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Carlo Flamigni è professore di ostetricia e ginecologia all’Università di Bologna, esperto di problemi di fertilità e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Con Panorama.it parla di rianimazione dei feti prematuri, di aborto, del diritto di essere curati e di rifiutare le cure.
Che cosa pensa della reazione suscitata dal documento dei ginecologi romani?
“Il documento dice una cosa ovvia. I bambini vitali vanno aiutati a sopravvivere. I firmatari però sostengono che non volevano affrontare problema dell’aborto, ma non è così. Anche la legge 194 quando parla di aborti fatti dopo il 90° giorno dice che se il feto è vitale non valgono le regole che valgono prima. Non a caso si può interrompere la gravidanza in questa fase solo se c’è rischio per la vita. Una condizione di necessità. Ora, è ovvio che quando un bambino è vitale tutti cercano di farlo sopravvivere, il problema è stabilire chi deve dire l’ultima parola. Perché la mamma non conta? Il bambino come ogni cittadino ha diritto di essere curato e anche di rifiutare le cure. Chi parla per lui? Se i genitori possono decidere sulle cure da somministrargli quando è adolescente perché non possono farlo quando è neonato? Non ci si occupa, insomma, del vero problema morale: non conta solo la sopravvivenza ma anche un minimo di qualità della vita. Mi oppongo a una vita fatta solo di dolore, senza altre prospettive. Fortunatamente il buon senso risolve da solo la maggior parte dei problemi: nessuno rianima alla 22° settimana, perché non c’è possibilità di sopravvivenza. Bisogna fare molta attenzione perché il nostro non è un Paese omogeneo e quello che viene fatto a Torino non può essere rifatto uguale a Canicattì. Il rischio è di andare incontro a costi enormi, con pochissimi risultati e di riempire i pochi letti che abbiamo per cercare di salvare bambini senza speranza, magari lasciandone senza terapia altri che potrebbero invece trarne vantaggio. In nome di un frainteso sentimento umanitario si abbandona il buon senso”.
Un’altra notizia ha fatto urlare allo scandalo nei giorni scorsi. Quella riguardante la possibilità di avere embrioni con il dna di tre persone. Quanto sono giustificati gli allarmi?
“Non è un fatto nuovo. Sono anni e anni che si tenta la trasfusione di ovoplasma. Si prende un po’ di plasma da un ovocita giovane e lo si mette nell’ovocita da fertilizzare. Oppure trasferendo direttamente il nucleo dell’ovocita vecchio in ovocita giovane quando ci sono malattie genetiche che dipendono dal dna mitocondriale.
Quel dna non serve per apportare le caratteristiche genetiche ma solo a scopo energetico. Non condiziona i tratti e le caratteristiche del bambino che nascerà. Poniamo che fosse possibile curare una malattia genetica nell’embrione, sostituendo un gene anomalo con uno sano: in questo caso non si urlerebbe al Frankenstein, non si direbbe che l’embrione ha tre genitori. La lettura che viene data di queste notizie ha a che fare con la sensibilità degli ambienti religiosi. La cosa buffa è che c’è chi dice che la contrapposizione tra laici e cattolici è antistorica. A me sembra che non ci sia niente di più moderno: il mondo cattolico prende tutti gli spazi disponibili, la politica gliene lascia ogni giorno di più”.
- Martedì 12 Febbraio 2008
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