di valutazione”, commenta Germano Calvi.
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Proprio per questo la Fondazione Quarta interviene anche sui medici con corsi di formazione alla relazione con il paziente. “C’è interesse da parte della categoria che soffre di una grande frustrazione. È sempre più difficile, dati i budget e i vincoli burocratici, avere una relazione vera col paziente”. Eppure l’umanità nella relazione con il medico è quello di cui i pazienti dicono di aver bisogno per non essere lasciati allo sbaraglio di fronte a una diagnosi brutta: devono sapere di “potersi mettere nelle mani di qualcuno con fiducia”. Poi c’è la vita quotidiana, raccontata con grande dignità e una buona dose di speranza, guadagnata al costo di grandi sacrifici e sofferenze, che finalmente può uscire dall’ombra in cui è relegata la malattia quando diventa cronica.

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