Psicologia dei troll, rompiscatole per vocazione

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Provocazioni. Offese. Insulti personali. Tentativi continui di accendere i toni e portare le conversazioni fuori tema. Fin dai primi forum e newsgroup, Internet ha dovuto fare i conti con il fenomeno dei troll. Non parliamo dei folletti mitologici del nord Europa, ma di quegli utenti che approfittano della sostanziale apertura della rete per rovinare il “gioco conversazionale” agli altri. Spesso dando vita a vere e proprie flame war (guerre di insulti), se non si prendono le opportune contromisure (tra cui, l’indifferenza è sempre la migliore arma).
Ma cos’è che spinge un utente ad assumere il ruolo del guastafeste? Sul tema c’è una vasta letteratura e anche un libro in italiano (Troll. Come ho inguaiato Internet), in cui l’autore racconta la sua lunga esperienza di disturbo online presentandosi come “un folletto illuminista che svela il grande inganno della Rete“.
Ad ogni modo, secondo la psicologia sociale il fenomeno dipende in gran parte dal carattere di “de-individualizzazione” tipico di molte interazioni online: l’anonimato e la mancanza di un contatto fisico predispongono alcuni utenti a trasgredire le norme sociali con maggiore semplicità. “Da un punto di vista psicologico - spiega lo studioso Nicholas Epley al New Scientist - siamo ‘distanti’ dalle persone con cui parliamo e meno focalizzati sulla nostra identità. Ne risulta la predisposizione a un atteggiamento molto più aggressivo”. A tutto ciò va poi aggiunto anche il carattere ambiguo di molte comunicazioni online (specie quelle testuali), in cui è molto facile interpretare male i toni della discussione (prendendo, ad esempio, per seria un’affermazione scherzosa).
“Non so come potremmo minimizzare gli abusi online - scrive Michael Marshall sul New Scientist - Ma già mi sembra un buon inizio riconoscere che non siamo così bravi a comunicare online come siamo portati a credere. Spesso, io stesso mi devo trattenere dal prenderne parte”. Già, perché anche in rete sarebbe buona norma se tutti gli utenti (troll e non) imparassero a contare fino a dieci, prima di rispondere impulsivamente a un commento o a una mail.

Commenti

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Il 4 Gennaio 2008 alle 11:32 missvonclausewitz ha scritto:

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9… Ok, scrivo. A me sembra che Eply abbia scoperto l’acqua calda. Non c’è bisogno di essere laureati in psicologia per capire che a questo mondo non tutte le persone sono uguali: ce ne sono molte con cui è meglio aver poco a che fare. Insomma, esistono i fessi, a questo mondo. E sono parecchi. E - incredibile dictu - te li ritroverai anche su Internet, caro il mio professor Eply.

Casomai ci sarebbe da ragionare sul nuovo ruolo degli editori: oggi, per vari motivi, il web non propone contenuti agli utenti, oggi il web *chiede* contenuti agli utenti. I quali li forniscono gratis e in gran varietà (vedi Flickr, solo per fare un esempio). Forse gli editori dovranno quindi abituarsi a questo nuovo ruolo, cioè a filtrare contenuti già pronti anziché crearne ex novo? Intendo tutti gli editori, compreso quello del New Scientists…

Il 4 Gennaio 2008 alle 12:08 grisostomo ha scritto:

Ma non sarebbe tutto molto più semplice se si eliminasse l’anonimato?
O almeno si evidenziasse la tracciabilità di ogni commentatore?
Ho un blog, e cestino “tutti” gli interventi anonimi, qualunque cosa dicano.

Il 4 Gennaio 2008 alle 13:14 sandra.masoncelli ha scritto:

Grisostomo, su Internet, come nella società per così dire fisica (o analogica) è impossibile eliminare l’anonimato. Se un tizio per strada dice delle cretinate mica posso chiedergli la carta d’identità. Al massimo posso ribattere, o prenderlo a calci, o ignorarlo. E poi, scusa, tu ti firmi Grisostomo, non col tuo vero nome, giusto?

Il 4 Gennaio 2008 alle 15:11 grisostomo ha scritto:

Scusa Sandra, se scrivo qui è perchè il sito mi chiede le generalità.
Se manco di rispetto a qualcuno è possibile arrivare fino a me, attraverso il proprietario di questo forum: non sono anonimo. Sono rintracciabile e responsabile di quello che dico.

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